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Che cos’è la tornitura del legno

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Il legno è uno tra i materiali più apprezzati e diffusi per la realizzazione di un’ampia gamma di prodotti che utilizziamo ogni giorno nella nostra vita. Per la produzione dei vari articoli il legno va ovviamente lavorato. Nell’elenco delle lavorazioni fondamentali che si possono svolgere su questo materiale rientra la tornitura. In questo articolo scopriremo di cosa si tratta e a cosa serve.

Definizione di tornitura

La tornitura è un processo di lavorazione industriale del legno ottenuta per asportazione di truciolo. Questa particolare lavorazione prende il nome dal macchinario che si utilizza per realizzarla, ossia il tornio.

Come è composto un tornio da legno

Il tornio da legno è composto da una basatura, solitamente di metallo, sulla quale sono collocati diversi accessori, in parte fissi in parte mobili. La gamma di questi accessori include:

  • la testata con il rispettivo dispositivo di trascinamento;
  • la contropunta che scorre sul basamento e viene bloccata in modo tale da reggere il pezzo di legno da tornire;
  • il portautensili;
  • i mandrini;
  • le lunette che reggono il pezzo in lavorazione;
  • i supporti;
  • i ferri.

Quando si realizza la tornitura del legno

La tornitura è un tipologia di lavorazione necessaria per modellare con precisione volumi e superfici con lo scopo di realizzare oggetti contraddistinti da forme più complesse. È ad esempio il caso dei piedi dei tavoli, delle maniglie o dei pomelli delle porte.

La tornitura viene utilizzata anche per la lavorazione di altri materiali, come il metallo.
Solitamente il pezzo più facile da tornire è quello ricavato da un pezzo di legno cilindrico o da un tondino.

Tipologie di torniture

La tornitura può essere realizzata in diversi modi, a seconda non solo del materiale che occorre lavorare ma anche del risultato che si desidera ottenere. Quando si parla delle tipologie di torniture è possibile distinguere tra:

  • la tornitura piana, finalizzata alla lavorazione di superfici piane;
  • la tornitura conica, mediante la quale è possibile ottenere una superficie conica;
  • la tornitura cilindrica, ossia il tipo di lavorazione con cui si può ottenere una forma cilindrica;
  • la tornitura elicoidale che permette di ottenere superfici elicoidali.

Esistono inoltre altre tipologie di torniture definite come:

  • profilatura, che consente di lavorare superfici complesse;
  • tornitura esterna;
  • tornitura interna.

Occorre infine ricordare anche la sgrossatura e la finitura. La sgrossatura è un tipo
di lavorazione più superficiale che viene eseguita per rimuovere grandi quantità di truciolo. La rifinitura serve invece a realizzare particolari più dettagliati.

Come scegliere il legno adatto alla tornitura

Per poter eseguire un lavoro di tornitura ad arte è necessario avere a propria disposizione del materiale ligneo idoneo. Non è ad esempio possibile svolgere questo tipo di lavorazione sul legno di un tronco abbattuto di recente, ma occorre usare un legno stagionato.

La stagionatura deve essere preferibilmente effettuata all’aria aperta. Ogni massello del legno da utilizzare deve essere inoltre separato dall’altro ricorrendo all’ausilio di un listello che favorisca la circolazione dell’aria su tutta la superficie del materiale.

Quando si è costretti ad accelerare l’essiccazione, la prassi più diffusa è quella di collocare il legno in un ambiente chiuso in cui far circolare aria calda in maniera intermittente.

Quali sono le essenze ideali per la tornitura

È importante sapere che non tutti i tipi di legno sono uguali. Ognuno presenta caratteristiche e proprietà distinte, che lo rendono più o meno idoneo a specifiche lavorazioni. Le essenze più adatte alla tornitura sono quelle contraddistinte da una grana fine e compatta.

Il legno ideale per la tornitura è il noce, in virtù della sua grana fine e delle sue eleganti venature. Ma anche altre essenze possono essere usate in questo genere di lavorazione.

Tra queste si possono annoverare:

  • il ciliegio;
  • il frassino;
  • l’acacia;
  • il faggio;
  • l’olivo;
  • il pero.

Lavorare come bidello

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Per un corretto funzionamento le nostre scuole si avvalgono di svariate figure professionali. Accanto a Presidi, insegnanti e maestri di sostegno, una delle figure più diffuse è quella del bidello. Per poter svolgere questo particolare mestiere, occorre partecipare a un bando pubblico nel caso in cui la figura divenga operativa in una scuola pubblica. Diverso è il caso delle scuole paritarie, dove l’assunzione è generalmente diretta. Una volta fatta questa precisazione, scopriamo cosa significa lavorare come bidello e cosa bisogna fare per intraprendere tale professione.

Chi è il bidello

Per anni questa figura è stata definita con il termine di bidello. Oggi è invece più opportuno parlare di collaboratore scolastico. A prescindere dalla terminologia con cui ci si riferisce a questo lavoro, è bene sapere che il bidello svolge un ruolo molto importante nel funzionamento generale dell’istituzione scolastica. Si tratta infatti di una figura poliedrica, che si occupa brillantemente delle tante problematiche che possono presentarsi all’interno delle mura scolastiche. Per questo motivo il bidello deve essere possibilmente dotato di una certa flessibilità che, unita a un tocco di simpatia, rende questa figura cruciale nel contesto scolastico.

Di cosa si occupa un bidello

Il collaboratore scolastico svolge numerosi compiti in una scuola. Tra le sue principali mansioni, il bidello si occupa:

  • della pulizia dei locali scolastici e dei vari arredi;
  • del controllo dell’ingresso degli alunni e della loro ordinaria vigilanza;
  • dell’assistenza durante il pasto nelle mense dell’istituto;
  • della fornitura alle classi di tutti i prodotti che risultano necessari per il corretto svolgimento dell’attività scolastica, partendo dai gessetti fino alla strumentazione di vario genere;
  • della consegna dei documenti dagli uffici ai diversi membri del personale.

Perché lavorare come bidello

Sono svariati i motivi che possono spingere ad abbracciare il mestiere di collaboratore scolastico. Oltre al fatto che si tratta di un lavoro in grado di assicurare uno stipendio fisso, dettaglio certamente apprezzabile al giorno d’oggi, la professione di bidello può offrire una certa soddisfazione, soprattutto per chi ama stare a contatto con altre persone e ha la tendenza a mettersi in gioco. Nella maggior parte dei casi, per di più, a differenza di altri mestieri, il lavoro di bidello non prevede un impegno full time. Per tutte queste ragioni sono molte le persone che decidono di partecipare alle selezioni per diventare collaboratore scolastico.

Il concorso per lavorare come bidello

Per iniziare a lavorare come collaboratore scolastico all’interno di un istituto pubblico occorre partecipare all’apposito bando, noto come domanda ATA, che ha in genere una cadenza triennale.

La presentazione delle domande avviene per via telematica, mediante il Servizio Istanze Online del Ministero dell’Istruzione. Una volta effettuata la domanda si entra a far parte di una graduatoria a cui possono attingere le varie istituzioni scolastiche.

Per lavorare in una scuola paritaria è invece sufficiente inviare o consegnare personalmente il proprio curriculum all’ufficio del personale dell’istituto prescelto.

Le assunzioni dei bidelli prevedono di solito un contratto a tempo determinato. Nel frattempo si accumula però un punteggio che risulta importante per proseguire l’attività in futuro. In taluni circostanze le assunzioni possono anche essere a tempo indeterminato, in base alle esigenze specifiche della scuola.

I requisiti per partecipare al bando ATA

Per poter partecipare al bando ATA, gli aspiranti collaboratori scolastici devono possedere i seguenti requisiti:

  • essere maggiorenni;
  • avere cittadinanza italiana, di un Paese dell’Unione Europea o di un qualsiasi Paese straniero purché in possesso di un regolare permesso di soggiorno;
  • godere dei diritti civili e politici;
  • non avere impedimenti a essere assunti presso una Pubblica Amministrazione e non esserne mai stati licenziati in precedenza;
  • avere espletato gli obblighi di leva militare;
  • possedere l’idoneità psicofisica per il ruolo da svolgere;
  • non avere ricevuto alcuna condanna penale e non essere sotto processo per un delitto penale non colposo;
  • avere esperienza pregressa come bidello o addetto alla mensa o essere in possesso di una qualifica che attesti l’idoneità a vendere o a produrre sostanze alimentari.

Quanto guadagna un bidello

Lo stipendio annuale di un collaboratore scolastico con contratto indeterminato si attesta intorno ai 15 mila euro lordi, a cui si aggiungono un compenso individuale accessorio e una indennità di vacanza contrattuale.

Come diventare Guardia Ecologica Volontaria

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Nel nostro paese esistono numerose forme di volontariato. Tra le più interessanti, soprattutto per chi ama la natura, rientra il volontariato di carattere ambientale. Appartiene a questo specifico ambito anche la figura nota come G.E.V, acronimo che sta per “Guardia Ecologica Volontaria”.

Le Guardie Ecologiche Volontarie sono state istituite per la prima volta in Lombardia nel 1980 e, a seguire, in altre regioni italiane, tra cui il Piemonte, la Liguria, l’Emilia Romagna e le Marche. Ma di cosa si occupa una G.E.V.? E quale percorso deve intraprendere un cittadino desideroso di abbracciare questa forma di volontariato? Scopriamo insieme come diventare Guardia Ecologica Volontaria, conoscendo da vicino questa figura.

Che cosa fa una Guardia Ecologica Volontaria

Le Guardie Ecologiche Volontarie sono cittadini, generalmente appassionati di natura, che a titolo gratuito, dedicano parte del proprio tempo libero alla tutela dell’ambiente.

Pur trattandosi di volontariato, le G.E.V. occupano un ruolo di Pubblici Ufficiali, svolgendo un ampio ventaglio di attività, tutte finalizzate alla difesa del patrimonio naturale nonché alla diffusione di una cultura attiva improntata sulla sostenibilità ambientale.

Tra queste mansioni rientrano:

  • l’impegno a collaborare in modo regolamentato con gli Enti organizzatori della vigilanza ecologica;
  • la vigilanza sul territorio, con funzioni sanzionatorie in materia ambientale;
  • la segnalazione di illeciti amministrativi di carattere ambientale;
  • lo svolgimento di interventi di pulizia e di manutenzione delle aree boschive e verdi;
  • l’impegno in attività di educazione ambientale;
  • la partecipazione a progetti naturalistici e a monitoraggi, in supporto a enti e università;
  • la collaborazione in interventi di conservazione degli habitat naturali, al fine di salvaguardare le specie tutelate dalla normativa comunitaria e nazionale.

Solitamente, l’organizzazione delle G.E.V. è affidata dalle leggi regionali agli Enti organizzatori, che possono essere Enti gestori dei Parchi Regionali, Comuni Capoluogo di provincia, Province, raggruppamenti di Comuni o Comunità montane.

Requisiti per diventare Guardia Ecologica Volontaria

Per poter accedere al corso per diventare Guardie Ecologiche Volontarie è necessario:

  • essere maggiorenni;
  • avere massimo 70 anni alla data di iscrizione al corso di formazione;
  • essere cittadini italiani o di altri Stati membri dell’Unione Europea;
  • godere dei diritti civili e politici;
  • non avere subito condanne penali definitive;
  • possedere i requisiti fisici e morali per risultare idonei al servizio di volontariato;
  • superare l’esame teorico-pratico davanti alla apposita commissione, generalmente regionale;
  • essere in possesso di patente B;
  • conseguire la nomina a Guardia Giurata.

Il corso e l’esame per diventare Guardia Ecologica Volontaria

Per diventare Guardia Ecologica Volontaria, è necessario frequentare un corso di formazione della durata di circa tre mesi. Alla conclusione del corso, l’aspirante G.E.V. deve superare un esame teorico-pratico necessario per accertare il suo livello di preparazione.

Una volta affrontato con successo l’esame, il volontario viene nominato, tramite decreto della Prefettura, Guardia Particolare Giurata per la tutela dell’ambiente. Nel decreto di incarico sono specificati sia il territorio in cui la G.E.V. presterà servizio sia le norme di competenza.

Per avere informazioni sull’esistenza o meno di corsi di formazione, sulle date e sul relativo programma, il cittadino interessato deve rivolgersi ai singoli Enti organizzatori del territorio in cui desidera prestare il proprio servizio volontario.

L’impegno delle Guardie Ecologiche Volontarie

Ogni Guardia Ecologica Volontaria deve poter assicurare un quantitativo di ore di servizio, che abitualmente si attesta intorno alle centosessantotto ore annuali.

Per esercitare l’attività di volontariato, la G.E.V. si impegna inoltre:

  • a indossare il proprio tesserino di riconoscimento;
  • ad attenersi scrupolosamente alle disposizioni del responsabile del servizio rispetto alle mansioni da svolgere e all’uso delle specifiche dotazioni individuali di servizio;
  • a partecipare alle attività di aggiornamento organizzate periodicamente;
  • a prestare la massima diligenza nell’utilizzo e nella custodia dei mezzi e delle attrezzature fornite in dotazione;
  • a relazionarsi con la cittadinanza in modo cortese, corretto e disponibile.

Come scegliere un PC portatile

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Sono divenuti parte integrante della nostra quotidianità, per motivi di lavoro, di studio ma anche per semplice diletto. Stiamo parlando dei PC portatili, noti anche come notebook. Benché siano ormai strumenti di uso comune per la stragrande maggioranza delle persone, non tutti hanno le idee ben chiare nel momento in cui devono procedere con l’acquisto di questi dispositivi. Molto dipende in realtà dall’uso che se ne deve fare. Ma quali parametri occorre seguire nel momento in cui si procede con la scelta? Cosa bisogna tenere in considerazione? In questo articolo vedremo allora come scegliere un PC portatile, fornendo una breve guida degli aspetti più importanti da valutare.

Caratteristiche Hardware

A prescindere dall’uso che si andrà fare del notebook, è certamente essenziale puntare su delle buone caratteristiche hardware che, tra l’altro, favoriscono una maggiore durata dell’apparecchio nel tempo. Nel ventaglio di aspetti imprescindibili da tenere in considerazione rientrano:

  • il processore;
  • la RAM;
  • l’Hard Disk e/o la SSD (unità di memoria a stato solido);
  • la scheda grafica.

Il processore può essere considerato il cuore operativo del PC. Indipendentemente da come si userà il notebook, è sempre consigliabile scegliere un processore contraddistinto da una frequenza in MHz che risulti il più alta possibile.

La RAM non è altro che la memoria di lavoro del computer. Oggi come oggi, un buon dispositivo dovrebbe possedere perlomeno 16 GB di RAM. Generalmente in gran parte dei PC è possibile aumentarla in un secondo momento, se necessario.

All’interno di un notebook, l’hard disk e la SSD rappresentano invece le componenti destinate all’archiviazione. Le SSD si contraddistinguono per una maggiore rapidità rispetto ai classici hard disk. Se si devono archiviare notevoli quantità di dati, è tuttavia preferibile scegliere un notebook dotato di hard disk. In vendita esistono anche dei dispositivi che presentano entrambe le unità di archiviazione.

La scheda grafica è un aspetto da tenere in considerazione soprattutto se si utilizza il notebook per motivi professionali. Chi usa ad esempio il computer per lavori di grafica o di montaggio video deve preferibilmente puntare su un PC equipaggiato con una scheda video dedicata, che possiede cioè una sua RAM specifica.

Autonomia del PC

Quando si parla di autonomia di un computer ci si riferisce alla durata della batteria in assenza di un collegamento con l’alimentazione elettrica. Avere a disposizione un notebook contraddistinto da una buona autonomia è importante in particolar modo per i lavoratori o le persone che usano il dispositivo in movimento, ad esempio durante i viaggi o le trasferte. In contesti simili, infatti, non si ha sempre la possibilità di ricaricare il PC o di avere a portata di mano un’alimentazione elettrica.

A prescindere dalla autonomia del notebook, una buona strategia può essere comunque quella di fornirsi di una Power Bank o di una semplice batteria di scorta.

Risoluzione del display

Un altro elemento da tenere presente quando si sceglie un PC portatile è la risoluzione del display. Malgrado i display supportino più risoluzioni, per ciascuno di essi esiste una risoluzione nativa. All’atto pratico, la risoluzione nativa indica il numero massimo di pixel che può contenere il display nel momento in cui si visualizza un’immagine.

Per i notebook da 13 o 14 pollici la risoluzione ideale è di 1440 pixel. Salendo fino ai 15 o ai 17 pollici, la risoluzione può anche aumentare. È tuttavia opportuno sapere che più cresce la risoluzione più aumenta il consumo energetico, con una conseguente diminuzione dell’autonomia della batteria.

Scegliere un PC portatile: ulteriori aspetti da valutare

Altre caratteristiche da tenere in considerazione nel momento in cui si sceglie un PC portatile sono:

  • il numero di porte USB, necessarie per collegare apparecchi di diverso tipo;
  • la presenza di una connessione wireless. Ad oggi quasi tutti i notebook ne sono solitamente dotati;
  • la tastiera. Per chi lavora molto con i numeri risulta utile avere a propria disposizione un tastierino numerico.

Come scrivere una lettera di presentazione

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Quando si è alla ricerca di un lavoro perché si è disoccupati o semplicemente perché si aspira a una posizione professionale migliore, è essenziale sapersi presentare nel migliore dei modi ai selezionatori del personale. Il punto di partenza è di sicuro avere a propria disposizione un buon curriculum. Ma per poter cogliere nel segno, anche un curriculum efficace deve essere accompagnato da una lettera di presentazione ben redatta che consenta di mettere in risalto le esperienze nonché le caratteristiche più importanti del candidato. In questo articolo vedremo allora come scrivere una lettera di presentazione, così da ottenere la massima attenzione da parte dei recruiter.

Che cosa è una lettera di presentazione

La lettera di presentazione è il primo elemento che il selezionatore ha davanti agli occhi e che gli consente perciò di cogliere quegli elementi in più per preferire una persona rispetto ad altri candidati. Per far sì che risulti uno strumento valido è perciò importante riporre molta attenzione nella sua stesura, personalizzandola anche in base all’azienda a cui ci si rivolge. Si tratta di un punto essenziale per far capire al recruiter che si è adatti a occupare la mansione professionale per la quale ci si propone.

Struttura di una lettera di presentazione

La prima accortezza che si può seguire è quella di fare una ricerca online per reperire dei modelli tipici di lettera di presentazione. I modelli devono però essere solo un punto di partenza. Vanno infatti personalizzati a seconda dei contesti aziendali a cui ci si rivolge e in base alle specifiche caratteristiche di chi si candida.

Cercare informazioni sull’azienda per la quale ci si candida

Per redigere una lettera di presentazione efficace, è opportuno raccogliere informazioni non solo sulla posizione per cui ci si candida ma anche sull’azienda alla quale ci si propone. Ancora una volta, il web rappresenta un supporto fondamentale. Si possono infatti effettuare ricerche approfondite sul settore in cui l’impresa opera ma anche sulla sua filosofia aziendale.

Molto utili sono in tal senso i canali social che generalmente contengono pagine e profili ufficiali delle aziende, almeno di quelle più note. I social network permettono inoltre di conoscere con una certa rapidità lo stile comunicativo utilizzato dall’impresa. Un elemento che risulta molto utile in fase di stesura della lettera, poiché consente di impiegare il tono migliore con cui rivolgersi all’azienda.

Come presentarsi al recruiter

Per presentarsi in maniera ottimale al recruiter, nella lettera occorre mettere in rilievo i punti principali del proprio percorso formativo, le proprie esperienze ma soprattutto le competenze che risultano maggiormente in linea con l’annuncio di lavoro o con il ruolo che si desidera occupare nell’azienda, in caso di autocandidatura.

L’obiettivo è cioè di far capire al selezionatore che si hanno tutte le carte in regola per ricoprire la specifica mansione per cui ci si candida. Ma non solo. Nella migliore delle ipotesi, occorre far passare l’idea di essere il candidato più idoneo per quella posizione lavorativa.

L’attenzione del recruiter va mantenuta viva fino alla fine della lettera di presentazione. Per questo motivo è importante:

  • evidenziare i propri punti di forza, che possono essere ad esempio la conoscenza di più lingue, le eccellenti doti comunicative, le competenze di tipo informatico o ancora l’aver svolto un Master o uno stage dedicato alla specifica posizione per la quale ci si propone;
  • essere esaustivi ma nel contempo concisi e non pesanti. Per gli approfondimenti ci si può basare tanto sul curriculum quanto sull’eventuale colloquio conoscitivo;
  • fare attenzione allo stile e alla forma, evitando errori ortografici o grammaticali che possono generare una cattiva impressione;
  • dimostrare le proprie qualità, mettendole in rilievo con esempi concreti di esperienze vissute sul campo.

L’insieme di questi piccoli accorgimenti permette di scrivere una lettera di presentazione valida che potrà risultare molto utile in fase di selezione, aprendo la strada a un possibile colloquio conoscitivo da parte dell’azienda.

I vantaggi di un cappotto termico per ridurre le spese di riscaldamento

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L’inverno è ormai alle porte. Con l’arrivo della stagione fredda si presenta la necessità di dover riscaldare i nostri ambienti domestici, un’esigenza che comporta un impatto tanto sotto il profilo della sostenibilità quanto sotto quello economico. Fortunatamente, da diversi anni esistono soluzioni efficaci e sostenibili capaci di coniugare l’attenzione nei confronti della tutela ambientale al risparmio energetico, permettendo di ridurre anche le spese di riscaldamento. È il caso del cappotto termico. Scopriamo i vantaggi garantiti da questo strumento che si rivela tra i più validi per fare efficienza energetica nell’ambito dell’edilizia.

Che cos’è un cappotto termico

Definito anche isolamento a cappotto, il cappotto termico è un rivestimento realizzato da una serie di strati isolanti applicati esternamente o internamente agli edifici, così da isolarlo da un punto di vista sia termico sia acustico. Questo sistema di isolamento permette così di ottimizzare le prestazioni energetiche dell’edificio, garantendo una significativa serie di benefici.

Vantaggi dell’isolamento a cappotto

Per assicurare a una casa un adeguato comfort abitativo è essenziale fare in modo che nei mesi freddi il calore prodotto dagli impianti di riscaldamento non sia disperso, evitando nel contempo l’ingresso dell’aria fredda esterna. Nella stagione calda, di contro, è fondamentale mantenere tenere al riparo gli ambienti interni dalle temperature elevate che si manifestano al di fuori delle mura domestiche. Un quadro simile consente già di intuire l’importanza cruciale di un buon isolamento termico in ogni momento dell’anno.

A tali bisogni risponde in maniera efficace il cappotto termico. Gli edifici che adottano questa soluzione di isolamento riescono a beneficiare di una protezione per l’intero arco dell’anno, assicurandosi un ampio ventaglio di vantaggi. Un cappotto termico permette infatti di:

  • ottimizzare il riscaldamento dei locali domestici nei mesi invernali e il raffreddamento degli stessi durante la stagione estiva;
  • vivere in ambienti più puliti e protetti da fenomeni di umidità, condense e muffe, che possono incidere negativamente sulla salute di chi soggiorna tra le mura domestiche;
  • favorire l’isolamento da rumori esterni, contrastando l’inquinamento acustico che si produce all’interno della casa;
  • migliorare la classe energetica e la sicurezza strutturale, incrementando così il valore patrimoniale dell’immobile.

La riqualificazione energetica ottenibile implementando l’isolamento a cappotto permette di ridurre sensibilmente le necessità energetiche dell’edificio, contribuendo a diminuire le emissioni di CO2, un aspetto di grande rilievo in un momento storico contraddistinto dall’urgenza di limitare l’effetto serra e le conseguenze a esso correlate in termini di crisi climatica.

La riduzione dei consumi energetici comporta ovviamente anche un tangibile vantaggio immediato e permanente sotto il profilo economico. Si stima che l’adozione di un cappotto termico determini una diminuzione del fabbisogno energetico oscillante tra il 30% e il 50%,

con un risparmio medio in bolletta pari a circa il 35%. Una percentuale che va a influire in modo molto positivo sull’economia domestica nel suo complesso.

Cappotto Termico: cosa prevede l’EcoBonus

Allo stato attuale delle cose, la riqualificazione energetica degli edifici rappresenta una delle priorità per l’Italia, anche in accordo con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile contenuti nell’Agenda 2030, il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità, sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei Paesi membri dell’ONU.

Sono numerose le iniziative che si stanno adottando per portare a termine tali obiettivi. Tra queste rientrano anche specifiche agevolazioni fiscali volte a favorire l’affermazione di un uso razionale dell’energia, di un maggiore risparmio energetico e dello sviluppo delle fonti rinnovabili. L’EcoBonus approvato dal Governo italiano nel Decreto Rilancio appartiene a pieno titolo alle proposte che mirano a fornire un impulso strategico a favore della sostenibilità energetica. Ma cosa prevede questa agevolazione?

In base a quanto stabilito nel Decreto, studiato a supporto della ripartenza post Covid-19, dal 1° luglio 2020 è possibile ottenere benefici fiscali fino al 110% per le detrazioni sui lavori di efficientamento energetico realizzati nei condomini e negli edifici unifamiliari, ovvero le villette.
Anche l’installazione del cappotto termico è nella gamma di interventi che danno accesso all’EcoBonus. Una delle condizioni indispensabili per usufruirne è che i lavori assicurino il miglioramento di due classi energetiche dell’intero edificio, o nell’ipotesi in cui ciò non risulti possibile, il conseguimento della classe energetica più alta raggiungibile.

Per chi desidera puntare sull’opzione del cappotto termico come strumento di efficientamento energetico della propria abitazione, questa agevolazione fiscale rappresenta un’occasione in più da non farsi sfuggire. Si potrà così usufruire dei tanti benefici offerti da questo sistema di isolamento, assicurandosi un ulteriore risparmio.

Tra le aziende che si sono attivate proponendo soluzioni ad hoc per sfruttare i benefici del Decreto Rilancio in ottica di favorire anche la sostenibilità energetica segnaliamo Eni gas e luce con la proposta CappottoMio, una soluzione ideale per la riqualificazione energetica e antisismica degli edifici. Oltre all’isolamento termico delle pareti, CappottoMio include l’adeguamento energetico delle centrali termiche condominiali e/o gli interventi di consolidamento antisismico.

Il condominio che intende installare CappottoMio potrà inoltre cedere al partner operativo di Eni gas e luce tutte le detrazioni fiscali ottenibili secondo quanto stabilito dalla legge e corrispondere, anche in forma rateizzata, solo l’importo rimanente a saldo della spesa totale. Il condominio potrà ottenere il finanziamento a tasso fisso di tale importo residuo fino ad una durata massima di 10 anni al fine di consentire con i risparmi ottenuti la copertura dei costi.

Come diventare maestro di sostegno

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Tra le diverse figure che si occupano di educazione a livello scolastico una delle più ricercate ad oggi è quella del maestro di sostegno o insegnante di sostegno. Le opportunità di trovare lavoro ricoprendo questa mansione risultano quindi decisamente più ampie rispetto ad altri professionisti che si occupano di insegnamento.

Negli ultimi anni, infatti, è cresciuto in maniera esponenziale il numero di alunni che necessitano di un supporto per poter affrontare nel migliore dei modi il percorso scolastico. Ma cosa occorre fare per diventare maestro di sostegno? Scopriamolo nei prossimi paragrafi.

Di che cosa si occupa il maestro di sostegno

La mansione principale dell’insegnante di sostegno consiste nell’affiancare nel proprio percorso formativo determinati alunni con bisogni educativi speciali, derivanti dalla presenza di un deficit nell’apprendimento.

Tale deficit viene accertato mediante l’esecuzione di specifici esami medici.

Requisiti per diventare maestro di sostegno

Per poter insegnare nella scuola dell’infanzia e primaria nel ruolo di maestro di sostegno occorre innanzitutto possedere uno dei seguenti titoli:

  • Diploma magistrale o Diploma sperimentale a indirizzo psicopedagogico o linguistico, conseguiti entro l’anno scolastico 2001/2002;
  • abilitazione all’insegnamento conseguita mediante il Corso di Laurea in Scienze della formazione primaria o titolo analogo ottenuto all’estero ma riconosciuto in Italia;
  • abilitazione conseguita all’estero entro l’anno scolastico 2001/2002 e regolarmente riconosciuta nel nostro paese.

Accanto alla presenza di uno di questi titoli, ulteriore requisito è quello di avere svolto nel corso degli ultimi otto anni scolastici almeno due annualità di servizio, anche non continuative, presso istituti statali dell’infanzia o primari. Occorre inoltre essere in possesso del titolo di specializzazione sul sostegno.

I requisiti sono invece diversi nel caso in cui si voglia svolgere l’attività di insegnante di sostegno in una scuola secondaria. In questa ipotesi, occorre essere in possesso della Laurea magistrale oltre a 24 crediti formativi universitari ottenuti in specifici ambiti scientifico-disciplinari.

Corso per conseguire la specializzazione sul sostegno

Per diventare maestro di sostegno è necessario frequentare un corso di specializzazione per l’inclusione scolastica. Lo stesso corso deve essere seguito anche nel caso in cui si decida di fare l’insegnante di sostegno in una scuola secondaria.

Chi aspira a lavorare presso la scuola dell’infanzia o primaria, per poter accedere al corso di specializzazione deve essere in possesso di alcuni requisiti. Nello specifico, deve possedere almeno uno dei titoli formativi precedentemente elencati.

Il corso di specializzazione ha una durata di un anno e si svolge presso i centri universitari riconosciuti dal MIUR, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Tramite il corso si acquisiscono 60 crediti formativi. I crediti includono anche almeno 300 ore di tirocinio.

Al termine del corso è prevista una prova finale. Per iniziare a insegnare è successivamente necessario  partecipare al rispettivo concorso a cattedra che viene generalmente bandito con cadenza biennale.

In che cosa consiste il concorso a cattedra per diventare maestro di sostegno

Il concorso a cattedra per diventare maestro di sostegno prevede tre prove scritte e una prova orale. Le prove scritte servono essenzialmente a testare le conoscenze del candidato su discipline socio-psico-pedagogiche, sulla didattica dell’inclusione e sui metodi di insegnamento.

Durante la prova orale si verificano sia il livello di conoscenza delle materie riguardanti il sostegno, sia la conoscenza di una lingua europea almeno di livello B2. Vengono inoltre testate le conoscenze del candidato rispetto alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Una volta superato il concorso a cattedra, l’aspirante maestro di sostegno viene inserito nelle graduatorie di merito e può così avviare pian piano il suo percorso lavorativo all’interno delle scuole d’infanzia o primarie.

Se non si riesce ad accedere all’insegnamento tramite concorso, è comunque possibile inviare la cosiddetta messa a disposizione, una candidatura spontanea e informale prevista dalla normativa scolastica italiana che permette di accedere a ruoli di supplenza.

Franchising: cos’è e come funziona

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La parola “Franchising” è ormai entrata a far parte del nostro linguaggio comune. Con questo termine si indica una particolare modalità di fare impresa che risulta sempre più adottata per svariate motivazioni. Ma qual è l’esatta definizione di Franchising? E come funziona all’atto pratico questa formula? Scopriamolo insieme.

Che cos’è il Franchising

Definito anche “affiliazione commerciale”, il Franchising è una formula di collaborazione che viene avviata tra più imprenditori per la produzione o la distribuzione di beni o di servizi. In questa modalità collaborativa, gli imprenditori si affiliano a un particolare Brand che permette loro di vendere i rispettivi beni o servizi, sfruttando una serie di vantaggi derivanti dalla appartenenza al network.

Il Franchising sta conoscendo una crescente diffusione nel nostro paese e appare particolarmente adottato nel momento in cui si decide di avviare un’attività autonoma, partendo completamente da zero.

Come funziona

Il rapporto che si viene a stabilire tra affiliato e azienda madre è piuttosto semplice. L’azienda madre, o “Franchisor”, concede all’affiliato, generalmente un rivenditore indipendente, il diritto di commercializzare i propri servizi o prodotti. La concessione di tale diritto prevede anche l’utilizzo dell’insegna dell’azienda madre, che fornisce inoltre all’affiliato opportuna assistenza tecnica e consulenza specifica sulle metodologie di lavoro da adottare.

Dal canto suo, l’affiliato si impegna a rispettare i modelli di gestione e gli standard stabiliti dal Franchisor. Solitamente, in cambio di quanto offerto, l’azienda madre riceve il pagamento di una percentuale sul fatturato raggiunto dal proprio affiliato.

Tipologie

Esistono essenzialmente tre tipologie di Franchising:

  • il Franchising di distribuzione di prodotti;
  • il Franchising di servizi;
  • il Franchising industriale.

Il Franchising di distribuzione di prodotti è uno strumento di commercializzazione dei beni dell’azienda madre in un determinato ambito territoriale.

Nel Franchising di servizi vengono invece messi a disposizione dell’affiliato specifici servizi.

Nel Franchising industriale, invece, il Franchisor trasferisce all’affiliato una serie di competenze e di licenze che permettono a quest’ultimo di produrre personalmente un determinato bene.

Vantaggi offerti

La formula del Franchising offre diversi vantaggi tanto al Franchisor quanto all’affiliato. Per l’azienda madre si prospetta in particolar modo l’opportunità di crescere in maniera esponenziale, riducendo notevolmente i costi e affidando gran parte del rischio di impresa all’affiliato.

Tra i vantaggi di cui può godere l’affiliato sono invece inclusi:

  • l’assistenza commerciale da parte dell’azienda madre;
  • un tasso di fallimento inferiore;
  • la possibilità di avviare un’attività partendo da un marchio noto e quindi già apprezzato dai consumatori.

Come scegliere il Franchising

Il ventaglio di attività che si possono avviare sfruttando la formula del Franchising è davvero ampio. Si spazia dalle librerie fino alle agenzie immobiliari. Come accade per ogni iniziativa imprenditoriale, prima di aprire un’attività in Franchising è molto importante svolgere un’analisi di mercato approfondita, così da avere una visione dettagliata dei settori più promettenti, anche in base allo specifico momento storico-economico.

Una volta effettuata l’analisi, si può procedere con la redazione di un dettagliato Business Plan, contattando inoltre l’azienda madre con cui si vuole creare il rapporto di Franchising.

Le analisi evidenziano che tra gli ambiti più promettenti nel nostro paese emerge il settore della ristorazione e quello alimentare. Altrettanto valido appare il settore dei servizi alla persona, che include anche l’assistenza domiciliare e i servizi di telesoccorso.

Considerata la diffusione di dispositivi elettronici e digitali, un ambito che appare molto promettente è anche il Franchising relativo alla riparazione di smartphone, tablet e PC.

Ma la scelta è davvero vasta. Esistono infatti attività che adottano questa formula nel settore dell’abbigliamento, della cosmesi, degli articoli per la casa e per il giardino, dei prodotti per bambini e persino dell’automotive. Accanto alle tendenze del momento, per l’affiliato è quindi opportuno puntare sulle proprie competenze nonché sulle passioni personali. Un giusto mix di elementi, insomma, che combinati insieme consentono di creare un’impresa di successo.