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Come diventare veterinario

La vera passione per gli animali può tramutarsi in un lavoro di grande interesse a cui ambiscono molte persone. Ci riferiamo alla professione di veterinario, una figura essenziale per il benessere di cani, gatti e non solo. In questo articolo scopriremo tutti i vari passaggi del percorso da intraprendere per poterlo diventare.

Iscriversi al Corso di Laurea in Medicina Veterinaria

Per diventare veterinario il primo obiettivo da raggiungere consiste nel conseguire la Laurea magistrale a ciclo unico in Medicina Veterinaria. L’accesso al corso di Laurea è subordinato al superamento di un test di ammissione. L’obiettivo che si prefigge il periodo formativo presso l’Università è quello di fornire all’aspirante veterinario un bagaglio di competenze teorico-pratiche che saranno poi utilizzate al momento della sua operatività.

Il corso di Laurea in Medicina Veterinaria ha la durata di cinque anni. Nei primi quattro anni sono impartite discipline obbligatorie e comuni per tutti gli studenti. Il quinto anno è invece organizzato in moduli professionalizzanti.

Le materie che si approfondiscono nella Facoltà di Medicina Veterinaria sono prevalentemente legate alla medicina del mondo animale. Per una competenza più ampia, il veterinario è comunque tenuto a conoscere anche le basi della medicina umana.

Prepararsi al test di Veterinaria

Come per tutte le facoltà inerenti l’ambito medico, anche la selezione per il corso di Laurea magistrale in Medicina Veterinaria è piuttosto difficile. In genere, la prova di ammissione si svolge nel mese di settembre, prima dell’inizio del nuovo anno accademico.

I posti disponibili per Veterinaria, stabiliti dal bando del Ministero dell’Istruzione (MIUR), sono ridotti. Trattandosi di una Facoltà a numero chiuso, per poter superare la prova di ammissione è opportuno prepararsi adeguatamente, studiando diverse materie di carattere scientifico come biologia, chimica, fisica e matematica. Occorre inoltre esercitarsi con vari tipi di quesiti di logica e di cultura generale, imparando a rispondere il più rapidamente possibile.

Il test di ammissione a Veterinaria è infatti composto da 60 domande che sono suddivise nella seguente maniera:

  • 12 quesiti di cultura generale;
  • 10 quesiti di logica;
  • 6 quesiti di fisica e matematica;
  • 16 quesiti di chimica;
  • 16 quesiti di biologia.

Il test di ammissione è a scelta multipla e ha una durata di 100 minuti.

Diventare veterinario: l’abilitazione

Una volta ottenuto il Diploma di Laurea, per poter esercitare, l’aspirante veterinario deve superare lo specifico Esame di Stato abilitante. Solo il superamento di questo esame consente infatti di iscriversi all’ordine veterinario della FNOVI (Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani). A differenza di altri ordini professionali, per poter sostenere l’esame abilitante non è previsto alcun obbligo di svolgere periodi di praticantato.

Dopo aver ottenuto l’abilitazione, il neo veterinario è pronto per iniziare ufficialmente la sua carriera, lavorando come libero professionista o come dipendente all’interno di strutture sia pubbliche sia private.

Che cosa fa il veterinario

Diventare veterinario permette di svolgere diverse mansioni. I compiti di questo professionista variano quindi in base al campo specifico in cui opera. Tra le sue principali attività si possono tuttavia annoverare:

  • la prescrizione di esami, di terapie farmacologiche e di analisi veterinarie;
  • l’esecuzione di controlli igienico-sanitari nella produzione di alimenti di origine animale;
  • la consulenza in tema di prevenzione, di benessere e di nutrizione degli animali;
  • l’esecuzione di sterilizzazioni, di prelievi e di vaccinazioni;
  • lo svolgimento di ispezioni negli allevamenti;
  • il rilascio di certificati;
  • la diagnosi di malattie.

Il veterinario svolge inoltre un ruolo fondamentale nella prevenzione delle malattie che vengono trasmesse all’uomo dagli animali.

Quanto guadagna in media un veterinario

La retribuzione di questa figura professionale può partire da uno stipendio minimo di 10.000 euro lordi all’anno. Lo stipendio massimo può invece superare i 200.000 euro lordi all’anno. Lo stipendio medio di un veterinario è comunque di circa 38 mila euro lordi all’anno, corrispondenti a 1.950 euro netti al mese.

Anche nel 2021 gli italiani preferiscono investire a Dubai

ROMA (ITALPRESS) – Mentre nell’estate 2020 in Italia veniva dato il bonus vacanze, gli Emirati Arabi Uniti prendevano delle ragionevoli precauzioni restrittive a fronte di quella che sarebbe stata la ripartenza economica prevista per il 2021, anche legata a Dubai EXPO.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, la seconda ondata di coronavirus ha annientato definitivamente l’economia italiana già vacillante, invece gli Emirati (in particolare Dubai, capitale turistica indiscussa del golfo persico) hanno festeggiato l’anno nuovo con il sold out degli hotel e appartamenti vacanzieri, facendo oltretutto un grosso investimento mantenendo aperte le linee aeree dirette con la compagnia Fly Emirates da Milano, Roma e Bologna.
Tuttavia la seconda ondata di Coronavirus anche a Dubai, specialmente nel mese di febbraio 2021, ha registrato un picco sostanziale di contagi, gestiti parzialmente con la campagna di vaccinazione gratuita per i residenti, che attualmente è stata somministrata al 50% della popolazione.
A segnalarlo è la Falcon Advice con sedi in Italia e Dubai, che da anni aiuta le aziende italiane a costituire società a Dubai attraverso le famose free zone, aree speciali dove non si pagano tasse.
Ma come si fa ad aprire una società a Dubai? E quali sono le tendenze del 2021 per chi decide di investire a Dubai?
La Falcon è diventata un punto di riferimento per quanto riguarda l’analisi dei trend da e verso Dubai, grazie alle recensioni positive da parte di clienti soddisfatti che in tutti questi anni hanno deciso di investire a Dubai.
“Questo è uno dei nostri doveri – espone il CEO di Falcon Advice, Daniele Pescara – fornire gli strumenti ai nostri clienti e applicare delle soluzioni “chiavi in mano” a fronte delle esigenze di mercato”.
“L’anno scorso, abbiamo riscontrato un +200% di richieste nei primi 4 mesi del 2020 rispetto ai primi 4 del 2019 – continua Pescara – attualmente, considerando i dati elaborati dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre, le stime di chiusura del bilancio sull’andamento medio del fatturato 2020 delle aziende presenti nel territorio italiano sono pericolosamente eloquenti:
– agenzie di viaggio e tour operator -73,2 per cento;
– attività artistiche, palestre, piscine, sale giochi, cinema e teatri -70 per cento;
– alberghi e alloggi -53 per cento;
– bar/ristoranti -34,7 per cento;
– noleggio e leasing operativo -30,3 per cento;
– commercio/riparazione di autoveicoli e motoveicoli -19,9 per cento.
In termini assoluti, la perdita di fatturato più importante ha interessato il commercio all’ingrosso (-44,3 miliardi di euro).
Seguono il commercio/riparazione di auto e moto (-26,8 miliardi) i bar e i ristoranti (-21,3 miliardi di euro), le attività artistiche, palestre, sale giochi, cinema e teatri (-18,3 miliardi), il commercio al dettaglio (-18,2 miliardi), gli alberghi (-13,9 miliardi), le agenzie di viaggio e i tour operator (-9,3 miliardi)”.
“I dati sono espliciti – conclude il CEO di Falcon Advice, Daniele Pescara – la nostra azienda grazie alla reputazione consolidata e alle recensioni positive da parte del mercato è divenuta un vero e proprio osservatorio oltre confine, pertanto le nostre previsioni al temine del primo quadrimestre del 2021 sono di un ulteriore aumento di richieste di aperture societarie rispetto al 2020”.
(ITALPRESS).

Che cos’è il GDPR

Se ne sente parlare spesso ma non necessariamente si hanno idee ben chiare a riguardo. Ci riferiamo al GDPR, un regolamento che interessa da vicino le aziende, il mondo del web e non solo. In questo articolo cercheremo di fare un po’ di luce sul tema.

Cosa significa GDPR

La sigla GDPR sta per General Data Protection Regulation, ovvero Regolamento generale sulla protezione dei dati. Con questo termine si indica un regolamento europeo che disciplina le modalità in cui le aziende e le altre organizzazioni trattano i dati personali e la privacy. Il GDPR rappresenta il provvedimento più significativo che nell’ultimo ventennio è stato emanato in materia di protezione dei dati. Il regolamento è stato adottato nell’aprile del 2016, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 4 maggio 2016 ed è entrato in vigore il 24 maggio dello stesso anno con operatività partire dal 25 maggio 2018.

Finalità del GDPR

Gli obiettivi principali del GDPR consistono nel restituire ai cittadini il controllo dei propri dati personali, semplificando nel contempo il contesto normativo che riguarda gli affari internazionali attraverso l’armonizzazione dei vari regolamenti sulla protezione dei dati in tutta l’Unione Europea.

Si tratta di un vero e proprio regime di protezione dei dati esteso a tutte le imprese e le organizzazioni che gestiscono dati dei residenti europei. IL GDPR facilita così l’osservanza dei vari regolamenti da parte delle aziende e delle organizzazioni non europee.

All’atto pratico, quindi, il Regolamento generale sulla protezione dei dati ha uniformato le leggi europee in materia di protezione dei dati, con lo scopo di garantire ai residenti dell’UE una maggiore protezione dei propri dati personali.

A chi si applica il GDPR?

Come esplicitato nell’Articolo 2 del Regolamento, il GDPR si applica al “trattamento interamente o parzialmente automatizzato dei dati personali ed al trattamento non automatizzato di dati personali contenuti in archivio”. Nello specifico il Regolamento non stabilisce a chi si applica. Elenca tuttavia a chi non si applica, ovvero ai trattamenti di dati personali:

  • relativi ad attività che non sottostanno al diritto dell’Unione Europea;
  • effettuati da una persona fisica per attività personali o domestiche;
  • effettuati dalle autorità competenti ai fini di prevenzione, indagine, accertamento o perseguimento di reati.

Ambito di applicazione territoriale

Secondo l’Articolo 3, che definisce l’ambito di applicazione territoriale, il GDPR si applica:

  • al trattamento di dati personali effettuati da un titolare del trattamento o responsabile del trattamento che risiede nell’Unione, indipendentemente dal fatto che il trattamento stesso sia effettuato o meno nell’Unione Europea;
  • al trattamento di dati personali di persone fisiche che si trovano nell’Unione Europea, effettuato da un titolare o responsabile del trattamento al di fuori dell’Unione quando offrono beni e servizi ai residenti UE o monitorano il comportamento dei residenti UE.

Che cosa si intende per trattamento dei dati personali

A stabilirlo è l’Articolo 4 del Regolamento europeo che definisce il trattamento dei dati personali, come qualsiasi operazione o insieme di operazioni, compiute con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicate a dati personali o insiemi di dati personali, come la raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la strutturazione, la conservazione, l’adattamento o la modifica, l’estrazione, la consultazione, l’uso, la comunicazione mediante trasmissione, diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, la limitazione, la cancellazione o la distruzione.

Il concetto di trattamento include quindi tutte quelle operazioni che implicano una conoscenza di dati personali.

Che cosa si intende tipicamente per dati personali

Sono dati personali tutte quelle informazioni che identificano o rendono identificabile, in maniera diretta o indiretta, una persona fisica e che possono fornire dettagli relativi:

  • alle sue caratteristiche;
  • al suo stile di vita;
  • alle sue abitudini;
  • alle sue relazioni;
  • alla sua situazione economica;
  • al suo stato di salute.

Rilevanti sono in particolar modo:

  • i dati che permettono l’identificazione diretta, come i dati anagrafici;
  • i dati che consentono l’identificazione indiretta, come il codice fiscale, il numero di targa o l’indirizzo IP;
  • i cosiddetti dati sensibili, ovvero tutti quei dati che rivelano informazioni importanti.
    Rientrano in questo ambito i dati che forniscono dettagli sulla salute, sull’orientamento sessuale, sull’origine etnica, sulle opinioni politiche, sull’appartenenza sindacale, sul credo religioso ma anche i dati genetici e i dati biometrici;
  • i dati riguardanti reati e condanne penali.

Adeguamento al GDPR

In sintesi, il GDPR si applica in tutti i contesti in cui viene posto in essere un trattamento di dati personali. L’emanazione del Regolamento generale sulla protezione dei dati ha di conseguenza introdotto una serie di obblighi di adeguamento per una moltitudine di realtà, tra cui aziende e organizzazioni. Dopo una fase transitoria di tolleranza, ad oggi tutti gli ambiti coinvolti nell’adeguamento devono risultare ormai in regola con i vari adempimenti obbligatori introdotti dal GDPR, pena l’applicazione di pesanti sanzioni amministrative.

Consumo Cannabis in Svizzera: cosa dice la legge?

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Il consumo di Canapa in Sizzera non è consentito dalla legge. Nonostante ciò, da qualche anno a questa parte, è in aumento il consumo e la vendita di prodotti a base di Cannabis. Chiaramente non si tratta di un mercato illegale, ma di negozi che, seguendo delle leggi ben precise, riescono a vendere prodotti a base di Canapa in modo totalmente legale, come il cbd shop Justbob che vende prodotti per il consumo e la coltivazione di Cannabis in modo del tutto legale e sicuro.

Ma se il consumo, e quindi la vendita della Canapa è illegale in Svizzera, com’è possibile che alcuni shop possano venderla senza andare contro la legge? Ciò che rende illegale la cannabis, non è la pianta in sé ma alcune sostanze narcotiche che essa contiene. L’illegalità, quindi, dipende dalla concentrazione di queste sostanze all’interno della cannabis: è questo il fattore che determina l’effetto sull’organismo che può subire un consumatore.

Per poter capire meglio quali sono le leggi che in Svizzera regolamentano il consumo di Cannabis, bisogna prima capire cosa sono queste sostanze ed in che modo agiscono sul sistema nervoso di chi le assume.

I principi attivi della Cannabis: cosa sono CBD e THC?

La Canapa, o Cannabis, è una pianta appartenente al genere delle Cannabaceae presente in varie specie in diverse parti del globo. Questa pianta è conosciuta dagli uomini da millenni ed utilizzata da varie civiltà passate principalmente come pianta medicinale, ma anche come alimento in alcuni paesi dell’Asia dato che i suoi semi sono estremamente nutrienti.

Oltre all’utilizzo per scopi medici e culinari, quello sicuramente più conosciuto soprattutto ai nostri contemporanei, è certamente quello “ricreativo”, dovuto proprio all’ effetto calmante che i principi attivi di questa pianta hanno sul sistema nervoso.

I principi attivi contenuti in questa pianta sono vari, ma i principali sono il tetraidrocannabinolo, altrimenti detto THC, ed il cannabidiolo, conosciuto anche come CDB. Le percentuali di queste due sostanze determinano l’effetto semplicemente calmante o narcotico della pianta.

Questi, infatti, hanno un effetto psicoattivo che rendono questa pianta uno stupefacente. In percentuali ridotte, invece, può avere effetti analgesici, calmanti ed è utilizzata nella medicina alternativa, per il trattamento di alcuni stati di dolori o spasmi muscolari.

Da qui la necessità di regolamentare l’utilizzo distinguendo i prodotti ad effetto narcotico da quelli ad effetto curativo. La Svizzera, in cui sono illegali le sostanze stupefacenti, consente comunque il consumo per necessità diverse e con una percentuale di CBD e THC consentita.

Svizzera e Canapa: cosa prevede la legge

In Svizzera, il consumo e la commercializzazione di Cannabis come stupefacente, non è consentito dalla legge. Tuttavia, la legge ne permette l’utilizzo per altri scopi purché le quantità di CBD e THC siano inferiori all’ 1%.

Ci sono diverse normative che regolano il commercio, la produzione e l’utilizzo di prodotti a base di cannabis ed esiste un foglio informativo redatto da vari enti competenti: l’Ufficio Federale della Sanità Pubblica, l’Ufficio Federale dell’agricoltura, l’Ufficio Federale della sicurezza veterinaria ed alimentare e Swissmedic.

Ognuno di questi enti, ha le competenze per poter gestire le normative relative a questi prodotti sotto uno specifico punto di vista in modo da rendere le normative complete ed esaustive.

Andare contro queste normative, chiaramente, prevede delle conseguenze a livello giuridico che non vanno prese sottogamba. L’Ufficio Federale della Sanità Pubblica in Svizzera, prevede una multa di 100 Franchi per il consumo di cannabis da parte di cittadini maggiorenni. I minorenni, invece, sono perseguiti seguendo il codice penale minorile.

Inoltre, secondo l’Art.19 della legge federale sulle sostanze psicotrope e stupefacenti, il possesso di una quantità modica di cannabis non è perseguibile. Per quantità modica si intende una quantità pari o inferiore ai 10 grammi.

Va da sé che, possedere sostanze stupefacenti non consentite dalla legge, è comunque moralmente sbagliato poiché si tratta comunque di un’attività illegale, pur non essendo penalmente perseguibile. Per questo motivo, esistono delle alternative legali, con un livello di CBD consentito, che permettono di consumare queste sostanze senza che siano dannose per la salute e per la propria fedina penale.

La domanda che sorge spontanea è: se queste sostanze sono stupefacenti, perché consentirne comunque l’utilizzo in quantità minori? Come già accennato in precedenza, la percentuale di CBD e THC contenuta determina gli effetti che può avere questa sostanza sull’organismo ed a, livelli meno elevati, la si può utilizzare per scopi medici.

Cannabis e medicina: l’uso terapeutico della Canapa

In quanto sostanza psicotropa, a livelli più bassi, la canapa può avere un effetto analgesico ed anticonvulsivo. In Svizzera, questa sostanza può essere utilizzata per scopi medici solo previa autorizzazione del proprio medico curante.

Infatti, lo stesso Ufficio Federale della Sanità pubblica Svizzera può consentirne l’utilizzo in via eccezionale per comprovate necessità mediche. Sarà poi il medico curante ad accertare che il proprio paziente abbia effettivamente bisogno di queste sostanze e presentare la richiesta agli organi federali competenti.

Oltre all’assunzione e la vendita di queste sostanze, ci sono delle normative ben precise anche per la fabbricazione di farmaci contenenti cannabidiolo secondo i requisiti GMP della Pharmacopoea Helvetica.

C’è da dire che la cannabis legale, può essere utilizzata anche a scopo ricreativo, ma invece di avere un effetto stupefacente, ha un effetto rilassante che permette di godere dei benefici di questa sostanza senza danneggiare la propria salute e senza andare contro la legge.

Il valore terapeutico della Cannabis è stato inoltre ufficialmente approvato anche dall’ONU, che nel 2019 ha incaricato la sua Commission on Narcotic Drugs (CND) di effettuare uno studio approfondito.

Lo studio è stato portato a termine lo scorso dicembre 2020 e ha coinvolto oltre 600 esperti di 100 paesi membri dell’ONU per assicurare che i pareri autorevoli di tutti i principali ricercatori fossero considerati.

Credits foto di apertura: ecigarettereviewed.com

Come scegliere l’asciugatrice

Da alcuni anni a questa parte un nuovo elettrodomestico è entrato a far parte delle nostre case. Ci riferiamo all’asciugatrice, utile complemento alla lavatrice, soprattutto nelle famiglie più numerose in cui spesso fare il bucato si rivela un’operazione piuttosto complessa. Un elettrodomestico di questo genere è molto apprezzato soprattutto per il risparmio di tempo che garantisce. L’asciugatrice, tra l’altro, consente di mettere definitivamente da parte oggetti quali gli stendini che se usati nelle abitazioni provocano in genere spiacevoli problemi di umidità. Per orientare nella selezione dei vari modelli disponibili per i consumatori, nei prossimi paragrafi forniremo alcuni semplici consigli su come scegliere l’asciugatrice.

Come funziona un’asciugatrice

Nella scelta dell’asciugatrice occorre valutare diversi aspetti. La prima cosa da conoscere è il sistema di asciugatura che viene adottato dall’elettrodomestico. I sistemi più diffusi sono due:

  • il sistema a pompa di calore;
  • il sistema a condensazione.

Le asciugatrici basate su un sistema a pompa di calore assicurano prestazioni migliori oltre a un maggiore risparmio in termini di energia elettrica. Questo accade in particolar modo nei modelli dotati di inverter, un componente che ha rivoluzionato l’ingegnerizzazione degli elettrodomestici sotto il profilo delle performance energetiche e non solo.

Nel sistema a condensazione, l’aria calda è prodotta da una resistenza elettrica. Modelli che sono forniti di questo tipo di tecnologia risultano particolarmente indicati per le stanze non aerate poiché evitano che gli ambienti circostanti si saturino di umidità.

Un altro aspetto da tenere in considerazione nel momento in cui ci si trova a scegliere l’asciugatrice è lo scarico dell’acqua. Lo scarico può avvenire esternamente attraverso classici tubi o mediante un pratico contenitore che si può svuotare manualmente.

Dimensioni dell’asciugatrice

Nella scelta dell’asciugatrice è opportuno valutare anche le misure dell’elettrodomestico. In commercio ne esistono infatti di svariate grandezze. Per chi desidera ottimizzare lo spazio a propria disposizione c’è la possibilità di impilare l’asciugatrice sulla lavatrice utilizzando uno specifico adattatore. A disposizione dei consumatori il mercato propone inoltre modelli slim che permettono di risparmiare spazio in profondità.

Tuttavia, è importante tenere in mente che anche la capacità dell’asciugatrice si muove di pari passo con le sue dimensioni. I cestelli più piccoli sono in grado di ospitare circa 3,5 kg di bucato. Quelli medi possono essere caricati con circa 7 kg di indumenti. I modelli di asciugatrice più capienti si spingono invece fino ad almeno 10 kg di capacità. Si tratta di un aspetto da considerare con attenzione sia quando si vive da soli sia nei casi in cui l’elettrodomestico debba essere utilizzato per il bucato di più persone.

La classe energetica

Un elemento di una certa rilevanza da tenere a mente al momento dell’acquisto dell’asciugatrice è la classe energetica, soprattutto se non si vogliono avere brutte sorprese in bolletta. Fino a poco tempo la classe energetica più efficiente era da considerarsi la A+++. A partire dal primo marzo 2021 sono invece entrate in vigore le nuove etichette energetiche per gli elettrodomestici che hanno riportato in ribalta la scala compresa tra A (massima efficienza) e G (bassa efficienza), eliminando le classi A+, A++ e A+++. Chiunque si accinga ad acquistare la propria asciugatrice nel prossimo futuro deve perciò tenere in considerazione questa novità.

Oltre a favorire dei tagli in bolletta, evitando inutili sprechi, la classe di massima efficienza permette a chi la sceglie di salvaguardare l’ambiente. Da diversi anni per i consumatori più esigenti e amanti dell’innovazione esistono anche modelli di asciugatrici all’avanguardia basati su tecnologie di tipo Smart, capaci di facilitarne l’uso abbattendo ulteriormente i costi necessari energetici necessari.

Installazione dell’asciugatrice

L’installazione dell’asciugatrice può essere effettuata da appositi tecnici che solitamente si occupano anche dell’eventuale ritiro degli apparecchi da buttare, se presenti. Per coloro che preferiscono occuparsi dell’installazione personalmente, è bene sapere che occorre lasciare uno spazio di almeno dieci centimetri o più tra l’elettrodomestico e il suo retro. L’asciugatrice non deve insomma essere attaccata alla parete per poter favorire il suo corretto funzionamento.

Come cambiare le spazzole tergicristallo

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Il fai da te è molto utile in ogni occasione, anche quando si ha a che fare con le automobili. Saper metter mano sulle varie componenti di una vettura senza dover per forza di cose ricorrere all’assistenza di professionisti permette di risparmiare e non poco. Inoltre, per chi nutre la passione per le attività manuali, si tratta di un divertente passatempo.

Nell’elenco delle operazioni più comuni di manutenzione che si possono realizzare su un’automobile rientra il cambio delle spazzole tergicristallo. Quali sono i passi da seguire per effettuarlo senza troppe difficoltà e senza incappare in problemi? Scopriamolo insieme nei prossimi paragrafi.

Sostituire le spazzole tergicristallo: attenzione alle misure

Con il passare del tempo e con l’utilizzo continuo, le spazzole tergicristallo presenti sul parabrezza e sul lunotto delle auto tendono a usurarsi. Il processo di usura si deve a una serie di fattori combinati tra cui l’azione dei raggi UV, gli effetti dello smog ma anche quelli legati all’acidità della pioggia.

Una volta deteriorate, le spazzole tergicristallo non sono più nelle condizioni di svolgere la loro corretta attività di pulizia nel momento in cui vengono azionate. La visibilità del parabrezza e del lunotto ne risulta di conseguenza compromessa.

Occorre a questo punto intervenire con la sostituzione delle spazzole. Prima di procedere con l’acquisto è tuttavia necessario verificare la misura di tali componenti. Le spazzole tergicristallo possono infatti variare a seconda del modello di automobile su cui vanno installate e anche delle diverse ampiezze del parabrezza e del lunotto.

Cambiare le spazzole tergicristallo del parabrezza

Dopo aver acquistato le spazzole adatte alla propria automobile, si può procedere con la sostituzione. Cambiare le spazzole tergicristallo è una operazione semplice che con un minimo di attenzione può essere effettuata da chiunque. Per iniziare occorre:

  • alzare entrambi i bracci dei tergicristalli, mantenendoli fermi in posizione verticale;
  • cercare il punto in cui ciascuna spazzola è collegata al rispettivo braccio;
  • smontare entrambe le spazzole tergicristallo.

Il passo successivo consiste nel montaggio delle nuovi componenti appena acquistate. Anche in questo caso si tratta di una operazione piuttosto semplice. È sufficiente far scorrere le nuove spazzole una ad una nel rispettivo braccio. Il fissaggio avviene effettuando una lieve rotazione di ciascuna. Nel momento in cui la spazzola è collocata adeguatamente nell’apposito spazio dedicato, uno scatto avverte che il cambio è stato eseguito correttamente.

Sostituire la spazzola tergicristallo posteriore

Nel momento in cui si procede con la sostituzione delle spazzole tergicristallo è consigliabile non tralasciare il tergicristallo posteriore. Un lunotto ben pulito occupa infatti un ruolo altrettanto importante nel garantire la corretta visibilità in un’automobile. Anche in questo caso, è necessario prendere le misure della spazzola con precisione prima di procedere con l’acquisto.

È opportuno sapere che per alcuni modelli di vetture la spazzola posteriore non è intercambiabile. Occorre quindi intervenire con la sostituzione dell’intero braccio che va svitato per poi essere rimpiazzato dal nuovo prodotto.

Prolungare la durata delle spazzole tergicristallo

Generalmente le spazzole tergicristallo vanno sostituite almeno una volta l’anno. La durata delle componenti è comunque variabile in base alla loro frequenza di utilizzo e alle condizioni climatiche a cui è sottoposta l’automobile.

Un piccolo accorgimento può risultare utile per prolungare la durata delle spazzole. Per ammorbidirle si può infatti pulirle con un panno imbevuto di aceto, dopo averle staccate dal parabrezza o, quando fattibile, dal lunotto. Per concludere l’operazione occorre poi passare un panno bagnato d’acqua.

Per ridurre l’usura delle spazzole tergicristallo risulta inoltre utile adottare un buon liquido lavavetri. La scelta di un prodotto adeguato favorisce il funzionamento dei tergicristalli, riducendone l’usura e contribuendo a prevenire la formazione di eventuali graffi sul parabrezza e sul lunotto posteriore. Semplici accorgimenti come quelli appena descritti contribuiscono nella maggior parte dei casi a fare la differenza.

Come aprire un negozio online

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I negozi online stanno conoscendo una crescente diffusione da alcuni anni a questa parte. Ciò si deve in primo luogo a una maggiore propensione da parte dei consumatori a compiere i propri acquisti quotidiani sui canali e-Commerce. Complice anche il lungo lockdown legato alla pandemia da Covid-19, a partire dal 2020 il commercio elettronico ha subito un’ulteriore spinta che appare ormai inarrestabile. Per potersi ritagliare una fetta di mercato più ampia, molti esercenti hanno di conseguenza deciso di ampliare le proprie prospettive, dedicandosi anche alla vendita tramite Internet. Ma cosa occorre fare per aprire un negozio online? In questo articolo cercheremo di scoprirlo insieme.

Aprire un negozio online: gli obblighi fiscali

Oltre a una serie di costi operativi e gestionali, aprire un negozio online comporta svariati obblighi fiscali per il titolare del sito. Come prima cosa, per poter affrontare nel migliore dei modi il progetto è opportuno rivolgersi a un bravo commercialista. Chi mira a creare un certo volume di vendite e non è ancora possessore di partita IVA deve inoltre aprirla, aderendo a uno specifico regime fiscale. A consigliare la posizione fiscale più idonea è in genere lo stesso commercialista.

Come creare un sito e-Commerce

Una volta chiariti i vari aspetti fiscali ed effettuate le pratiche del caso, occorre procedere con la creazione del sito. Esistono diversi software che permettono di realizzare un negozio online in totale autonomia senza doversi necessariamente rivolgere a dei Webmaster o a delle Web Agency. L’ideale, tuttavia, è poter contare sull’esperienza di professionisti di questo genere, con competenze trasversali tali da saper affrontare le diverse sfaccettature derivanti da un progetto e-Commerce.

Scelta del dominio e dell’hosting

Proprio come accade con un punto vendita fisico anche aprire un negozio online comporta una serie di costi. Accanto alle spese necessarie per retribuire i vari consulenti coinvolti, dal programmatore al commercialista, quando si crea un e-Commerce vi sono dei costi annuali per l’acquisto e per il mantenimento del dominio e dello spazio hosting prescelti.

Il dominio è l’indirizzo che identifica in modo inequivocabile un sito web. L’hosting è invece lo spazio web dove sono ospitati i file ed il database che compongono un sito.

Costi di gestione del negozio online

Un negozio online ha esigenze diverse rispetto a un punto vendita tradizionale. Ma anche un e-Commerce prevede una serie di costi più o meno fissi da considerare. Oltre a quelli precedentemente illustrati per gli aspetti fiscali e di realizzazione del sito, occorre ricordare il versamento periodico dei contributi previdenziali all’INPS. Altri costi da tenere in considerazione sono quelli necessari per l’eventuale pubblicità del negozio online attraverso apposite campagne ad hoc create tramite servizi quali Google Adwords o Facebook Ads.

Sebbene la pubblicità non rientri nelle spese obbligatorie per la gestione di un negozio online è opportuno valutarla con attenzione. Soprattutto nelle sue fasi iniziali, il successo di un e-Commerce è in buona parte correlato alla pubblicità online e offline che permette ai consumatori di conoscere il nuovo canale.

Come aprire un negozio online senza magazzino

Un altro aspetto importante su cui riflettere quando si decide di aprire un negozio online riguarda la presenza di un magazzino in cui conservare i prodotti in vendita. Per chi non ne possiede uno o non ha la possibilità economica di prevedere questa ulteriore spesa esistono degli innovativi modelli di vendita che permettono di gestire un e-Commerce anche senza avere a propria disposizione un magazzino. È il caso del cosiddetto “Dropshipping”.

Con questo termine si intende un modello di vendita grazie al quale un intermediario può vendere una merce a un utente finale, senza possederlo materialmente nel proprio magazzino. In un modello come il Dropshipping, essenziale risulta la figura del fornitore, che si occupa di procurare i prodotti oltre che dell’aspetto logistico. Siamo quindi di fronte a un sistema di vendita che consente di avviare la propria attività di commercio elettronico con costi iniziali bassi.

Come diventare istruttore di tennis

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Il tennis è uno tra gli sport più amati nel mondo, praticato tanto dalle donne quanto dagli uomini, in svariate fasce di età. Oltre a dedicarsi a questa disciplina sportiva per pura passione, molte persone decidono di intraprendere la strada per diventare istruttori. Ma cosa occorre fare nello specifico per diventare istruttore di tennis? In questo articolo cercheremo di scoprirlo insieme.

Le cose importanti da sapere

Diventare istruttore di tennis non è un’impresa titanica. Se si nutre vera passione e la si unisce a un pizzico di impegno, l’obiettivo può essere raggiunto senza troppe difficoltà. Chi decide di cimentarsi in questo percorso, deve tuttavia sapere che per arrivare a essere maestro di questa disciplina occorre dedicare diverse ore allo studio e alla propria preparazione atletico-sportiva. Volendo quantificare, si tratta di un cammino di media-lunga durata.

Come partecipare ai corsi per diventare istruttore di tennis

I corsi validi per poter diventare istruttore devono essere riconosciuti dalla Scuola Nazionale Maestri della Federazione Italiana Tennis. Per poter prendere parte a questi corsi, l’aspirante maestro di tennis deve essere in possesso dei requisiti indicati nello specifico bando. Tra i più importanti, sebbene non sia obbligatorio, rientra la Laurea in Scienze Motorie.

L’alternativa per chi non è in possesso di un simile titolo accademico è di aver preso parte a livello agonistico a campionati di tennis regionali e nazionali, ottenendo dei buoni risultati.

Obiettivi dei corsi

I regolamenti della Scuola Nazionale Maestri della Federazione Italiana Tennis sono abbastanza rigidi rispetto alla formazione dell’aspirante istruttore. Il futuro maestro non deve infatti limitarsi al solo scopo di acquisire una qualifica ma, durante il proprio percorso formativo, deve dimostrare di possedere determinate caratteristiche sotto il profilo sia tecnico sia educativo.

I corsi riconosciuti hanno quattro obiettivi essenziali:

  • la formazione del professionista sportivo;
  • la formazione permanente;
  • la formazione tecnico-educativa, organizzativa e gestionale.
  • l’alta qualificazione mediante il conseguimento di titoli specialistici.

Come funzionano i corsi

Chi decide di diventare istruttore di tennis ha due distinte possibilità. Può scegliere di frequentare:

  • un corso di formazione che permette di lavorare nella propria regione di residenza, come insegnante regionale;
  • un corso di formazione che consente di operare in tutta Italia, come insegnante nazionale.

Il corso per ottenere la qualifica di istruttore regionale si svolge in tre weekend, per un totale di 54 ore, da cui è però escluso il tutoraggio. Per poter essere ammesso, occorre aver compiuto diciotto anni. Alla fine del percorso formativo, il candidato deve superare un esame, consistente in una tesina, una prova orale e una pratica. Oltre allo specifico attestato, chi supera l’esame ottiene l’iscrizione automatica all’albo.

Il corso per ottenere la qualifica di istruttore nazionale ha invece una durata di 80 ore e richiede il possesso di requisiti più selettivi, tra cui l’età minima di 21 anni.

Competenze dell’istruttore di tennis

Come tutte le figure professionali che si occupano di formazione, anche il maestro di tennis deve possedere una serie di caratteristiche, di propensioni psicologiche nonché di competenze. Tra le più importanti doti personali rientrano:

  • la professionalità;
  • la pazienza;
  • la proattività nel creare un’atmosfera positiva e incoraggiante;
  • la flessibilità;
  • la attitudine al lavoro di gruppo;
  • la grande capacità comunicativa.

Quanto guadagna un maestro di tennis

Lo stipendio di un istruttore di tennis varia in base al suo grado di esperienza, tendendo perciò a crescere nel tempo. A inizio carriera è difficile guadagnare più di 1200 euro, soprattutto se per fare esperienza si collabora con un professionista più esperto. Tuttavia, in media, un maestro di tennis guadagna intorno ai 1.900 euro netti. Lo stipendio massimo può invece superare i 4.500 euro netti al mese, nel caso di un Tecnico nazionale.

Esistono infatti diversi livelli di qualifica per i maestri di tennis:

  • Istruttore di primo grado;
  • Istruttore di secondo grado;
  • Maestro nazionale;
  • Tecnico nazionale.

Generalmente un istruttore di tennis lavora come libero professionista con partita IVA. La possibilità di essere assunti direttamente da un circolo è infatti abbastanza remota. Si tratta di un aspetto da tenere in considerazione nel caso in cui l’aspirante maestro da tennis non desideri far cadere sulle proprie spalle il tipico rischio di impresa.