Home Lifestyle Pagina 38

Lifestyle

Come controllare l’auto prima di un viaggio

0

Estate, tempo di viaggi e meritate vacanze. Molte persone decidono di partire utilizzando come mezzi di trasporto treni e aerei. Ma c’è anche chi preferisce mettersi in viaggio utilizzando la propria auto, soprattutto quando si parte in famiglia. Usare l’automobile consente certamente una maggiore libertà di movimento. Tuttavia, per evitare fastidiosi imprevisti, prima di partire è sempre importante fare un controllo accurato del mezzo. Nei prossimi paragrafi, vedremo allora come controllare l’auto prima di un viaggio.

Cosa controllare in un’auto prima di mettersi in viaggio

Sono diverse le componenti da controllare in un’automobile prima di intraprendere un viaggio di una certa durata. Tra quelle imprescindibili possiamo ricordare:

  • i fari;
  • gli pneumatici;
  • il radiatore;
  • i freni;
  • il livello dei diversi liquidi;
  • la batteria;
  • il kit di emergenza.

Controllo dei fari

Il corretto funzionamento dei fari è essenziale sia per una adeguata visione notturna sia per consentire agli altri automobilisti di scorgere la propria automobile anche a distanza.

Controllo degli pneumatici

La pressione e l’usura degli pneumatici vanno controllati prima di qualsiasi viaggio di lunga percorrenza. Innanzitutto, per motivi di sicurezza. Una giusta pressione degli pneumatici consente inoltre di risparmiare carburante.

Controllo del radiatore

È molto importante che il radiatore funzioni regolarmente perché contiene il liquido di raffreddamento del motore. In caso di eventuali perdite o problemi, il motore finisce per surriscaldarsi. Oltre a rovinare il viaggio, se non si pone rimedio nell’immediato al surriscaldamento del motore, l’automobile può andare incontro a danni anche irreparabili.

Controllo dei freni

I freni sono essenziali per la sicurezza non solo di chi viaggia in macchina ma anche di quella degli altri automobilisti. Per evitare problemi, vanno preferibilmente controllati ogni sei mesi circa.

Controllo dei liquidi del veicolo

È necessario prima di ogni altra cosa controllare il livello dell’olio. Vanno inoltre verificati i livelli del liquido refrigerante per l’aria condizionata e del liquido per i tergicristalli. Una mancanza di olio può provocare danni al motore. La mancanza del liquido refrigerante può invece compromettere l’impianto dell’aria condizionata. In entrambi i casi, si tratta di danni che comportano costi di riparazione di una certa portata.

Controllo della batteria

La batteria è essenziale per far muovere l’auto e per il funzionamento di diverse componenti del veicolo. In caso di indebolimento, il rischio che si corre è di ritrovarsi con il mezzo che non riesce a partire.

Controllo del kit di emergenza

Si tratta di una cosa di cui ci si dimentica spesso ma che è altrettanto rilevante per poter viaggiare in sicurezza. Kit di pronto soccorso, pneumatico di scorta e attrezzi vari devono essere sempre tenuti in buone condizioni, se si desidera evitare spiacevoli inconvenienti.

Perché è importante controllare l’auto prima di un viaggio

La manutenzione dell’auto prima di un viaggio è importante per molti ragioni. Prima di ogni altra cosa, si tratta di una questione di sicurezza. Viaggiare con le diverse componenti dell’auto regolarmente funzionanti, evita non solo spiacevoli inconvenienti ma diminuisce anche il rischio di essere vittime di incidenti. Con le semplici e opportune verifiche illustrate poc’anzi, invece, si può viaggiare sicuri e godersi la vacanza e l’intero tragitto, senza imbattersi in fastidiosi grattacapi.

In generale, è bene ricordare che sottoporre l’auto a controlli periodici aiuta ad aumentare le prestazioni, la durata del veicolo e, sul lungo periodo, a risparmiare. Prevenire, del resto, è sempre meglio che curare. Anche in questo caso.

Come studiare bene e ricordare tutto

0

Le vacanze stanno terminando e si pensa già alle lezioni. Per molti studenti torna l’incubo di interminabili ore di studio e di faticosi semestri scolastici. A tal proposito, quali potrebbero essere i pareri “scientifici” per non sprecare inutilmente tempo sui libri e apprendere in modo ottimale? Qui di seguito elenchiamo alcune tecniche per studiare bene, ricordando tutto.

Come studiare bene: calendarizzare e pianificare

Memorizzare elaborate nozioni attraverso un lungo e snervante programma di studio non darà risultati vincenti. Piuttosto, meglio dividere il malloppo di pagine da studiare in parti più piccole da distribuire nell’arco di più giorni. Il cervello è portato a codificare e a elaborare le informazioni quando lavora in questa modalità.

Mappe di orientamento

Rileggere più volte lo stesso paragrafo e sottolineare i passaggi chiave è una tecnica comprovata ma non è detto sia sempre efficace. Alcuni scienziati la ritengono controproducente poiché si rischia di calamitare l’attenzione su informazioni inutili e fuorvianti. Via libera invece a diagrammi, schemi o mappe concettuali per estrapolare i passaggi fondamentali. Le mappe sono utilissime sia nelle ore dedicate allo studio, sia in altri contesti, come ad esempio il ripasso della lezione sui mezzi prima di arrivare a scuola.

La palestra delle esercitazioni

Teoria e pratica vanno a braccetto. Mettiamoci ogni volta alla prova, anche con test che ci sembrano inadatti o per i quali non ci sentiamo abbastanza pronti. Sbagliare ci aiuterà a scoprire i nostri punti deboli e a individuare le risposte esatte. In questo modo, aumenteremo la nostra autostima nell’ottica di verifiche, esami o interrogazioni.

Zone di studio

Scegliamo un luogo tranquillo, ordinato e ben illuminato, che abbia tutto l’occorrente per la nostra attività di studio: quando entreremo in questa stanza, il cervello capirà, per una sorta automatica di condizionamento (priming) che è giunto il momento di concentrarsi. La stanza dovrà essere sempre la stessa.  Studiare nello stesso ambiente aiuta a mantenere più alta la concentrazione perché elimina i nuovi impulsi. Un locale già utilizzato risulta più familiare e a “portata” di materiale.

Musica sì o no?

Se studi passati hanno dimostrato che studiare con un sottofondo di musica classica può favorire la concentrazione, ricerche più recenti evidenziano come avere un ritmo costante nelle orecchie possa al contrario distrarre dall’obiettivo e causare svogliatezza.

Studiare per insegnare

È stato dimostrato che se venissimo chiamati a insegnare, il nostro cervello codificherebbe e organizzerebbe le informazioni dello studio in modo più chiaro e coerente.

Tecniche per studiare bene: la fotolettura

Il passo più complicato della tecnica di fotolettura è il momento in cui il cervello assimila le informazioni direttamente dalle pagine che abbiamo di fronte. Per raccogliere velocemente le informazioni dal libro, si può usare uno schema di lettura veloce  a nostra scelta.

La fotolettura si basa su un diverso modo di studiare un argomento. Occorre non comprendere il significato di ogni singola parola ma solo alcune delle informazioni più utili. Gli esperti infatti consigliano ai principianti di associare alla tecnica di lettura veloce, una fase preliminare in cui si sottolineano unicamente i concetti fondamentali.

Adeguato riposo

Riposare è importante quanto studiare bene e le ore di riposo andrebbero suddivise in cinque minuti per ogni quarantacinque minuti di studio e almeno un’ora per ogni quattro ore di studio. Il tempo dedicato al riposo non deve essere considerato tempo rubato allo studio ma è senz’altro un modo per rilassarsi e ricaricare le energie mentali. Solo così, incrementiamo la produttività del 75%.

Dopo una lunga giornata di studio, non è sufficiente un’ora per memorizzare un argomento. Al contrario, dopo un buon sonno notturno, basteranno pochi minuti per fissarlo in memoria. Il benessere mentale vale più del tempo sotto stress.

Potrebbe interessarti anche il nostro articolo dedicato a spiegare come funzionano i servizi di psicologia online.

Come funziona un mercatino dell’usato

0

Spinti da un consumismo smisurato, dove ogni oggetto viene prodotto con la finalità di trasformarsi in rifiuto nel più breve tempo possibile, è sempre più diffusa la modalità ecosostenibile e risparmiosa attuata dai mercatini dell’usato e del vintage. Nei prossimi paragrafi conosceremo più da vicino questa particolare attività. Scopriremo quindi più nel dettaglio come funziona un mercatino dell’usato.

Come si fa a partecipare ad un mercatino dell’usato

Chiunque può far valutare, periziare e mettere in conto vendita ciò che non utilizza più. Il gestore del negozio non risulta il proprietario della merce, ma si presenta come un vero e proprio promotore d’affari. La sua intermediazione è ricompensata da una commissione in percentuale sul valore della transazione e il venditore potrà incassare da subito il rimborso.

La formula più diffusa è quella del franchising. Le catene più famose offrono servizi in conto vendita e trattengono il 50% del ricavato sul bene venduto. L’altra metà è riservata al proprietario. Il prezzo di vendita viene contrattato da entrambe le parti.

Nel caso in cui, dopo diverse settimane non si riesca a vendere l’oggetto, si tenterà di promuovere la vendita applicando uno sconto sul prezzo originario.

Cosa si può vendere al mercatino dell’usato

Tutti possono vendere tutto. Durante la stagione invernale, ad esempio, l’abbigliamento e gli accessori sono perfetti da collocare quando la gente va alla ricerca sfrenata di giacche, cappotti, pellicce, sciarpe, guanti e cappelli, borse e calzature, biancheria per la casa come trapunte e piumini.

In prossimità del Natale, diventano ricercatissimi gli addobbi e le idee regalo, quali gioielli ed orologeria. Altri articoli interessanti da proporre in ogni momento dell’anno risultano essere i servizi da caffè, tè, piatti e posaterie, batterie di pentole, articoli casalinghi, piccoli e grandi elettrodomestici, prodotti di elettronica, audio video, informatica, attrezzatura sportiva, biciclette, attrezzi per il giardinaggio e il fai da te o persino le rarità del collezionismo.

Il settore del riuso si concentra inoltre su interi arredi, quadri e mobili d’arte, tappeti preziosi, lampade e soprammobili, bambole, giochi, libri, cd, dvd e vinili, tutti legati a storie di vite vissute.

Un discorso a parte riguarda il mercato dei libri usati, in particolare quello dei volumi scolastici, ricollocabili al 50% subito dopo la fine della scuola in negozi dedicati, nati proprio per il commercio e per lo scambio dei testi scolastici. Probabilmente pochi sanno che, tramite i mercatini si possono vendere articoli nuovi acquistati in surplus, inutilizzati o che ne disponiamo in abbondanza. È il caso di lampadine, batterie, cancelleria di vario genere, in perfette condizioni e ben sigillati.

Quanto si può guadagnare

Sicuramente si può guadagnare molto. Prevedere a grandi linee il guadagno di un mercatino è alquanto semplice: basta fare una media di provvigione del 40% sugli incassi mensili.

Esistono mercatini di grandi dimensioni, consolidati da tempo che incassano intorno ai 2000 euro al giorno lordi. Il pagamento della merce avviene quasi subito in contanti, con emissione di fattura. Il proprietario degli articoli venduti riceve la sua quota del prezzo di vendita, al netto del compenso che spetta al titolare dell’attività.

Oggi si è sempre più invogliati ad aprire un mercatino dell’usato, proprio per le altissime provvigioni a costo zero. A parte i prevedibili costi di gestione del locale, del personale (non specializzato), del commercialista, cioè i normali costi di una qualsiasi attività, il costo per il materiale è nullo.

Teniamo presente che i vantaggi che derivano dalla vendita dei nostri oggetti presso i mercatini non sono soltanto economici, Cedendo in conto vendita ciò che risulta superfluo o accumulato in cantina, da un lato ci evita lo sforzo di buttare rifiuti in discarica senza ricavare nulla in cambio, dall’altro ci permette di liberare e di rinnovare il guardaroba e la casa in modo semplice e piacevole.

Come diventare estetista

0

Se il contenuto resta sempre la cosa più importante, anche l’occhio vuole comunque la sua parte. L’estetica ha quindi anch’essa la sua importanza al giorno d’oggi. E con l’estetica anche le varie figure professionali che ruotano intorno a essa. In questo articolo focalizzeremo la nostra attenzione proprio su una di queste figure. Ci riferiamo all’estetista, una professione abbracciata da molte persone. In particolare, per chi vuole cimentarsi in questo mestiere, scopriremo come diventare estetista, conoscendo da vicino i diversi passaggi per raggiungere l’obiettivo. Addentriamoci a questo punto nel merito.

Di cosa si occupa l’estetista

Quando parliamo di estetista ci riferiamo a quella particolare figura professionale che si occupa del benessere e dell’aspetto fisico delle persone, mediante interventi e trattamenti specifici. Più esattamente, l’estetista è una figura specializzata nel trattamento del corpo ai fini estetici. La sua attività può essere eseguita con tecniche manuali, con l’uso di appositi strumenti o con l’applicazione di prodotti cosmetici. A questa tipologia di professionista sono tuttavia vietate prestazioni di tipo medico o a scopo terapeutico.

Mansioni dell’estetista

Le principali mansioni dell’estetista sono legate alla cura del corpo e della pelle. Tra queste possiamo ricordare:

  • la depilazione;
  • la manicure;
  • la pedicure;
  • la pulizia del viso;
  • i trattamenti per il viso;
  • i trattamenti per il corpo:
  • i massaggi;
  • il make-up;
  • il trucco permanente;
  • i trattamenti abbronzanti;
  • la ricostruzione delle unghie.

Diventare estetista in Italia: il percorso da intraprendere

L’attività di estetista non può essere svolta nel caso in cui non si possieda la specifica qualifica professionale. Per poter intraprendere questo mestiere, ogni aspirante estetista deve seguire un percorso di studi con cui ottenere le conoscenze e le competenze necessarie allo svolgimento in sicurezza della professione. Il percorso di studi varia a seconda che si voglia diventare estetista qualificata o estetista specializzata.

Per ottenere una delle due qualifiche occorre frequentare un apposito corso da estetista che in genere ha una durata di circa due anni. Il corso in questione deve essere riconosciuto dalla propria Regione di residenza.

Durante il percorso formativo intrapreso, chi aspira a diventare estetista apprende le dovute competenze per effettuare i trattamenti estetici di cui si occupa una simile figura professionale: dalla manicure alla pedicure, passando per l’epilazione fino a i massaggi corporei. Il corso è anche l’occasione per apprendere la parte normativa e igienico-sanitaria correlata alla professione.

Il corso biennale si conclude con un esame teorico e pratico. Una volta superato l’esame, l’aspirante estetista riesce a ottenere l’abilitazione certificata allo svolgimento della professione sull’intero territorio italiano. In realtà, l’attestato ottenuto è utilizzabile anche su tutto il territorio europeo. Per poter lavorare all’estero in taluni casi occorre però integrare le proprie competenze, per far sì che risultino allineate con il Paese in cui si desidera svolgere la professione.

Dove lavora l’estetista

Generalmente, una figura come quella dell’estetista svolge le proprie mansioni in centri estetici, saloni di bellezza, stazioni termali, centri massaggi, solarium ma anche negozi di make up, hotel o strutture ricettive dotate di un’area wellness.

L’estetista può lavorare sia come dipendente sia come libero professionista. La sua attività si svolge in molti casi in collaborazione con altri professionisti del settore estetico. In determinate circostanze, l’estetista offre anche i propri servizi a domicilio, portando con sé tutta la strumentazione necessaria.

Quanto guadagna in media un estetista?

Come accade con buona parte dei mestieri, anche nel caso dell’estetista lo stipendio medio è variabile. Nel nostro Paese, una figura professionale di questo tipo guadagna mediamente sui 16 mila euro all’anno. La cifra è per ovvi motivi variabile in base all’esperienza ma anche alla soluzione di lavoro prescelta. Chi lavora con partita IVA può infatti guadagnare cifre ben più alte, che possono avvicinarsi agli oltre 80 mila euro lordi all’anno.

Come preparare una conferenza

0

Tra le diverse tipologie di incontro a cui è possibile partecipare rientra anche la conferenza. Si tratta più nello specifico di evento in cui uno o più ospiti, spesso esperti in qualche specifica materia, sono chiamati a illustrare argomentazioni su determinate tematiche. Buona parte delle conferenze sono specificatamente dedicate ai giornalisti e, in generale, ai media. Di solito, in questi particolari eventi, si affrontano temi di attualità ma possono anche essere incontri di presentazione di un prodotto o di approfondimento su un argomento, su policy aziendali o su decisioni di carattere politico-istituzionale. Ma come preparare una conferenza al meglio? Lo scopriremo nei prossimi paragrafi.

Definire gli obiettivi

La prima cosa da fare quando ci si accinge a preparare una conferenza consiste nel definire gli obiettivi e il tipo di messaggio che si desidera veicolare al pubblico presente. Nella definizione di questo aspetto è essenziale focalizzare con la massima attenzione il target a cui ci si rivolge in modo tale da delineare il tipo di comunicazione che si vede mantenere in maniera ottimale, così da rendere gli spettatori partecipi, coinvolti e interessati.

Definire il budget

Quando si organizza una conferenza, è fondamentale fissare un budget massimo per l’evento. Occorre più esattamente definire una somma iniziale e adattarla agli obiettivi che si ritengono più importanti per poi arrivare a quelli che si considerano meno rilevanti. Il passo successivo consiste nel buttar giù una lista di quelli che saranno i costi. Una buona opzione per ottimizzare il budget, può essere quella di ricorrere a eventuali sponsor o finanziatori.

Ideare il concept

Si tratta una delle parti più creative e quindi più interessanti. All’atto pratico, occorre immaginarsi come sarà l’evento, partendo dagli obiettivi. Altrettanto importante è chiedersi cosa si aspettano i partecipanti all’evento. A questo punto si può procedere oltre, scegliendo il tema, il titolo e il contenuto da attribuire alla conferenza.

Scegliere la location

Nella fase di preparazione è necessario stabilire il numero di ospiti e, in base a questo, scegliere la location più idonea alle specifiche esigenze. In genere, le conferenze richiedono location di grandi dimensioni, con spazi idonei per allestire attrezzature e per consentire al pubblico di muoversi liberamente. È importante scegliere sempre una location che risulti facilmente raggiungibile, possibilmente anche con i mezzi di trasporto pubblici.

Preparare una conferenza: stabilire l’orario

In genere, le classiche conferenze si organizzano in orario lavorativo, quindi vanno possibilmente evitati i week end e le ore serali, a meno che non si tratti di un evento capace di richiamare pubblico a prescindere. Per tradizione, le conferenze aperte ai giornalisti si organizzano nella tarda mattinata tra le 10 e le 12. Questo consente ai giornalisti di testate cartacee di raccogliere le informazioni necessarie su cui verranno scritti gli articoli durante il pomeriggio. I telegiornalisti possono invece fare l’edizione del TG serale con le ultime notizie fresche di giornata.

Inviare gli inviti

Si tratta di un punto fondamentale. Esistono essenzialmente due modalità di invito per una conferenza. Nel caso in cui il numero di invitati sia ristretto è possibile scegliere opzioni offline, come a inviti cartacei. Se invece il numero di persone è piuttosto elevato, è preferibile utilizzare gli strumenti offerti dalla tecnologia, inviando gli inviti online tramite e-mail o newsletter.

Per le conferenze in cui si prevede la partecipazione di pubblico normale e non di settore, può risultare utile creare appositi eventi sui social, per poter richiamare con facilità l’attenzione di una vasta fetta di persone.

Indipendentemente dal fatto che l’invito sia online o cartaceo, è sempre importante curarne la forma oltre che il contenuto, tenendo ben a mente il messaggio e i valori che si desidera veicolare. Nell’invito è utile inserire una mappa con il percorso su come arrivare al luogo in cui si terrà la conferenza. È un dettaglio che risulterà molto apprezzato.

Come preparare lo zaino da viaggio

0

Estate: tempo di vacanze e di viaggi in solitaria o in buona compagnia. Ma prima di partire ci si può trovare con un piccolo impiccio da risolvere. Non tutti, infatti, amano preparare lo zaino da viaggio, non sapendo come sistemare le cose da portare. Nei prossimi paragrafi daremo allora qualche semplice dritta utile per cimentarsi nella preparazione di questo oggetto indispensabile in ogni viaggio, sia esso di piacere ma anche di lavoro.

Cosa è fondamentale portare in viaggio

Partiamo dalla base, ossia dall’elenco delle cose essenziali da portare in viaggio. Nel caso del vestiario, ovviamente, gli abiti variano a seconda della località di destinazione. Ci sono tuttavia degli indumenti che risultano imprescindibili in ogni tipologia di viaggio. Tra questi:

  • l’intimo per almeno una settimana;
  • un paio di T-Shirt comode;
  • due paia di pantaloni lunghi, leggeri nel caso in cui si vada in una meta calda;
  • un foulard da usare per proteggere gola e collo dal freddo e da eventuale aria condizionata;
  • un pigiama;
  • un cappello per proteggersi dal sole.

Tra le cose essenziali da portare in viaggio ci sono poi tutti i vari prodotti per l’igiene personale da inserire nel beauty-case che in genere è la cosa che incide di più sul peso dello zaino. Tra i prodotti indispensabili ci sono, ad esempio:

  • lo shampoo, preferibilmente solido perché più comodo;
  • il sapone per il corpo;
  • lo spazzolino da denti e il dentifricio,
  • la protezione solare;
  • il deodorante;
  • le salviette intime;
  • un pettine o una spazzola;
  • degli asciugamani.

È bene ricordare che, per risparmiare spazio prezioso, molti di questi prodotti necessari per l’igiene personale sono disponibili anche in comodi kit da viaggio o comunque in mini flaconi. Vale davvero la pena valutarli per ottimizzare il proprio zaino, rendendolo così più leggero.

Il phon va portato?

Il bagno di moltissimi ostelli e hotel è munito di phon. Ne consegue che questo utile elettrodomestico va portato con sé solo nel caso in cui non sia presente nella struttura in cui si andrà a soggiornare o solo se non si riesce proprio a farne a meno. Anche in questo caso, comunque, è meglio preferire un phon da viaggio in considerazione delle sue dimensioni ridotte.

Naturalmente nello zaino non vanno dimenticati altri prodotti di uso comune, in primis il caricatore per il cellulare. Nell’ipotesi in cui si viaggi all’estero è opportuno dotarsi anche di un adattatore per prese elettriche. In caso contrario, si corre il rischio di non poter ricaricare i propri dispositivi elettronici.

Come riempire lo zaino

Dopo aver selezionato tutto l’abbigliamento e i diversi accessori da portare in viaggio, arriva la parte più complicata: riempire lo zaino, cercando di distribuire il materiale in maniera efficiente.

Il primo trucco consiste nel disporre i vari oggetti in base al peso, suddividendoli per gruppi. I gruppi devono cioè essere composti indicativamente da oggetti di peso simile.
Una volta fatta questa suddivisione, occorre disporre ogni elemento in maniera appropriata. Per l’esattezza, quando si è in procinto di preparare uno zaino da viaggio è necessario disporre gli elementi più leggeri sul fondo dello stesso.

Gli oggetti più pesanti vanno invece collocati vicino alla schiena. Si tratta infatti del modo migliore per trasportare lo zaino senza fare troppa fatica. Mettendo per primi gli oggetti più pesanti, la schiena è sottoposta a uno sforzo maggiore che, a lungo andare, finisce per causare dolore. Il consiglio vale soprattutto quando si fanno viaggi a piedi, una forma di turismo sempre più diffusa.

Gli oggetti pesanti vanno invece riposti nell’area dello zaino corrispondente alla parte superiore della spina dorsale. In questo modo, il peso viene sostenuto soprattutto dai fianchi, piuttosto che in altre regioni del corpo. Una volta sistemato lo zaino, si è pronti per partire e per godersi pienamente il viaggio in ogni suo istante.

Che cosa fa un Personal Shopper

0

Fare shopping è una passione per molte persone. Non tutti sanno però che esiste persino una figura professionale dedicata a questa attività tipica del tempo libero. Stiamo parlando del Personal Shopper un vero e proprio consulente per gli acquisti. Una figura particolare che accompagna i propri clienti nello shopping, fornendo loro consigli su dove comprare ma anche su cosa comprare. Nei prossimi paragrafi conosceremo più da vicino questa professione.

Di cosa si occupa un Personal Shopper

Sintetizzando, una figura professionale come quella del Personal Shopper aiuta la propria clientela a fare shopping. Di primo acchito, sembrerebbe un lavoro semplice ma così non è, in realtà. Come tutte le professioni anche quella del Personal Shopper si basa su specifiche competenze. Un Personal Shopper deve innanzitutto capire chi è il cliente con cui si confronta, quali sono le sue esigenze e ciò che desidera realmente. Deve quindi possedere delle doti psicologiche che gli permettano di imparare a conoscere a fondo il proprio cliente.

Questa conoscenza si fonda anche sulla prassi di raccogliere il maggior numero di informazioni possibile, in modo tale da delineare lo stile di vita del cliente al fine di poterlo consigliare nel migliore dei modi.

Una volta approfondito questo aspetto, il Personal Shopper sfrutta la propria conoscenza di trend, Brand ma anche di negozi e di siti e-commerce per consigliare l’acquisto migliore al proprio cliente, con l’intento di soddisfare ogni sua necessità.

Si tratta di un servizio innovativo, al passo con i tempi, esclusivo e personalizzato che consente di ottimizzare l’esperienza di shopping, aiutando a goderla appieno in ogni suo singolo aspetto. Non a caso, l’obiettivo ultimo del Personal Shopper è di creare la migliore esperienza di acquisto possibile, per una completa soddisfazione da parte del cliente.

Altra caratteristica del Personal Shopper è una buona capacità imprenditoriale. Questa figura professionale deve saper costruire dei rapporti duraturi e deve saper curare il proprio portafoglio clienti. Deve inoltre essere in grado di gestire tutta la parte organizzativa e amministrativa: dalla stipula dei contratti fino alle collaborazioni con aziende e marchi di vario genere.

Come si fa a diventare Personal Shopper

Per diventare un buon Personal Shopper è necessario seguire dei corsi di formazione e di aggiornamento. I corsi sono necessari per approfondire e per apprendere tutte le competenze di cui si ha bisogno per svolgere una simile attività. Esistono anche specifici corsi online che si possono frequentare restando comodamente a casa propria.

Che tipo di opportunità di lavoro ci sono

Una figura come quella del Personal Shopper lavora generalmente come libero professionista a seguito dell’apertura di una partita IVA, operando come consulente per gli acquisti non sono nell’ambito fashion ma anche in settori quali i cosmetici e l’arredamento.

Spesso, tuttavia, un profilo di questo genere viene assunto direttamente nei negozi di un certo spessore, occupando più nello specifico un ruolo di Sales Assistant. La giornata di lavoro tipica è piuttosto flessibile ed è caratterizzata da una serie di appuntamenti. Per adattarsi alle preferenze e ai bisogni dei propri clienti, questa figura lavora spesso anche nei weekend e durante le festività, momenti in cui la gente fa shopping a pieno ritmo.

Quanto viene pagato un Personal Shopper?

Veniamo ora al lato economico. Quanto si guadagna svolgendo un lavoro di questo tipo? Nel nostro Paese, un Personal Shopper di medio livello può chiedere sui 150 euro per un pomeriggio di quattro o cinque ore trascorso con un cliente. A livelli più alti, questa figura può invece arrivare a chiedere anche 100 euro l’ora. All’estero è possibile guadagnare cifre più corpose. In linea generale, lo stipendio medio di un profilo professionale di questo genere varia comunque in base al livello di esperienza posseduto e al portfolio di clienti gestito.

Che cos’è il Car Sharing

0

Tra i trend che riguardano da vicino la mobilità, uno di quelli che si sta diffondendo con più rapidità è senza ombra di dubbio il Car Sharing. Questo tipo di mobilità riscontra successo in particolar modo nelle grandi realtà urbane e nella fascia di popolazione più giovane ma si sta pian piano ampliando ad altri contesti. Tuttavia, sebbene se ne senta parlare spesso, non tutti sono pienamente consapevoli di cosa si tratti. In questo articolo scopriremo allora che cos’è il Car Sharing, come funziona e che tipo di vantaggi offre a chi ne usufruisce abitualmente.

Definizione di Car Sharing

Quando si parla di Car Sharing si fa riferimento a una delle modalità alternative di muoversi in città. Volendo fare una traduzione del termine “Car Sharing” si può parlare di “auto condivisa”. All’atto pratico, si tratta un servizio di mobilità urbana che consente ai propri utenti di usare un veicolo su prenotazione, noleggiandolo per un periodo di tempo ridotto, pari a poche decine di minuti fino ad alcune ore, e pagando un corrispettivo in base all’uso effettivo che si fa del mezzo.

Un servizio come il Car Sharing permette ai cittadini di prenotare la vettura via Internet, tramite un’apposita App dedicata. Nel nostro Paese, l’uso del Car Sharing da parte degli utenti è iniziato indicativamente nel 2000, dapprima a Milano per poi diffondersi nelle principali città italiane da Nord a Sud: partendo da Torino fino a Palermo. Il Car Sharing prevede che le vetture da noleggiare siano sempre a disposizione dei cittadini che possono decidere di prenderle in qualsiasi momento della giornata per un breve lasso di tempo.

Come funziona il Car Sharing

In genere, l’accesso alle auto disponibili per il servizio di Car Sharing avviene tramite l’App di riferimento, scaricata sul proprio dispositivo mobile, come smartphone o tablet, o attraverso una tessera specifica. Dopo aver effettuato la registrazione con la società che offre il servizio, è sufficiente verificare via Internet se ci sono auto disponibili nelle proprie vicinanze. Nel caso in cui vi siano una vettura disponibile, selezionandola è possibile sapere quando tempo si necessita per raggiungerla muovendosi a piedi.

Se si sceglie di opzionarla, l’utente ha in genere quindici minuti di tempo per raggiungere l’auto, prima che si attivi in automatico la rispettiva tariffa, il cui prezzo è variabile da compagnia a compagnia, ma che si aggira generalmente intorno ai venticinque centesimi al minuto. Una volta arrivati alla vettura per aprirla, salire e iniziare a guidarla, è sufficiente avvicinare la propria tessera o lo smartphone al chip ubicato sulla vettura.

Dopo essere giunti a destinazione, basta invece trovare un parcheggio per lasciare la vettura, segnalando successivamente sull’App che si è concluso il suo utilizzo. A distanza di pochi momenti, l’utente riceve  una conferma della conclusione del noleggio nonché una notifica dell’avvenuto pagamento del servizio.

Vantaggi del Car Sharing

Il Car Sharing è un servizio molto flessibile che offre una serie di importanti vantaggi ai suoi utilizzatori. All’evidente beneficio dal punto di vista ambientale, correlato a una riduzione dell’inquinamento atmosferico, il Car Sharing affianca altri vantaggi per l’utente. Comporta innanzitutto una significativa diminuzione dei costi che derivano dal possedere un’auto di proprietà, da quelli di manutenzione a quelli per le tasse.

In secondo luogo, un servizio come il Car Sharing consente di usufruire nella maggior parte dei casi di un mezzo efficiente perché tenuto costantemente sotto controllo. In più, quando si utilizza il Car Sharing per muoversi in città si gode dell’ulteriore vantaggio di non dover pagare il parcheggio che in molti Comuni sta diventando via via più caro. Si tratta quindi di una ottima opzione per chi non deve utilizzare l’auto quotidianamente.