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Come mantenere pulito il parabrezza e quali pezzi sostituire più frequentemente

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Non c’è niente di più fastidioso, per non dire pericoloso quando guidi, che vedere una pletora di particelle di polvere e insetti morti schizzati su tutto il parabrezza e che disperdono la luce del sole. I tergicristalli spesso si guastano quando ne hai più bisogno, lasciando dietro di te strisce che causano solo più di un bagliore quando tutto ciò che cercavi era una visione cristallina della strada.

Quindi, ecco alcune cose che puoi fare per mantenere pulito il cristallo del parabrezza.

Sostituisci i tergicristalli

Niente dura per sempre, soprattutto la gomma. I tergicristalli in gomma di solito rimangono in condizioni utilizzabili per uno o due anni. Dopodiché, è il momento di sostituirli. Perché? Perché è la gomma che è costantemente esposta agli elementi esterni alla tua auto, in particolare al sole caldo e al vetro che sembra assorbire e irradiare la luce UV. Presto la spazzola di gomma non sarà conforme al vetro e invece si piegherà e si arriccerà, lasciando aloni e aree non pulite.

tergicristalli

Fonte immagine: www.autoparti.it

È possibile prevenire l’accumulo di sporco o sporcizia nei tergicristalli utilizzando occasionalmente un panno pulito imbevuto di alcol denaturato o acquaragia per pulire la lunghezza della lama. È anche un’ottima idea assicurarsi che il liquido del tergicristallo sia sempre pieno e non perda mai.

Prova diverse soluzioni di pulizia

Se sei un appassionato di auto probabilmente saprai già quale soluzione detergente ti piace usare, se sei più tipo da acqua e sapone o se preferisci affidarti ad un cocktail di più sostanze chimiche con soluzioni a base di ammoniaca, ogni opzione è quella giusta, basta che ti garantisca un risultato efficace. Se usi l’ammoniaca, fai attenzione che non tocchi altri materiali della tua auto, come i sedili in pelle o le ruote perché il rischio di abrasione è alto.

Lavare prima con acqua

Prima di aggiungere la soluzione detergente, prendi una spazzola morbida o anche un tira acqua a fondo piatto e strofina il parabrezza con acqua in linee orizzontali o verticali. Strofina leggermente. Lo stai facendo solo per ammorbidire lo sporco e prepararlo al sapone.

Dopo aver lavato con acqua, spruzza la soluzione che preferisci su uno straccio o un asciugamano, uno in microfibra se ce l’hai, e insapona. Fai movimenti grandi e ampi, lavorando da un lato all’altro, per i migliori risultati. Se non è perfetto la prima volta o trovi più sporco che non avevi visto prima, torna indietro e fallo di nuovo. Non c’è niente come un parabrezza lucido per completare l’aspetto pulito della tua auto.

Lasciare asciugare completamente il parabrezza

E adesso aspettiamo. Lascia che l’aria faccia la sua magia ed evapori tutti i liquidi rimanenti, lasciando un esterno lucido e cristallino.

Un’auto pulita aggiunge anche personalità alla persona che la possiede.

Un parabrezza è l’agente protettivo dell’auto, esso impedisce a elementi esterni come sporco e detriti sulla strada di entrare nell’auto. Se il parabrezza non è posizionato correttamente questi elementi indesiderati possono facilmente entrare nel veicolo e ferire i passeggeri. Proprio come il sistema immunitario del nostro corpo impedisce agli agenti estranei di causare danni, in modo simile il parabrezza dell’auto protegge l’auto così come i passeggeri. Ecco perché è imperativo avere un parabrezza ben montato, pulito e non scheggiato.

Una buona visibilità è importante per la sicurezza, ed è essenziale durante la guida su strada. Che sia di giorno o di notte, avere una visuale chiara durante la guida è molto importante. La chiara visibilità non si limita solo alla pulizia del parabrezza, ma anche alla verifica della presenza di piccole crepe che potrebbero essere di intralcio durante il viaggio. Se ti imbatti in piccole crepe sul parabrezza, è meglio farlo sostituire, poiché si dice giustamente prevenire è meglio che curare.

Quale scuola superiore scegliere

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La scelta della scuola superiore è piuttosto importante. Una volta ottenuto il diploma si può eventualmente cambiare percorso formativo, questo è vero. A ogni modo, la scuola superiore rappresenta comunque il primo passo per tessere la strada di quello che sarà con ogni probabilità il proprio futuro professionale. Avere le idee sufficientemente chiare non è così facile, considerata la giovane età in cui ci si trova a confrontarsi con questa decisione. In questo articolo, forniremo allora alcuni suggerimenti pratici su quale scuola superiore scegliere.

Quali sono i diplomi più richiesti

Per i ragazzi che amano studiare e non dimostrano particolari propensioni per una materia piuttosto che per un’altra una buona opzione, nel momento in cui si trovano a interrogarsi su quali scuola superiore scegliere, è quella di puntare sui diplomi maggiormente richiesti.

A oggi tra i diplomi più richiesti ci sono:

  • il diploma in servizi commerciali;
  • il diploma in costruzioni, ambiente e territorio;
  • il diploma di liceo socio-psico-pedagogico;
  • il diploma in perito meccanico;
  • il diploma in perito agrario;
  • il diploma da geometra;
  • il diploma da perito turistico.

Consigli per scegliere la scuola superiore: quando optare per il liceo

Non tutti i ragazzi tendono però a scegliere il proprio percorso formativo in base alle prospettive professionali future. I parametri su cui si basa la scelta possono in tali casi essere diversi. Se tra i desideri futuri c’è il progetto di frequentare l’Università è in genere preferibile iscriversi a un liceo. Le opzioni sono di vario tipo. Nel caso in cui si sia bravi con i numeri e le materie logiche l’ideale è optare per il liceo scientifico. Se si preferiscono le materie umanistiche, la scelta più idonea è certamente rappresentata dal liceo classico. Se si nutre la passione per le lingue straniere e si è attratti dalla multiculturalità, il liceo linguistico è certamente la scelta migliore.

Le scuole professionali

Nel caso in cui lo studente sia ancora nel dubbio se proseguire o meno con l’Università dopo aver ottenuto il diploma, è consigliabile scegliere un istituto superiore che può aprire la porta a entrambe le possibilità. Quindi, a seconda delle specifiche attitudini, ci si può iscrivere a ragioneria, a un istituto tecnico, a un istituto agrario o a una scuola professionale.

Se si aspira ad esempio a diventare cuoco o pasticcere, l’ideale è iscriversi a un istituto alberghiero, percorso formativo della durata minima di tre anni e massima di cinque anni. Nel caso specifico, già al termine del triennio, è possibile ottenere un diploma di studio professionale che permette di avviarsi al mondo del lavoro. Gli studenti che procedono per gli ulteriori due anni e superano l’esame finale conseguono invece un diploma di maturità con qualifica di tecnico dei servizi di ristorazione.

Nei casi in cui non si è sicuri di voler studiare per cinque anni, è sicuramente una buona scelta orientarsi su una simile opzione. In questo modo, nel momento in cui si avranno le idee più chiare, si potrà scegliere se proseguire fino al diploma o se fermarsi prima, ottenendo comunque una qualifica utile ai fini professionali.

Non ostacolare passioni, attitudini e aspirazioni

Ovviamente nel momento in cui uno studente si accinge a scegliere la scuola superiore è opportuno che segua anche le proprie passioni, le proprie aspirazioni e le proprie attitudini. Si tratta di una fase importante che può influenzare, e non di poco, il resto della vita. È quindi importante che i genitori diano dei consigli mirati ma che lascino piena libertà ai propri figli, evitando di spingerli ad abbracciare percorsi che non sono loro consoni.

Il suggerimento per i genitori è perciò quello di intavolare delle discussioni sane e costruttive con i propri figli, permettendo però loro di iscriversi a una scuola superiore che poi frequenteranno volentieri.

Come diventare naturopata

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Da diversi anni a questa parte sta crescendo il numero di professioni correlate all’ambito del benessere psicofisico e dei rimedi naturali. Tra le figure che operano in tal senso rientra anche quella del naturopata. Si tratta di una professione che non può essere paragonata a quella di un medico dato che il naturopata non può compiere diagnosi, curare eventuali patologie né prescrivere medicinali. Il naturopata, tuttavia, aiuta le persone a prevenire e a migliorare eventuali disturbi facendo ricorso a rimedi naturali. Che tipo di percorso occorre intraprendere per abbracciare questo mestiere? Nei prossimi paragrafi scopriremo come diventare naturopata.

Che cos’è la Naturopatia

La Naturopatia o medicina naturopatica è un insieme di pratiche di medicina alternativa il cui scopo è di educare alla salute e di contribuire al ripristino del benessere degli individui. Questa disciplina non entra in competizione con la medicina “ufficiale” ma collabora con essa.

La Naturopatia non è finalizzata a effettuare diagnosi e terapia delle patologie specifiche ma il suo fine è quello di favorire il benessere e l’autoguarigione mediante interventi di riequilibrio e di disintossicazione oltre che attraverso l’ausilio di rimedi naturali.

Le pratiche naturopatiche possono essere molto varie e includono massaggi, riflessologia plantare, idroterapia, floriterapia, climatoterapia, aromaterapia e diverse altre discipline.

Diventare naturopata: l’iter formativo da seguire

Il percorso formativo che permette di diventare naturopata dura sui tre o quattro anni. Per raggiungere l’obiettivo si possono frequentare specifici corsi e seminari organizzati da scuole specializzate o in alcuni Atenei italiani.

In genere, per conseguire il diploma da naturopata si richiede un minimo di 1.600 ore di didattica, a cui si affiancano delle ore destinate alla pratica. Una adeguata formazione deve infatti permettere di raggiungere una sufficiente e idonea cultura nelle materie di base, di acquisire le conoscenze necessarie a mettere in atto un approccio professionale, di possedere un’approfondita conoscenza in materia naturopatica.

Cosa si può fare con un diploma di naturopata

Una volta ottenuto il diploma di naturopata diviene possibile operare come consulente nell’ambito del benessere, degli stili di vita, dell’educazione alla salute e della prevenzione primaria. La figura del naturopata non deve però invadere il campo di altri professionisti già operanti nel settore della Salute.

La figura professionale del naturopata può essere impiegata:

  • come consulente in uno studio privato a seguito di apertura di partita IVA;
  • in studi associati, accanto ad altri operatori del settore, prestando la propria consulenza in contesti quali palestre, centri di estetica, centri benessere, centri termali, erboristerie, farmacie, parafarmacie e negozi di alimenti biologici.

Chi si rivolge a questa figura professionale

In genere le persone si rivolgono a una figura professionale come quella del naturopata quando hanno un particolare disturbo in modo da ottenere un aiuto ulteriore da affiancare alle terapie e alle cure mediche che sta seguendo.

Il naturopata è un professionista utile anche nei casi in cui non si hanno particolari malattie in corso ma si stanno affrontando momenti di particolare stress, di spossatezza, di stanchezza a causa di uno stile di vita scorretto o eccessivamente frenetico che finisce inevitabilmente per provocare malessere fisico o psichico.

Quanto guadagna un naturopata

Lo stipendio medio di un naturopata si aggira intorno ai 1.350 euro netti al mese per un totale di circa 24.300 euro lordi all’anno. Come accade con altre professioni, il livello di salario varia anche in base all’esperienza e, nel caso di professionisti con partita IVA, a seconda del numero di collaborazioni e di consulenze effettuate nell’arco del mese o dell’anno.

In genere la retribuzione di un naturopata può tuttavia partire da uno stipendio minimo di 700 euro netti al mese. Lo stipendio massimo può invece superare i 2.000 euro netti al mese.

Come iniziare a fare trekking

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Stare a contatto con la natura è una delle esperienze più belle in cui possiamo immergerci. Un’opportunità che, tra l’altro, ci offre una serie di importanti benefici tanto fisici quanto mentali. Il trekking rappresenta senza ombra di dubbio una delle modalità migliori per sfruttare appieno il grado di benessere che ci dona la natura. Impratichirsi con questa attività comporta però un minimo di allenamento. Per i meno esperti, nei prossimi paragrafi vedremo allora come iniziare a fare trekking.

Puntare sulla preparazione fisica

Tanto che si intraprenda una camminata di poche ore quanto una escursione di lunga durata che può persino estendersi su diversi giorni, per fare trekking occorre avere una preparazione fisica idonea. Il modo migliore per allenarsi, riuscendo con il passare del tempo a raggiungere distanze maggiori, è quello di cimentarsi gradualmente in percorsi via via più difficoltosi, sia a livello di durata sia a livello di difficoltà. In principio si farà un po’ di fatica. Man mano che si andrà avanti con l’allenamento ci si renderà tuttavia conto dei progressi fatti, percependo un crescente senso di benessere psico-fisico.

Come impratichirsi con il trekking

Uno dei segreti più rilevanti per impratichirsi con il trekking consiste nell’imparare ad ascoltare il proprio corpo. Ogni nuovo itinerario percorso diviene l’occasione per mettersi alla prova, capendo quali sono i propri limiti e come riuscire a oltrepassarli. Mentre ci si allena è importante evitare di sforzarsi, soprattutto quando si è alle prime armi.

Altrettanto utile risulta imparare a modulare la velocità. Per chi si avvicina al trekking per la prima volta è opportuno iniziare con passo lento, senza sottoporsi a sforzi eccessivi, andando poi ad aumentare la velocità ma solo se si riesce a sostenerla. L’obiettivo deve essere sempre quello di arrivare a fine escursione senza fiatone e senza essere troppi stanchi.

Durante l’uscita è inoltre opportuno concedersi della pause e idratarsi adeguatamente, bevendo acqua da portare sempre con sé.

Consigli pratici per fare trekking

Se non si vuole incappare in difficoltà che potrebbero rovinare le uscite di trekking è opportuno seguire alcune semplici accortezze.

Informarsi sul percorso

Quando si sta per intraprendere un itinerario è importante informarsi con esattezza sul tipo di cammino con cui ci si confronterà. È ad esempio utile conoscerne la durata, le difficoltà, la presenza o meno di rifugi o bivacchi e ogni altra informazione ritenuta utile per affrontare l’escursione senza alcuna problematica.

Verificare il meteo

Prima di incamminarsi è poi essenziale sapere quale sarà il meteo previsto. Controllare le previsioni del tempo consente di pianificare l’itinerario, di scegliere con attenzione l’abbigliamento da indossare e di decidere cosa mettere nello zaino. In generale, soprattutto se ci si reca in montagna, è bene portare con sé indumenti e accessori per ripararsi da freddo, vento e pioggia. In quota, i cambiamenti delle condizioni meteo sono spesso repentini oltre che imprevisti.

Scegliere l’attrezzatura adatta

Fondamentale è in tal senso la scelta dell’attrezzatura. Un occhio di riguardo va rivolto in particolar modo alle scarpe da trekking che devono essere nel contempo comode e robuste. Anche le calze vanno selezionate con cura. Durante l’escursione, utilizzare gli appositi bastoni da trekking può essere di grande aiuto per mantenere l’equilibrio e per affrontare le discese senza gravare troppo sulle articolazioni.

Attenzione alle uscite in solitaria

Ultimo ma non meno importante, soprattutto quando si è alle prime esperienze, è consigliabile uscire in compagnia evitando le camminate in solitaria. Nel caso in cui si propenda per le escursioni in solitaria, è importante avvisare sempre qualcuno della meta prescelta. Questa accortezza serve per essere più facilmente rintracciabili nel caso di infortunio o di altri eventuali incidenti di percorso che richiedano un intervento di soccorso.

Sotto questo punto di vista anche la tecnologia può essere di aiuto all’escursionista, a prescindere dal suo livello di preparazione. Esistono infatti specifiche App per la sicurezza e il soccorso da scaricare sui propri dispositivi mobile, come smartphone e tablet.

Che cos’è la PEC

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Se ne sente parlare spesso e il suo utilizzo ha conosciuto una crescente diffusione da alcuni anni a questa parte, soprattutto in ambito professionale ma non solo. Ci riferiamo alla PEC. Sebbene siano molte le persone dotate di questo strumento, non tutti sanno però di cosa si tratti nello specifico e a cosa a serva. Nei prossimi paragrafi scopriremo allora insieme che cos’è la PEC e qual è il suo utilizzo nella vita di ogni giorno.

Definizione di PEC

La PEC, acronimo che sta per Posta Elettronica Certificata, è un particolare servizio di posta elettronica che utilizza i protocolli standard della posta elettronica tradizionale, permettendo nel contempo di confermare l’invio da parte del mittente e la ricezione del messaggio nella casella di posta del destinatario. Questa caratteristica consente di attribuire valore legale alla e-mail inviata, proprio come se si trattasse di una classica raccomandata con ricevuta di ritorno.

A cosa serve la Posta Elettronica Certificata

La PEC serve per la trasmissione di messaggi in formato elettronico dei quali si desideri ricevere la certezza di recapito e di integrità. I messaggi possono contenere qualsiasi tipo di informazione oltre che di allegato. Possedendo lo stesso valore legale di una tradizionale raccomandata con ricevuta di ritorno, la Posta Elettronica Certificata consente l’opponibilità a terzi dell’avvenuta consegna.

Chi può usarla

La PEC può essere utilizzata da chiunque sia titolare di una casella di Posta Elettronica Certificata: dai cittadini privati alle aziende, passando per la Pubblica Amministrazione e per i liberi professionisti.

Per chi è obbligatoria

La Legge 2/2009 ha imposto l’obbligo di uso della PEC a società, aziende, ditte individuali che si iscrivono al registro delle imprese, a professionisti iscritti all’albo per comunicare con quest’ultimo o con i colleghi, e alle Pubbliche Amministrazioni.

Tutti i professionisti (avvocati, giornalisti, psicologi, geometri e via dicendo) hanno l’obbligo di comunicare il rispettivo indirizzo PEC all’ordine al quale sono iscritti. Non è invece obbligatorio, seppur consigliato, aprire la Posta Elettronica Certificata per i lavoratori autonomi con partita IVA in regime forfettario o dei minimi. Nel caso specifico, i lavoratori preferiscono comunque avvalersi della PEC per avere una maggiore certezza nelle proprie comunicazioni, considerato il valore legale posseduto dallo strumento.

Quanto costa avere la PEC

Da ormai diversi anni, a differenza di quanto accade con la posta elettronica tradizionale, non è possibile disporre di un indirizzo di Posta Elettronica Certificata in modo gratuito. Per poter aprire e avere una PEC è quindi necessario pagare un canone che può essere su base mensile, annuale, biennale o triennale.

Per procedere con l’attivazione di una casella di Posta Elettronica Certificata è necessario fare riferimento a uno dei diversi provider che offrono questo tipo servizio. Fortunatamente, il canone di una casella PEC è generalmente molto basso e, in linea di massima, si aggira intorno a una decina di euro all’anno. Il prezzo rende così accessibile il servizio di Posta Elettronica Certificata praticamente a chiunque desideri utilizzarlo o sia comunque obbligato ad avere una PEC per motivi di carattere lavorativo.

Vantaggi di avere una PEC

Come accade con gran parte dei servizi, possedere una casella di Posta Elettronica Certificata garantisce alcuni vantaggi. Tra i più significativi rientra quello di proteggere il contenuto delle proprie email. Con la Posta Elettronica Certificata si ha infatti la certezza che né i messaggi, né gli allegati possono essere modificati. Il contenuto originale arriva sempre integro a destinazione.

Tutti gli indirizzi PEC, per di più, sono verificati e con valore legale di rappresentanza di istituzioni, società, enti, società e persone fisiche. L’identità di chi invia e di chi riceve è quindi sempre garantita. Come ulteriore plus, grazie agli avanzati sistemi di sicurezza antivirus e antispam forniti dai provider, le comunicazioni ufficiali sono sempre messe al riparo da minacce o da intrusioni indesiderate.

Come diventare archeologo

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L’archeologia è una vera e propria scienza che studia le civiltà e le culture del passato, attraverso la raccolta, la documentazione e l’analisi delle tracce materiali che hanno lasciato. A occuparsene è l’archeologo, una figura ben specializzata che per svolgere la propria professione si avvale di tecniche, di procedure e di strumenti ben precisi. Alla base di questa figura che al giorno d’oggi opera per musei, università ed enti di ricerca pubblici o privati, vi è un apposito percorso formativo. Nei prossimi paragrafi, scopriremo allora insieme come diventare archeologo.

Che cosa fa l’archeologo

Quello dell’archeologo è un mestiere molto affascinante che richiede una approfondita preparazione e un’altrettanta ampia cultura. Di cosa si occupa un archeologo nello specifico?

Le principali attività in cui è richiesta la presenza di una figura come quella dell’archeologo sono:

  • ricerche che includono documentazione grafica, in cui è previsto anche l’intervento di altre figure professionali come geometri, architetti e fotografi;
  • scavi terreni o subacquei programmati in genere da organizzazioni quali Sopraintendenza ai Beni Archeologici, enti universitari, CNR ma anche da enti e fondazioni private:
  • catalogazione dei reperti in base a metodologie scientificamente condivise.

La professione dell’archeologo può essere svolta:

  • nel settore pubblico, per conto della Sopraintendenza ai Beni Archeologici, di Università, di enti locali e di enti di ricerca pubblici come il CNR. Nel caso specifico è previsto il superamento di concorso pubblico;
  • nel settore privato, in ambito didattico e divulgativo ma anche per attività quali scavi e catalogazione.

A differenza di altri mestieri, come l’avvocato, il giornalista o il medico, nel nostro Paese la professione di archeologo non è regolamentata a livello normativo e non esiste un albo dedicato a questa figura.

Diventare archeologo: il percorso formativo

Per abbracciare la professione di archeologo, è molto importante scegliere un percorso universitario mirato. È tuttavia altrettanto importante possedere determinate caratteristiche o svilupparle, come ad esempio avere capacità investigative per fare ricerche approfondite o essere propensi a lavorare in team e non in solitaria.

Per poter diventare archeologo, il primo passo consiste nell’ottenere un diploma di scuola superiore. Se si hanno le idee ben chiare a riguardo fin dalla più giovane età, l’ideale è iscriversi a una scuola con formazione classica, nello specifico il Liceo classico che può già fornire una solida base culturale per gli studi universitari successivi.

Ottenuto il diploma di scuola superiore, è necessario conseguire un diploma di laurea triennale. Con le nuove specializzazioni universitarie sono state istituite delle specifiche lauree triennali in archeologia oltre a dei corsi a ciclo unico.

Dopo aver completato la laurea triennale, è possibile continuare il percorso specializzandosi in archeologia. In questo modo si possono approfondire ulteriormente le conoscenze per diventare archeologo, acquisendo un bagaglio di competenze più ampio e maggiormente dettagliato.

Dove studiare archeologia in Italia

I principali Atenei che in Italia propongono percorsi di studi dedicati all’archeologia sono l’Università di Torino, La Sapienza di Roma, l’Alma Mater di Bologna, l’Università di Siena e l’Università Ambrosiana di Milano.

Qualità di un archeologo

Oltre alle competenze acquisibili mediante il percorso formativo, un archeologo deve possedere una serie di qualità tra cui:

  • la capacità di comprendere testi scritti;
  • una forte adattabilità;
  • la capacità di ascolto e di apprendimento;
  • ottime capacità di problem solving;
  • un buon senso critico;
  • la capacità di monitorare il proprio lavoro e quello altrui;
  • competenza nello scegliere e nell’utilizzare gli strumenti giusti.

Quanto guadagna un archeologo

In Italia, lo stipendio medio di un archeologo si aggira sui 1.470 euro netti al mese, pari a circa 26.800 euro lordi all’anno. Nei primissimi tempi di esperienza professionale,
la retribuzione di un archeologo può partire da uno stipendio minimo di 740 euro netti al mese. Lo stipendio massimo può invece superare i 2.400 euro netti al mese.

Come studiare velocemente

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Studiare comporta necessariamente tempo e un certo grado di fatica. Spesso, tra l’altro, soprattutto con l’approssimarsi di interrogazioni o esami, sorge l’esigenza di dover studiare grandi quantitativi di materiale, in molti casi persino di argomenti diversi. In situazioni del genere può essere allora estremamente utile velocizzare i tempi di studio. Ma non sempre è così facile se si vuole mantenere comunque un buon livello di preparazione per affrontare in modo adeguato le varie prove scolastiche e universitarie. In questo articolo vedremo allora alcune strategie per studiare velocemente, cercando di ottenere a ogni modo un buon risultato.

Studiare velocemente con la pre-lettura

Una buona prassi da seguire per imparare a studiare velocemente consiste nell’effettuare una pre-lettura del materiale e dei libri oggetto di studio. Come funziona una simile strategia all’atto pratica? Ancor prima di immergersi nella fase di studio vera e propria occorre iniziare a familiarizzare con gli appunti, il libro di testo o il diverso materiale. Per farlo, bisogna:

  • prima di tutto leggere rapidamente l’indice del capitolo;
  • sfogliare le pagine del capitolo su cui si deve focalizzare l’attenzione, in modo da avere un primo approccio con la sua struttura;
  • leggere i titoli delle diverse sezioni;
  • leggere il primo e l’ultimo paragrafo di ogni sezione.

Una volta compiuta questa analisi che permette di avere una visione di insieme su quello che è l’argomento del capitolo da affrontare, occorre capire quali sono i concetti chiave che si andranno ad apprendere e, soprattutto, se il materiale è davvero necessario per la propria preparazione. Avendo chiaro in mente il da farsi, si riuscirà a capire quanto tempo dedicare effettivamente al capitolo preso in esame, ottimizzando così lo studio.

Semplici metodi per studiare velocemente

Per studiare velocemente mantenendo comunque elevato il livello di quanto appreso, è essenziale saper organizzarsi ed evitare ogni distrazione, in primis l’uso dello smartphone, nemico per eccellenza dell’attenzione.

Ecco alcuni semplici quanto efficaci consigli per studiare velocemente ma in modo efficace:
cercare di studiare in un ambiente tranquillo, ben ordinato e illuminato, quindi capace di

  • favorire la concentrazione;
  • leggere una prima volta il materiale, cercando di cogliere i concetti chiave;
  • sottolineare ed evidenziare le parti più importanti;
  • fare dei riassunti e delle sintesi;
  • schematizzare i concetti;
  • ripetere, iniziando con un linguaggio più semplice e perfezionando l’esposizione con l’utilizzo dei termini appropriati nelle fasi di studio successive.

Creare mappe mentali

Le mappe mentali sono uno tra i metodi più utili per studiare velocemente e con attenzione, evitando nel contempo di imparare a memoria. Oltre a ottimizzare le tempistiche necessarie per lo studio, la creazione di mappe mentali aiuta ad aumentare il grado di concentrazione su un specifico argomento.

Ma come si creano le mappe mentali? Una volta presa visione del materiale da studiare è necessario:

  • prendere un foglio di carta oppure aprire un file word sul computer;
  • scrivere l’argomento principale al centro all’interno di un cerchio;
  • creare le diverse diramazioni corrispondenti ai vari argomenti in senso orario e circolare intorno a quello che è il tema principale;
  • scrivere le parole chiave indicate progressivamente nel materiale da studiare nei rami e nei sotto-rami della mappa;
  • per stimolare la memoria visiva, aggiungere eventualmente delle immagini a seconda degli specifici argomenti affrontati.

La mappa mentale è uno strumento di studio particolarmente utile perché permette di avere una visione d’insieme sull’argomento con cui ci si deve confrontare. Consente inoltre di collocare i diversi argomenti in un ordine esatto, cosa che aiuta ad affrontare interrogazioni ed esami in modo più ordinato ed efficace.

In presenza di testi molto complessi e di una certa lunghezza, la cosa migliore da fare è organizzare tutto il materiale in diverse mappe, una per ogni capitolo o una per ciascun argomento da affrontare. Con questa strategia si riesce così a studiare velocemente ma comunque in maniera approfondita, senza tralasciare concetti importanti.

Come migliorare la memoria

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La nostra mente è sottoposta ogni giorno a una moltitudine di sollecitazioni. Sono tanti gli stimoli, le cose da fare, quelle con cui ci si confronta e anche quelle da ricordare. Dal fatto di rammentare dove si sono ad esempio lasciate le chiavi della macchina fino alla necessità di ricordare password, codici e PIN che si devono utilizzare per le esigenze più svariate. Non tutti sono però dotati di una buona memoria. Ciò si deve spesso al livello eccessivo di stress a cui è sottoposta quotidianamente la nostra mente. Si può comunque correre ai ripari, cercando di migliorare la memoria con diverse misure da mettere in atto. Accortezze, tutto sommato semplici da realizzare, che possono comunque risultare efficaci nella maggior parte dei casi. Nei prossimi paragrafi ne scopriremo alcune.

Strategie per migliorare la memoria: la Mindfulness

Con un minimo di pratica e di impegno è possibile riacquisire attenzione, lucidità e concentrazione, riuscendo così a migliorare la memoria. Ma quali strategie si possono intraprendere per raggiungere l’obiettivo? Un’ottima attività che può favorire concentrazione e memoria è ad esempio rappresentata dalla pratica di esercizi di Mindfulness.

Per chi non lo sapesse la Mindfulness è una disciplina articolata sulla meditazione. Si tratta di un allenamento fondato su esercizi specifici che coinvolgono il corpo e l’attenzione. La pratica ruota attorno a due concetti fondamentali: quello di consapevolezza e quello di concentrazione. Scopo della Mindfulness è di raggiungere uno stato di consapevolezza di sé, dei propri pensieri e delle proprie emozioni nel qui ed ora, in modo intenzionale ma distaccato e in maniera non giudicante.

Il fatto di concentrare la massima attenzione su cose realmente importanti permette di non essere distratti da dettagli poco significativi e consente anche di mettere in secondo piano i pensieri meno urgenti. Gli esercizi praticati con la Mindfulness aiutano così anche a ottimizzare la memoria.

Migliorare la memoria con la musica

Non tutti lo sanno ma anche ascoltare musica può essere d’aiuto per migliorare la memoria. La musica assicura infatti svariati benefici al nostro organismo, in primis quello di alleviare lo stress. È inoltre in grado di promuovere l’apprendimento e la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di adattarsi. In tal senso, l’ascolto della musica costituisce una buona attività per ottimizzare la memoria.

Semplici trucchi per ottimizzare la nostra memoria

Esistono molte altri trucchi per allenare la memoria. Tra le misure da mettere in atto risulta ad esempio utile:

  • ripetere le informazioni più importanti ad alta voce;
  • cercare di concentrarsi su una sola cosa alla volta;
  • imparare a creare associazioni mentali;
  • scrivere il più possibile;
  • prendere appunti;
  • risolvere enigmi;
  • dedicarsi a giochi di strategia;
  • fare attività fisica regolare;
  • cercare di riposare bene, dormendo almeno otto ore ogni notte.

Anche camminare aiuta a migliorare la memoria e in generale incrementa le prestazioni del cervello. A porlo in evidenza sono numerosi studi scientifici.

Altro toccasana per favorire la nostra memoria è la buona abitudine di immergersi nella natura. A porlo in rilievo è ancora una volta la scienza. Secondo uno studio condotto dal Professor Marc G. Berman e da alcuni colleghi dell’Università del Michigan, in America, la memoria a breve termine può essere migliorata del 20% camminando nella natura o anche solo guardando un’immagine di un paesaggio naturale.

Per giungere a questa conclusione gli esperti hanno assegnato a dei volontari che hanno preso parte alla ricerca un compito che prevedeva la ripetizione in ordine inverso di sequenze numeriche. Dopo aver eseguito il compito, i volontari sono stati suddivisi in due gruppi. Un gruppo è stato inviato a fare una passeggiata in un bosco, mentre il secondo in una strada cittadina trafficata. Di ritorno dalla camminata tutti i partecipanti sono stati sottoposti a un test per valutare la loro memoria. Dai risultati è emerso che chi aveva camminato a contatto con la natura evidenziava un 20% di prestazioni mnemoniche in più rispetto a chi aveva passeggiato tra le vie cittadine.