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Bce “Rimbalza Pil nel 3^ trimestre, ma ancora incertezze per pandemia”

FRANCOFORTE (ITALPRESS) – Nel secondo trimestre del 2020 il PIL in termini reali dell’area dell’euro ha subito una contrazione dell’11,8 per cento sul periodo precedente. Lo evidenzia la Banca Centrale Europea nel Bollettino Economico.
“I dati più recenti e i risultati delle indagini congiunturali indicano il procedere della ripresa economica dell’area dell’euro, nonchè un rimbalzo del PIL nel terzo trimestre, seppure verso livelli più bassi rispetto a quelli antecedenti la crisi – sottolinea la Bce -. Oltre al significativo rafforzamento della produzione nel settore industriale e in quello dei servizi, vi sono segnali di una netta ripresa dei consumi. Di recente il comparto dei servizi ha fatto osservare un rallentamento rispetto a quello manifatturiero, come emerge anche dai risultati delle indagini congiunturali per il mese di agosto. Gli incrementi dei tassi di contagio da coronavirus nei mesi estivi rappresentano un fattore sfavorevole per le prospettive a breve termine. Guardando al futuro, un’ulteriore e durevole ripresa continua a dipendere in larga misura dall’evoluzione della pandemia e dal buon esito delle politiche di contenimento”.
“L’incertezza riguardo l’evoluzione della pandemia attenuerà verosimilmente il vigore della ripresa nel mercato del lavoro, nonchè nei consumi e negli investimenti; d’altro canto, l’economia dell’area dell’euro dovrebbe ricevere sostegno dalle favorevoli condizioni di finanziamento, dall’orientamento espansivo delle politiche di bilancio e dal rafforzamento dell’attività e della domanda a livello mondiale – spiega ancora la Banca Centrale Europea -. Questa valutazione trova sostanzialmente riscontro nelle proiezioni macroeconomiche formulate dagli esperti della BCE per l’area dell’euro a settembre 2020. Le proiezioni indicano una crescita annua del PIL in termini reali pari al -8 per cento nel 2020, al 5,0 per cento nel 2021 e al 3,2 per cento nel 2022”.
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FederlegnoArredo “Incomprensibile atteggiamento sindacati”

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“Ci risultano incomprensibili l’atteggiamento e le posizioni espresse da Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil in merito alla trattativa in corso per il rinnovo del contratto”. Lo afferma in una nota Gianfranco Bellin, presidente della Commissione Relazioni Industriali di FederlegnoArredo (la Federazione di Confindustria che associa le aziende del settore legno e arredamento) e capo delegazione della stessa nelle trattative per il rinnovo del CCNL di settore scaduto il 31 marzo 2019, commentando le dichiarazioni dei sindacati. “Ieri, dopo un incontro non certo tranquillo avuto con i sindacati lunedì 21, abbiamo loro ribadito, tramite una comunicazione via PEC, la volontà di proseguire la trattativa. Eravamo in attesa di una risposta – spiega Bellin – ma di certo non ci aspettavamo le dichiarazioni rilasciate alla stampa ieri sera, ma soprattutto la proclamazione di due giorni di sciopero. A questo punto è evidente che ritiriamo la nostra disponibilità e che il CCNL resta in sospeso”. “Quello che ci preoccupa molto – spiegano da FederlegnoArredo – è la manifesta volontà da parte di qualcuno di far finta di non capire il difficile periodo che stiamo vivendo. Il dubbio che ci viene è che ci sia la volontà politica di non rinnovare i CCNL, alla faccia delle lavoratrici e dei lavoratori per poter poi affermare che la colpa e la mancata volontà è di Confindustria e del suo presidente”. “Un’ultima considerazione – sottolinea Bellin – ci sono molte aziende a rischio chiusura o con importanti riduzioni dei posti di lavoro e la nostra attenzione è rivolta a queste, perché quando le aziende chiudono a rimetterci di più sono le lavoratrici, i lavoratori e le loro famiglie. Noi siamo pertanto disponibili a un confronto serio con la reale volontà di chiudere il contratto, ma sempre tenendo conto della reale situazione economica e finanziaria che le aziende stanno vivendo”.

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Illimity Bank, joint venture con Fabrick nella fintech Hype

MILANO (ITALPRESS) – I Consigli di Amministrazione di illimity Bank, Banca Sella Holding, Fabrick e Hype hanno approvato l’accordo per l’ingresso di illimity in Hype. Si dà così origine a una Joint Venture pariteticamente controllata da illimity e Fabrick (finora azionista al 100% di Hype e a sua volta controllata da Banca Sella Holding).
L’obiettivo è incrementare le ambizioni del progetto e la contestuale accelerazione della crescita di Hype, che già serve 1,3 milioni di clienti.
Allo stesso tempo per i due partner l’operazione ha l’obbiettivo di accelerare i piani di sviluppo di illimity nello specifico segmento, facendo della giovane fintech la realtà italiana a più alto potenziale di sviluppo nei servizi di “light” banking e quelli di Fabrick quale abilitatore di Open banking e di progetti fintech di nuova concezione L’accordo prevede di far confluire in HYPE le nuove soluzioni di Open banking di illimity sviluppate negli ultimi mesi, accelerandone straordinariamente lo sviluppo in termini di esecuzione, crescita dei volumi, cross selling e redditività.
“Il mondo dei servizi finanziari digitali sta evolvendo velocemente. Tecnologia, user experience, economie di scala e, soprattutto, velocità nel raggiungerle, sono fattori cruciali di successo – commenta Corrado Passera, fondatore e amministratore delegato di illimity -. Così come nel segmento delle banche dirette digitali, illimity ha fortemente innovato e continuerà a farlo allargando anche il suo campo d’azione, nel segmento degli operatori non bancari abbiamo colto con gran piacere l’opportunità di allearci al leader italiano per essere un operatore che diventi un vero benchmark di settore. Al Gruppo Sella già ci legano rapporti di collaborazione tecnologica e ci fa particolarmente piacere che abbia voluto sancire il rapporto di lungo termine tra di noi anche con un investimento nel capitale di illimity”.
“Abbiamo sempre sostenuto e crediamo che l’Open Innovation e l’Open Banking siano la via tracciata per innovare i servizi finanziari, con questa operazione testimoniamo la capacità ed efficacia delle nuove regole del gioco con l’obbiettivo di realizzare con illimity la prima challenger bank italiana – spiega Pietro Sella, amministratore delegato del gruppo Sella e presidente di Fabrick -. La trasformazione digitale sta generando una forte discontinuità nel settore finanziario ed Hype nasce in questo contesto e l’accordo che presentiamo oggi rappresenta una nuova tappa di un percorso straordinario di open innovation con un modello operativo aperto che ha dimostrato la propria validità raggiungendo 1,3 milioni di clienti. Hype si è così trasformata in un grande progetto, con obiettivi ambiziosi, e per raggiungerli abbiamo iniziato la ricerca del giusto partner. Lo abbiamo trovato in illimity, con cui condividiamo la visione del futuro e l’interesse di lungo periodo degli azionisti di costruire una società fortemente innovativa e sostenibile nel tempo.
“Hype ha registrato una straordinaria crescita perchè ha saputo cogliere i nuovi bisogni e ha avuto la libertà e capacità di fare ciò che serviva per rispondere con 3 un servizio innovativo. La cosa più interessante è che oltre a soddisfare i loro bisogni abbiamo guidato la nostra community di clienti verso un nuovo modo di intendere e utilizzare il banking – spiega Antonio Valitutti, CEO di Hype -. Sono certo che la fase di sviluppo in cui entreremo ora, e che affronteremo con la forza delle sinergie che si svilupperanno con illimity, ci permetterà di sprigionare ancora tanta energia contribuendo ad alimentare la crescita dell’ecosistema fintech italiano ed europeo. Da subito la community di Hype avrà modo di beneficiare di questa nuova spinta”.
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Rapporto Generali Italia, con il Covid cresce il welfare aziendale

ROMA (ITALPRESS) – L’emergenza Covid ha impresso un salto di qualità al welfare aziendale: per la prima volta le imprese attive superano il 50%, il 79% ha confermato le iniziative di welfare in corso e il 28% ne ha introdotte di nuove o potenziato quelle esistenti. Nel contesto Covid-19, le PMI con un welfare più maturo hanno avuto maggiore capacità di reagire all’emergenza e sono state punto di riferimento per la comunità. Sanità, sicurezza, assistenza, formazione, conciliazione vita lavoro si confermano le aree di maggiore intervento. Il welfare aziendale fa crescere l’impresa in termini di produttività e occupazione: il nuovo modello di analisi dell’impatto delle azioni di welfare sui bilanci di 3 mila PMI attesta che negli ultimi due anni le imprese più attive nel welfare registrano il maggiore aumento di produttività (+6% vs media +2,1%) e di occupazione (+11,5% vs media +7,5%). La quinta edizione Welfare Index PMI, promosso da Generali Italia, amplia ulteriormente il quadro di analisi con oltre 6.500 interviste, triplicate in 5 anni, e allarga la partnership a tutte le 5 Confederazioni nazionali, con l’ingresso di Confcommercio. Il rapporto Welfare Index PMI è stato presentato oggi a Roma alla presenza del Sottosegretario di Stato per il Lavoro e le Politiche Sociali, Stanislao Di Piazza; Marco Sesana, Country Manager & Ceo Generali Italia e Global Business Lines; Giancarlo Turati, Vice Presidente di Piccola Industria con delega al Welfare e Relazioni Industriali, Massimiliano Giansanti, Presidente di Confagricoltura; Cesare Fumagalli, Segretario Generale di Confartigianato Imprese; Gaetano Stella, Presidente di Confprofessioni; Donatella Prampolini, Presidente della Commissione Sindacale di Confcommercio; Lucia Sciacca, Direttore Comunicazione e Sostenibilità di Generali Italia e Global Business Lines e Membro del Comitato Welfare Index PMI e Enea Dallaglio, Ricercatore Welfare Index PMI e Partner Innovation Team – Gruppo Cerved. Marco Sesana, Country Manager & Ceo Generali Italia e Global Business Lines sottolinea: “In questo nuovo contesto del Covid-19, attraverso Welfare Index PMI, abbiamo osservato come le imprese hanno agito come soggetto sociale, oltre che economico e di mercato, per la loro diffusione nel territorio e per la vicinanza ai lavoratori e alle famiglie, dando vita a un nuovo welfare di sussidiarietà. Sono straordinarie storie di resilienza delle nostre PMI e ringrazio il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, e il Sottosegretario di Stato per il Lavoro e le Politiche Sociali, Stanislao Di Piazza, per aver premiato le 78 imprese Welfare Champion 2020. Le imprese con un welfare più maturo sono state punto di riferimento delle comunità e hanno avuto maggiore capacità di reazione durante l’emergenza Covid”.
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I sindacati in piazza “Serve una svolta sul lavoro”

ROMA (ITALPRESS) – Giornata di mobilitazione nazionale per i sindacati confederali. Cgil, Cisl e Uil sono scesi in piazza in diverse città italiane per chiedere una svolta al Governo sui temi del lavoro e un’accelerazione sul fronte dei rinnovi contrattuali.
“La posizione avuta finora da Confindustria è stata quella di bloccare il rinnovo dei contratti, pensiamo alla sanità privata o all’attacco che hanno fatto al contratto degli alimentari – ha detto da Napoli il leader della Cgil Maurizio Landini -. E’ una logica sbagliata, mi auguro che Confindustria capisca che non abbiamo bisogno di scontro, insieme dovremmo chiedere al governo una vera riforma fiscale”.
“I sindacati confederali ci sono e sono rappresentativi, hanno proposte da fare e non diamo carta bianca o delega in bianco a nessuno. Questa rappresentanza sociale è tutta nostra”, ha detto da Milano la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan.
“Iniziamo questa nuova stagione con proposte e piattaforme, con la volontà di fare un grande patto sociale per il Paese, anche con la forza che questa e altre piazze italiane ci danno. Vogliamo costruire un Paese più giusto, più equo, dove la dignità del lavoro sia al centro delle scelte. Andremo avanti finchè arriveranno i risultati”.
A Roma, in piazza del Popolo, il segretario generale della Uil. “Siamo qui per il paese, per chiedere di ripartire dal lavoro, la grande tragedia che abbiamo attraversato, sia dal punto di vista sanitario, sia dal punto di vista lavorativo, ha bisogno di risposte concrete – ha detto -. Chiediamo al governo di cambiare, di fare scelte politiche che cambino questo paese, ripartendo dal lavoro, dalla dignità dei lavoratori e delle lavoratrici”.
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Industria, fatturato a luglio -8,1% su base annua

ROMA (ITALPRESS) – Continua il rimbalzo del settore industriale dopo le difficoltà del lockdown per l’emergenza coronavirus, anche se dal confronto con l’anno scorso emerge ancora il segno meno. A luglio l’Istat stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, aumenti dell’8,1% su base mensile, proseguendo la dinamica positiva registrata nei due mesi precedenti. Nella media degli ultimi tre mesi l’indice complessivo cresce dell’11,1% rispetto ai tre mesi precedenti.
Anche gli ordinativi registrano a luglio un incremento congiunturale, sebbene meno ampio del fatturato (+3,7%), mentre nella media degli ultimi tre mesi aumentano del 14,8% rispetto rispetto ai tre mesi precedenti.
La variazione su base mensile del fatturato riflette risultati positivi registrati su entrambi i mercati: +9% quello interno e +6,5% quello estero; per gli ordinativi, invece, la crescita è sostenuta soprattutto dalle commesse provenienti dal mercato estero, che segnano un aumento del 7,4%, mentre l’incremento di quelle provenienti dal mercato interno si attesta su un modesto +1,3%.
A luglio gli indici destagionalizzati del fatturato segnano aumenti congiunturali diffusi in tutti i comparti, molto ampi per l’energia e per i beni strumentali (rispettivamente +21,8% e +20,6%) e più contenuti per i beni intermedi e i beni di consumo (rispettivamente +3,1% e +1,6%).
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Landini “Cambiare modello di sviluppo, lavoro torni al centro”

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Un cambio del modello di sviluppo per affrontare le tante cose che non stanno funzionando: dal lavoro alla scuola, alla sanità, agli investimenti. È la proposta della Cgil per ‘rimettere al centro le persone e il lavoro, è un’operazione culturale’. Il segretario generale del sindacato, Maurizio Landini, ne ha parlato in un’intervista a Claudio Brachino per la rubrica ‘Primo Piano’ dell’Agenzia di stampa Italpress.

È ricominciata la scuola, è rimasto soddisfatto o è spaventato come molte famiglie che temono si richiuda tutto?

“Spero che questo non avvenga, il nostro obiettivo era lavorare perché fosse possibile aprire subito per tutti e non richiudere. Una delle discussioni che avevamo fatto e che sta emergendo, è che c’era bisogno di fare più assunzioni. Ma con onestà, proprio perché il problema è complesso e nessuno ha la bacchetta magica, credo che paghiamo anche ritardi di anni. Bisognerebbe avere un progetto, non bisogna preoccuparsi solo di come superare l’emergenza ma di come usiamo questa fase per cambiare davvero la scuola. Noi abbiamo scuole fatte prima del 1970, abbiamo scuole in zone sismiche, abbiamo zone del Paese in cui le scuole non ci sono. Penso che in questa fase sia necessario portare l’obbligo scolastico a 18 anni, fare gli asili nido, far diventare la formazione un diritto soggettivo di tutte le persone che lavorano. Credo che bisogna aprire questa discussione, è una questione generale di qualità, di crescita, cultura e civiltà del nostro Paese”.

Mancano ancora 60.000 insegnanti, cosa bisogna fare in concreto?

“C’è da cambiare un meccanismo che c’è da anni, c’è una distinzione tra organico di diritto e organico di fatto. Sulla carta studiano un organico di diritto che è basso e tutti gli anni ci sono dei precari, bisogna quindi che gli organici di fatto diventino quelli di diritto, ciò vuol dire fare un investimento e cambiare radicalmente questa cosa. Se non intervieni la scuola non fa altro che fabbricare dei precari, io credo che sia il momento, per l’esigenza che c’è, di risolvere dei problemi e riformare il nostro sistema scolastico”.

Il Covid, lo dico con rispetto delle vittime, magari come effetto collaterale può darci lo stimolo per risolvere qualche problema che ci siamo portati dietro da anni.

“Da un certo punto di vista bisogna cogliere l’opportunità che il Covid ha avuto di mettere a nudo tutti i nostri limiti e le nostre difficoltà. Infatti il nostro problema non è tornare a prima del Covid, perché le cose già non funzionavano, bisogna intervenire e per questo stiamo rivendicato un cambio del modello di sviluppo che affronti tante cose che non stanno funzionando: dal lavoro alla scuola alla sanità, agli investimenti”.

Per quanto riguarda l’occupazione, numeri alla mano, il Covid ha peggiorato la situazione. Sul tema lavoro qual è la ricetta della Cgil a breve termine?

“L’esperienza che abbiamo alle spalle dovrebbe insegnarci qualcosa. In questi 20 anni che abbiamo alle spalle la teoria era ‘lasciamo fare al mercato’, ma non abbiamo risolto, anzi, sta emergendo che c’è bisogno di scegliere dei filoni di investimento precisi, pensiamo alla sanità pubblica, se il nostro problema è connettere tutta Italia vuol dire fare investimenti, spendere i soldi nel 5G, vuol dire un intervento pubblico, un ruolo di CdP, vuol dire fare una politica industriale. Il mercato da solo non è in grado di affrontare una situazione di questa natura. Quando dico che lo Stato deve tornare ad avere un ruolo, non penso che deve tornare a gestire le imprese, serve un indirizzo, delle scelte, non possiamo continuare a dare soldi a pioggia, è arrivato il momento di fare delle scelte precise e individuare delle priorità. Questo vuol dire creare lavoro. Quindi individuare delle priorità, investire, far ripartire gli investimenti pubblici ma anche quelli privati, serve una riforma fiscale perchè intervenire sul fisco vuol dire redistribuire anche la ricchezza. Con Cisl e Uil abbiamo fatto una piattaforma, l’abbiamo presentata al governo e stiamo chiedendo di aprire una trattativa”.

Abbiamo un record negativo di precarietà ma anche di Neet, siamo tornati indietro di 30-40 anni. Un giovane che nasce in una famiglia abbiente avrà lavoro e successo, mentre chi nasce in una famiglia meno abbiente ci metterà 5 generazioni per arrivare a quel livello.

“C’è stata una regressione, abbiamo l’abbandono scolastico tra i più alti, abbiamo un livello di laureati e diplomati tra i più bassi. Le leggi fatte in questi anni, compreso il Jobs Act, sono leggi sbagliate che vanno cambiate. Penso che in questo caso ci vorrebbe un nuovo statuto dei lavoratori, le persone devono avere gli stessi diritti. Bisogna investire sulla qualità del lavoro, la competizione deve essere giocata sull’intelligenza che le persone mettono nei prodotti. Paghiamo anche il fatto che siamo il Paese che ha investito meno nell’innovazione”.

Le sembra che in questo Paese si sia sfilacciato un rapporto tra chi produce e chi lavora? Dobbiamo forse riannodare questo tessuto sociale?

“Il problema è la svalorizzazione del lavoro, quello che è avvenuto in questi anni, e la pandemia ha fatto emergere questo tema, è che il lavoro quasi non c’era più, se tu hai premiato la finanza e questa decide che industria fai, se la logica è finanziaria penalizzi il lavoro. Anche le delocalizzazioni hanno determinato che i soldi potevano girare liberi per il mondo e questa cosa è stata messa a scapito dei diritti. Credo ci sia un problema anche culturale, di ricostruzione di una responsabilità sociale di fare l’impresa. Con la pandemia abbiamo visto che sono tornati ad avere peso dei lavori che la gente neppure sapeva che esistevano. Bisogna rimettere al centro le persone e rimettere al centro il lavoro, è una operazione culturale. L’imprenditore che investe sul lavoro non troverà mai il sindacato e i lavoratori contrari, chi investe sullo sfruttamento troverà una resistenza e una reazione del sindacato”.

Con il Covid sono caduti dei miti, il culto della flessibilità ma anche quello del reddito di cittadinanza, che poteva essere giusto ma che senza una formazione non cambia il concetto della povertà. Questi miti li mandiamo in cantina?

“Sicuramente la pandemia ha accelerato tutti i processi, c’è il lavoro a distanza e come si è visto tutti i campi dell’economia e sociali sono coinvolti, c’è un cambiamento. La tecnologia cambierà il lavoro, probabilmente ci saranno lavori che oggi non immaginiamo neanche, ma allo stesso tempo devi avere tutto il Paese connesso, cambierà il contenuto del lavoro ma le persone rimangono e si porrà anche il problema del tempo del lavoro. Penso che dentro l’orario di lavoro deve diventare normale che ogni settimana alcune ore sono pagate per lo studio e l’aggiornamento, questo è un altro pezzo di evoluzione che si dovrà avere. Ognuno di noi dovrà imparare sia a lavorare in presenza che a distanza, credo che questo significhi come riprogettare tutto il conteso. L’oro di questa fase sono i dati e il problema è chi li controlla, credo che ci dovrebbero essere delle piattaforme che governa il pubblico, è anche una questione di democrazia e anche in questo caso di regolazione del mercato”.

C’è stata una grande discussione sul Referendum, cosa succede se vince il no e cosa succede se vince il sì?

“Credo che in entrambi i casi rimanga un problema da risolvere. Al di là del numero dei parlamentari, quello che oggi bisogna cambiare è la legge elettorale, abbiamo una legge elettorale folle dove uno dei problemi che abbiamo è che non siamo più noi cittadini che eleggiamo, abbiamo dei nominati decisi da dei capi partito e non a caso questo determina che chi è parlamentare rischia di non rispondere a chi in linea teorica l’ha votato. Credo che questo sia un grande tema che va riproposto. C’è poi un tema di funzionamento del Parlamento ed eventualmente di una riforma, proprio perché il Covid ha riaperto una domanda di rappresentanza collettiva, il tema aperto è come si riforma una legge elettorale e che tipo di miglior funzionamento dare al Parlamento. In ogni caso il referendum non risolve il problema della legge elettorale e il funzionamento del Parlamento, credo che queste siano cose da affrontare”.

Mi sembra sia tornata necessaria l’intermediazione sindacale, l’idea che ci siano delle figure ponte e di dialogo tra mondo dei lavoratori e mondo delle imprese.

“La complessità dei problemi evidenzia che una persona da sola non risolve nessun problema, c’è bisogno di ridare un senso alle azioni collettive, alla rappresentanza collettiva. Nella pandemia se c’è una cosa che ha dato visibilità e credibilità al Paese è stato, ad esempio, quando abbiamo fatto l’accordo del protocollo sulla sicurezza o quando abbiamo deciso che non si licenziava. Sono cose che hanno dimostrato che i soggetti collettivi, di rappresentanza sono importanti. Proprio perché una situazione così difficile non era mai stata vissuta, bisogna rivolgersi all’intelligenza delle persone. Ho imparato a diffidare di chi pensa che da solo risolve i problemi, dobbiamo uscire da questo, di salvatori della patria non abbiamo bisogno perché o ci si salva tutti insieme oppure non ci si salva. Abbiamo visto che senza l’aiuto europeo non ne usciamo, qualcuno in questi anni ha teorizzato che bisognava ‘recintarsi’, credo sia emerso che questa logica non sia in grado di affrontare i problemi, è una strada sbagliata”.

I soldi dell’Europa sono tanti, lei ha detto “Vogliamo esserci anche noi al tavolo”, concretamente cosa bisogna fare?

“Secondo me non bisogna disperdere questi soldi, c’è bisogno di una discussione per individuare delle priorità rapide, non ci possono essere 700-800 progetti, questo vuol dire non averne uno. Ci sono 5-6 grandi filoni su cui decidere, credo che serva anche una autorità centrale del governo che coordini questo, noi non possiamo avere 21 sistemi sanitari, 21 politiche industriali diverse per ogni Regione, sarebbe una follia. Nel 2001 c’è stato un errore quando si è fatta la riforma del Titolo V che sarebbe utile rivederla. Oggi c’è bisogno di individuare delle priorità e avere un coordinamento per realizzare i progetti, penso alla sanità, alla scuola, a un piano per il digitale, alla questione ambientale. I soldi europei te li danno condizionati a determinati progetti, una volta presentati non è che se cambia il governo cambiano anche loro. Per questo dico che adesso è il momento che il Parlamento e le parti sociali siano coinvolti per indicare la strada”.

Abbiamo iniziato con la scuola e chiudiamo con la scuola, un voto alla Confindustria di oggi?

“Io voti non ne do, penso che una serie di affermazioni che il nuovo presidente di Confindustria ha fatto non siano condivisibili. Questa idea di superare i contratti nazionali di lavoro credo sia un errore anche per le imprese, noi abbiamo troppi contratti e il problema è sicuramente ridurre il numero, ma l’idea che ci siano dei contratti nazionali che stabiliscono regole e diritti è utile anche per le imprese. Dire ‘lasciamo fare alle imprese che risolve tutti i problemi’ è un altro errore, è l’idea di poter avere la libertà di licenziare per poter riorganizzare. Noi oggi abbiamo bisogno di trovare una mediazione tra gli interessi del lavoro e dell’impresa, ma ci deve essere una pari dignità tra i due soggetti. Il lavoro deve avere di nuovo una sua visione, chi lavora deve poter avere il diritto di partecipare alle decisioni che vengono assunte all’interno della sua impresa. Questo è un punto importante: un’impresa da sola non risolve i suoi problemi, ha bisogno delle persone che lavorano e se loro hanno deciso di organizzarsi in sindacato, bisogna riconoscere questo spazio di confronto e mediazione sociale. Questa è la democrazia, è l’unico modo di affrontare la complessità che abbiamo di fronte”.

Le auguro buon lavoro, ci sono talmente tante cose da fare e cruciali per la vita di tutti noi, democraticamente per la vita di tutti che forse per una volta c’è bisogno che gli italiani smettano di fare i Guelfi e i Ghibellini e mettano le loro energie insieme, con le varie emergenze insieme per risolvere i problemi.

“Sono d’accordo. È il momento di unire e non di dividere”.

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Euronext-Cdp Equity, trattative in esclusiva con Lseg per Borsa Italiana

ROMA (ITALPRESS) – Euronext e CDP Equity (CDPE, posseduta al 100% da Cassa Depositi e Prestiti) confermano di aver avviato negoziazioni in esclusiva con il London Stock Exchange Group plc per l’acquisizione del gruppo Borsa Italiana, insieme a Intesa Sanpaolo.
“Non può esserci alcuna certezza che l’operazione venga portata a termine – si legge in una lunga nota congiunta -. L’aggregazione proposta tra Borsa Italiana ed Euronext creerebbe un operatore leader nei mercati dei capitali dell’Europa continentale. Questo progetto di trasformazione posizionerebbe il nuovo gruppo per realizzare l’ambizione di proseguire nella creazione dell’infrastruttura dell’Unione dei mercati dei capitali in Europa, sostenendo al contempo le economie locali. L’Italia, attraverso Borsa Italiana, diventerebbe il principale contributore in termini di ricavi del gruppo Euronext post aggregazione. In qualità di nuovo Paese rilevante all’interno del modello federale di Euronext, l’Italia sarebbe presente con propri rappresentanti italiani a livello della governance di gruppo di Euronext, fra gli Azionisti di Riferimento, nel Supervisory Board, nel Managing Board e nel College of Regulators (Collegio dei Regolatori) che vigila sulle attività del gruppo Euronext”.
La nota spiega che “qualora le trattative dovessero portare al completamento dell’operazione, e nel quadro della partnership siglata l’11 settembre 2020, CDP Equity e Intesa Sanpaolo entrebbero a far parte dell’attuale gruppo di Azionisti di Riferimento a lungo termine di Euronext, attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato, con l’acquisizione da parte di CDPE di una partecipazione in linea con quelle detenute dai principali azionisti di riferimento di Euronext e avendo inoltre un rappresentante nel Supervisory Board di Euronext. Un secondo candidato italiano verrebbe proposto come membro indipendente del Supervisory Board e diventerebbe il Presidente del gruppo risultante dall’aggregazione”.
Consob sarebbe invitata a far parte del College of Regulators (Collegio dei Regolatori) di Euronext, diventando parte dell’attività di supervisione dell’entità risultante dall’aggregazione, pari passu con gli altri regolatori europei, con una presidenza a rotazione semestrale. L’attività di vigilanza diretta di Borsa Italiana rimarrebbe invariata, consentendo a Consob e Banca d’Italia di continuare a regolare direttamente le attività di Borsa Italiana.
(ITALPRESS).