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Patentino per droni: come prenderlo

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Negli ultimi anni i droni stanno conoscendo un sempre più diffuso utilizzo, non solo per motivi amatoriali ma anche professionali. Con questi piccoli velivoli in grado di sorvolare il terreno con rapidità ed efficienza si possono infatti compiere numerose operazioni che spaziano dalla semplici riprese ad attività di monitoraggio del territorio. Non caso, i droni vengono utilizzati ampiamente anche nel controllo ambientale, come strumento per verificare ad esempio l’eventuale presenza di incendi boschivi, le situazioni idrogeologiche di maggiore criticità o ancora per indagini in tempo reale e in totale sicurezza, specialmente in contesti ad alto rischio, quali smottamenti, frane e inondazioni.

Per poter usare questi utili velivoli in maniera corretta è tuttavia essenziale avere delle competenze specifiche. In questo articolo scopriremo allora come prendere il patentino per droni.

Patentino per droni: quando è necessario

Secondo quanto stabilito dall’ENAC, l’autorità italiana di regolamentazione tecnica, certificazione e vigilanza nel settore dell’aviazione civile, deve essere in possesso del patentino chiunque voli con un drone da 250 grammi in su, sia per hobby sia per lavoro.

Cosa permette di fare il patentino

Il patentino per droni consente di volare per hobby o per lavoro nelle operazioni non critiche. Con l’espressione “operazioni non critiche” si designano tutti quei contesti in cui si rispettano determinate distanze di sicurezza, più dettagliatamente:

  • 50 metri dalle persone non sotto il controllo del pilota;
  • 150 metri dalle aree congestionate, come edifici, strade e ferrovie;
  • in città, in nessun caso.

In base a quanto prestabilito, si può volare solo a vista, ad altezza massima di 120 metri e nei luoghi in cui non sono previsti divieti.

Come prepararsi all’esame per ottenere il patentino per droni

Per poter ottenere il patentino per droni è necessario superare uno specifico esame. Per la preparazione esistono diversi servizi, tra cui scuole abilitate, che propongono corsi a pagamento.

Non occorre tuttavia ricorrere necessariamente a tali servizi. Per chi desidera ottenere il patentino per droni, l’ENAC ha infatti messo a disposizione un corso online che risulta più che sufficiente per prepararsi alle domande che saranno effettuate durante il test.

Il test per il patentino deve essere poi svolto direttamente sul portale ufficiale dell’ENAC.

Come funziona l’esame

Per poter svolgere la prova, occorre accedere al portale dell’ENAC mediante lo SPID di livello 2. Lo SPID non è altro che il sistema pubblico d’identità digitale che permette di svolgere diverse azioni nei siti correlati alla Pubblica Amministrazione.

Una volta effettuato l’accesso, è possibile procedere con il test che consiste in 40 domande a risposta multipla su varie discipline inerenti il volo con drone: dai regolamenti ENAC alla sicurezza, passando per le assicurazioni necessarie per utilizzare il piccolo velivolo fino a nozioni sulle istituzioni aeronautiche.

Per poter superare l’esame occorre ottenere un punteggio pari al 75% del punteggio massimo, rispondendo alle domande entro 60 minuti.

Quanto costa il patentino per droni?

Il costo per ottenere il patentino corrisponde a 31 euro di diritti, da versare anticipatamente. L’esame può essere ripetuto ma c’è un numero massimo di due tentativi giornalieri. Se si fallisce per sei volte è necessario attendere trenta giorni per poterlo ripetere.

Lavorare con i droni: la carriera da dronista

Per intraprendere la carriera da dronista, utilizzando questi piccoli velivoli per attività ad alto livello professionale, è necessario seguire degli appositi corsi di abilitazione autorizzati e riconosciuti dall’ENAC. Tali corsi, tenuti da scuole specializzate, variano a seconda del peso del drone che si andrà a pilotare, suddividendosi generalmente in corsi base, corsi completi e corsi di abilitazione alle operazioni critiche. Quest’ultima categoria è riservata ai già piloti di droni.

Come unici requisiti per poter frequentare i corsi si richiedono la maggiore età e il possesso di un certificato medico rilasciato da un Centro Aeromedico.

Come diventare maestro di yoga

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Lo yoga è una tra le discipline orientali più apprezzate in virtù dei numerosi benefici che è in grado di offrire tanto al corpo quanto alla mente. Tra i tanti vantaggi che si ottengono praticandolo regolarmente si può ricordare la capacità che lo yoga ha:

  • di migliorare la respirazione;
  • di fornire un sollievo a diversi disturbi, tra cui il mal di schiena;
  • di aumentare il tono muscolare;
  • di rafforzare il sistema immunitario.

Molte persone che amano questa disciplina decidono con il tempo di approfondirla ulteriormente, assumendo i panni di veri e propri maestri. Ma quali sono i passaggi da seguire per raggiungere questo obiettivo? Scopriamolo insieme.

Il percorso per diventare maestro di yoga

Prima di accingersi a diventare maestro di yoga è innanzitutto importante sapere che per seguire questo percorso occorre essere guidati da una vera e propria vocazione. La strada per diventare maestro di yoga presuppone infatti diverse fasi che necessitano di molta dedizione e altrettanta passione.

Corsi per diventare maestro di yoga

Per diventare maestro di yoga occorre seguire appositi corsi presso scuole riconosciute, sostenendo successivamente un esame che consente di ottenere uno specifico diploma con cui poter esercitare.

Esistono diversi corsi. Certamente quelli in grado di offrire una preparazione migliore sono i corsi di durata maggiore che richiedono di conseguenza un investimento più grande sia da un punto di vista economico sia in termini di tempo dedicato.

Le scuole che organizzano questo genere di corsi adottano generalmente il PBE (Programma di Base Europeo). Si tratta di un apposito programma che permette di tutelare le persone che intraprendono la professione di maestro di yoga nonché di ottenere una certificazione valida in tutto il territorio europeo.

Le materie dei corsi

I corsi di formazione possono durare dai tre ai quattro anni. Si basano su materie quali i diversi tipi di yoga ma anche:

  • Deontologia;
  • Didattica dello yoga;
  • Anatomia;
  • Psicologia Generale;
  • Psicologia della Meditazione.

Ogni anno si conclude con degli esami, superati i quali l’aspirante maestro ha accesso al successivo anno di corso.

Specializzazioni

Le scuole di formazione danno inoltre ai propri allievi l’opportunità di accedere a diversi percorsi di specializzazione che abilitano a lavorare in determinati ambiti. È ad esempio il caso:

  • dello yoga per bambini;
  • dello yoga in gravidanza;
  • dello yoga per disabili;
  • dell’acroyoga, pratica che combina lo yoga e l’acrobatica.

Quanto si guadagna come maestri di yoga?

Non esistono vere e proprie tariffe standard per chi svolge l’attività di maestro di yoga. I guadagni dipendono essenzialmente dal livello di esperienza e da quanto si è conosciuti. Come accade con molte altre professioni, all’inizio i ricavi sono più bassi per poi andare a crescere progressivamente man mano che si acquistano più competenze. In questi casi, le tariffe orarie possono arrivare fino ad almeno 35 euro l’ora per le lezioni di gruppo all’interno di un centro yoga. Il prezzo sale fino ai 50/60 euro per le lezioni private e personalizzate.

Tipologie di yoga più praticate in Europa e nel mondo

Quali sono invece i tipi di yoga maggiormente praticati in Europa e nel resto del mondo? L’elenco è abbastanza corposo. Tra i più diffusi possiamo tuttavia ricordare:

  • il Kundalini yoga, conosciuto anche come yoga della consapevolezza, focalizzato sulla ricerca e sul controllo dell’energia latente;
  • il Bikram yoga, detto anche yoga al caldo, che mira a tre obiettivi precisi, ovvero allungare il corpo, rilassarsi e curare dolori cronici riguardanti i muscoli e le ossa;
  • l’Hatha yoga, che dà maggiore attenzione alle tecniche di respirazione;
  • lo yoga Iyengar, uno dei pochi stili in cui si introduce l’utilizzo di attrezzature come cuscini, sedie, e coperte;
  • lo yoga della risata, che sfrutta esercizi di respirazione profonda uniti con movimenti che consentono di stimolare la risata, donando così maggiore benessere mentale a chi lo pratica.

Firma digitale e firma elettronica: cosa sono e quali vantaggi offrono

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La firma digitale è uno strumento sempre più diffuso attraverso il quale Pubbliche Amministrazioni, aziende ma anche privati cittadini possono sottoscrivere un documento informatico, attribuendogli valore legale. È possibile firmare digitalmente qualsiasi documento elettronico, a partire dalle fatture fino ai contratti, passando per le visure camerali, gli accordi commerciali e le semplici dichiarazioni di cambio di residenza. L’utilizzo della firma digitale permette quindi di ridurre sensibilmente la gestione in forma cartacea dei documenti, contribuendo a snellire i rapporti tra le Pubbliche Amministrazioni, i cittadini e le imprese.

Differenza tra firma elettronica e firma digitale

Sebbene i due termini siano usati comunemente per indicare lo stesso concetto, in realtà firma elettronica e firma digitale non sono sinonimi. È innanzitutto opportuno sapere che tanto le firme elettroniche quanto quelle digitali sono regolamentate dal Codice dell’Amministrazione Digitale, decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 ss.mm.ii., nonché dal Regolamento Europeo eIDAS, Reg. Eu 910/2014, che disciplina l’identificazione elettronica e i servizi fiduciari per le transazioni elettroniche nel mercato europeo.

La firma elettronica viene definita dal Regolamento eIDAS, come “l’insieme dei dati in forma elettronica, allegati oppure connessi tramite associazione logica ad altri dati elettronici, utilizzati come metodo di identificazione informatica”.

La firma digitale viene invece definita dal Codice dell’Amministrazione Digitale come “un particolare tipo di Firma Elettronica Avanzata basata su un certificato qualificato e su un sistema di chiavi crittografiche, una pubblica e una privata, correlate tra loro, che consente al titolare tramite la chiave privata e al destinatario tramite la chiave pubblica, rispettivamente, di rendere manifesta e di verificare la provenienza e l’integrità di un documento informatico o di un insieme di documenti informatici”.

La firma digitale è quindi una particolare tipologia di firma elettronica qualificata che permette un più ampio ventaglio di utilizzi rispetto alle altre modalità di sottoscrizione informatica.

Il funzionamento della firma digitale si basa inoltre su tre principi fondamentali:

  • il principio dell’autenticità, poiché assicura l’identità dell’impresa o della persona

che firma il documento;

  • il principio dell’integrità, perché garantisce che i documenti firmati non siano alterati o modificati a seguito dell’apposizione della firma;
  • il principio del non ripudio, poiché assicura che il firmatario del documento non possa disconoscere di aver apposto la propria firma sullo stesso.

Come firmare un documento elettronico in formato .pdf

Per evitare errori grossolani è importante sapere come procedere per firmare in modo corretto un documento elettronico. Il primo essenziale requisito per apporre una firma pdf che rispetti i principi di autenticità, di integrità e di non ripudio è l’acquisto di un certificato digitale personale che deve essere obbligatoriamente rilasciato da fornitori certificati in possesso delle specifiche autorizzazioni per concedere questo tipo di servizio.

Una volta acquisito il proprio certificato digitale personale, si può procedere con l’apposizione della firma digitale su qualsiasi tipologia di documento informatico. Il processo è a questo punto estremamente intuitivo. Le due parti firmatarie ricevono tramite e-mail un link al documento da firmare digitalmente. Per accedere alla lettura e alla firma devono autenticarsi mediante un apposito procedimento che permette di verificare l’identità delle parti firmatarie nella massima sicurezza. A seguito del completamento e della validazione della firma digitale, il documento viene sigillato.

Il processo si conclude con la ricezione da parte di entrambi i firmatari di un documento in formato .pdf non più suscettibile a modifiche e perciò archiviabile con valore legale.

La scelta del fornitore di firma elettronica

Come anticipato all’inizio del nostro articolo la firma elettronica viene definita dal Regolamento eIDAS e tutti i fornitori certificati sono obbligati a rispettare il set di regolamenti eIDAS che sancisce in diritto il riconoscimento e i requisiti legali della firma elettronica all’interno dell’Unione Europea.

Tra questi fornitori vi segnaliamo ad esempio Yousign, società francese con sede a Caen e a Parigi, fondata nel 2013 da Luc Pallavidino e Antoine Louiset e titolare di certificati di conformità eIDAS per servizi di firma elettronica, sigillo elettronico e timbro orario qualificato.

I dati dei clienti di YouSign sono crittografati e ospitati su server sicuri all’interno dell’Unione Europea.

Come Autorità di Certificazione (AC), Yousign è autorizzata ad inviare firme elettroniche attraverso i certificati di firma elettronica che detiene. Ogni firma elettronica ottenuta con il servizio offerto da YouSign è quindi riconosciuta a livello nazionale ed europeo.

Che cos’è lo Smart Working

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Soprattutto in seguito all’emergenza sanitaria legata alla pandemia di Covid-19, il termine “Smart Working” è diventato di uso comune. Ma all’atto pratico, non tutti i cittadini sono perfettamente consapevoli di cosa si intenda con questa espressione, entrata ormai a far parte dei nostri discorsi quotidiani. In questo articolo, scopriremo allora che cos’è lo Smart Working e come funziona.

Smart Working: significato

In italiano il termine “Smart Working” è traducibile come “lavoro intelligente”. Per poter trovare una definizione adeguata di questa modalità lavorativa in costante diffusione e destinata a crescere ancor di più con il passare del tempo, si può far riferimento alle parole dello specifico Osservatorio del Politecnico di Milano. Gli esperti dell’Osservatorio definiscono lo Smart Working, “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Lo Smart Working, abitualmente chiamato anche con l’appellativo di “lavoro agile”, non va quindi confuso con il semplice concetto di “lavorare da casa” per uno o più giorni a settimana.

Come funziona lo Smart Working

Entrando ancor più dettagliatamente nel merito, quando si parla di Smart Working ci si riferisce a un nuovo approccio nel modo di collaborare all’interno di un’azienda o di un’organizzazione. Questo approccio si basa su alcuni punti cruciali:

  • una revisione del rapporto tra Manager e dipendente, in cui prevale la fiducia rispetto al controllo;
  • l’utilizzo di tecnologie collaborative;
  • la riorganizzazione degli spazi lavorativi che non sono più esclusivamente rappresentati dal tradizionale ufficio.

Nell’ottica Smart, infatti, il concetto di ufficio diventa aperto. Lo spazio lavorativo mira cioè a favorire la creatività delle persone coinvolte, stimolando nuove idee. Di qui si comprende l’uso dell’aggettivo “intelligente”. Siamo cioè di fronte a una modalità innovativa di operare che, se ben strutturata, aumenta il livello di partecipazione del collaboratore, assicurando il raggiungimento di una maggiore produttività per l’impresa.

Normativa sullo Smart Working

Nel nostro Paese lo Smart Working è stato normato solo negli ultimi anni, tramite la Legge 81/2017, non a caso definita ”Legge sul Lavoro Agile”. In base alla normativa, l’adozione di questa modalità di esecuzione del lavoro subordinato deve innanzitutto essere stabilita attraverso un accordo scritto tra le parti coinvolte.

Trattandosi di lavoro agile, la prestazione lavorativa è da svolgere in totale autonomia da parte del lavoratore, senza vincoli di luogo di lavoro né di orario e mediante l’uso di strumenti tecnologici idonei.

Nella Legge viene inoltre chiaramente specificata la parità di trattamento economico per lo Smart Working rispetto al lavoro tradizionale. La normativa specifica infine la tutela degli aspetti legati alla salute e alla sicurezza del lavoratore, nonché il diritto all’apprendimento permanente.

Benefici dello Smart Working per le aziende

Per le aziende che adottano una modalità di lavoro agile si configura una serie di
vantaggi tangibili. Un modello di Smart Working ben strutturato aiuta ad accrescere la motivazione e il senso di soddisfazione del lavoratore, con chiari benefici in termini di performance. Un lavoratore felice è infatti anche un lavoratore più produttivo. Avere l’opportunità di ripensare e di riadattare gli ambienti professionali comporta inoltre dei vantaggi sotto il profilo economico, permettendo alle imprese di risparmiare notevolmente su alcune uscite fisse, quali le spese per l’energia e per la pulizia.

Va però precisato che non tutti i lavoratori sono per indole abbastanza flessibili da adattarsi facilmente a una modalità di lavoro agile. Alcune persone preferiscono infatti lavorare tra le mura del classico ufficio, a stretto contatto con i propri colleghi, e seguendo ritmi prestabiliti. In questi casi possono manifestarsi sensazioni di smarrimento, che tuttavia con il passare del tempo e con l’abitudine alla nuova modalità tendono in genere a scomparire.

Come prendere la patente nautica

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Per gli amanti della libertà, ma non solo, una delle emozioni più grandi è quella di solcare le onde a bordo di una barca a vela o a motore. Ma proprio come accade per le strade, anche il mare ha le sue regole. Per poter condurre una barca è perciò necessario essere in possesso delle dovute competenze e anche di una specifica patente nautica. In questo articolo scopriremo cosa occorre fare per prenderla.

Patente nautica: quando è obbligatoria

In base a quanto stabilito dalla legge il possesso della patente nautica è obbligatorio per poter condurre:

  • qualsiasi tipo di imbarcazione oltre le 12 miglia dalla costa e/o con motore di potenza superiore ai 30 kW;
  • qualsiasi imbarcazione con potenza massima 40,8 Cv, ma con cilindrata superiore a 750 cc, se a carburazione a due tempi o a 1000 cc, se a carburazione a 4 tempi fuoribordo, o se a iniezione diretta; o superiori a 1300 cc, se a carburazione a 4 tempi entrobordo o a 2000 cc, se a motore diesel;
  • imbarcazioni adibite allo sci nautico;
  • moto d’acqua, a prescindere dalla distanza dalla costa.

La patente nautica non è invece obbligatoria per condurre un’unità da diporto di lunghezza inferiore ai 24 metri, con cilindrata inferiore a quelle precedentemente elencate e se si rispetta la navigazione entro le 6 miglia dalla costa.

Anche in questi casi, è tuttavia necessario possedere alcuni requisiti che variano a seconda del tipo di imbarcazione. Per condurre i natanti da diporto occorre ad esempio aver compiuto 16 anni. Per le imbarcazioni da diporto bisogna invece aver compiuto 18 anni.

Chi può conseguire la patente nautica: requisiti necessari

Oltre all’età, per poter ottenere la patente nautica occorre possedere alcuni requisiti. Non possono ad esempio conseguirla le persone affette da malattie fisiche o psichiche, da minorazioni psichiche, anatomiche o funzionali, da deficienze organiche o che utilizzino sostanze psicoattive.

In determinati casi è quindi possibile ottenere solo la patente di categoria C riservata alle persone diversamente abili. Con questo tipo di patente si autorizza alla conduzione di natanti e di imbarcazioni con l’obbligo di avere a bordo un altro passeggero di età non inferiore a 18 anni, capace di svolgere le funzioni manuali necessarie per poter dirigere il mezzo e per poter salvaguardare la vita umana in mare.

Dove prendere la patente nautica

Per poter conseguire la patente nautica occorre iscriversi in scuole specializzate. I corsi realizzati dalle scuole nautiche permettono ai propri allievi di acquisire le competenze necessarie per poter condurre diversi tipi di imbarcazione.

Tipologie di patenti nautiche

Come per i mezzi che circolano su strada, anche per le imbarcazioni esistono svariate tipologie di patenti nautiche. Tra queste:

  • la patente nautica senza limite dalla costa, a vela e a motore;
  • la patente nautica entro le 12 miglia, a vela e a motore;
    la patente nautica per navi da diporto suddivise in diverse categorie.

Gli esami

L’iter per il conseguimento della patente nautica ricalca sostanzialmente quello che si segue per ottenere la patente automobilistica. Una volta frequentati gli appositi corsi, occorre superare una prova teorica consistente in una esercitazione di carteggio e un quiz.

Il quiz serve per verificare la preparazione da parte del candidato su specifici argomenti, quali la meteorologia, la sicurezza della navigazione e la conoscenza delle avarie più significative che possono verificarsi su una imbarcazione.

La prova pratica varia invece a seconda del tipo di comando a cui il candidato aspira. L’esame pratico per il conseguimento della patente necessaria per condurre imbarcazioni a vela è più complesso e include prove quali manovre, regolazioni, recupero dell’uomo a mare e accosto in banchina.

Rinnovo della patente nautica

La validità delle patenti nautiche corrisponde a 10 anni a partire dalla data di rilascio, scendendo a 5 anni per chi supera i 60 anni di età. La validità è ulteriormente inferiore per le patenti di categoria C.

Come diventare tatuatore

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Quella dei tatuaggi non è solo una moda. Dietro i tattoo si nasconde una vera e propria arte dalle origini antichissime, risalenti addirittura al III millennio a.C. È opinione diffusa tra gli antropologi che questa arte sia nata in maniera del tutto indipendente nelle varie latitudini del mondo, inizialmente come pratica sciamanica e terapeutica, successivamente con connotazioni di carattere religioso o sociale. Nel corso dei secoli l’arte del tatuaggio ha poi conosciuto diverse vicissitudini, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Per molte persone abbracciare questa pratica significa anche porre le basi per un vero e proprio mestiere, per l’appunto quello del tatuatore. Ma quale percorso bisogna seguire per intraprendere questa professione? Lo scopriremo nei prossimi paragrafi.

Imparare a tatuare

Come diventare un tatuatore? È una domanda che molti appassionati di questa arte si pongono. Il primo elemento necessario per poter diventare tatuatore è certamente la passione per il disegno. Per poter realizzare tatuaggi è quindi importante essere capaci di disegnare e di conoscere le tecniche di illustrazione. Chi desidera abbracciare il mestiere di tatuatore può perciò iniziare a esercitarsi disegnando da solo sulla carta. Si tratta di un ottimo esercizio per acquisire abilità nel disegno a mano libera, riuscendo nel contempo a creare uno stile personale.

Frequentare una scuola per tatuatori

Dopo aver appurato che si possiedano sufficienti capacità nella pratica del disegno e dell’illustrazione, per cimentarsi nella realizzazione di tatuaggi in maniera professionale è tuttavia necessario frequentare specifiche scuole per tatuatori. Solo un corso appositamente focalizzato su questo mestiere può infatti consentire di acquisire le competenze fondamentali per intraprenderlo nel migliore dei modi.

I corsi per tatuatori permettono di imparare a usare tutti gli strumenti necessari, dagli aghi agli inchiostri. Consentono di affinare le tecniche di disegno, ottimizzandole per la realizzazione sulla pelle. Aiutano inoltre a conoscere come trattare nel modo corretto la cute, così da evitare problematiche. Offrono infine una visuale completa sulla normativa da rispettare per svolgere il lavoro di tatuatore.

Il praticantato per diventare tatuatore

Come in ogni mestiere, anche nel caso del tatuatore la pratica è un punto cruciale. Dopo aver concluso gli appositi corsi per prepararsi al mestiere, il passaggio successivo per intraprendere questa carriera è cercare di fare esperienza sul campo. L’ideale è quindi di svolgere un periodo di formazione presso un studio di tatuatori. Una volta acquisite esperienza, competenza e manualità, si può pensare alla ipotesi di svolgere la professione in maniera autonoma, aprendo una partita IVA.

Le opzioni possibili in tal caso sono due. Si può decidere di intraprendere delle collaborazioni con diversi studi. La seconda alternativa è invece quella di assumere le vesti di vero e proprio imprenditore, aprendo uno studio personale in cui ricevere la propria clientela.

Cosa rischia un tatuatore abusivo

Come abbiamo anticipato, per poter diventare tatuatore professionista occorre frequentare dei corsi specifici che permettono di abilitarsi al mestiere. Senza questo requisito fondamentale non si può abbracciare la professione in maniera ufficiale e legale. Anche uno studio deve essere regolamentato, con tanto di licenza e di permesso. In caso contrario, si diviene tatuatori abusivi.

Svolgendo il mestiere senza adeguarsi alla normativa si rischia di incorrere in denunce o in sanzioni molto pesanti, che possono comportare anche la cessazione definitiva dell’attività.

Oltre che capacità e passione per il mestiere, per diventare un tatuatore serio e professionale, ci vuole quindi buonsenso. Il rispetto delle regole è un punto essenziale che contribuisce a fare la differenza.

Quanto guadagna un tatuatore?

Svolgere il mestiere di tatuatore può risultare molto remunerativo in taluni casi. Oltre alla bravura e alla capacità di gestire i clienti, determinante è anche lo spirito di iniziativa, soprattutto se si decide di intraprendere la professione in maniera autonoma. Un altro elemento importante è la voglia di continuare a formarsi, seguendo corsi di aggiornamento. Un mix di questi aspetti può permettere al tatuatore di ottenere anche guadagni di un certo rilievo.

Come appendere un quadro

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Accanto ai mobili, gli interni delle nostre case si compongono di un’ampia serie di oggetti che aiutano ad arredarle, rendendole ancor più calde e accoglienti. Nel ventaglio di questi complementi sono inclusi anche i quadri che molte persone amano utilizzare per abbellire le pareti delle loro dimore. Ma posizionarli nel migliore dei modi è un’operazione che non risulta sempre semplice per tutti. In questo articolo forniremo allora una breve guida su come appendere un quadro.

Cosa serve per appendere un quadro

La prima cosa da fare prima di fissare un quadro alla parete è quella di valutarne il peso, così da procurarsi il materiale necessario.

Per sostenere un quadro leggero, al di sotto dei 5 Kg, un chiodo è più che sufficiente. In commercio esistono anche specifici ganci in grado di supportare quadri poco pesanti. In alternativa, con questo tipo di quadri o con quadri inferiori ai 10 Kg di peso, si possono anche usare delle viti con i relativi tasselli.

Se il quadro pesa più di 10 Kg si possono invece utilizzare dei tasselli con appositi ganci. Per ottenere la massima presa, un ottimo prodotto è inoltre il bullone a molla.

Come posizionare il quadro

È innanzitutto opportuno trovare una giusta collocazione per il quadro che si vuole appendere, effettuando delle prove sulla parete. Così facendo, è possibile verificare aspetti quali la luminosità e l’effetto estetico offerto dal quadro rispetto all’ambiente circostante.

Una volta prescelta l’ubicazione che sarà occupata dal quadro, si procede tracciando sulla parete un segno con la matita in corrispondenza del punto centrale del lato superiore della cornice. È proprio questo il punto che servirà per inserire il chiodo, la vite o il bullone a molla con cui sostenere il quadro.

Dopo essere giunti a questo passaggio, se si utilizza un chiodo basta fissarlo alla parete con l’ausilio di un martello. Per inserire la vite, occorre invece, nell’ordine:

  • effettuare un foro con il trapano al centro del segno realizzato con la matita;
  • infilare il tassello nel muro;
  • avvitare la vite nel tassello.

Se si deve usare un bullone a molla, è invece necessario praticare un foro da 1,25 cm nella parete. Il bullone va successivamente fissato seguendo le indicazioni presenti sulla confezione del prodotto stesso.

Livellare il quadro

È arrivato ora il momento di appendere il quadro, dopo aver verificato che il sostegno prescelto sia realmente capace di supportarne il peso. Con l’uso di una livella a bolla, è possibile poi controllare che il quadro sia dritto, aggiustando eventualmente il tiro in modo da posizionarlo in maniera corretta.

Consigli pratici

Con un pizzico di manualità, appendere un quadro è insomma un’operazione fattibile. Come per ogni lavoro fai-da-te, è tuttavia opportuno seguire alcune accortezze. Il primo importante accorgimento consiste nel prestare attenzione nel momento in cui si usa il trapano, cercando di evitare che la punta dell’attrezzo entri a contatto con eventuali
cavi elettrici o tubazioni presenti nella parete.

Altrettanto importante è scegliere materiali idonei e abbastanza resistenti che siano in grado di sorreggere il peso del quadro. Ricordiamo infatti che i quadri possono essere anche costosi e una caduta accidentale potrebbe rovinarli inesorabilmente. Per poter reperire il materiale adatto ad appendere un quadro, è utile rivolgersi a negozi specializzati, dove si può fare affidamento sui suggerimenti di personale esperto.

Appendere un quadro senza forare il muro

È infine importante sapere che per appendere un quadro non occorre necessariamente forare il muro. In commercio esistono infatti specifici materiali studiati per evitarlo. È il caso ad esempio delle strisce adesive o dei ganci adesivi, ideali per i quadri leggeri.

Se non si ha particolare dimestichezza, prima di acquistare e di utilizzare questo genere di prodotti è tuttavia consigliabile chiedere chiarimenti agli addetti alle vendite che operano nei negozi specializzati.

Come aprire un Coworking

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Il mondo del lavoro è in continua evoluzione e offre sempre molti stimoli a chiunque desideri intraprendere un’attività in proprio. Una delle più interessanti novità che ha riguardato l’ambito professionale negli ultimi anni è la diffusione su ampia scala dei Coworking. Per chi non sa esattamente cosa siano, in questo articolo lo scopriremo. Vedremo inoltre i passaggi da seguire per lanciarsi in questa iniziativa imprenditoriale.

Che cos’è un Coworking

Almeno per chi conosce l’inglese, la parola Coworking dovrebbe già di per sé fornire un’idea di cosa si intenda con questo termine. Il Coworking è una modalità lavorativa basata sulla condivisione dello stesso ambiente – nella maggior parte dei casi un ufficio di grandi dimensioni – da parte di varie attività indipendenti. A differenza del classico ambiente aziendale, chi svolge il proprio lavoro in modalità Coworking non appartiene generalmente alla stessa impresa ma a svariate realtà professionali, in taluni circostanze molto diverse tra loro.

Fin dalla sua nascita, il Coworking ha permesso a molte aziende e liberi professionisti di risparmiare sensibilmente sui costi necessari per il mantenimento di un ufficio equipaggiato per poter svolgere la propria attività professionale. Accanto al tema strettamente economico, il Coworking offre una serie di ulteriori vantaggi a chi lo adotta come soluzione lavorativa. Innanzitutto, la possibilità di operare in un ambiente compartecipato e collaborativo che favorisce lo scambio di conoscenze tra i vari professionisti coinvolti. ll Coworking si inserisce anche a pieno titolo nell’ambito di quella economia della condivisione che si sta diffondendo negli ultimi anni. Un’economia green che mette alla base delle sua filosofia il risparmio di risorse preziose, in primis dell’energia, così da assicurare il minimo impatto ambientale.

Questo stile di lavoro non rappresenta un beneficio solo per chi decide di abbracciarlo. Può anche costituire una ghiotta opportunità imprenditoriale. Per chi vuole lanciarsi in quest’avventura, vediamo allora come aprire un Coworking.

Cosa fare per aprire un Coworking

Dal punto di vista burocratico, aprire un Coworking equivale a creare un’impresa. La prima cosa da fare è quindi quella di aprire una partita IVA.

Altro punto prioritario consiste nel trovare una giusta location in cui ospitare questo ambiente di lavoro. Ovviamente più spazio si ha a propria disposizione, più postazioni di lavoro e servizi si possono offrire. Sicuramente, un aspetto a cui fare attenzione nella scelta del locale che ospiterà il Coworking è l’accessibilità. La vicinanza ai mezzi pubblici rappresenta un elemento molto utile che può contribuire a fare la differenza nel successo dell’iniziativa.

Occorre poi pensare all’allestimento dell’ambiente lavorativo, mettendosi nei panni di chi in futuro usufruirà del Coworking. Al di là del fattore puramente estetico, per poter creare uno spazio accattivante è importante dotarlo di ogni comfort e di tutti i servizi di cui si fruisce abitualmente in un ufficio: dalla connessione Internet a un’adeguata illuminazione, passando per la presenza di scrivanie e di sedute ergonomiche.

Come aprire un Coworking se non si hanno i fondi necessari

Come tutte le attività imprenditoriali, il Coworking comporta degli investimenti che possono essere cospicui nella fase iniziale del progetto. Se non si hanno a disposizione molti fondi, si può ricorrere a dei prestiti bancari.

Esistono inoltre specifici incentivi pubblici per finanziare attività di Start Up. Per questo motivo, è sempre opportuno fare delle ricerche accurate o rivolgersi a figure che possono essere d’aiuto per il reperimento di questo tipo di informazioni. Tra queste rientrano anche i commercialisti.

Promuovere il Coworking

Dopo aver dato vita alla location che accoglierà il Coworking, per far decollare l’iniziativa nel migliore dei modi è essenziale puntare su una promozione strategica. Certamente uno dei primi passi da intraprendere è quello di mettere online un sito web dedicato al Coworking, in cui presentare lo spazio e i servizi proposti. Un’ottima idea è poi quella di usare i principali canali social come strumento di promozione.

Ma anche un buon passaparola tra professionisti può essere di grande aiuto. Maggiori sinergie si creano, infatti, più la comunità ospitata nel Coworking è destinata ad allargarsi.