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Cedolare secca sugli affitti

Cedolare secca sugli affitti: come funziona l’imposta sostitutiva, come si calcola e a chi conviene. Vantaggi e svantaggi della cedolare secca affitto.

La cedolare secca è un’imposta sostitutiva unica che deve essere  versata da chi offre un immobile in locazione. E’ stata introdotta dal governo per limitare il fenomeno degli affitti in nero. Si tratta di una tassazione agevolata che a molti conviene, tuttavia non è priva di vincoli e in questa pagina esamineremo tutti i vantaggi e svantaggi.

 

Cedolare secca sugli affitti, che cos’è

La cedolare secca è opzionale e può essere adottata al posto del regime di tassazione ordinario. Si tratta di un’imposta fissa che, appunto, va a sostituire (se il proprietario lo vuole) le tassazioni ordinarie con le aliquote Irpef.

La cedolare secca sugli affitti è stata introdotta nel 2011; si pone come un’imposta agevolata più accessibile per i proprietari che vogliono dare in locazione un immobile. 

 

Cedolare secca sugli affitti, a chi spetta

Come premesso, la cedolare secca ad aliquota fissa sostituisce la tassazione ordinaria sull’affitto di un immobile. In particolare, chi sceglie di pagare la cedolare secca affitto, non dovrà versare:

– L’Irpef ad aliquote progressive 

– Le relative addizionali Irpef 

– L’imposta di registro

– L’imposta di bollo.

 

La cedolare secca può essere applicata agli affitti di immobili a uso abitativo nelle categorie catastali da A1 ad A11, fatta eccezione per la categoria catastale A10 che concerne i contratti d’affitto per uso commerciale (la A10 si riferisce a studi privati e uffici). In altre parole, la cedolare secca si può adottare in caso di contratto di locazione a uso abitativo. La cedolare secca interessa l’affitto delle relative pertinenze qualora fossero date in locazione insieme all’appartamento principale.

 

Chi può accedere alla cedolare secca sugli affitti?

 

  • Tutte le persone fisiche che possiedono un’immobile da dare in locazione a uso abitativo, nelle categorie catastali da A1 ad A9 o A11.
  • Il contratto d’affitto dovrà essere necessariamente a canone libero o canone concordato.
  • Il periodo del contratto d’affitto può andare dal classico 4+4 finanche a periodi inferiori a 30 giorni.
  • Il contratto d’affitto può riferirsi a un immobile o a un solo vano.

 

Chi non può accedere alla cedolare secca sugli affitti?

  • Persone giuridiche
  • Aziende
  • Liberi professionisti
  • Società commerciali

In caso di un immobile in comproprietà, ogni singolo proprietario può scegliere o meno di aderire al regime della cedolare secca a prescindere dalla scelta dell’altro o degli altri proprietari. 

 

Cedolare secca affitto, come funziona

La cedolare secca prevede solo due aliquote:

– Aliquota del 21% per i contratti a canone libero (riferita ai cosiddetti contratti 4+4)

– Aliquota del 15% per i contratti a canone concordato. 

 

Nel 2011, l’aliquota per i contratti a canone concordato ammontava al 19% ma con il decreto IMU del 2013 e il Piano Casa del 2014 ha visto una sostanziale riduzione. 

 

Come registrare un contratto di locazione con cedolare secca

 

Il titolare di un immobile che intende sfruttare il regime di tassazione agevolato della cedolare secca dovrà comunicarlo al suo inquilino mediante una raccomandata con ricevuta di ritorno. Questo passo preliminare è necessario altrimenti non potrà accedere alla cedolare secca.

La richiesta di tassazione agevolata può essere fatta contestualmente alla registrazione del contratto presso l’Agenzia delle Entrate. 

La documentazione da richiedere e compilare per registrare il contratto di locazione, è il modello RLI.

E’ possibile registrare un contratto di locazione con cedolare secca anche online, sfruttando i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, anche qui il modello da compilare sarà RLI online (formato Web). 

Per tutte le informazioni sulla registrazione del contratto d’affitto con cedolare secca vi invitiamo a visitare la pagina Come registrare un contratto di locazione

 

Come calcolare la cedolare secca

Nell’articolo appena citato (come registrare un contratto di locazione) sono riportati degli esempi pratici di calcolo dell’importo da versare con la cedolare secca. 

 

Cedolare secca sugli affitti, conviene?

La cedolare secca, a grandi linee, conviene ma ha un solo svantaggio. Scegliendo di registrare il contratto di locazione con cedolare secca, il proprietario (così come l’affittuario) rinunciano a modificare l’importo del canone mensile concordato per l’intera durata del contratto, è per questo motivo che il locatario dovrà avvisare l’affittuario di aver scelto la cedolare secca come tassazione agevolata. In altre parole, l’affittuario non può chiedere un aumento, incluso l’adeguamento istat.

 

Diritto di prelazione per l’inquilino

Diritto di prelazione in caso di appartamento in affitto: cosa fare se ci sono più inquilini, come funziona e che vantaggi ha l’inquilino.

Il diritto di prelazione spetta all’inquilino nel caso in cui il padrone di casa volesse vendere l’appartamento alla prima scadenza del contratto d’affitto. 

Se il locatore decide di vendere l’appartamento che ha dato in locazione, in caso di regolare contratto d’affitto, dovrà attendere i tempi di scadenza del contratto (per esempio, 4 + 4). Alla prima scadenza del contratto, è l’inquilino che ha il diritto di prelazione sull’acquisto del bene. In altre parole, il padrone di casa dovrà preferire l’inquilino, a parità di condizioni di vendita, rispetto ad altri soggetti interessati all’acquisto.

Il diritto di prelazione è soggetto a diverse condizioni ma in nessun caso, nel contratto d’affitto, può essere specificato che il conduttore rinuncia al diritto di prelazione, ne’ altre clausole che prevedono l’automatica risoluzione del contratto di affitto in caso di vendita dell’immobile oggetto. Se nel contratto d’affitto è inserita una clausola riferita alla rinuncia del diritto di prelazione, sappiate che è nulla! Qualsiasi rinuncia al diritto di prelazione può essere messa per iscritto solo al momento della risoluzione del contratto e della vendita dell’immobile.

Diritto di prelazione all’inquilino, quando spetta

Il diritto di prelazione sull’acquisto dell’immobile in affitto spetta all’inquilino quando:

  • il proprietario intende, alla prima scadenza del contratto, vendere l’immobile a terzi;
  • il conduttore (inquilino) non è proprietario di altri immobili a uso abitativo oltre a quello che usa come abitazione principale.
  • L’inquilino ha diritto di prelazione anche rispetto ai co eredi nel caso di un immobile caduto in comunione ereditaria. 

 

Il diritto di locazione decade quando:

  • L’immobile viene venduto al coniuge del proprietario.
  • L’immobile viene venduto ai familiari del proprietario entro il secondo grado di parentela.

  • Per i trasferimenti non volontari (espropriazioni).

  • Per le donazioni o i trasferimenti a titolo gratuito.

  • Se il proprietario intende vendere in blocco l’intero edificio nel quale sia ubicata l’unità locata, salvo che l’inquilino dimostri che il locatore ha simulato la vendita in blocco solo al fine di eludere il diritto di prelazione.
  • Per atti di trasferimento diversi dalla vendita.
  • 
In caso di vendita dell’immobile a terzi, negli anni successivi alla prima scadenza contrattuale.

 

Diritto di prelazione non rispettato, cosa succede

L’inquilino ha diritto a un risarcimento danni se il proprietario non rispetta il diritto di locazione. Il locatore deve seguire la procedura imposta dalla legge per consentire all’inquilino l’acquisto dell’immobile. Il locatore è punibile anche se comunica un prezzo di vendita superiore a quello concordato con un terzo interessato perché commette un illecito. 

Il conduttore (inquilino) che non ha potuto esercitare il diritto di prelazione, può riscattare la casa nei confronti del nuovo acquirente entro il termine di 6 mesi dalla trascrizione del contratto di vendita stipulato tra il locatore (proprietario) e il terzo (nuovo acquirente). Il “terzo”, cioè il nuovo acquirente non dovrà opporsi e potrà avere rivalse contro il venditore che ha omesso il rispetto del diritto di prelazione a favore dell’inquilino.

Una volta esercitato il riscatto, l’inquilino deve pagare al terzo (nuovo acquirente) il prezzo per l’acquisto della casa entro il termine di 3 mesi. Il prezzo da versare è quello indicato nel contratto d’acquisto, anche se il prezzo indicato nell’atto stipulato tra locatore e il nuovo acquirente è un prezzo simulato.

In caso di più inquilini 

Se ci sono più conduttori nell’immobile oggetto di vendita, il locatore deve comunicare l’intenzione di vendere l’immobile separatamente a ciascun conduttore (la procedura si chiama “prelazione congiunta”). La prelazione, in questo caso, può essere esercitata da tutti gli inquilini o, se qualcuno rinuncia, dagli inquilini rimanenti.

 

Auto cointestata, tutte le informazioni

Auto cointestata: come funziona in caso di passaggio di proprietà, decesso di uno degli intestatari, assicurazione, multe o pignoramento.

Intestare l’auto a due persone è possibile e, talvolta, per l’assicurazione, anche vantaggioso. I problemi potrebbero sorgere in caso di pignoramento ma per quanto riguarda la vendita, il passaggio di proprietà o i casi in cui l’auto è cointestata con un defunto, la procedura da seguire è molto semplice.

Auto cointestata, assicurazione e legge Bersani

Avere un’auto in comproprietà conviene per sfruttare determinate agevolazioni sull’assicurazione RC Auto. Grazie alla Legge Bersani, infatti, i neopatentati possono usufruire della classe di merito di un genitore semplicemente cointestando l’auto tra genitore e figlio. 

Un neopatentato che vuole intestarsi un’auto e stipulare un contratto assicurativo, dovrà partire dalla 14° classe di merito, cioè quella più cara. Se il neopatentato decide di prendere un veicolo in comproprietà con un genitore o un fratello che risulta già assicurato e automobilista esperto, potrà sfruttare la classe di merito del familiare. L’unica condizione per sfruttare questo beneficio è che i due familiari vivano sotto lo stesso tetto.

Auto contestata con un amico o estraneo dal nucleo familiare

 

Chi decide di cointestare l’auto con un amico, dal 2014, ha l’obbligo di segnarlo sul libretto di circolazione del veicolo. Questo obbligo non scatta se il cointestatario dell’auto è un familiare ma se si tratta di un utente esterno al nucleo familiare, bisognerà registrarlo presso la Motorizzazione Civile inserendo il nome del secondo intestatario sul libretto di circolazione dove devono essere presenti entrambi i nomi dei conducenti.

Auto cointestata e passaggio di proprietà

Se intendete vendere un’auto cointestata è necessaria la firma di entrambi gli intestatari. Tuttavia, se uno dei due proprietari è irreperibile (a causa di decesso o semplicemente perché è fuori città), bisognerà eseguire il passaggio di proprietà recandosi al Pubblico Registro Automobilistico.

I documenti che occorrono, oltre ai documenti di riconoscimento dell’intestatario, son il certificato di proprietà o il foglio complementare originale. Con questi documenti sarà possibile ottenere la trascrizione al PRA del proprio veicolo così come prevede l’Art. 2699 del Codice Civile. 

Per la trascrizione, bisognerà presentarsi presso gli uffici dell’ACI e allegare alla pratica una dichiarazione unilaterale di vendita in bollo. In questo documento si certificherà che la vendita (passaggio di proprietà) viene fatta da un proprietario al 50% e da un intestatario al 50% e che la trascrizione avverrà così come previsto dai termini di legge.

Auto cointestata, multa

La multa dovrà essere pagata da chi, nel momento della contravvenzione, guidava la vettura. Se la multa non consiste solo in una sanzione pecuniaria ma anche amministrativa (decurtazione dei punti patente) sarà necessario comunicare alle forze dell’ordine che hanno emesso la multa, i dati dell’automobilista che ha commesso l’infrazione (nome, cognome, luogo e data di nascita, numero di patente). 

Auto cointestata, pignoramento

Il pignoramento di un veicolo non è un’azione di riscossione coattiva molto efficace: il cointestatario non debitore può rapidamente recarsi presso gli uffici del PRA per un passaggio di proprietà e presso la motorizzazione Civile per aggiornare il libretto. In teoria, in caso di pignoramento, gli agenti di riscossione possono pignorare l’intero veicolo e non solo il 50% del cointestatario così come per ogni bene indiviso. 

Il comproprietario non debitore, al momento del pignoramento, realizzerà il 50% del ricavato (in valore economico) della vendita della vettura e potrà rivalersi sul comproprietario debitore per gli eventuali danni di valore subiti. 

 

 

Incassare assegno senza conto corrente

Incassare assegno senza conto corrente, è possibile? Sì, ecco la procedura per incassare un assegno senza avere un conto corrente.

Posso riscuotere un assegno senza conto corrente? La risposta è sì anche se spesso in banca vi dicono il contrario.

Anche chi non dispone di un conto corrente ha diritto di incassare un assegno e quindi prelevare la corrispettiva somma in contanti. La condizione è unica: l’assegno deve avere un valore inferiore ai 3.000 euro perché la legge impone questo come limite di tracciabilità.

Spesso le banca si rifiutano di pagare un assegno circolare all’utente che si reca allo sportello senza disporre di un conto corrente. Eppure la legge stabilisce che l’assegno è un titolo di credito pagabile a vista, cioè, alla banca dovrebbe bastare ritirarlo presso uno sportello contestualmente al controllo dei documenti di chi intende incassarlo.

Sempre stando a ciò che dice la legge, l’addetto allo sportello, può rifiutarsi di pagare un assegno circolare solo se il titolo di credito presenta irregolarità quali:

  • assegno alterato
  • assegno rovinato
  • firma non conforme, al controllo visivo, rispetto a quella del titolare del conto corrente.

L’assegno non può essere liquidato anche nell’ipotesi che questo risulti scoperto. Incassare un assegno scoperto non è affatto facile, al contrario, incassare un assegno circolare senza avere il conto corrente non solo è facile ma anche legalissimo: il corrispettivo danaroso dovrà esservi consegnato a vista! In altre parole, se l’assegno non presenta irregolarità vi basterà mostrarlo allo sportello della banca per ottenere il suo corrispettivo economiche in banconote.

Non sono rari i casi in cui le filiali bancarie rifiutino il pagamento di un assegno al relativo possessore in quanto questo non dispone di conto corrente. In genere, le motivazioni avanzate dalla banca sono vaghe, spesso la anca afferma che l’importo da corrispondere è superiore alla soglia della circolazione dei contanti.

A tal proposito, all’addetto ai lavori in banca, va ricordato che dal primo gennaio 2016 l’importo è stato incrementato passando dalle vecchie 1.000 euro agli attuali 3.000 euro, quindi qualsiasi assegno può essere liquidato purché di valore inferiore ai 3.000 euro.

Come incassare un assegno senza conto 

Per incassare un assegno non trasferibile o circolare, vi basterà recarvi in banca dotati di un documento di riconoscimento. Se dovessero sorgere ulteriori difficoltà d’incasso di altra natura o per assegni superiori ai 3.000 euro, è possibile sfruttare una strategie a costo zero ma più lunga.

Per incassare un assegno non siete obbligati ad aprire un conto corrente per poi chiuderlo dopo aver atteso i tempi di valuta per sostenere tutte le spese del caso. Per incassare un assegno potrebbe bastare l’apertura di un libretto postale. Il libretto postale vi consente di incassare qualsiasi tipo di assegno fatta eccezione per gli stessi assegni postali.

Come procedere? Recatevi presso lo sportello degli uffici postali più vicini a casa vostra, ricordate di portare con voi carta di identità e codice fiscale. Chiedete l’apertura di un libretto di risparmio che è assolutamente gratuito. 

Contestualmente all’apertura versate l’assegno e, una volta attesi i tempi di valuta, provvedete al prelievo. La tempistica è piuttosto lunga, potrebbero essere necessari all’incirca 15 giorni necessari affinché la somma diventi liquidamente disponibile. Una volta attese le tempistiche di valuta, potete prelevare la somma desiderata presso gli sportelli postali oppure sfruttare una carta di libretto che vi sarà rilasciata dalla posta: al momento dell’apertura del libretto l’addetto ai lavori dell’ufficio postale vi chiederà se desiderate una carta per i prelievi, dopo qualche giorno dalla richiesta, a casa, vi sarà notificata la disponibilità di quella carta che dovrete ritirare alla posta mostrando la notifica che avete ricevuto a casa. Insomma, la procedura è un po’ lunga ma vi consentirà di ottenere il pagamento di un assegno senza disporre di conto corrente. 

 

Sollecito pagamento dello stipendio

Sollecito pagamento dello stipendio: fac simile del modello di sollecito per ottenere gli stipendi arretrati dall’azienda per la quale lavorate.

La crisi, purtroppo, ha costretto diverse imprese alla chiusura o alla morosità. Il classico caso è quello del mancato pagamento della busta paga di un onesto lavoratore. In questi casi, il lavoratore può tutelarsi inviando una lettera di diffida per ottenere il pagamento dello stipendio arretrato (o addirittura degli stipendi arretrati nel caso in cui la morosità si è protratta per molto tempo).

Prima di vedere come eseguire il sollecito del pagamento dello stipendio, è importante che vengano rispettate alcune condizioni. Potrebbero incorrere problemi se, pur non avendo ottenuto lo stipendio, avete firmato per quietanza il cedolino di pagamento. Date un’occhiata al cedolino, se vi è stato versato solo un acconto ed è richiesta la firma per “ricevuta e quietanza”, non firmate. Potete apportare la firma se sul cedolino è presente solo la dicitura “per ricevuta”. Se il datore di lavoro esercita pressioni al fine di farvi firmare il cedolino, potete aggiungere in calce, la dicitura “per ricevuta del solo cedolino”.

Se, purtroppo, avete già firmato e non per accettazione ma per quietanza, potete tentare chiedendo l’intervento di testimoni e portando come “prova” il vostro estratto conto per dimostrare che nella realtà dei fatti il pagamento dello stipendio non è mai avvenuto. 

Sollecito pagamento dello stipendio o degli stipendi arretrati

Non vi serva l’auto di un avvocato o del sindacato per eseguire un primo sollecito di pagamento dello stipendio. Il sollecito di pagamento può essere inviato a partire dal quattordicesimo giorno dopo la scadenza del consueto termine di pagamento e varrà per determinare la mora del debitore. 

Su un piano giuridico, il sollecito di pagamento ha lo stesso valore legale sia se è stato sottoscritto dal lavoratore, sia se è stato sottoscritto da un suo rappresentante legale.

Inoltre, in caso di insoluti da parte della vostra azienda, fareste bene a richiedere l’intervento della Direzione Territoriale del Lavoro. Questa scelta non è obbligatoria ma è consigliata (è anche gratuita): si può agire in autonomia inviando all’ufficio della Direzione Territoriale del Lavoro (per mezzo di posta raccomandata con ricevuta di ritorno o con posta elettronica certificata) un’istanza di convocazione della Commissione di conciliazione.

Per scrivere un sollecito di pagamento dello stipendio o degli stipendi arretrati, non bisogna far decorrere il termine di prescrizione (pari a 5 anni). Non sono necessarie grosse competenze legali: dovrete conoscere la sede legale dell’azienda presso cui lavorate, l’indirizzo viene riportato su tutte le buste paga o sul contratto di lavoro che avete firmato all’inizio della vostra carriera. 

Anche in questo caso la lettera di sollecito di pagamento degli arretrati può essere inoltrata con posta elettronica certificata o con posta raccomandata con ricevuta di ritorno.  Chi preferisce può consegnare il sollecito personalmente ma, in tal caso, sarà necessario che il soggetto che la riceva sia autorizzato a ritirare la posta e bisognerà farsi rilasciare una copia della lettera controfirmata per accettazione.

 

Modulo di sollecito di pagamento stipendio

Indicate sulla lettera il mittente e il destinatario, proprio come fareste con la classica corrispondenza. Se non possedete carta intestata, in alto a destrata inserite i dati del destinatario Al Dirigente dell’azienda…”  Come oggetto (si indica al primo rigo della lettera), va inserita la voce sollecito di pagamento dello stipendio.

Non esistono formule predeterminate per scrivere una diffida di pagamento dello stipendio. L’importante è che nella lettera siano presente questi dati:

  • – numero delle mensilità non corrisposte di cui si chiede il pagamento
  • – modalità per il pagamento inserendo gli estremi del conto corrente 
  • – avviso che, qualora in pagamento non dovesse pervenire entro un termine prefissato (di norma sono 10 giorni) si procederà per vie giudiziali richiedendo, quindi, l’intervento del giudice per un pagamento in via coattiva.
  • – Data e frima

Non è necessario indicare l’importo preciso da accreditare. Il sollecito di pagamento dello stipendio è necessario per mettere il mora il debitore facendo scattare il diritto agli interessi. 

 

Modello fac simile di lettera di sollecito di pagamento dello stipendio

La firma non occorre se la lettera è inviata per mezzo di posta elettronica certificata, così come il riferimento sulla “prescrizione” del mancato pagamento non è necessaria se il sollecito è effettuato entro i 5 anni dall’arretrato.

 

Spett.le Società…

Via…

Comune…

Il sottoscritto sig. …, residente in …, codice fiscale …, assunto presso la vostra azienda in data…, con qualifica di …, svolgente funzioni di …, ad oggi non ha ricevuto il pagamento delle mensilità di … per il lavoro prestato presso di Voi. 

La presente lettera è redatta per sollecitarvi al pagamento dell’importo dovuto, entro e non oltre 10 giorni dal suo ricevimento. Con riserva, in difetto di quanto sopra, di ricorrere all’autorità giudiziaria, con ulteriore aggravio di spese e oneri a vostro carico. 

Qualora abbiate già provveduto al pagamento di cui sopra, Vi chiedo di non tenere conto della presente. Diversamente, Vi invito ad effettuare il pagamento secondo le modalità a Voi già note, cioè con accredito sul conto corrente intestato al sottoscritto, alle seguenti coordinate IBAN…

La presente è valevole anche ai fini dell’interruzione della prescrizione.

Data, luogo, firma

 

Congedo matrimoniale INPS

Congedo matrimoniale INPS: a chi spetta, come calcolare l’importo dell’assegno e come fare domanda di congedo matrimoniale.

L’INSP, istituto nazionale di previdenza sociale, riconosce una somma di denaro a chi si sposa con rito civile o concordatario. Il congedo matrimoniale INPS spetta ai lavoratori a domicilio, ai marittimi, agli apprendisti, ai disoccupati e lavoratori dipendenti. Vediamo in dettaglio quali sono i requisiti per avere il congedo matrimoniale INPS e come farne richiesta.

Il Congedo matrimoniale INPS consiste in un assegno elargito in occasione del congedo lavorativo di 7 o 8 giorni (a seconda delle categorie contrattuali) riconosciuto per consentire al lavoratore di sposarsi. L’unica condizione per accedere al congedo matrimoniale: entrambi i coniugi devono averne diritto!

L’assegno dell’inps elargito in caso di congedo matrimoniale spetta a diverse categorie professionali, in dettaglio:

  • operai
  • apprendisti
  • lavoratori a domicilio
  • marittimi 
  • dipendenti da industrie
  • artigiani
  • cooperative
  • disoccupati

Il congedo matrimoniale non spetta nel caso in cui uno dei coniugi non rientra in una delle categorie appena elencate. Quindi il congedo matrimoniale non spetta ai liberi professionisti e titolari di partita iva. Ancora, il congedo matrimoniale non spetta a:

  • dipendenti di enti locali e enti statali
  • dipendendi di aziende agricole, commercianti,
  • dipendenti di aziende di credito, assicurazioni o di imprese che non versano il relativo contributo alla Cassa Unica Familiare (CUAF)
  • 
Impiegati e dirigenti di aziende industriali, artigiane, cooperative o della lavorazione del tabacco.

Le categorie di lavoratori che hanno diritto al congedo matrimoniale devono rispettare ulteriori requisiti d’accesso al congedo matrimoniale, i requisiti sono:

  • avere un rapporto di lavoro da almeno una settimana
  • fruire del congedo entro 30 giorni successivi alla celebrazione delle nozze
  • aver detto “sì” con matrimonio civile o concordato

I disoccupati possono ottenere il congedo matrimoniale a patto che riescano a dimostrare di aver avuto un rapporto di lavoro di almeno 15 giorni nei tre mesi precedenti alla data di nozze. Il congedo matrimoniale spetta anche ai lavoratori che non stanno prestando servizio a causa di forma maggiore: sospensione, malattia, richiamo alle armi…

Calcolo assegno INPS congedo matrimoniale

Il congedo matrimoniale consiste in un assegno proporzione all’entità dello stipendio. Non è possibile eseguire un esempio di calcolo generale dell’importo dell’assegno inps di congedo matrimoniale perché gli importi variano in base alla categoria.

  • Per gli operai e gli apprendisti, l’importo dell’assegno equivale a 7 giorni di lavoro stipendiati.
  • Per i lavoratori a domicilio, l’assegno corrisponde a 7 giornate di guadagno medio giornaliero che il lavoratore ha dichiarato fino a quel momento.
  • Per i marittimi, l’importo dell’assegno congedo matrimoniale INPS equivale al salario medio di 8 giorni lavorativi.

Nel calcolo, dovrete detrarre la percentuale a vostro carico che corrisponde al 5,54% sulla retribuzione giornaliera. 

Congedo matrimoniale INPS, come fare domanda

La domanda per sfruttare i giorni di congedo e ottenere l’assegno dall’INPS va presentata dopo il matrimonio e in modalità diversa in base al tipo di lavoro. 

 

In genere la richiesta deve essere fatta a seguito del matrimonio ma entro 60 giorni dalla data delle nozze. Bisognerà quindi allegare il certificato di matrimonio e stato di famiglia oppure una dichiarazione sostitutiva (ma in secondo momento sarà ugualmente necessario presentare il certificato di matrimonio e lo stato di famiglia). I disoccupati, invece, hanno un anno di tempo per poter fare domanda di congedo matrimoniale INPS.

 

Detrazione fiscale per lavori in condominio

Detrazione fiscale condominio: detrazione al 50 o 65 per cento per interventi di ristrutturazione o manutenzione eseguiti in condominio. Procedura d’accesso, vincoli e novità.

Non è necessario eseguire lavori straordinari per accedere alle detrazioni fiscali: la Legge di Stabilità 2016 (legge n. 208 del 28/12/2015) ha chiarito che, mentre le abitazioni singole e unifamiliari possono beneficiare delle detrazioni fiscali solo in caso di ristrutturazione e manutenzione straordinaria, gli interventi in condominio hanno diritto d’accesso alle detrazioni anche in caso di interventi di manutenzione ordinaria.

Interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria


E’ importante capire la differenza tra manutenzione ordinaria e straordinaria.
Gli interventi di ristrutturazione e quindi di manutenzione straordinaria sono quelli che vanno ad apportare delle modifiche alla struttura dell’edificio.

Gli interventi di manutenzione ordinaria sono quelli che puntano al mantenimento del buono stato dell’edificio senza apportare modifiche o miglioramenti. In caso di detrazione fiscale condominio, è possibile accedere allo sgravio per entrambi i tipi d’intervento.

Un esempio pratico?

Chi abita in una casa singola e vuole rifare la copertura del tetto senza eseguire interventi strutturali alla propria abitazione, non può sfruttare il bonus. Al contrario, chi abita in un condominio e vuole effettuare la sostituzione della classica guaina bituminosa, può accedere alla detrazione al 50% anche se non va a intervenire sulla struttura del condominio.

Condominio e credito d’imposta da cedere alla ditta

Per questo 2016 è stata introdotta una novità. I condomini incapienti possono cedere a chi ha eseguito i lavori, la loro quota di credito d’imposta cosicché la ditta che eseguirà i lavori, in base alle quote ottenute, potrà offrire uno sconto per i lavori eseguiti.

Detrazione fiscale per interventi in condominio

Gli interventi di riqualificazione globale dell’edificio, in ambito di applicazione del comma 344, vedono un ammontare massimo di detrazione pari a 100 mila euro. Solo in questo caso il tetto massimo da detrarre è unico e va ripartito per ogni condomino.

Negli altri casi, l’ammontare massimo di detrazione fiscale va a intendersi riferito a ogni unità immobiliare che compone il condominio.

Detrazione fiscale per lavori in condominio: modalità di pagamento, bonifico

Per poter accedere alle detrazioni fiscali, gli interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria, devono essere pagati con bonifico bancario o postale.

Dato che la detrazione fiscale dovrà essere ripartita tra i vari abitanti del condominio, il bonifico dovrà riportare il codice fiscale di tutte le persone interessate all’agevolazione. Per gli interventi sulle parti in comune del condominio, oltre al codice fiscale del condominio, servirà anche quello dell’amministratore o di altro condominio che effettua il pagamento.

Il bonifico bancario o postale, dovrà essere di tipo “parlante” e nella causale dovrà contenere i seguenti dati.

In caso di intervento eseguito da parte di un certo numero di condomini:

  • codice fiscale di tutti i condomini coinvolti.
  • Partita IVA dell’azienda che esegue i lavori.
  • Riferimento normativa per le detrazioni.

In caso di intervento sulle parti comuni del condominio:

  • codice fiscale del condominio.
  • Codice fiscale dell’amministratore di condominio o di colui che ha seguito i lavori e eseguito il pagamento.
  • Codice fiscale o partita IVA della ditta o azienda che ha seguito i lavori.
  • Riferimento normativa per le detrazioni.

Detrazione fiscale senza amministratore di condominio e assemblea condominiale 
In questa seconda ipotesi si evince che non è necessaria la figura dell’amministratore di condominio per accedere alle detrazione. L’unica regola fondamentale è che tutti i condomini siano favorevoli a eseguire l’intervento e che ne abbiamo espresso il consenso in ambito di assemblea condominiale.

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Parcheggio bici in condominio, cosa dice la legge

Parcheggio bici in condominio: si può parcheggiare la bicicletta nel cortile o in altri spazi in comune del condominio? Ecco cosa dice la legge.

La bicicletta è un mezzo di trasporto pulito sempre più diffuso ma spesso le circostanze non aiutano i ciclisti: mancanza di piste ciclabili, scarsità di rastrelliere e… chi abita in condominio potrebbe avere problemi anche nel parcheggio.

Non sempre è possibile lasciare la bici nel cortile del condominio. Non esiste una normativa o un quadro legislativo ben preciso, a oggi la situazione parcheggio bici in condominio può essere sintetizzata in tre punti:

1) Il cortile è una parte comune dell’edificio condominiale e se nello statuto condominiale non vi sono espliciti divieti, potrebbe essere possibile parcheggiare la bici se questa non ostacola le attività altrui.

2) Il regolamento contrattuale può vietare esplicitamente il parcheggio delle bici negli spazi condominiali. 

3) E’ possibile installare una rastrelliera per biciclette nel cortile del condominio ma solo se durante le riunioni condominiali è stata eseguita regolare proposta con voto di maggioranza. 

Parcheggio bici in condominio, cosa dice la legge

Come premesso, non esiste un quadro normativo di riferimento, infatti la legge di riforma del condominio 220/2012, entrata in vigore a partire dal 2013, non accenna minimamente al problema della gestione dello spazio comune per parcheggiare la bicicletta

Dato che sono numerosi i contenziosi che affrontano tale questione, qualcosa si sta muovendo a livello comunale e regionale. Regioni e Comuni stanno eseguendo modifiche di regolamenti edilizi e d’igiene ma ancora manca una normativa condivisa chiara. L’unico quadro normativo condiviso che possa disciplinare l’uso del cortile in condominio è l’art. 1117 del Codice civile.

Stando all’articolo 1117 del Codice Civile, i cortili, a meno che i titoli non si esprimano diversamente, “sono oggetto di proprietà comune dei proprietari dei diversi piani o posizione di piani di un edificio”, fatta questa premessa, andiamo a citare l’articolo 1102 del Codice Civile che specifica come “ciascun partecipante può servirsi della cosa comune purché non alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto”

Anche il codice civile non afferma la questione e rimanda tutto all’assemblea condominiale. In caso di braccio di ferro tra condomini è possibile richiedere l’intervento dell’Amministrazione locale che dovrebbe esprimersi a favore del ciclista.

Il Comune può intervenire per cercare di risolvere il problema del parcheggio bici nel condominio, questione ignorata sia dalla Legge di riforma del Condominio sia dallo stesso Codice Civile. Il Comune, a seguito di una formale richiesta, può intervenire affinché ogni ciclista possa sistemare e parcheggiare la bicicletta nel cortile condominiale.

Alcune amministrazioni comunali, tra le prime citiamo la città di Torino e Milano, hanno modificato i loro regolamenti edilizi e d’igiene rendendo obbligatori spazi appositi per il ricovero delle biciclette.

Parcheggiare bici in condominio: Milano e Torino

Milano e Torino sono le prime città che hanno autorizzato il parcheggio delle biciclette nei cortili condominiali. Il regolamento della città di Milano recita che “in tutti i cortili esistenti o di nuova edificazione sia consentito il deposito delle biciclette di chi abita o lavoro nei numeri civici collegati al cortile”. Chi viola questa norma e impedisce il parcheggio bici nel cortile del condominio può essere soggetto a sanzioni da 50 a 150 euro. 

La città di Torino precisa che l’amministratore del condominio non può essere in nessun modo ritenuto responsabile in caso di danni o furto alle bici in sosta nel cortile del condominio. Le multi diventano più salate nel territorio del capoluogo piemontese dove si vedono sanzioni comprese tra i 25 e 500 euro.  

 

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