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Economia

UE, PATUELLI “NUOVA SPINTA PER UNIONE BANCARIA”

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“Occorre una nuova spinta per un’Unione bancaria con regole identiche, con Testi unici di diritto bancario, finanziario, fallimentare e penale dell’economia e con coerenza fra regole contabili e prudenziali”. Così il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, nella sua relazione all’Assemblea annuale. “Occorre superare le contraddizioni a cui sono soggette le banche che debbono operare come banche d’Europa, con la Vigilanza unica e – sottolinea – contemporaneamente come banche con ancora nazionali e diversi diritti bancari, finanziari, fallimentari, penali dell’economia e soggette alla concorrenza dei diritti tributari”.

Il neoeletto Consiglio dell’ABI, che si è riunito oggi dopo l’Assemblea annuale, accogliendo l’indicazione unanime formulata ai sensi di Statuto dal Comitato esecutivo, ha rieletto per acclamazione Antonio Patuelli presidente dell’ABI per il prossimo biennio 2018-2020.

VISCO “EVITARE TENSIONI PER DIFENDERE STABILITA'”

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“Mantenere condizioni ordinate sul mercato dei titoli di Stato è indispensabile per difendere la stabilità del sistema finanziario e tutelare efficacemente il risparmio degli italiani”. Così il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, nel suo intervenendo all’Assemblea annuale dell’Abi. “Durante le tensioni di fine maggio i corsi azionari del settore bancario sono bruscamente diminuiti. La situazione finanziaria del settore pubblico può influenzare quella delle banche attraverso molteplici canali. La riduzione del valore dei titoli di Stato detenuti dagli intermediari – aggiunge – incide direttamente sul loro patrimonio; riduce inoltre l’ammontare delle garanzie che le banche possono utilizzare nelle operazioni di rifinanziamento presso l’Eurosistema. Le difficoltà della finanza pubblica possono determinare un complessivo deterioramento del merito di credito delle imprese, con conseguenze sulla qualità dei prestiti bancari”.

 

TRIA: “OK SALUTE ECONOMIA, MA RISCHIO RIBASSO”

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“Le condizioni di salute dell’economia sono ancora buone, tuttavia l’osservazione degli indicatori economici più recenti sembrano profilare un rischio a ribasso delle crescita. I motivi principali sono il rallentamento della produzione e le esportazioni”. Così il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, nel suo intervenendo all’Assemblea annuale dell’Abi.

“Il primo punto qualificante dell’azione di governo- aggiunge – è la crescita dell’economia. Questo risultato può essere ottenuto solo contrastando il rallentamento dell’economia con un’azione anticliclica, in grado di contemperare stimolo all’economia con la stabilità e sostenibilità delle finanze pubbliche”.

PRODUZIONE FARMACI, ITALIA SUPERA GERMANIA

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L’Italia è il primo produttore farmaceutico dell’Unione Europea. Dopo anni di inseguimento il bel Paese, infatti, ha superato la Germania con una produzione di 31,2 miliardi, contro i 30 dei tedeschi. Questi alcuni dati che emergono dall’Assemblea pubblica di Farmindustria 2018, dai quali emerge come il successo dell’industria farmaceutica in Italia sia dovuto al boom dell’export che oggi sfiora i 25 miliardi. 

Un export che è cresciuto dal 1991 al 2017 di 15 volte, passando da 1,3 a 24,8 miliardi. Nella classifica per export dei 119 settori dell’economia in Italia, nel 1991 i medicinali erano al 57° posto, oggi sono al quarto (dopo due settori della meccanica e gli autotrasporti). E nella classifica nazionale per export dei poli tecnologici di tutti i settori, i primi due sono farmaceutici, Lazio e Lombardia, e Toscana e Campania sono rispettivamente al quarto e al settimo posto. La farmaceutica rappresenta il 55% dell’export hi tech del Paese. Crescono anche gli occupati che nel 2017 hanno raggiunto quota 65.400 (93% a tempo indeterminato), 1.000 in più rispetto al 2016. Nell’ultimo triennio le assunzioni sono state 6.000 ogni anno. 

Fiore all’occhiello del settore è l’occupazione giovanile: secondo i dati INPS, dal 2014 al 2016 gli addetti under 35 nell’industria farmaceutica sono aumentati del 10%, rispetto al +3% del totale dell’economia. Rappresentano il 55% del totale degli addetti in più e quasi tutti sono a tempo indeterminato (3 su 4). 

Secondo Farmindustria, inoltre, tante anche le donne pari al 42% degli occupati, molto di più rispetto alla media del totale industria (25%). Secondo Farmindustria, che quest’anno compie 40 anni, dal 1978 a oggi gli italiani hanno guadagnato circa 10 anni di vita, grazie allo straordinario impegno nella prevenzione, all’attenzione agli stili di vita, ai progressi della scienza medica. E al lavoro di ricercatrici e ricercatori delle imprese farmaceutiche in tutto il mondo. Il 1978 è stato un anno cruciale per la Sanità italiana perché nasce il Servizio Sanitario Nazionale, un’eccellenza europea. Molti paradigmi sono cambiati in 40 anni. Soprattutto negli ultimi 5 anni, grazie all’accelerazione tecnologica dovuta alla rivoluzione digitale e ai Big Data, le innovazioni hanno trasformato il mondo dei farmaci. Che non sono più “solo” un prodotto, ma fanno parte di un processo di cura più complesso e interconnesso insieme a diagnostica di precisione, medical device e servizi di assistenza. Nel nostro Paese, grazie anche ai medicinali, ora si vive di più e meglio. Secondo Farmindustria è calata, infatti, la mortalità per le prime cinque cause di decesso degli anni ’80: 64% per malattie del sistema cardiocircolatorio; 25% per i tumori maligni. E 2 persone su 3 a cui è diagnosticato un cancro sopravvivono dopo 5 anni, 30 anni fa non arrivavano a 1 su 3; 47% per le malattie del sistema respiratorio; 63% per le patologie dell’apparato digestivo; 87% dal 1985 per l’HIV/AIDS.

Soddisfazione del presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, che rivolgendosi al nuovo governo sottolinea: “Vogliamo dare il nostro contributo di idee e di proposte concrete che auspichiamo possano essere utili allo sviluppo del Paese. Noi siamo e vogliamo continuare ad essere leva di crescita. Noi crediamo e vogliamo continuare a credere in questo Paese, come abbiamo fatto in questi splendidi quarant’anni”. Secondo Scaccabarozzi all’orizzonte ci sono molte sfide, e per vincerle “dobbiamo puntare sulla partnership per portare all’estero un’immagine vincente dell’Italia. Ci rendiamo conto che è un obiettivo ambizioso e che per conseguirlo dobbiamo stare tutti dalla stessa parte: quella del Paese. Con un’alleanza tra le Istituzioni e le imprese per risolvere i problemi urgenti e fondare una nuova governance del farmaco di lungo respiro. Che si basi su un modello nuovo di finanziamento – sottolinea – su un sistema di regole certe e stabili, sul superamento della logica dei tetti e sull’uso efficiente di risorse pubbliche adeguate che devono essere destinate alla farmaceutica e rimanere nel settore”. 

 

CORTE CONTI: “RIDURRE IL DEBITO”

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Nei prossimi anni il rapido invecchiamento della popolazione eserciterà pressioni molto significative sulla spesa pubblica di tutti i paesi europei, inclusa l’Italia. È l’allarme lanciato dal Rapporto 2018 sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei Conti, presentato oggi a Montecitorio, che aggiunge come in futuro il bilancio pubblico sarà fortemente condizionato dall’invecchiamento della popolazione e dalle modifiche della struttura demografica. È un fenomeno i cui tratti essenziali sono noti da tempo, ma che, stando a nuove stime prodotte nelle sedi preposte, potrebbe avere effetti sulla spesa per la protezione sociale (previdenza, assistenza e sanità) più acuti di quanto finora atteso. Secondo la Corte il triennio 2018-2020 si presenta come un’eccezionale finestra, dal punto di vista delle opportunità offerte dal contesto macroeconomico alla riduzione del debito: il congiunto operare della ripresa dell’inflazione e del permanere del costo medio del debito su livelli particolarmente bassi, dovrebbe garantire, diversamente dal passato, un differenziale favorevole tra crescita economica e costo del debito (0,2 in media nel triennio).

Di questa situazione si dovrebbe approfittare per rendere più spedito il processo di riduzione del rapporto debito/Pil. Parlando del sistema previdenziale, i giudici contabili sottolineano come sia essenziale preservare i miglioramenti di fondo che il sistema ha realizzato in questi decenni. Ogni elemento di possibile flessibilizzazione dell’attuale assetto dovrebbe contemplare compensazioni in brado di salvaguardare la sostenibilità finanziaria di lungo periodo, è cruciale non creare debito pensionistico aggiuntivo.  Sulla Legge Fornero la Corte fa notare come l’insieme delle evidenze di cui oggi si dispone, soprattutto quelle in materia di proiezioni della spesa nel lungo periodo, spinge a ritenere che sono stretti, se non del tutto esauriti, gli spazi per ulteriori attenuazioni degli effetti correttivi, a meno di un ripensamento complessivo del sistema. Sul versante fiscale, la Corte sottolinea come nel confronto europeo l’Italia si colloca tra i paesi che meno hanno inciso sulle entrate per risanare il bilancio pubblico: l’aumento della pressione fiscale tra il 2007 e il 2017 è stato modesto se confrontato con la media dell’area, pari a meno di un punto di Pil, e si è concentrato soprattutto nella prima metà del decennio, come conseguenza dell’insorgere della crisi del debito.

L’auspicio, poi, è quello di attuare una riforma strutturale del sistema fiscale, abbandonando la logica degli aggiustamenti a margine. La mancanza di reddito alti a cui chiedere un maggior contributo a fini redistributivo e i limiti endogeni ed esogeni alla manovra verso l’alto delle aliquote spingono a rimettere in discussione la scelta di circoscrivere la base imponibile e la progressività ai soli redditi da lavoro. La Corte dei Conti suggerisce, infine, una revisione della spesa orientata verso una maggiore efficienza nella gestione delle risorse pubbliche, anche attraverso uno screening della qualità dei servizi resi e una più penetrante capacità di misurazione dei risultati raggiunti dai diversi programmi. Ma richiede anche che vengano adottate scelte selettive, in assenza delle quali vi è il rischio di un graduale spostamento verso la spesa a carico dei cittadini.

 

DEBITO PUBBLICO SALE A 2327 MILIARDI

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A maggio il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato di 14,6 miliardi rispetto al mese precedente, raggiungendo quota 2327,4 miliardi. Lo rende noto la Banca d’Italia nel supplemento al Bollettino Statistico “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”.

L’incremento è dovuto al fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (7,6 miliardi) e all’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (5,4 miliardi, a 57,6; erano 58,9 a maggio 2017). L’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio ha aumentato il debito di 1,5 miliardi.

Il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 14,9 miliardi e quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 0,3 miliardi. Il debito degli Enti di previdenza è rimasto pressoché invariato.

Sempre a maggio le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 33,6 miliardi, sostanzialmente stabili rispetto allo stesso mese del 2017.

“Nei primi cinque mesi del 2018 le entrate tributarie sono state pari a 155,2 miliardi, in lieve aumento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno; al netto di alcune disomogeneità contabili, si può stimare che la dinamica delle entrate tributarie sia stata più favorevole”, sottolinea Palazzo Koch.

DL DIGNITÀ, TRIA: “DISCUTIBILI LE STIME INPS”

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“Il ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, non ha mai accusato né il Ministero dell’Economia e delle Finanze né la Ragioneria Generale dello Stato di alcun intervento nella predisposizione della relazione tecnica al dl dignità. Certamente, però, bisogna capire da dove provenga quella ‘manina’ che, si ribadisce, non va ricercata nell’ambito del Mef. Quanto al merito della relazione tecnica, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ritiene che le stime di fonte INPS sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili”. È quanto si legge in un comunicato congiunto dei ministri dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, e dell’Economia, Giovanni Tria.

 

 

COMMERCIO ESTERO, A MAGGIO EXPORT -1,6%

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A maggio, secondo i dati Istat, si stima un calo congiunturale per le esportazioni (-1,6%) e un più contenuto aumento per le importazioni (+0,8%). La flessione congiunturale dell’export è da ascrivere prevalentemente alla diminuzione delle vendite verso i mercati extra Ue (-3,1%), mentre la riduzione verso l’area Ue è più lieve (-0,5%). La flessione dell’export su base annua è pari a -0,8% e coinvolge esclusivamente l’area extra Ue (-2,8%) mentre per i paesi Ue si registra una crescita (+0,7%). Tra i settori che contribuiscono in misura più rilevante alla dimunzione tendenziale dell’export nel mese di maggio, si segnalano autoveicoli (-10,0%), macchinari e apparecchi n.c.a (-3,0%), articoli sportivi, giochi, strumenti musicali, preziosi, strumenti. medici e altri prodotti n.c.a. (-7,8%) e sostanze e prodotti chimici (-4,2%), mentre nello stesso mese contribuiscono positivamente i prodotti petroliferi raffinati (+14,1%) e gli articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (+5,1%). Su base annua, i paesi che contribuiscono maggiormente al calo delle esportazioni sono paesi OPEC (-16,6%), Turchia (-11,3%), Belgio (-6,8%), Russia (-10,7%) e Cina (-5,7%).

Nel periodo gennaio-maggio 2018, la crescita tendenziale dell’export è pari a +3,0% ed è principalmente determinata da metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+6,4%), prodotti tessili e dell’abbigliamento, pelli e accessori (+3,6%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+4,9%) e articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+4,7%). 

Il surplus commerciale è stimato che diminuisca di circa un miliardo (da +4.344 milioni a maggio 2017 a +3.378 milioni a maggio 2018). Nei primi cinque mesi dell’anno l’avanzo commerciale raggiunge +13.895 milioni (+29.644 milioni al netto dei prodotti energetici). A maggio l’Istat stima che l’indice dei prezzi all’importazione aumenti dello 0,6% su aprile 2018 e del 2,3% su base annua. Al netto dei prodotti energetici, l’indice diminuisce dello 0,1% in termini congiunturali e dello 0,4% in termini tendenziali.