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Come aprire una libreria

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I libri sono veri compagni di vita che ci tengono compagnia in molti dei nostri momenti liberi, oltre a offrirci la possibilità di imparare una miriade di nuove nozioni che abbracciano le materie più svariate: dalla filosofia alla storia, passando per l’arte e la scienza. Per molti la passione per i libri e per la lettura diviene anche un lavoro. Sono numerose le persone che aspirano ad esempio ad aprire una propria libreria. Ma quali sono i passi da seguire per realizzare questo obiettivo? Nei prossimi paragrafi vedremo come aprire una libreria, scoprendo le principali pratiche da mettere in atto.

Scegliere il tipo di libreria

La prima cosa da decidere nel momento in cui si apre una libreria è se entrare a far parte di una catena già nota, aderendo a formule di franchising, oppure aprire una libreria indipendente. L’opzione del franchising offre come principale vantaggio il fatto di aderire a reti già note, che possono favorire l’avvicinamento dei clienti almeno nella fase immediatamente successiva all’apertura dell’attività. In questo caso si devono però seguire direttive specifiche per allinearsi alla catena.

Scegliere di aprire una libreria indipendente assicura invece totale libertà tanto nell’allestimento del negozio quanto nella gestione dell’attività, a partire dalla scelta dei libri da proporre alla clientela ma non solo.

L’iter burocratico per aprire una libreria

Come accade con ogni attività imprenditoriale, anche l’apertura di una libreria prevede un percorso burocratico. Dopo aver scelto con cura l’ubicazione della nuova attività, per aprire una libreria è necessario possedere alcuni requisiti. All’atto pratico, occorre innanzitutto:

  • aprire una Partita IVA;
  • iscriversi al Registro delle Imprese;
  • aprire le posizioni INPS ed INAIL;
  • dare comunicazione dell’inizio dell’attività presso il Comune in cui ha sede la nuova libreria. Tale comunicazione va effettuata almeno trenta giorni prima dell’avvio dell’attività vera e propria.

L’iter burocratico può essere facilitato appoggiandosi a un commercialista, professionista generalmente a conoscenza delle diverse pratiche da svolgere quando si apre una nuova attività. Il commercialista è inoltre una figura necessaria per svolgere numerosi altri adempimenti che saranno necessari una volta che la libreria sarà già operativa.

Tra le prassi più importanti da svolgere vi è anche quella di accertarsi che i locali prescelti presentino tutte le caratteristiche idonee ad ospitare l’attività, a partire dalla sicurezza passando per le normative in materia di igiene, fino alla agibilità.

Come comprare e ordinare i libri

Per comprare e ordinare i libri ci sono due modi. Ci si può rivolgere a un grossista oppure a un distributore. La gestione degli ordini avviene solitamente mediante specifici software, la cui fruizione può avvenire aderendo a un abbonamento annuale. Questi software, costantemente aggiornati, contengono i cataloghi delle varie case editrici. Si tratta di migliaia di titoli che possono così essere ordinati tramite computer con pochi semplici passaggi.

La gestione della libreria

Come per ogni altra attività imprenditoriale, il fine ultimo di una libreria, oltre a diffondere cultura, è quello di riscuotere successo, riuscendo nel difficile compito di vendere quanti più libri possibili. Entrano a questo punto in gioco altri elementi. Per poter assicurare il giusto successo a una libreria, occorre investire tempo e denaro in attività di comunicazione, nella creazione di eventi e in iniziative promozionali. Una buona idea può essere certamente quella di sfruttare le potenzialità di Internet, creando un sito dedicato con cui permettere ai lettori di fare anche acquisti online. Un ottimo espediente è inoltre la promozione dell’attività sui principali social network, creando profili e pagine dedicate.

Gli eventi con autori e con altri ospiti interessanti sono un’altra eccellente fonte di visibilità. La vendita di libri può essere inoltre affiancata da quella di altri prodotti, dando spazio alla fantasia: dai gadget fino a materiale utile per la scrittura e l’ufficio, come taccuini, agende ma anche dispositivi digitali di vario tipo.

Alcune librerie optano per la creazione di angoli bar in cui poter sorseggiare un buon caffè o fare un aperitivo mentre si sfogliano le pagine di un libro o si è in compagnia di amici e conoscenti. In questo caso, risulta ovviamente necessario seguire ulteriori iter burocratici, così da rispettare le normative specifiche richieste per le attività del settore ristorativo.

Nella gestione di una libreria si può insomma dare spazio alla creatività, progettando format originali e ideando iniziative che permettano di fidelizzare quanti più clienti possibili.

Come scegliere un tablet

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Malgrado il suo utilizzo sia meno diffuso rispetto agli smartphone, strumenti digitali che sono ormai divenuti parte integrante della nostra quotidianità, anche i tablet sono apprezzati da molti consumatori. Si tratta di dispositivi certamente utili per compiere una serie di attività online, dal controllo della posta elettronica fino all’uso dei social network. Diverse persone li utilizzano anche come abituale strumento di lavoro, in virtù della loro fruibilità. In questo articolo daremo alcune indicazioni su come scegliere un tablet, per chi desidera acquistare questo tipo di dispositivo ma non sa da dove partire.

Il punto di partenza per scegliere un tablet: il sistema operativo

Uno dei primi aspetti da tenere in considerazione nel momento in cui si sceglie un tablet riguarda il sistema operativo installato nell’apparecchio. Generalmente i tablet presentano tre sistemi operativi, Android, iOS e Windows, ovvero gli stessi che si trovano anche negli smartphone.

Android è un sistema operativo molto fruibile, contraddistinto da una notevole quantità di App, gran parte delle quali gratuite, e con un prezzo decisamente inferiore rispetto ai tablet basati sullo iOS.

iOS è il sistema operativo di proprietà della Apple. Si tratta quindi della scelta ideale per chi è abituato a usare i prodotti di questa famosa azienda multinazionale statunitense. Tra le principali caratteristiche di questo sistema operativo emerge sicuramente una maggiore stabilità. Il grande difetto delle piattaforme iOS è tuttavia rappresentato dal fatto che si tratta di sistemi completamente chiusi che offrono pochissime possibilità di personalizzazione.

I tablet che utilizzano Windows sono invece soprattutto adatti a chi ama lavorare con i prodotti targati Microsoft. Particolarmente utile appare ad esempio l’integrazione perfetta con il pacchetto Microsoft Office.

Dimensione del display

A prescindere dal sistema operativo adottato, un altro elemento su cui occorre focalizzare l’attenzione nel momento in cui si acquista un tablet è senza dubbio la dimensione del display. La scelta varia ovviamente in base all’uso che si andrà a fare del dispositivo. Nel caso in cui sia piuttosto frequente, è consigliabile preferire un display superiore agli 8 pollici, per poter così operare con una maggiore visibilità così da non sforzare eccessivamente gli occhi. Una display simile permette inoltre di digitare in modo più agevole sulla tastiera touch.

Connettività

Altra caratteristica essenziale da tenere in considerazione quando si sceglie un tablet è il tipo di connettività fornito dal dispositivo. Alcuni tablet possiedono infatti la sola connettività Wi-Fi mentre altri operano tanto in Wi-Fi quanto con connettività mobile, ovvero con la classica SIM inserita nell’apparecchio. Se il tablet viene utilizzato anche al di fuori dei contesti domestici o dell’ufficio, luoghi che ad oggi sono generalmente provvisti di connessione Wi-Fi, è opportuno optare per un tablet che supporti anche la connettività mobile. Scegliendo questa opzione, si ha la possibilità di connettersi a Internet in qualsiasi momento e pressoché ovunque, indipendentemente dalla presenza o meno di una connessione Wi-Fi.

Spazio di archiviazione

Anche lo spazio di archiviazione è un ulteriore aspetto su cui focalizzarsi. I tablet sono di solito potenziabili a livello di archiviazione, inserendo le apposite memorie esterne, meglio note come microSD. È tuttavia opportuno puntare su un dispositivo che abbia un certo spazio di archiviazione interno. In linea di massima, un tablet da 32 GB è adatto a soddisfare i bisogni della maggior parte degli utenti. Ancor più funzionali risultano i dispositivi con 64 GB. In commercio esistono anche tablet con 128 GB di memoria interna, particolarmente idonei a chi ha l’abitudine di archiviare grandi collezioni multimediali.

Autonomia della batteria

Un ultimo aspetto da tenere in considerazione quando ci si accinge a scegliere un tablet è l’autonomia della batteria. Trattandosi di un dispositivo che si utilizza soprattutto in movimento è importante che la batteria abbia una buona autonomia a livello di ricarica. Non sempre si ha infatti la possibilità di avere a disposizione un punto per ricaricare l’apparecchio. Una buona abitudine può essere comunque quella di portare sempre con sé una Power Bank, ossia una batteria di emergenza portatile che assicura l’alimentazione del tablet, del cellulare o di qualsiasi altro dispositivo digitale, ogni volta che se ne ha necessità.

Come diventare giornalista

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Quella del giornalista è una professione che affascina molte persone, non solo chi è appassionato di scrittura. Come svariati altri mestieri, per poter abbracciare questo lavoro occorre seguire un determinato iter che non tutti conoscono nel dettaglio. In questo articolo vedremo allora come diventare giornalista.

Giornalista professionista e giornalista pubblicista: le differenze

Il primo passo essenziale per poter diventare giornalista è l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti, un Albo professionale specificatamente dedicato a questa figura. La richiesta di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti può essere effettuata solo dopo aver svolto uno specifico percorso.

A tale proposito, è opportuno ricordare che nel caso dei giornalisti, l’Albo Professionale è ripartito in due Elenchi:

  • l’Elenco dei giornalisti professionisti;
  • l’Elenco dei giornalisti pubblicisti.

Pur trattandosi in entrambi in casi di persone che scrivono per la carta stampata o per il web o che lavorano in redazioni di TG televisivi, esiste una differenza sostanziale tra giornalisti professionisti e giornalisti pubblicisti.

Il giornalista professionista esercita in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista. L’Elenco dei pubblicisti include invece coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita, pur esercitando altre professioni o impieghi.

Come diventare giornalista pubblicista

A differenza del giornalista professionista, per l’iscrizione all’Albo dei giornalisti pubblicisti non è necessario il superamento di alcun esame, tranne in rari casi previsti dall’Ordine dei Giornalisti regionale presso cui si fa richiesta, che generalmente corrisponde alla propria Regione di residenza.

Il requisito base per poter procedere con l’iscrizione all’Ordine è di aver pubblicato nell’ultimo biennio almeno 70 articoli firmati o siglati. La cifra può comunque variare lievemente a seconda della sede regionale dell’Ordine a cui si fa riferimento. Il giornalista pubblicista deve inoltre possedere alcuni requisiti richiesti dalla legge, nello specifico:

  • la cittadinanza italiana;
  • l’assenza di precedenti penali;
  • l’attestazione di versamento della tassa di concessione governativa.

All’atto di iscrizione i richiedenti devono inoltre consegnare ulteriore documentazione, tra cui:

  • la dichiarazione del direttore responsabile della testata giornalistica con cui è avvenuta la collaborazione, che deve essere correttamente retribuita nell’arco del biennio;
  • il materiale attestante la collaborazione;
  • una copia delle ricevute di tutti i compensi giornalistici che sono stati percepiti durante la collaborazione.

Dopo aver consegnato tutta la documentazione necessaria, l’Ordine dei Giornalisti di riferimento valuta i termini della domanda. In caso di approvazione ci saranno ulteriori pratiche burocratiche da svolgere.

Come diventare giornalista professionista

Il percorso per diventare giornalista professionista è invece decisamente più complesso. Per potersi iscrivere all’Albo dei giornalisti professionisti, l’aspirante giornalista deve svolgere diciotto mesi di praticantato e deve frequentare uno dei corsi di formazione, anche a distanza, della durata minima di quarantacinque ore, che sono promossi dal Consiglio Nazionale o dai Consigli Regionali dell’Ordine. In alternativa, l’aspirante giornalista può aver frequentato per un biennio una delle scuole di giornalismo che sono riconosciute dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti.

L’altro passo essenziale consiste nel superamento di un esame di idoneità professionale. L’esame, organizzato periodicamente, si svolge a Roma ed è suddiviso:

  • in una prova scritta;
  • e in una prova orale.

La prova scritta prevede tre passaggi:

  • la sintesi di un articolo a scelta tra due forniti dalla commissione;
  • la redazione di un articolo a scelta su argomenti di carattere giornalistico quali Economia e lavoro, Politica interna ed estera, Cronaca, Sport, Cultura, Scienze, Tecnologie, Spettacolo;
  • un questionario con risposte libere sul Diritto costituzionale, sul Diritto penale, sull’etica e sulla deontologia professionale, sulla storia nonché sulla tecnica del giornalismo

La prova orale è invece essenzialmente volta a valutare il livello di conoscenza del candidato su temi quali l’etica professionale, le norme giuridiche concernenti il giornalismo e le tecniche attinenti all’esercizio della professione.

Una volta superato l’esame di idoneità si può procedere con le varie pratica burocratiche finalizzate all’iscrizione effettiva all’Albo.

Il Registro dei praticanti

Un’ulteriore opportunità per chi desideri intraprendere la professione giornalistica è quella di iscriversi al Registro dei praticanti. Dopo dopo diciotto mesi dall’inizio del contratto, tale iscrizione permette di accedere in automatico all’esame di idoneità per diventare giornalista professionista.

Come cambiare il medico di famiglia

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Il medico di famiglia o medico di base è una figura piuttosto importante nella tutela della salute dei cittadini. Per questo motivo, quando fattibile, è opportuno sceglierlo con un certo criterio. Nel corso della vita, per le ragioni più svariate, può comunque accadere di dovere o volerlo cambiare. L’eventuale sostituzione è infatti un diritto di cui gode ogni cittadino e può essere effettuata in qualsiasi momento. In questo articolo vedremo allora come cambiare il medico di famiglia.

Cambiare il medico di famiglia: le cose da sapere

Sostituire il proprio medico di base è un’operazione piuttosto rapida e semplice che non richiede una grossa prassi a livello burocratico. Esiste tuttavia una regola basilare che ogni cittadino deve conoscere prima di scegliere un nuovo medico di famiglia: il professionista selezionato non deve aver superato il numero massimo di pazienti che viene riconosciuto dalla legge.

Da dove iniziare per scegliere un nuovo medico di base

Come accade con la richiesta iniziale, anche per cambiare il medico di famiglia il cittadino deve rivolgersi agli uffici competenti della propria Azienda Sanitaria Locale. Se non si conoscono i medici disponibili, per la scelta del sostituto è possibile consultare gli appositi elenchi degli specialisti che sono convenzionati con il Sistema Sanitario Nazionale. Tali elenchi sono disponibili presso gli uffici delle stesse ASL.

Una buona abitudine da mettere in atto nella scelta è anche quella di chiedere consiglio ad eventuali parenti, amici o conoscenti che possono essere una preziosa fonte di informazioni sui medici locali.

La prassi da seguire per cambiare medico di famiglia

Una volta che si hanno idee chiare sul sostituto, il cittadino deve recarsi personalmente
agli sportelli delle ASL di appartenenza. Al momento della richiesta, oltre a compilare specifici moduli, il cittadino deve mostrare al personale addetto un documento di identità valido e la propria tessera sanitaria. In fase di richiesta del cambio, generalmente il cittadino deve anche presentare o compilare un’autocertificazione in cui dichiara la sua attuale residenza.

Nel caso in cui chi deve compiere la richiesta sia impossibilitato a recarsi di persona presso l’ASL di propria competenza, la domanda può essere comunque portata avanti da un delegato. Anche in questo caso, occorre compilare una serie di moduli, allegando inoltre il documento di riconoscimento tanto del delegante quanto del delegato.

Come cambiare il medico di famiglia online

Il processo di digitalizzazione che sta interessando un crescente numero di ambiti della Pubblica Amministrazione riguarda in taluni casi anche le pratiche correlate alle Aziende Sanitarie Locali. I siti di alcune ASL offrono quindi l’opportunità di fare richiesta per il medico di base e per un cambio dello stesso anche online. La prassi è abbastanza semplice. Generalmente, il cittadino deve procedere con una registrazione sul sito della ASL, per poi seguire la specifica procedura illustrata.

Per sapere se la propria ASL di riferimento offre questo genere di servizio, è ovviamente sufficiente visitare il sito ufficiale dell’Ente, procedendo così con l’opportuna verifica.

Sostituzione del medico di famiglia in caso di trasferimenti temporanei

Nel corso della vita può capitare di dover soggiornare in un Comune diverso da quello di residenza per svariati motivi. Tra i casi tipici vi sono ad esempio i soggiorni per portare a termine il proprio percorso universitario o formativo. Altrettanto caratteristici sono i contesti in cui ci si trasferisce in un’altra città per questioni di lavoro.

Anche in questi casi, occorre avere a propria disposizione un medico di base a cui potersi rivolgere per ricette di farmaci, esami e altre necessità correlate alla salute. Per ottenere un medico di famiglia provvisorio, il cittadino deve svolgere le medesime pratiche che si effettuano per la normale richiesta del medico di base. Non ci sono quindi particolari procedure complicate neanche per questo tipo di necessità.

Come diventare barman

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Per chi ama stare a contatto con le persone e vuole cimentarsi in un mestiere interessante e dinamico, diventare barman è certamente una buona scelta. Si tratta tuttavia di una decisione da ponderare con scrupolo. Quella dei baristi è un’attività che prevede anche una serie di sacrifici, a partire dagli orari lavorativi che sono generalmente molto flessibili.

Chi decide di abbracciare questa professione, deve tenere inoltre in considerazione il fatto che un barman lavora spesso anche nei giorni in cui la stragrande maggioranza delle persone riposano. Non solo di domenica ma anche nelle classiche festività, come Natale, Pasqua e Capodanno. Siamo quindi di fronte a una vera scelta di vita. Per chi è davvero motivato a intraprenderla, vediamo a questo punto come diventare barman.

Il percorso da seguire per diventare barman

Quella del barista è una professione che si apprende innanzitutto sul campo. Ciò non preclude il fatto che si possa seguire un apposito percorso di studi, indubbiamente utile per poter abbracciare con successo questo mestiere.

Il primo passaggio da intraprendere per diventare barman è quello di iscriversi a un
Istituto alberghiero per poter così ottenere una qualifica di operatore di sala-bar. Il passaggio formativo successivo consiste nel frequentare un corso da barman certificato, mediante il quale apprendere tutti i fondamenti necessari per poter iniziare a lavorare nell’immediato.

La funzionalità dei corsi è quella di fornire agli aspiranti barman un largo ventaglio di nozioni tanto teoriche quanto pratiche, indispensabili per affrontare il mestiere. Il passo ulteriore è poi di mettere in atto tutto ciò che si è acquisito durante il percorso formativo, cominciando a sperimentarlo direttamente sul campo.

Muovere i primi passi da barista

Come qualsiasi professione, anche quella del barista richiede una certa esperienza. Più si riuscirà ad acquisirne, più si accresceranno le proprie competenze.

Per iniziare a mettersi in gioco nel mestiere di barman, generalmente si procede trovando lavoro come aiutante o cameriere in un bar. I compiti da svolgere sono svariati: dal portare le bevande ai tavoli fino alla preparazione dei cocktail serviti ai clienti.

Per raggiungere l’obiettivo finale, ovvero quello di imparare a gestire un bar anche in maniera del tutto autonoma, l’elemento indispensabile è impratichirsi il più possibile. La pratica lavorativa può essere affiancata da corsi di aggiornamento per approfondire ulteriormente le basi del mestiere, mantenendosi sempre al passo con le novità che riguardano il settore.

Quali caratteristiche deve possedere un barman

Come accade con tutte le professioni anche un buon barman deve possedere alcune qualità che permettono di facilitarlo nel mestiere. La prima caratteristica fondamentale è senza dubbio la passione, unita a un pizzico di creatività. Non si tratta solo di preparare gustosi cappuccini o caffè. Un barman deve essere in grado di mettersi alla prova con svariate mansioni, come quella di conoscere e di mixare alla perfezione ogni tipologia di cocktail, spingendosi fino al punto di crearne di completamente nuovi.

Un buon barista deve inoltre:

  • essere capace di confrontarsi con il pubblico, apprezzando il contatto con la gente e riuscendo a interagire con ogni tipo di cliente;
  • avere buona memoria, una caratteristica utile tanto per ricordare le innumerevoli ricette di cocktail quanto per gestire nel migliore dei modi le ordinazioni;
  • essere molto flessibile e avere capacità multi-tasking;
  • essere in grado di lavorare sotto pressione. All’interno di un bar sono piuttosto frequenti i momenti in cui il locale risulta affollato e occorre di conseguenza gestire molti clienti in poco tempo. Mantenere la calma e tenere a bada lo stress sono quindi due elementi di grande importanza per poter affrontare nel migliore dei modi il lavoro;
  • avere predisposizione per la formazione continua. Dopo aver appreso le tecniche e gli ingredienti per realizzare i cocktail classici, un buon barista deve restare costantemente aggiornato sulle nuove tendenze, così da poter garantire un servizio ottimale alla propria clientela.

A cosa serve lo SPID

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Siamo nel pieno dell’era digitale, un contesto che riguarda sempre più da vicino qualsiasi ambito della nostra quotidianità. Dal processo di digitalizzazione non è esclusa neanche la burocrazia che, giorno dopo giorno, tende progressivamente a informatizzarsi. Una tra le più recenti novità introdotta negli ultimi anni che riguarda da vicino proprio la burocrazia è il cosiddetto SPID, parola di cui si sente parlare con una certa frequenza. Ma di cosa si tratta nello specifico? Non tutti hanno le idee ben chiare a riguardo. In questo articolo vedremo allora a cosa serve lo SPID, conoscendo le sue funzionalità e scoprendo cosa occorre fare per richiederlo.

Che cos’è lo SPID

Partiamo dalla base, definendo cosa si intende con il termine “SPID”. Con questo acronimo si indica il Sistema Pubblico di Identità Digitale promosso dal Governo, che consente tanto ai cittadini quanto alle imprese di accedere con credenziali uniche ai servizi online della Pubblica Amministrazione e dei privati che aderiscono all’iniziativa.

Il vantaggio principale di questo sistema risiede nel fatto che ai cittadini e alle aziende viene offerta la possibilità di usufruire di svariati servizi di pubblica utilità senza doversi registrare a tutti, essendo così costretti a ricordarsi numerose chiavi di accesso. Un compito non sempre semplice.

Che cosa si può fare con lo SPID

Mediante il Sistema Pubblico di Identità Digitale è possibile svolgere un’ampia serie di pratiche di carattere burocratico: dal pagamento del bollo a quello della mensa scolastica, passando per tutti i servizi fruibili attraverso il portale dell’INPS. Si tratta quindi di uno strumento utile che permette di semplificare l’accesso a molte pratiche necessarie nella vita di ogni giorno.

Come si ottiene lo SPID

Per ottenere lo SPID è possibile rivolgersi tanto alle Poste Italiane, anche attraverso lo specifico portale web, quando a uno dei vari Identity Provider abilitati. Per procedere con la richiesta è sufficiente collegarsi al sito del Provider prescelto, raggiungendo l’apposita area dedicata allo SPID.

A questo punto si deve compilare un apposito form con diversi dati del richiedente, a partire da quelli anagrafici fino al Codice Fiscale. Per poter procedere con la richiesta è inoltre necessario possedere:

Una volta conclusa la fase di registrazione, il passaggio successivo prevede il riconoscimento della persona richiedente, che può essere effettuato in svariate modalità, tra cui una videochiamata via webcam o tramite documenti digitali di identità.

SPID e sicurezza dei dati

Quello della privacy e della sicurezza dei dati forniti è un tema che preoccupa molti cittadini nel momento della fruizione dei servizi online. Fortunatamente, il sistema su cui si basa lo SPID garantisce la massima riservatezza nel totale rispetto della privacy.

Lo SPID è d’altronde ideato appositamente per accrescere la trasparenza sulla gestione dei propri dati, permettendo di erogare servizi secondo il principio dei dati minimi. È inoltre opportuno sapere che il sistema vieta in maniera assoluta la tracciatura delle attività compiute dall’utente.

Quanto costa richiedere lo SPID

La richiesta per l’ottenimento del Sistema Pubblico di Identità Digitale è completamente gratuita. A pagamento sono solo specifiche funzioni aggiuntive che i Provider forniscono in fase di richiesta. Non è tuttavia obbligatorio sceglierle.

SPID e INPS

A partire dall’1 ottobre 2020, l’Istituto di Previdenza ha avviato la transizione completa verso il Sistema Pubblico di Identità digitale , non rilasciando più nuovi PIN, ovvero i classici codici personali necessari per accedere ai rispettivi servizi online, dalla richiesta dell’Isee alla consultazione dell’estratto conto contributivo.

Il PIN resterà comunque valido per tutti coloro che non hanno diritto a ottenere lo SPID, nello specifico i minorenni, chi non ha documenti di identità italiana e le persone soggette a Tutela, Curatela o Amministrazione di sostegno.

Come noleggiare un camper

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Per chi viaggia abitualmente, tanto per motivi di svago quanto per ragione lavorative, può prospettarsi la necessità di dover usufruire di un camper. I vantaggi che derivano da questo mezzo di trasporto sono molteplici. Utilizzandolo come soluzione per i propri spostamenti non occorre innanzitutto preoccuparsi di prenotare camere in hotel per ogni destinazione da raggiungere. Non bisogna inoltre preoccuparsi della dimensione dei bagagli. All’interno di un camper, infatti, c’è tutto lo spazio necessario per riporli. Per di più, si ha la possibilità di poter mangiare senza doversi recare necessariamente in un ristorante, dettaglio che, oltre alla comodità, consente di risparmiare.

Chi utilizza il camper con una certa frequenza, preferisce nella maggior parte dei casi acquistarlo. Ma per usi discontinui esiste anche la possibilità di noleggiarlo. Non tutti sanno tuttavia i passi da seguire per farlo. Nei prossimi paragrafi scopriremo allora come noleggiare un camper.

Tipologie di camper

La prima cosa da sapere nel momento in cui si deve procedere con il noleggio di un camper è che ne esistono diversi modelli, ciascuno con caratteristiche distinte. La tipologia più semplice è senza dubbio il camper furgonato, che in virtù della sue dimensioni ridotte rappresenta la soluzione più idonea ai viaggi di breve durata con pochi passeggeri. I camper mansardati sono invece più adatti a chi viaggia in gruppo.

Noleggio di un camper: le accortezze da seguire

Accanto al numero di persone che viaggeranno sul mezzo, occorre badare ad altre accortezze nel momento in cui si procede con il noleggio di un camper. È innanzitutto opportuno valutare la tipologia di patente di chi si occuperà della guida. Malgrado la maggior parte dei camper si possano condurre con la patente B, alcuni modelli richiedono la patente C. Per questo motivo è sempre opportuno chiedere conferma al noleggiatore a cui ci si rivolge.

Per risparmiare sul costo finale, una buona prassi consiste inoltre nel prenotare con un certo anticipo, quando fattibile. I prezzi variano infatti a seconda dei periodi dell’anno, oltre che alle caratteristiche del mezzo prescelto.

Noleggiare un camper: i passaggi

Il procedimento da seguire per noleggiare un camper è molto simile a quello che di adotta per noleggiare un’auto. L’ideale è rivolgersi direttamente ad operatori specializzati per farsi fornire tutte le informazioni sui servizi opzionali disponibili e i dettagli sulle varie clausole contrattuali, facendosi redigere nel contempo un preventivo dei costi.

La ricerca dei centri che si occupano del noleggio di camper si può effettuare utilizzando Internet. Generalmente queste attività sono dotate di siti propri o, comunque, si appoggiano a portali dedicati al settore del turismo e dei viaggi.

Una volta acquisiti tutti gli elementi necessari per procedere con il noleggio, solitamente si versa una somma come cauzione, tramite bonifico o ricorrendo a una carta di credito. Nella nella maggior parte dei casi, la carta di credito serve anche come garanzia.

Gli accessori presenti sul camper

Un camper preso a noleggio viene solitamente fornito con vari accessori base, che possono ad esempio includere:

  • una veranda;
  • una autoradio;
  • un sistema antifurto;
  • un portabici;
  • un navigatore satellitare.

L’attrezzatura necessaria per la normale quotidianità all’interno del camper deve invece essere reperita personalmente. Per questo, prima di intraprendere un viaggio in camper, è buona abitudine fare una lista di tutti gli oggetti che potranno essere utili, a partire dalle stoviglie fino alle coperte e ai cuscini, puntando tuttavia solo sulle cose realmente indispensabili così da evitare di occupare spazio in maniera del tutto immotivata.

Ritiro del camper noleggiato

Il ritiro del camper prescelto avviene direttamente dal noleggiatore. Al momento della consegna del mezzo e delle chiavi, l’operatore ha di solito la consuetudine di mostrare tutte le funzionalità del camper, a partire dal riscaldamento fino al frigorifero presente a bordo.

Per chi intraprende il viaggio è infatti essenziale essere a conoscenza del corretto funzionamento del mezzo, onde evitare spiacevoli inconvenienti.

Conto corrente cointestato, le differenze tra firma congiunta e disgiunta

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Sono moltissimi gli strumenti per la gestione del denaro che vengono messi a disposizione, sia per quanto riguarda le spese correnti che per il raggiungimento di determinati obiettivi di risparmio. Tra questi bisogna indicare per esempio il conto corrente cointestato – ovvero intestato a due o più soggetti – il quale risulta particolarmente apprezzato per i molti vantaggi che offre. È chiaro che nel momento in cui questo viene aperto dovranno risultare i documenti relativi ai diversi soggetti cui viene intestato il conto (si tratta del codice fiscale e del documento che attesta la propria identità). Si potrà optare anche per una trasformazione del ‘vecchio’ conto in uno cointestato, a patto di depositare la firma originale di chi si aggiunge all’intestazione.

Nel momento in cui si procede all’apertura di un conto corrente cointestato si dovrà fare mente locale se scegliere la firma congiunta oppure quella disgiunta. Le differenze ci sono e risultano di grande impatto, soprattutto nel caso in cui uno dei soggetti dovesse venire a mancare. Si tratta di un passaggio importante da mettere a fuoco: le cose cambiano per quanto riguarda i tempi da attendere affinché l’altro soggetto possa usare il denaro sul conto. In ogni caso, è bene che entrambe le parti siano sempre a conoscenza dei movimenti che avvengono sul conto, per non avere sorprese sul calcolo della giacenza media del conto corrente che, oltre a essere fondamentale per il reddito, lo è anche per avere l’accesso a moltissimi benefici che il Governo mette a disposizione ogni anno.

Firma congiunta, il conto viene congelato in caso di decesso
Nel caso in cui si sia optato per l’apertura di un conto corrente cointestato a firma congiunta, un soggetto potrà effettuare le varie operazioni solo e soltanto in presenza dell’autorizzazione dell’altro (o degli altri). In caso di morte di uno dei cointestatari, a quel punto il conto corrente verrebbe congelato fino al momento dell’individuazione degli eredi legittimi. Spetterà quindi all’altro o agli altri soggetti cointestatari – assieme agli eredi del deceduto – definire le sorti del conto stesso. Il quale ultimo resterà completamente congelato fino al momento in cui non si saranno presentati tutti gli eredi per l’identificazione.

Firma disgiunta, i soggetti operano in autonomia
Come abbiamo già accennato nei paragrafi precedenti, il conto corrente cointestato potrà poi essere aperto anche ricorrendo alla formula della firma disgiunta. Questo sistema solo all’apparenza può apparire sostanzialmente più semplice dell’altro, vediamo quindi di seguito quali sono le sue caratteristiche. Partiamo dalle basi e precisiamo intanto che in relazione a un conto corrente cointestato con firma disgiunta i diversi cointestatari possono mettere in atto le varie operazioni liberamente, senza bisogno cioè di ‘ok’ e autorizzazioni da parte di altri. Nel caso in cui poi si verifichi il decesso di uno dei soggetti cointestatari, l’altro ancora in vita potrà operare anche sulla quota spettante al deceduto: gli eredi nuovi intestatari potranno poi eventualmente chiedere il rimborso.

La formula può essere modificata nel corso del tempo
E’ possibile procedere a un cambio nel corso del tempo, per quanto riguarda la scelta della tipologia di firma (da congiunta a disgiunta e viceversa). In questo caso, è sufficiente che i soggetti cointestatari si trovino d’accordo e comunichino in maniera ufficiale la relativa decisione all’istituto bancario. Per ciò che infine concerne i beni ereditati, bisogna tenere presenti quelli che sono i costi della chiusura di un conto corrente (e le spese per la successione). E’ sull’attivo ereditario che verrà infatti applicata l’imposta di successione o tassa di successione con diverse aliquote in base al tipo di parentela, ovvero quella tassa che viene applicata in Italia, secondo la legge attualmente in vigore, su tutte le eredità e le donazioni tra persone in vita. Le aliquote e le franchigie in questo caso sono diverse a seconda del grado di parentela tra chi dà e chi riceve i beni. Nello specifico:

  • per trasferimenti verso coniugi o parenti in linea retta l’aliquota è pari a 4% del valore ricevuto, ma ogni ricevente ha diritto a una franchigia di un milione di euro.
  • per trasferimenti verso fratelli o sorelle è al 6% e non esiste la possibilità della franchigia.
  • per trasferimento verso tutti gli altri, l’aliquota è pari all’8% e non esiste la possibilità della franchigia.