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Nuova Social Card, arriva la SIA

Nuova social card: si chiama SIA, sostegno per l’inclusione attiva ed è rappresenta la nuova social card per le famiglie in difficoltà economica. In questa pagina vedremo come ottenerla, requisiti necessari e come fare domanda. 

SIA, sostegno per l’inclusione attiva

Il sostegno per l’inclusione attiva è disponibile dal 2 settembre 2016 e consiste in un contributo mensile di 80 euro destinato a ogni componente delle famiglie economicamente svantaggiate. 

Il SIA va a sostituire la vecchia Carta acquisti (Social Card sperimentale) introdotta nel 2014. La nuova social card “SIA” consiste in un aiuto economico pari a 80 euro per ogni componente presente nello stato di famiglia ma vede un importo massimo di 400 euro. L’importo dovuto sarà erogato su una carta prepagata (proprio come la vecchia social card) e potrà essere impiegato per coprire le spese necessarie al mantenimento della famiglia. 

L’importo massimo di 400 euro della nuova social card è riducibile a fronte di altre misure di sostegno al reddito come il bonus bebè maggiorato, diritto all’assegno familiare per tre figli minori e la carta acquisti ordinaria. 

Per preservare il diritto al sussidio economico bisognerà partecipare al progetto di attivazione sociale e lavorativa sviluppato dai Comuni coordinati nei diversi ambiti territoriali di appartenenza. Chi non parteciperà al progetto di “attivazione sociale e lavorativa” rischierà di vedersi revocato il contributo dal proprio Comune di residenza.

Nuova social Card, requisiti della SIA

Il Ministero, in un comunicato ufficiale, ha spiegato che per sfruttare tale beneficio economico, il nucleo familiare del richiedente dovrà aderire a un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa attivato dal Comune in coordinazione a una rete di servizi territoriali quali centri per l’impiego, servizi sanitari, scuole…. Oltre alla partecipazione a tali progetti, il richiedente dovrà rispondere a specifici requisiti quali:

-essere cittadini italiani o comunitari, oppure familiari con diritto di soggiorno o stranieri con permesso di soggiorno a lungo termine.

-Avere residenza in Italia da almeno 2 anni.

-Nello stato di famiglia deve necessariamente esserci un figlio minorenne, un disabile oppure una donna in stato di gravidanza.

-Nessun componente del nucleo familiare deve possedere un autoveicolo immatricolato entro i 12 mesi precedenti alla domanda.

– Nessun componente del nucleo familiare deve aver immatricolato un autoveicolo con cilindrata superiore a 1.300 cc o motocicli di cilindrata superiore a 250 cc entro 3 anni precedenti alla domanda.

– Bisogna disporre di un reddito ISEE non superiore a 3 mila euro.

– Nel nucleo familiare non devono figurare soggetti che percepiscono strumenti di sostegno al reddito per la disoccupazione come Naspi e Asdi.

– Gli appartenenti al nucleo familiare possono percepire altri aiuti economici ma solo per un importo inferiore a 600 euro al mese.

Nuova Social Card, come richiedere la SIA

Chi rispetta i requisiti appena elencati può fare richiesta della SIA presso il proprio Comune di residenza. L’amministrazione locale, entro 15 giorni dalla domanda, trasmetterà documentazione all’INPS che, a sua volta, entro 10 giorni, eseguirà ulteriori controlli e assegnerà un punteggio valutativo del bisogno del richiedente. 

L’INPS assegna un punteggio in centesimi: per ottenere il SIA occorrono almeno 45 punti.

La valutazione eseguita dall’INPS tiene conto dei carichi familiari, della situazione economica, lavorativa e del numero di minori. In genere, l’INPS favorisce nuclei con il maggior numero di figli minorenni, soprattutto di età compresa tra 0 e 3 anni. Nuclei in cui vive un unico genitore o in presenza di soggetti con gravi disabilità. 

 

Prescrizione bollo auto, tutte le info

 

Prescrizione bollo auto: decorrenza dei termini di prescrizione, ricorso, istanza di sospensione della cartella Equitalia e tante informazioni.

Se non avete pagato la tassa automobilistica per diversi anni, potreste vedervi arrivare a casa una cartella di pagamento Equitalia che vi richiede di saldare il vostro debito. In molti casi, però, Equitalia arriva tardi, quando il diritto alla riscossione del bollo auto è ormai caduto in prescrizione. 

Bollo auto, pagamento prescritto dopo quanto tempo?

La prescrizione del bollo auto vede una scadenza più breve rispetto ad altre tasse: il pagamento del bollo auto va prescritto solo dopo 3 anni. 

Il bollo auto non pagato, se in prescrizione, non è più dovuto. La richiesta di pagamento di un bollo auto prescritto e dei suoi arretrati è illegittima se il termine di prescrizione (3 anni) è passato. 

Il bollo auto si prescrive dopo 3 anni ma in questo periodo, non dovrà esservi pervenuto alcun sollecito di pagamento da parte di Equiatlia. Ogni sollecito di pagamento aumenterà i tempi di prescrizione, non solo quelli da parte di Equitalia. Anche se l’Agenzia delle Entrate o la Regione sollecita il contribuente al pagamento, la notifica ha la capacità di interrompere la prescrizione e farla decorrere da capo a partire dal giorno successivo.

La prescrizione non va calcolata dal momento in cui la tassa di possesso è dovuta, ma dal 1° gennaio dell’anno seguente. 

Proprio come il pagamento del bollo auto, anche la cartella esattoriale di Equitalia che richiede di pagare gli arretrati della tassa automobilistica, cade in prescrizione dopo tre anni. 

Pagare il bollo auto in ritardo

Se il bollo auto non è stato prescritto è possibile “ravvedersi” al mancato pagamento del bollo. Il ravvedimento operoso è possibile solo entro un anno di ritardo dal pagamento. Se il ritardo del pagamento si perpetua da più di un anno sarà necessario pagare una multa. Vediamo tutti i dettagli in caso di bollo auto pagato in ritardo:

  • se il bollo auto si paga in ritardo di 14 giorni, il ravvedimento operoso ammonta allo 0,1%. Al 14° giorni di ritardo scatta un ravvedimento del 1,4%.
  • Se il bollo auto si paga dal 15° al 30° giorno, il ravvedimento si riduce a 1/10 e il contribuente dovrà pagare una maggiorazione dell’1,5%.
  • Il bollo auto pagato con un periodo di ritardo compreso tra 30 e 90 giorni vede un ravvedimento dell’1,67%.
  • Dal 90° giorno di ritardo fino a un anno, il ravvedimento è di 3,75%.

Se il ritardo di pagamento bollo auto supera un anno, come premesso, non è possibile sfruttare alcun ravvedimento e bisognerà pagare una multa pari al 30% dell’importo più un interesse dello 0,5% dovuto per ogni 6 mesi di ritardo.

Bollo auto prescritto e cartella Equitalia illegittima 

Se il pagamento del bollo auto è ormai stato prescritto e la cartella notificata da Equitalia è illegittima, potete chiedere un’istanza di sospensione entro 60 giorni dalla notifica della cartella. Con la notifica di sospensione, Equitalia avrà il dovere di rispondervi entro 220 giorni, in questo periodo, la cartella si considera sospesa quindi Equitalia non potrà procedere con il fermo amministrativo ne’ con il pignoramento del bene. Se, dopo 220 giorni, Equitalia non ha risposto alla vostra richiesta di sospensione della Cartella esattoriale, vale la regola del “silenzio assenso”; la mancata risposta equivale all’accettazione del ricorso e la cartella si considera annullata. 

Al contrario, se Equitalia non accetta il ricorso, avrete bisogno di rivolgervi al Giudice. Fate attenzione però: per via cautelativa è sempre bene eseguire i due ricorsi contemporaneamente, sia quello presso il giudice sia presso la stessa equitalia, l’istanza di sospensione non allunga i termini per la proposizione del ricorso giudiziale!

Il ricorso in Commissione Tributaria Provinciale va eseguito entro 60 giorni dalla notifica della cartella esattoriale. Per somme fino a 3.000 euro, il contribuente può procedere senza la necessità dell’assistenza legale o del commercialista.

Per un approfondimento su come sospendere le cartelle Equitalia per il pagamento dei “bolli auto arretrati” vi invitiamo a leggere la nostra pagina dedicata alla Sospensione delle cartelle Equitalia.

 

Canone Rai per la seconda casa

Canone Rai seconda casa: chi deve pagarlo? Come funziona l’abbonamento Rai per la seconda casa e autocertificazione dell’Agenzia delle Entrate.

Canone rai seconda casa: novità 2016

Canone rai 2016Come saprete quest’anno tante sono state le novità relative al canone rai. A partire da luglio 2016 infatti cambiano le carte in regola e il pagamento del canone rai avverrà tramite la bolletta elettrica.
Tanti sono i dubbi riguardanti il nuovo metodo di pagamento. In questo articolo cercheremo di fornirvi dei chiarimenti riguardanti il pagamento del canone Rai seconda casa.

Abbonamento Rai per seconda casa

Canone rai in bolletta: come funziona con la seconda casa?

Con l’ introduzione del canone rai in bolletta non sono stati pochi i dubbi, le perplessità ed i disguidi. In particolar modo per quanto riguarda i versamenti riguardanti l’abbonamento rai per la seconda casa.
Può accadere infatti che in un nucleo familiare, l’utenza elettrica sia intestata nella prima casa per esempio al marito e nella seconda alla moglie. Anche in questo caso il pagamento è dovuto una sola volta ma è opportuno seguire uno specifico iter indicato dall’Agenzia delle Entrate.

Canone rai seconda casa addebito in bolletta, chiarimenti 

In primis è bene ricordare che il corrispettivo da versare per il canone rai va versato una sola volta per tutti gli apparecchi appartenenti allo stesso contribuente o dai membri appartenenti al medesimo nucleo familiare.
Tra le faq sul sito www.abbonamento.rai.it spicca il seguente quesito al quale è stata fornita una risposta chiarificatrice:

“Ho una seconda casa devo pagare un altro canone tv?”

Risposta:
 “No. Il canone è dovuto una sola volta per tutti gli apparecchi detenuti nei luoghi adibiti a propria residenza o dimora dallo stesso soggetto e dai soggetti appartenenti alla stessa famiglia anagrafica.”

Nel momento in cui vi sono più abitazioni dunque, non è necessario pagare due volte il canone rai.

Canone rai nucleo familiare

Canone rai in bolletta: i controlli dell’Agenzia delle Entrate

Se il contribuente risulta proprietario di più immobili e se le utenze elettriche sono intestate al medesimo soggetto, sarà direttamente l’Agenzia delle Entrate a verificare la situazione evitando di addebitare il canone rai due volte. In questo caso quindi non è necessario compilare alcuna autocertificazione per evitare il versamento del canone rai sulla seconda casa.

Canone rai seconda casa: cosa fare se le utenze sono intestate a persone diverse

Come anticipato, il canone rai va pagato solo per la prima casa. Con l’ addebito del canone nella fattura dell’utenza elettrica tuttavia può capitare (nel momento in cui le utenze sono intestate a due diversi membri familiari) che l’ imposta venga addebitata due volte per lo stesso nucleo familiare. Niente paura! Vi basterà compilare un’ apposito modello (scaricabile alla fine di questa pagina) messo a disposizione dall’ Agenzia delle Entrate per evitare di incorrere in questa problematica.

Canone rai: residenza seconda casa

E’ bene ricordare che nel momento in cui la residenza ufficiale di uno dei partner dovesse risultare nella seconda casa, questi sarà costretto a pagare sua volta un nuovo abbonamento. In questo caso due sono i possibili escamotage:
• fare in modo che entrambi i soggetti risultino residenti nella medesima abitazione.
• dimostrare la non detenzione di apparecchi televisivi compilando la sezione A del modello di autocertificazione.
Vi ricordiamo che le false dichiarazioni sono soggette a sanzioni economiche ( importi fino a 5 volte i canoni non versati) senza contare le sanzioni penali.

Canone rai seconda casa, autocertificazione

Alla fine di questa pagina potrete scaricare la cosiddetta “Dichiarazione sostitutiva unica relativa al canone di abbonamento alla televisione per uso privato”.
I contribuenti appartenenti alla medesima famiglia anagrafica ma titolari di utenze elettriche separate, non dovranno far altro che compilare il quadro B del modello in modo da richiedere “il non addebito del canone in alcuna delle utenze elettriche intestate al dichiarante”.
Ovviamente il modello di autocertificazione sarà valido solo se il coniuge titolare della bolletta elettrica della seconda casa, ha la residenza nell’ immobile considerato come abitazione principale (prima casa), (l’autocertificazione non ha valore nel momento in cui la casa al mare per esempio è stata dichiarata come abitazione principale del richiedente).

Canone rai seconda casa comodato

Seconda casa, residenza dei figli. Quando la seconda casa è concessa in comodato ai propri figli, intestatari di bolletta enel e residenti nel secondo immobile, non vige più l’ esenzione dal pagamento del canone rai per la seconda casa. In questo specifico caso dunque i figli sono tenuti comunque a versare l’ imposta sulla detenzione dell’ apparecchio televisive. Se l’immobile è considerato in quanto abitazione principale, il pagamento sarà addebitato con la bolletta elettrica, in caso contrario si dovrà procedere con il pagamento tramite bollettino.

Canone Rai seconda casa affitto

Chi possiede una seconda casa, ma la concede in affitto non è tenuto a versare il canone rai. Saranno gli inquilini residenti a dover versare l’imposta, almeno che questi non risultino già titolari di altra utenza elettrica (e quindi risultino già pagatori dell’imposta per l’ abitazione principale), in questo caso non sono tenuti ad effettuare il versamento.
Fondamentalmente il canone rai è legato alla residenza anagrafica dei contribuenti e alla natura dell’immobile (adibito ad abitazione principale o seconda casa). Se l’immobile è adibito ad abitazione principale è obbligatorio versare l’imposta televisiva (a meno che non si compili un’autocertificazione per il mancato possesso di apparecchi televisivi).

 

Imposta di registro: cos’è e come si calcola

Imposta di registro cos’è e come si calcola. Info e dettagli su come funziona l’imposta di registro atti giudiziari, sulle  aliquote dell’imposta di registro per i contratti di locazione e sul pagamento dell’imposta di registro legata all’acquisto della prima casa.

Imposta di registro: cos’è e come si calcola

L’ imposta di registro rientra nella categoria delle cosiddette imposte indirette. La tassa in pratica riguarda il trasferimento di ricchezza ed è dovuta per la registrazione di tale operazione (attraverso registrazione pubblica o privata). Scopriamo in questo articolo come funziona l’ imposta di registro e come si calcola a seconda dei casi.

Imposta di registro atti giudiziari: come funziona

Per quanto riguarda l’ imposta di registro applicata sugli atti giudiziari è doveroso fare dei chiarimenti. Per legge l’ Agenzia delle Entrate può fare richiesta di pagamento dell’imposta a tutte le parti in causa, al di la dell’esito dell’ udienza. Dunque tutte le parti, agli occhi dello Stato, possono essere soggette al pagamento dell’imposta di registro (e sono tenute  obbligatoriamente a pagarla). Tuttavia nell’ambito delle parti coinvolte vige il principio di soccombenza. In base a tale principio , la parte condannata al versamento delle spese legali, è tenuta anche al pagamento dell’ imposta di registro. In pratica lo Stato può richiedere il versamento dell’ imposta di registro a tutti i soggetti protagonisti degli atti giudiziari, ma successivamente è possibile, sempre previo consulto di un legale, richiedere il rimborso dell’imposta alla parte condannata al pagamento delle spese legali.

Calcolo imposta registro atti giudiziari

Attraverso il servizio online messo a disposizione dal portale dell’ Agenzia delle Entrate (raggiungibile tramite questo link) è possibile accedere al “calcolo degli importi per la tassazione degli atti giudiziari” ed effettuare tutto il calcolo dell’ imposta di registro direttamente online.

Imposta di registro atti giudiziari: come si paga

Tramite il servizio online dell’ Agenzia delle Entrate è possibile generare i codici tributo ed i relativi importi da versare attraverso il modello F/23.

Imposta di registro acquisto prima casa

Anche coloro che acquistano un immobile da adibire a prima casa devono pagare l’imposta di registro. Gli importi dell’ imposta di registro prima casa variano in base all’ entità dell’acquirente (società o privato cittadino).

Imposta di registro calcolo

Come si calcola l’imposta di registro per l’acquisto della prima  casa?

I privati cittadini che acquistano la loro prima casa dovranno versare un imposta di registro la cui aliquota risulta proporzionale, calcolata al 3% rispetto al valore dell’ immobile. Quando ad acquistare un immobile da adibire a prima casa è una società (come ad esempio un’ impresa costruttrice), l’ imposta da versare è l’iva, agevolata al 4% e calcolata sulla base imponibile determinata dal valore dell’ immobile.

Imposta di registro contratti di locazione

Quanto costa l’imposta di registro per registrare un contratto di affitto? La registrazione di un contratto di locazione prevede una serie di contributi da versare, tra questi figura l’ imposta di registro.

Imposta di registro locazione: come funziona e quanto costa

L’imposta di registro da versare per la registrazione dei contratti di locazione, varia in base alla tipologia degli immobili. Per maggiori informazioni: come registrare un contratto d’affitto.

Contratto di locazione: calcolo imposta di registro

Imposta di registro: come si calcola? Fabbricati ad uso abitativo Per i fabbricati ad uso abitativo, l’aliquota dovuta per l’imposta di registro è pari al 2% calcolato sul canone annuo (e moltiplicato per il numero di anni di contratto). Fabbricati strumentali per natura In questo caso l’imposta di registro è uguale: • All’1% del canone annuo, se il contratto di locazione è effettuato da cittadini passivi di iva. • Al 2% calcolato sul canone annuo, per gli altri casi. Fondi rustici In questo caso l’imposta di registro è uguale allo 0.50% del canone annuo moltiplicato per il numero di annualità Altri Immobili L’importo dell’imposta è calcolato sul 2% del corrispettivo annuo moltiplicato per il numero di annualità del contratto. Vi ricordiamo inoltre che il versamento dovuto per il primo anno non può risultare inferiore ad euro 67.

Imposta di bollo per registrare i contratti di locazione

Quando si registra un contratto di locazione, oltre all’imposta di registro, è obbligatorio versare anche un’altra tassa, la cosiddetta imposta di bollo. Il costo di ogni imposta di bollo è di 16 euro ma è bene ricordare che va versata la quota di un imposta ogni 100 righe (dunque per un contratto di 200 righe andranno versate 2 imposte di bollo, quindi il costo raddoppia).

Donazione in denaro: tasse e info

Donazione in denaro: come funziona la donazione in denaro da padre in figlio,  tra fratelli e tra privati. Info sulla donazione in denaro senza atto pubblico e sulle imposte di donazione.

Donazione in denaro: cos’è e come funziona

A livello giuridico regalare denaro significa fare una “donazione”. L’atto di donazione dunque non è altro che il trasferimento di beni a titolo gratuito. Ovviamente il tutto deve essere effettuato seguendo precise disposizioni e ove previsto, pagando determinate imposte.

Donazione in denaro a figli

I genitori possono donare soldi ai figli? Esiste una tassazione? Cosa succede se un genitore regala soldi a un figlio?

L’atto di donazione di denaro in vita è molto frequente tra familiari. La donazione in denaro da padre in figlio infatti potrebbe dirsi quasi all’ordine del giorno. Chi non ha mai ricevuto una somma di denaro dai propri genitori? Tuttavia quando le somme donate diventano più significative ci si domanda se esistono delle imposte da pagare. La risposta è si, vi è un regime di tassazione anche per la donazione in denaro ai figli. Anche se in verità sono state fissate delle franchigie molto alte (1.000.000 di euro). Dunque nella realtà dei fatti sono davvero pochi coloro che devono versare imposte (sempre per quanto riguarda la donazione in denaro da padre in figlio).

Donazione in denaro tra fratelli

Anche per la donazione in denaro tra fratelli è previsto un regime di tassazione. In questo caso tuttavia l’ importo della franchigia (quindi della soglia di denaro oltre la quale è necessario versare l’imposta) è inferiore rispetto a quello previsto per gli atti di donazione padre-figlio. La franchigia per la donazione in denaro tra fratelli è pari a 100.000 euro , oltre i quali è obbligatorio pagare la tassa.

Donazione in denaro senza atto pubblico

L’atto di donazione per poter essere considerato valido da un punto di vista civilistico deve essere effettuato attraverso un atto pubblico, dunque in presenza di un notaio d’avanti a due testimoni. La donazione in denaro senza atto pubblico è possibile per le donazioni di modico valore. Tuttavia la legislazione non specifica qual è l’importo delle “somme modiche”. Ogni singolo caso quindi dovrà essere valutato da un giudice, che valuterà la somma in base alle condizioni economiche delle parti. (Se per esempio io dono 20.000 euro a mio figlio e tale somma rappresenta l’intero mio patrimonio, la cifra non è considerata modica e l’atto di donazione dovrà essere registrato con un atto pubblico.). L’atto pubblico, più che un obbligo fiscale, è un modo per assicurarsi da possibili reclami da terzi, le cosiddette impugnazioni, (in assenza di una registrazione pubblica infatti l’atto non ha valore civilistico ed in caso di impugnazione la somma ricevuta dovrà essere restituita).

Donazione in denaro, tassazione

Come già anticipato esiste un regime di tassazione anche per gli atti di donazione familiare. Lo stesso discorso vale nel momento in cui si dona una somma di denaro per permettere al proprio familiare di acquistare un immobile (donazione in denaro per acquisto casa). Scopriamo nel dettaglio quali sono le imposte da pagare per gli atti di donazione in denaro.

Donazione in denaro imposte

Come già vi abbiamo anticipato le aliquote previste per le imposte di donazione e l’ eventuali franchigie, variano in base al legame di parentela presente tra soggetto donante (“colui che dona”) e donatario (colui che riceve la somma di denaro).

Donazione in denaro tra figli coniugi e genitori: imposte

Per gli atti di donazione tra genitori e figli o coniugi la franchigia è pari a 1.000.000 di euro. Oltre questa cifra dovrà essere versata una somma pari al 4% del denaro ricevuto in dono.

Imposte di donazione in denaro tra fratelli e sorelle

Quando l’atto di donazione in denaro avviene tra fratelli e/o sorelle l’importo della franchigia è pari a 100.000 euro. Oltre questa cifra dovrà essere versata un’ imposta pari al 6% della somma ricevuta in dono.

Atto di donazione tra parenti fino al quarto grado

Nel momento in cui l’atto di donazione in denaro avviene tra parenti fino al quarto grado (nipoti, nonni, zii, e cugini) non sono previste franchigie. Le imposte dunque andrebbero versate sempre, a prescindere dall’ entità della somma di denaro ricevuta in dono. L’ aliquota della tassazione in questo caso è del 6%.

Donazione denaro tra privati: imposta di donazione

Per tutti i soggetti non vincolati da legami di parentela (o con un grado di parentela che va al di la del quarto grado) l’aliquota della tassazione per l’atto di donazione è pari all’ 8%. Anche in questo caso non è prevista alcuna franchigia.

Bonus donne disoccupate 2016

Chi può ottenere il bonus donne disoccupate 2016? Quanto spetta e per quanto dura? I requisiti e le modalità di richiesta per beneficiare di uno sconto del 50% sulle contribuzioni

Che cos’è il bonus donne disoccupate?

Il bonus donne disoccupate 2016 è un’agevolazione contributiva riservata alle aziende che assumono donne, che risultino disoccupate da almeno sei mesi. Non è dunque un corrispettivo economico indirizzato direttamente alle future lavoratrici. Tuttavia il beneficio riguarda di riflesso anche loro poiché: se le aziende pagano meno tasse per assumere personale, sicuramente saranno motivate ad effettuare più assunzioni per questa categoria. Il bonus disoccupate era previsto già nel 2015 (Legge Fornero). La possibilità di beneficiarne è stata prorogata anche per il 2016.

Come funziona il bonus donne disoccupate 

  Il bonus donne disoccupate 2016 è concesso alle aziende che, a partire dal 1° gennaio 2016, assumono donne che risultino prive di impiego da almeno sei mesi. È uno sgravio fiscale il cui fine è quello di incentivare le imprese ad effettuare nuove assunzioni per agevolare almeno una fetta delle donne senza lavoro (che risiedono nelle aree considerate svantaggiate).

Quanto dura il bonus donne disoccupate 2016

Le imprese possono fruire dello sgravio del 50%, sui contributi obbligatori INPS, per due periodi differenti in base alla tipologia del contratto. Abbiamo infatti:

  • 12 mesi di contributi agevolati per i contratti a tempo determinato (e in somministrazione);
  • Ben 18 mesi di agevolazioni sui contributi obbligatori INPS per i lavoratori a tempo indeterminato.

Nota bene: anche se un lavoro originariamente a termine e poi trasformato stipulando un contratto a tempo indeterminato, è prevista la fruizione del bonus  donne disoccupate 2016 per  un periodo di tempo di 18 mesi.

A chi spetta il bonus donne disoccupate 2016

Come vi abbiamo anticipato, il bonus donne disoccupate 2016 spetta alle aziende che, durante l’anno 2016, assumeranno donne che da almeno 6 mesi risultano senza lavoro.

Bonus donne disoccupate 2016: quali requisiti occorrono?

È possibile fruire degli incentivi INPS donne disoccupate 2016 per l’assunzione di donne di qualsiasi età che posseggano però determinati requisiti. Tali requisiti sono fondamentalmente legati allo status e al luogo di residenza. Oltre allo status di disoccupazione infatti, il bonus donne disoccupate 2016, può essere fruito solo per l’assunzione di personale che proviene da uno dei Comuni, o delle sezioni specifiche, che rientrano tra le aree svantaggiate d’Italia. Le aree svantaggiate 2016 sono le stesse individuate con il Decreto Ministeriale 2008  Sviluppo Economico del 27 marzo 2008  “Elenco delle aree ammesse agli aiuti di Stato a finalità regionale”.

Guida alla lettura del decreto

Il decreto, promulgato anche per il bonus donne disoccupate 2015 e valido anche per il  bonus 2016,indica nel dettaglio tutte le Regioni e le aree considerate svantaggiate. Dunque per poter fruire del bonus donne disoccupate 2016, il personale da assumere deve necessariamente vivere in una di queste Regioni:

  • Calabria;
  • Campania;
  • Puglia;
  • Sicilia.

Inoltre sono ammesse anche determinate zone di censimento, (specificate sempre nel decreto), per ogni zona è riportato un numero. Alcuni numeri sono contrassegnati da un trattino “ – “ ,  in questo caso sono considerate aree svantaggiate tutte le sezioni che intercorrono tra un trattino e l’altro. Per semplificare il discorso vi proponiamo un piccolo esempio: Nel comune di Aquino, in provincia di Frosinone, la dicitura “24-26) comprende tutte le aree tra la 24 e la 26 (24,25,26). Lo stesso discorso vale per le aree degli altri Comuni nelle altre Regioni. Le regioni contenenti le altre aree ammesse sono:

  • Emilia Romagna;
  • Abruzzo;
  • Friuli Venezia Giulia;
  • Liguria;
  • Marche;
  • Molise;
  • Piemonte;
  • Sardegna;
  • Toscana;
  • Valle d’Aosta;
  • Veneto;
  • Abruzzo;
  • Molise;
  • Lazio;
  • Liguria.

Per verificare i Comuni e  le aree considerati svantaggiati potete consultare l’elenco direttamente dal sito www.camera.it

Bonus donne disoccupate 2016: quanto spetta

Tasse dimezzate per le aziende che assumono

Il bonus donne disoccupate INPS 2016, cosi come il bonus donne disoccupate 2015, si concretizza con una riduzione contributiva pari al 50%  sulle retribuzioni delle donne assunte (a tempo determinato o indeterminato). Dunque la metà dei contributi a carico delle aziende, non dovrà essere versata per le lavoratrice che nei sei mesi precedenti risultavano prive di impiego.

Domanda bonus disoccupate 2016: chi deve effettuare la richiesta?

La richiesta per poter fruire del beneficio fiscale “bonus donne disoccupate 2016” deve essere effettuata non dalla futura lavoratrice, ma dall’azienda che l’assume.

Modulo per richiedere il Bonus disoccupate 2016

L’impresa per beneficiare degli incentivi INPS disoccupate 2016 deve inoltrare il modulo di domanda bonus donne disoccupate 2016 (disponibile nel cassetto previdenziale aziendale nel sito ufficiale dell’Istituto) direttamente all’INPS. La richiesta deve essere effettuata telematicamente, dunque sfruttando i canali messi a disposizione dell’Istituto: –web: attraverso il sito internet  dell’INPS   utilizzando il pin personale; – Contact Center Integrato: telefonando al numero verde 803.164, gratuitamente da rete fissa, o allo 06.164.164 da cellulare, a pagamento ( il costi variano in base al piano tariffario previsto dall’operatore telefonico); – Patronato: nel caso in cui non abbiate ancora attivato il pin per accedere ai servizi online del sito o se comunque volete evitare di fare tutto da soli e preferite affidarvi ad una figura professionale collaudata. Dopo aver effettuato tutte le dovute verifiche circa i requisiti di residenza e di disoccupazione della donna disoccupata, l’INPS potrà concedere ( o negare) il bonus donne disoccupate 2016.

Permesso di costruire, iter da seguire

Permesso di costruire: costo, tempi di attesa, documenti da presentar, permesso di costruire in sanatoria… In questa pagina vedremo tutti i dettagli circa l’iter da seguire, la durata del permesso di costruire e cosa fare in caso di permesso scaduto. L’iter burocratico per ottenere la licenza edilizia.

Permesso di costruire, il costo

Il permesso di costruire non è altro che un’autorizzazione necessaria ai cittadini per avviare attività di trasformazione urbanistiche ed edilizie. Tale autorizzazione amministrativa è disciplinata dal Testo unico dell’edilizia (D.P.R. 380 del giugno 2001). Il costo del permesso di costruire varia in base al comune e in base all’intervento progettato; per farvi degli esempi, gli interventi soggetti a permesso di costruire in sanatoria richiedono di sostenere costi da sommare a una sanzione pecuniaria che è pari al doppio del contributo di costruzione da pagare normalmente al Comune. Per il permesso di costruire una piscina occorrono 100 euro, il permesso per costruire un box interrato o un posto auto ha un costo di 100 euro.

Come premesso, si tratta di costi puramente orientativi perché ogni Giunta Comunale ha uno storia a sé. In genere è possibile sostenere i costi del permesso di costruire a rate, cioè versando il 50% all’atto del rilascio del permesso di costruzione, il 25% dopo sei mesi dal rilascio della concessione e il 25% dopo un anno dal permesso di costruire. Il costo per il permesso di costruire una casa varia in primis se è prevista la demolizione (permesso di costruzione e demolizione) e poi in base al metro quadro e, in alcune località d’Italia, varia anche in base alla classe energetica dell’edificio in fase di costruzione. Per sapere quanto costa ottenere il permesso di costruire con o senza demolizione o sanatoria non dovete fare altro che navigare nel sito ufficiale del vostro comune di residenza.

Permesso di costruire: quando è necessario richiederlo

Non tutti i lavori legati all’edilizia sono soggetti al permesso di costruire. Esistono infatti diversi tipi di immobili e differenti categorie di interventi. Il permesso di costruire va richiesto in caso di interventi che riguardano:

  • nuove costruzioni;
  • ristrutturazioni urbanistiche;
  • ristrutturazioni edilizie.

Le ristrutturazioni edilizie riguardano le attività di lavoro relative a organismi edilizi la cui struttura originaria risulti, al termine degli interventi, totalmente o parzialmente trasformata rispetto alla versione originaria, “mediante un insieme sistematico di opere che possono portare anche ad un fabbricato in tutto o in parte diverso da quello precedente” (art 3 comma 1, Testo Unico dell’edilizia) Nel dettaglio, tali operazioni, determinano:

  • modifiche della sagoma delle strutture vincolate dal Codice dei Beni culturali e del Paesaggio (dlgs 42/2004);
  • aumento delle unità immobiliari
  • variazioni del volume, delle superfici, dei prospetti
  • differenti destinazione d’uso.

Permesso di costruire, fase istruttoria e proposta di provvedimento: tempi e modalità

Durante il periodo di valutazione (definito fase istruttoria) il responsabile “decide” se concedere o meno l’autorizzazione ai lavori. Se le amministrazioni competenti non forniscono il nullaosta preventivo o ulteriori autorizzazioni da parte delle amministrazioni competenti, il tecnico responsabile istituirà una conferenza dei servizi per risolvere il problema. Il progetto dovrà avere tutti i requisiti previsti dal Comune, in caso contrario, nessun problema, vi sono due possibilità:

  • la possibilità di modificare il progetto, adeguandolo a quelli che sono i requisiti da osservare e i documenti da presentare.
  • la possibilità d’integrare il progetto con la documentazione mancante.

In caso di modifiche progettuali, queste dovranno essere presentate entro un periodo massimo di 15 giorni. La fase istruttoria subirà un periodo di pausa fino alla presentazione delle modifiche. Inoltre, per quanto riguarda l’integrazione degli allegati, questa potrà avvenire entro 30 giorni. Una volta confermata l’adeguatezza del progetto, il tecnico responsabile formulerà una scrupolosa relazione descrittiva contenente la proposta di provvedimento.

Permesso di costruire e tempi d’attesa

Ottenuto il permesso di costruire questo sarà comunicato al richiedente direttamente dallo Sportello Unico. Purtroppo anche in questo caso i tempi risultano alquanto lunghi, di norma 30 giorni dalla proposta di provvedimento del responsabile. I tempi si allungano ulteriormente nel caso il progetto abbia dovuto subire modifiche o integrazioni (40 giorni dalla data di emanazione del provvedimento). Inoltre, gli interventi soggetti a Dia, pur potendo effettuare richiesta di permesso di costruire, subiranno un allungamento dei tempi di emanazione del permesso stesso (75 giorni dalla proposta del provvedimento).

Permesso di costruire: tempi ridotti e silenzio d’assenso

Grazie alle modifiche previste dal dlg 83/2012 e dal più recente dlg69/2013 è stata snellita parte della burocrazia legata a concessioni e tempistiche. Come anticipato, se non rilasciate le opportune autorizzazioni dalle autorità competenti, il responsabile è impossibilitato a formulare la proposta. Per risolvere il problema questi può convocare una conferenza speciale detta conferenza dei servizi che deciderà il da farsi. Altrimenti , entro 30 giorni dalla proposta va rilasciato il permesso, o in caso di mancati requisiti negato. Se entro 30 giorni non vi è alcuna risposta da parte del responsabile tecnico, ne dallo Sportello Unico Edilizia, il permesso viene automaticamente rilasciato (silenzio assenso). Precisiamo che il silenzio assenso non può essere applicato per le strutture legate a vincoli storico-culturali o ambientali.

Dove fare domanda permesso di costruire, l’iter da seguire e la mini-guida completa

Sul territorio italiano è prevista una dettagliata procedura da seguire per ottenere il permesso di costruire, che è concesso dal Comune ove sono previsti gli interventi. Il contribuente che intende effettuare lavori di costruzione, ristrutturazione edilizia o urbanistica deve infatti, necessariamente rivolgersi a soggetti abilitati, professionisti del settore, come architetti geometri o ingegneri. Tali figure hanno un ruolo fondamentale poiché saranno loro ad occuparsi della domanda da presentare allo Sportello Unico dell’Edilizia (SUE). Ogni Comune sul territorio ha, per legge (dlg 70/2011) istituito un proprio SUE.

Il referente del settore dovrà redigere e presentare la richiesta per ottenere il permesso , allegando il progetto ed eventuali altre documentazioni stabilite dal Comune. I contenuti del progetto non possono essere meramente descrittivi, ma devono rispettare precisi requisiti stabiliti dal Comune pena mancata approvazione del piano di lavoro. ( norme antisismiche, di isolamento termico, acustico etc.). Per le strutture soggette a particolari vincoli (di carattere storico, artistico o ambientale) sarà necessario richiedere un nulla osta preventivo alla Sovrintendenza competente. Non preoccupavi, il vostro architetto saprà a chi rivolgersi! Solo ed esclusivamente quando lo Sportello Unico dell’Edilizia rilascerà la propria approvazione dei progetti, sarà possibile dare il via ai lavori. Lo Sportello Unico dell’Edilizia, per legge, dovrà decretare un responsabile del procedimento, ovvero il tecnico che si occuperà dell’istruttoria entro 10 giorni. Il responsabile, entro 60 giorni dalla presentazione della domanda, dovrà raccogliere tutta la documentazione necessaria a formulare la procedura per valutare la proposta. Per i Comuni che presentano un’ alta densità abitativa ( almeno 100.000 abitanti) sono previsti tempi più lunghi pari a 120 giorni.

Permesso di costruire, durata e scadenza

Una volta ottenuto il permesso avrete un anno di tempo per poter avviare i lavori o la costruzione sull’immobile. Questa affermazione risposte anche a chi si interroga sulla durata del permesso di costruire: un anno! E cosa succede se il permesso di costruire è scaduto? E’ possibile rinnovarlo chiedendo una proroga dei tempi. La durata del permesso di lavoro va da 1 a 3 anni: il Titolare del provvedimento, ha tempo un anno per iniziare i lavori e tre anni per portarli a compimento. Per questi casi la legge stabilisce la possibilità di una proroga (art. 15, comma due, Testo Unico Edilizia) dei termini di scadenza, purché la richiesta sia giustamente motivata e per fatti estranei alla volontà del Titolare del provvedimento. Spetta all’Amministrazione comunale valutare se concedere la proroga di un permesso scaduto ma come ultima spiaggia il cittadino può rivolgersi al TAR e sperare in una sentenza a favore. Per ottenere la proroga di un permesso di costruzione scaduto, le motivazioni che hanno interrotto i lavori devono essere esterne e non personali, quindi non è valida come motivazione una “carenza finanziaria”, ne’ in caso di variazione degli strumenti urbanistici perché sono questi che hanno portato al Permesso di Costruire.

Agevolazioni prima casa e costruzione edilizia

L’acquisto della prima casa prevede alcune agevolazioni fiscali messe a disposizione dall’Agenzia delle Entrate che cambiano in base al tipo di acquisto, in pratica dipende se la casa viene acquistata da privato o se ne è prevista la costruzione (tecnicamente anche in questo caso la casa viene acquistata dal costruttore). Quando si parla di “agevolazioni per l’acquisto di prima casa” si fa riferimento anche alla costruzione della prima casa che, per accedere alle agevolazioni, può essere sia a uso abitativo sia destinata alla locazione (da affittare).

Come annullare un mutuo

Come annullare un mutuo: iter da seguire per ottenere l’annullamento di un mutuo. Info sulle penali previste e sull’estinzione anticipata di un mutuo. 

Annullare un mutuo è possibile ma è necessario che sussistano determinate condizioni stabilite dalla legge. Scopriamo in questo articolo come annullare un mutuo e quali sono le possibili conseguenze.

Estinguere un mutuo anticipatamente

Prima di indicarvi quali sono le modalità per annullare un mutuo vi forniamo una piccola delucidazione sull’ estinzione anticipata del finanziamento. Grazie all’articolo 40 comma 1 del Testo Unico Bancario è sempre possibile richiedere l’estinzione anticipata di un mutuo anche se è possibile incorrere in salate penali.

Estinguere mutuo dopo un anno

È bene ricordare che alcuni Istituti bancari non concedono l’estinzione anticipata di un mutuo se non sono trascorsi almeno 18 mesi dalla sottoscrizione del contratto. Tuttavia questa condizione deve essere esplicitamente indicata nelle clausole del contratto e può essere messa in discussione poiché entra in contrapposizione con la normativa attualmente in vigore.

Quanto costa estinguere un mutuo

Conviene estinguere un mutuo?

Per rispondere al quesito è necessario effettuare un’importantissima distinzione tra i contratti stipulati prima del 2 febbraio 2007 e quelli sottoscritti dopo questa data.

Estinzione anticipata mutuo post-2007

Con il cosiddetto Decreto Bersani (2 febbraio 2007) infatti i cittadini che decidono di estinguere anticipatamente un contratto di mutuo firmato dopo l’entrata in vigore della legge, non saranno tenuti a versare alcuna penale. Le uniche condizioni per poter estinguere in anticipo il mutuo riguardano la data di sottoscrizione del mutuo e la sua natura (deve essere richiesto per l’acquisto o la ristrutturazione di un immobile adibito ad abitazione principale). Estinzione anticipata mutuo prima del Decreto Bersani Il contribuente che ha sottoscritto un contratto di mutuo prima dell’entrata in vigore del Decreto Bersani deve considerare che rischia di dover pagare delle penali. L’entità delle penali previste per l’estinzione anticipata di un mutuo variano in base al momento entro il quale viene richiesta l’estinzione.

Estinzione anticipata mutui a tasso fisso e variabile: penali

Anche se il contratto di mutuo è stato stipulato prima del 2007 non è prevista alcuna penale (sia per i mutui a tasso fisso che variabile) se l’estinzione anticipata avviene durante gli ultimi due anni del finanziamento.

Penali estinzione anticipata mutui a tasso variabile 

Ecco le penali previste in caso di estinzione anticipata di un mutuo a tasso variabile:

  • 0,50% se il mutuo scade dopo più di 3 anni.
  • 0,20% se la fine del mutuo è prevista dopo di 2 anni.

Come già accennato, nel momento in cui la richiesta di estinzione anticipata di un mutuo a tasso variabile avviene durante gli ultimi 2 anni previsti del mutuo, non è prevista nessuna penale da pagare.

Estinzione anticipata mutui a tasso fisso

Penali in caso di estinzione anticipata di un mutuo a tasso fisso:

  •  1,90% se la richiesta di estinzione anticipata avviene durante la prima metà del piano di indennizzo.
  • 1,50% se s’intende estinguere il mutuo trascorsa la prima metà del piano di rimborso ma entro 3 anni dal termine del contratto.
  •  0,20% se l’estinzione anticipata avviene quando la fine del mutuo è prevista dopo 3 anni.

Potrebbe interessarvi anche la guida: come estinguere un mutuo in anticipo.

Annullamento del mutuo: come funziona

La sentenza della Corte di Cassazione numero 350 del 2013 rappresenta una vera e propria pietra miliare quando si parla di annullamento del contratto di un mutuo. A partire da questa sentenza infatti l’annullamento di un mutuo è diventato una procedura molto più semplice e direttamente correlata alla presenza di un tasso di usura (stabilito dalla legge 108/96).

Come annullare un mutuo: tassi usurai

In Italia, quando ci si riferisce a contratti di finanziamento (come prestiti o mutui) esiste un limite di applicazione dei tassi d’interesse. La legge a disciplinare quest’argomento è la numero 108 del 1996. I tassi d’interessi che superano il limite stabilito fanno parte dei cosiddetti tassi usurai. La funzione dei tassi usurai è quella di garantire una maggiore tutela del cittadini che sottoscrivono un contratto di mutuo. È possibile consultare nel dettaglio i valori del tasso di usura mutuo accedendo all’area Compiti, sezione Vigilanza sul sistema bancario e finanziario del sito ufficiale della Banca d’Italia (bancaditalia.it) e cliccando alla voce “Contrasto all’usura”. In questo modo sarà possibile accedere ai tassi effettivi globali medi ed ai tassi soglia su base annua. Nel sito le soglie dei tassi sono suddivise in categorie, che variano in base alla tipologia del finanziamento (cessione del quinto dello stipendio, mutui, factoring etc). Insomma, per ogni forma di finanziamento esistono specifici tassi usurai di riferimento.

Annullamento mutuo ipotecario: calcolo tasso di usura

Per poter comprendere se si è vittime di un tasso di usura (e dunque se si ha diritto all’annullamento di un mutuo) il consumatore deve confrontare il tasso d’interesse del prestito con i tassi soglia stabiliti dalla banca d’Italia. Nel momento in cui il tasso applicato (e considerato a livello complessivo) dovesse risultare superiore al tasso soglia, il contribuente potrà richiedere l’annullamento del mutuo.

Annullamento mutuo: come fare richiesta

Come già anticipato, una volta appurato che il tasso del mutuo risulti complessivamente superiore al tasso soglia stabilito dalla Banca d’Italia, il consumatore può richiedere l’annullamento del mutuo. Ma in che modo annullare un mutuo? Innanzitutto, soprattutto se non siete esperti del settore finanziario, sarebbe meglio, per evitare di incorrere in errori, richiedere una perizia del proprio caso ad un commercialista o rivolgendosi ad un ragioniere. Una volta appurati i requisiti per annullare un mutuo, è possibile procedere inoltrando una formale diffida all’Istituto di credito con il quale è stato stipulato il contratto. Nella notificazione dovrà essere esplicitamente richiesta l’applicazione del principio sancito con la sentenza 250/2013 della Corte di Cassazione.

Annullare richiesta mutuo

A prescindere dai mutui usurai, vi ricordiamo che, prima della stipula del contratto, è comunque possibile annullare una richiesta di mutuo. Per procedere con l’annullamento della richiesta di un mutuo il cittadino deve inviare una raccomandata al proprio istituto bancario, nella quale comunicare l’intenzione a non voler proseguire con il prestito.

Annullare richiesta mutuo: consigli utili

La richiesta del mutuo, anche prima dell’effettiva stipula del contratto, viene automaticamente registrata nel Sistema di informazioni creditizie (SIC) gestito dal CRIF. Se una persona richiede un mutuo, anche se non lo sottoscrive ufficialmente o lo annulla, tale istanza resta censita per 6 mesi. Quando una richiesta di mutuo viene disdetta è consigliabile mobilitarsi per cancellare la richiesta in Crif. Questo poiché la presenza di tali info nella banca-dati potrebbe creare problemi per eventuali future richieste di finanziamento (anche presso altri istituti finanziari).