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Covid, scoperto un nuovo meccanismo di resistenza immunitaria

MILANO (ITALPRESS) – Anche l’immunità innata, la prima linea di difesa che ha un ruolo chiave nella resistenza ai patogeni, fa la sua parte contro Sars-CoV-2 e le varianti, compresa Omicron. E’ la scoperta pubblicata su Nature Immunology da Matteo Stravalaci, ricercatore di Humanitas, e Isabel Pagani, ricercatrice dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e da un team di scienziati coordinati da Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e professore emerito Humanitas University, Cecilia Garlanda ricercatrice e docente di Humanitas University ed Elisa Vicenzi, responsabile dell’Unità di Ricerca in Patogenesi virale e Biosicurezza dell’IRCCS Ospedale San Raffaele.
Lo studio ha coinvolto anche Fondazione Toscana Life Science con Rino Rappuoli, l’Istituto di Ricerca in Biomedicina di Bellinzona e la Queen Mary University di Londra in uno sforzo internazionale volto a indagare le molecole presenti nelsangue e nei liquidi biologici e che funzionano come “antenati degli anticorpi” (i cosiddetti Ante-antibody).
L’immunità innata, la prima linea di difesa del nostro organismo, risolve il 90% dei problemi causati dal contatto con batteri e virus. Precede e si accompagna all’immunità adattativa, la linea di difesa più specifica, degli anticorpi e delle cellule T, che può essere potenziata con i vaccini. A partire da marzo 2020, grazie al sostegno di Dolce&Gabbana, il team di ricercatori di Humanitas si è focalizzato sullo studio dell’interazione tra Covid e immunità innata, area di forte competenza del gruppo di lavoro del professor Mantovani e della professoressa Garlanda.
“Anni fa abbiamo individuato alcuni geni che fanno parte di una famiglia di antenati degli anticorpi. Concentrandoci sull’interazione tra questi e Sars-CoV-2, abbiamo scoperto che una di tali molecole dell’immunità innata, chiamata Mannose Binding Lectin (MBL), si lega alla proteina Spike del virus e lo blocca – spiega Mantovani -. Alla comparsa di Omicron, Sarah Mapelli, ricercatrice bio-informatica di Humanitas, ha esteso subito l’analisi sulla struttura della proteina in collaborazione con il gruppo di Bellinzona, scoprendo che MBL è in grado di vedere e riconoscere anche Omicron, oltre alle varianti classiche del virus come Delta”.
Lo studio è proseguito poi con l’analisi genetica dei dati provenienti dai pazienti dell’ospedale, incrociati con quelli delle banche dati di tutto il mondo, condotta dalla Prof.ssa Rosanna Asselta di Humanitas University. “E’ risultato che variazioni genetiche di MBL sono associate a gravità di malattia da Covid-19 – approfondisce Garlanda -. Ora si tratterà di valutare se questa molecola può fungere da biomarcatore per orientare le scelte dei medici di fronte a manifestazioni così diverse e mutevoli della malattia”.
I ricercatori, inoltre, stanno valutando se MBL può essere un candidato agente preventivo/terapeutico dal momento che è una molecola funzionalmente simile a un anticorpo, cui le varianti del virus, almeno quelle note, non possono sfuggire. “Nella nostra valutazione di potenziali farmaci anti-SARS- CoV-2 – spiega Elisa Vicenzi dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – MBL dimostra un’importante attività antivirale che potrebbe essere un’arma in più contro le varianti in circolazione, inclusa Omicron”.
Al momento non ci sono dati sull’interazione tra questo meccanismo protettivo della prima linea di difesa e la risposta immunitaria indotta dai vaccini. “Ad oggi sappiamo che questo meccanismo di resistenza innata ‘vedè anche Omicron – continua Mantovani – e quindi probabilmente contribuisce al fatto che, per quanto questa variante sia riconosciuta in forma minore dagli anticorpi, la prima linea di difesa regge. Ciò non toglie quanto invece già sappiamo grazie ai dati: i vaccini danno una protezione significativa e fondamentale e restano la nostra cintura di sicurezza”.
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Covid, 57.715 nuovi casi e 349 decessi in 24 ore

ROMA (ITALPRESS) – Secondo il bollettino del ministero della Salute, i nuovi positivi al Covid-19 sono 57.715 (rispetto ai 104.065 del 30 gennaio). I tamponi processati sono 478.314 e portano il tasso di positività al 12,06%. Si registrano 349 decessi (il 30 gennaio erano 235). I guariti sono 108.493 mentre per gli attualmente positivi si registra un decremento di 51.211 unità per un totale di 2.592.606.
Per quanto riguarda i ricoveri nei reparti ordinari, sono 19.913 i degenti mentre in terapia intensiva i pazienti sono 1.584 con 112 nuovi ingressi. In isolamento domiciliare vi sono 2.571.109 persone. L’Emilia-Romagna è la prima regione per numero di contagi (8.983), seguita da Lazio (6.615) e Piemonte (6.241).
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Regione Siciliana firma decreto per risorse all’ospedalità privata

PALERMO (ITALPRESS) – L’assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, ha firmato il decreto che stanzia i budget per l’anno 2021 destinati all’ospedalità privata siciliana. Il provvedimento, si legge in una nota, tenendo conto degli sforzi organizzativi compiuti dalle strutture associate ad Aiop nei due anni di pandemia, destina risorse straordinarie derivanti dai fondi nazionali per la gestione dell’emergenza e per la riduzione delle liste d’attesa, ponendo particolare attenzione alla produzione di prestazioni di alta complessità erogate dal comparto. Il decreto nella sua declinazione recepisce gli impegni reciprocamente assunti da Regione e Aiop, dedicando la corretta attenzione al comparto delle strutture private che, nel periodo emergenziale, hanno accolto pazienti trasferiti dai pronto soccorso e che, erogando prestazioni ad “alta complessità”, hanno contribuito alla riduzione della mobilità passiva, sottolinea la nota.
“La firma del decreto – afferma il presidente di Aiop Sicilia, Carmelo Tropea – arriva dopo un lungo e costruttivo confronto con l’assessorato regionale alla Salute in un periodo particolarmente difficile per via dell’emergenza sanitaria determinata dalla pandemia. Siamo soddisfatti delle valutazioni compiute dalla Regione, che ha tenuto conto degli accordi regionali sottoscritti nel 2020 con la nostra associazione e che hanno a fondamento il principio di integrazione tra pubblico e privato. Le nostre strutture – continua il presidente Tropea – nel corso della pandemia hanno sperimentato forme di collaborazione virtuose con il sistema sanitario pubblico e nonostante le difficoltà organizzative, dettate dall’incedere dei contagi, non si sono tirate indietro ed hanno fatto la loro parte erogando prestazioni necessarie alla tenuta del sistema salute regionale”.
“Il nostro comparto ha fornito un importante supporto per decongestionare, inoltre, gli ospedali pubblici e i pronto soccorso contribuendo significativamente alla riduzione delle liste d’attesa. L’Aiop, nel ringraziare l’assessore Ruggero Razza e il direttore dell’assessorato alla Salute Mario La Rocca per la sensibilità e l’attenzione dimostrate – conclude Carmelo Tropea -, è sempre pronta a fornire sostegno e proposte per il miglioramento del sistema sanitario nel suo complesso e per andare incontro con tempestività, efficienza e senso di responsabilità alla domanda di salute dei siciliani”.
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Persone incontinenti e stomizzate, cure mancate per 1 su 4 causa Covid

ROMA (ITALPRESS) – In Italia si stima che siano più di 70.000 le persone con stomia, oltre 5 milioni quelle con problemi di incontinenza urinaria e quasi 2 milioni con incontinenza fecale. E nonostante alcuni aspetti dell’assistenza siano regolamentati in base ad un Accordo Stato-Regioni del 2018, questo risulta ancora inapplicato in quasi tutte le Regioni. Pur rappresentando circa il 12% della popolazione italiana, ancora non esistono specifici registri nazionali.
La pandemia ha fortemente penalizzato la loro assistenza: hanno rinunciato ai controlli periodici 4 persone su 10 al centro-sud (41,3%) e oltre una su quattro a nord (28%) a cui si aggiunge chi ha rinunciato solo qualche volta, con un valore uniforme sul territorio nazionale di circa una persona su 4. Al nord si registra la percentuale maggiore di chi non ha rinunciato ai controlli periodici (46,7% rispetto al 33% del centro-sud).
Per vivere al meglio la propria condizione di vita devono utilizzare alcuni dispositivi medici (cateteri, pannoloni, sacche, etc.) che assorbono una spesa per il SSN pari a 798.339.222 euro, cioè neanche l’1% di tutte le risorse destinate alla sanità pubblica, e, nonostante ciò, alcuni di loro sono costretti ad acquistare spesso o sempre, anche per necessità di personalizzazione, i presidi di cui hanno bisogno: 29,5% al centro-sud e 23,4% al Nord con un lieve peggioramento dovuto alla pandemia covid-19 al Nord. Questo si traduce in costi privati (out-of-pocket): il 40% circa spende fino a 300 euro l’anno (44,4% al nord, 40,6% al centro-sud); poco meno del 20% spende tra i 301 e i 600 euro l’anno (21,3% al centro-sud e 16,3% al nord); una percentuale di circa il 5% spende tra i 601 e oltre 1000 euro l’anno.
Sono ben informati dai professionisti sanitari sulle condizioni di salute e su come gestire la propria condizione, migliorabile l’informazione su servizi offerti dalle Asl e modalità di accesso.
Quando le forniture non rispondono alle proprie necessità per tempi, qualità o quantità (anche degli accessori) hanno un impatto negativo sui rapporti sociali (61,8% Centro-Sud rispetto al 56,1% Nord); sullo stato psicologico (67,7% al nord e 65% al centro-sud); possono influenzare negativamente la relazione di coppia, così come oltre una persona su due (58% al nord e 56,7% al centro sud) vede un impatto forte sull’equilibrio familiare e compromissioni nella sfera lavorativa (58,7% al nord, 60% al centro sud).
Ad analizzare la loro condizione e proporre le priorità di intervento è l’indagine “Conoscere i Reali Bisogni di Incontinenti-Cateterizzati-Stomizzati” frutto della collaborazione tra Salutequità e FAIS, la Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati – OdV, con il supporto metodologico di Zeta Research Srl e l’Unità di Biostatistica, Epidemiologia e Sanità Pubblica (UBEP) dell’Università degli Studi di Padova alla quale hanno risposto 436 persone incontinenti, stomizzate, cateterizzate.
I risultati sono illustrati nel “Report sul rispetto dei diritti delle persone incontinenti e stomizzate, compreso l’accesso ai servizi” di Salutequità, realizzato con il contributo non condizionato di Coloplast.
Anche se l’informazione offerta dai professionisti sanitari è di buon livello a nord, con oltre il 70% di persone che gli attribuisce un punteggio compreso tra 4 e 5 e c’è la maggiore attenzione sull’informazione sui diritti della persona incontinente e stomizzata (36,8%), al centro-sud oltre una persona su 3 ha ricevuto informazioni insufficienti. Alta anche la percentuale di chi riceve informazioni adeguate a gestire la propria condizione (oltre il 50% attribuisce un punteggio massimo), anche se non mancano punteggi di insufficienza (circa uno su 10 complessivamente in ogni parte del Paese), ma oltre 1 persona su 5 (22,9% al nord e 23,5% al centro sud) si ritiene scarsamente informato su questi aspetti.
Sono soddisfatte della qualità di presidi forniti circa 6 persone su 10 (63,9% al nord; 58% centro sud); tuttavia circa una persona su tre è solo parzialmente soddisfatta (31% nord e 37,6% al centro- sud); circa il 5% non è proprio soddisfatto.
Al nord il 54,5% non ha mai rilevato problemi nelle forniture periodiche; circa una persona su 4 al centro sud (24,2%) invece li incontra spesso o sempre (rispetto al 14,3% al Nord).
Le principali difficoltà nelle forniture riguardano i tempi e quindi i ritardi nell’attivazione della fornitura periodica (40% nord e 34,7% centro-sud); la mancanza di accessori (più frequente nel centro sud – 45,9%- rispetto al nord -40%); la quantità eccessiva di presidi – quale difficoltà registrata – è più alta al nord (11,4%). La mancanza di accessori (esempio pasta, salviette, remover) per le persone stomizzate vuol dire parziale rispetto dei livelli essenziali di assistenza; per le persone cateterizzate e con pannolone, invece, gli accessori (esempio protettori della cute) non sono ancora previsti ed erogati dal SSN.
La libertà di scelta del presidio/ausilio da parte delle persone incontinenti, cateterizzate, stomizzate è parzialmente soddisfatta o non presente per 4 persone su 10 al Nord (41,3% di cui il 32,2% parzialmente soddisfatto) e oltre 1 su 2 al sud (54,4%, di cui il 43,7% parzialmente soddisfatto).
“Quando la personalizzazione non viene garantita o si riduce la possibilità di scegliere il dispositivo più adatto alla singola persona – spiega il presidente Fais, Pier Raffaele Spena – si verifica un’alta incidenza di complicanze cutanee che può determinare, oltre al disagio fisico e psichico, anche la necessità di utilizzo di medicazioni avanzate”.
“Questi trattamenti – aggiunge – hanno un costo elevato che è valutabile in un range compreso tra 5 e 25 euro per ogni medicazione giornaliera, da ripetere per un periodo prolungato (da 6 a oltre 30 settimane). I costi ovviamente sono notevolmente incrementati laddove si renda necessaria l’ospedalizzazione (oltre 500 euro al giorno). Tutto ciò a fronte di una spesa giornaliera di dispositivi medici che, a seconda del tipo di prodotto, varia da 2 a 10 euro”.
“Dopo quasi due anni di pandemia, all’interno del Servizio Sanitario Nazionale c’è un gran bisogno di rimettere al centro l’umanizzazione dell’assistenza, intesa da una parte come la necessità primaria di riprendere immediatamente a curare tutte le persone senza più alcuna interruzione, dall’altra come fondamentale impegno nel garantire modalità di acquisto dei presidi rispettose del diritto alla personalizzazione dell’assistenza – ha detto Tonino Aceti, presidente di Salutequità – capaci di assicurare inclusione sociale e il più alto livello di salute, da intendersi, come ci ricorda l’OMS, come uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”.
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Covid, 137.147 nuovi casi e 377 decessi in 24 ore

ROMA (ITALPRESS) – Sono 137.147 i nuovi casi di Coronavirus in Italia (143.898 il 28 gennaio) a fronte di 999.490 tamponi effettuati su un totale di 169.335.244 da inizio emergenza. E’ quanto si legge nel bollettino del Ministero della Salute-Istituto Superiore di Sanità. Nelle ultime 24 ore sono stati 377 i decessi (ieri 378), che portano il totale di vittime da inizio pandemia a 145.914. Con quelli del 29 gennaio diventano 10.821.375 i casi totali di Covid in Italia. Attualmente i positivi sono 2.664.648 (-4.180), 2.643.424 le persone in isolamento domiciliare. I ricoverati in ospedale con sintomi sono 19.636 di cui 1.588 in Terapia intensiva. I dimessi/guariti sono 8.010.813 con un incremento di 141.230 unità nelle ultime 24 ore.
La regione con il maggior numero di nuovi casi nelle ultime 24 ore è la Lombardia (18.555), poi il Veneto (15.631), l’Emilia-Romagna (15.023) e il Lazio (12.201).
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Covid, 143.898 nuovi casi e 378 decessi in 24 ore

ROMA (ITALPRESS) – Ancora un nuovo calo dei contagi di Covid-19 in Italia nelle ultime 24 ore. I nuovi casi, secondo il bollettino del ministero della Salute, sono 143.898 (il 27 gennaio erano stati 155.697), ma con 1.051.288 tamponi effettuati, producendo un tasso di positività in calo al 13,68%. Scendono anche i decessi, 378 (-11).
I guariti sono 181.594. Anche il 28 gennaio si osserva una importante flessione del numero degli attualmente positivi che scendono di 37.625 unità attestandosi un totale di 2.668.828. Anche sul fronte dei ricoveri si registra una flessione, con i reparti ordinari dove si trovano 19.796 degenti (-57), calo pure per le terapie intensive con 15 pazienti in meno a 1.630 con 126 nuovi ingressi. In isolamento domiciliare vi sono 2.647.402 persone. La Lombardia è la prima regione per numero di nuovi positivi (21.309), a seguire Campania (16.941) e Veneto (16.518).
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ISS, Diminuzione incidenza settimanale, stabili nuovi casi Covid

ROMA (ITALPRESS) – Una diminuzione dell’incidenza settimanale a livello nazionale. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Cabina di Regia dell’Istituto Superiore di Sanità sul Covid-19. “Si osserva una diminuzione dell’incidenza settimanale a livello nazionale: 1823 ogni 100.000 abitanti (21/01/2022 -27/01/2021) vs 2011 ogni 100.000 abitanti (14/01/2022 -20/01/2021), dati flusso ministero Salute. Nel periodo 5 gennaio 2022 – 18 gennaio 2022, l’Rt medio calcolato sui casi sintomatici è stato pari a 0,97 (range 0,86 – 1,18), in diminuzione rispetto alla settimana precedente e al di sotto della soglia epidemica. Lo stesso andamento si registra per l’indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero (Rt=0,96 (0,94-0,99) al 18/01/2022 vs Rt=1,01 (0,99-1,02) all’11/01/2022. Si sottolinea però che diverse Regioni/PPAA hanno segnalato ritardi nell’inserimento dei dati del flusso individuale e non si può escludere che tali valori possano essere sottostimati”.
“Il tasso di occupazione in terapia intensiva è al 16,7% (rilevazione giornaliera Ministero della Salute al 27 gennaio) vs 17,3% (rilevazione giornaliera Ministero della Salute al 20 gennaio). Il tasso di occupazione in aree mediche a livello nazionale è al 30,4% (rilevazione giornaliera Ministero della Salute al 27 gennaio) vs 31,6% (rilevazione giornaliera Ministero della Salute al 20 gennaio). Quattro Regioni/PPAA sono classificate a rischio Alto secondo il DM del 30 aprile 2020, di cui 3 a causa dell’impossibilità di valutazione per incompletezza dei dati inviati; 9 Regioni/PPAA risultano classificate a rischio Moderato. Tra queste, tre Regioni/PPAA sono ad alta probabilità di progressione a rischio Alto secondo il DM del 30 aprile 2020. 8 Regioni/PPAA sono classificate a rischio basso. 15 Regioni/PPAA riportano almeno una singola allerta di resilienza. Quattro Regioni/PPAA riportano molteplici allerte di resilienza”.
“Rimane stabile il numero di nuovi casi non associati a catene di trasmissione (652.401 vs 658.168 della settimana precedente). La percentuale dei casi rilevati attraverso l’attività di tracciamento dei contatti è in leggero aumento (18% vs 15% la scorsa settimana). E’ in diminuzione la percentuale dei casi rilevati attraverso la comparsa dei sintomi (38% vs 41%) mentre aumenta la percentuale di casi diagnosticati attraverso attività di screening (45% vs 44%)”. conclude il monitoraggio della Cabina di Regia dell’Istituto Superiore di Sanità sul Covid-19.
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Pubertà precoce, raddoppiati i casi nelle bambine durante la pandemia

ROMA (ITALPRESS) – I casi di pubertà precoce o anticipata osservati nel semestre marzo-settembre 2020 in Italia sono più che raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2019: lo dimostra uno studio osservazionale coordinato dall’Ospedale Bambino Gesù che ha coinvolto i centri di Endocrinologia pediatrica dell’Ospedale Gaslini di Genova, del Policlinico Federico II di Napoli, dell’Ospedale Pediatrico Microcitemico di Cagliari e della Clinica Pediatrica Ospedale di Perugia. In totale sono stati rilevati 338 casi contro i 152 dell’anno precedente, con un aumento pari al 122%. Il fenomeno ha interessato soprattutto bambine di età intorno ai 7 anni. Lo studio, pubblicato da Endocrine Connections, conferma i numeri della precedente ricerca del Reparto di Endocrinologia del Bambino Gesù, guidato dal professor Marco Cappa nell’ambito dell’Unità di Ricerca di Terapie Innovative per le Endocrinopatie (Italian Journal of Pediatrics 2021) e prova a gettare luce sulle cause.
Attraverso interviste telefoniche alle famiglie dei pazienti sono stati raccolti i dati necessari per valutare anche i possibili fattori predisponenti.
L’inizio della maturazione sessuale prima degli 8 anni nelle bambine e prima dei 9 anni nei maschi viene identificata come pubertà precoce. E’ annoverata tra le malattie rare. In Italia riguarda da 1 a 6 nati ogni 1000. Il corpo del bambino inizia a trasformarsi in adulto prima del tempo, con un’accelerazione dello sviluppo dei caratteri sessuali e una rapida chiusura delle cartilagini di accrescimento osseo: per effetto di questo processo, i bambini crescono velocemente in altezza, ma poi il picco si esaurisce e da adulti hanno una statura inferiore alla media. Se la diagnosi interviene precocemente – prima degli 8 anni – è possibile usare dei farmaci per rallentare la pubertà.
Nel nuovo studio multicentrico, il maggiore aumento dei casi è stato osservato nelle bambine (328 pazienti nel 2020 contro 140 nel 2019, con un incremento del 134%) e soprattutto nella seconda metà del periodo di osservazione (92 bambine tra marzo e maggio rispetto alle 236 bambine del periodo tra giugno e settembre 2020, con un incremento del 156%). Non è stato invece rilevato un aumento significativo dei casi nei maschi (10 pazienti nel 2010 contro i 12 del 2019).
“Al momento non abbiamo spiegazioni per questa differenza tra i sessi – afferma Carla Bizzarri, pediatra endocrinologa del Bambino Gesù che ha coordinato lo studio -. Sappiamo però che la pubertà precoce è molto meno comune nel maschio rispetto alle femmina ed è più spesso il risultato di mutazioni genetiche predisponenti o disturbi organici dell’asse ipotalamo-ipofisario. Possiamo ipotizzare che l’impatto di fattori scatenanti ambientali, quali quelli correlati alla pandemia, sia meno significativo sui tempi della pubertà maschile”.
L’età media delle bambine osservate per pubertà precoce nello studio multicentrico è intorno ai 7 anni (senza differenze tra il 2019 e il 2020). Confrontando le popolazioni del 2019 e del 2020 non si evidenziano differenze significative dei parametri clinici ed auxologici (ovvero peso, altezza, BMI cioè l’indice di massa corporeo, peso alla nascita, età di inizio dei sintomi). In particolare, a differenza di quanto ci si sarebbe atteso dopo il primo lockdown del 2020, non è stato osservato un aumento significativo del peso e quindi del BMI.
Nel 2020 risulta, invece, un aumento significativo dei casi di pubertà precoce a rapida evoluzione, cioè di quelli che richiedono una specifica terapia farmacologica (135 su 328 bambine osservate nel 2020 a fronte di 37 su 140 bambine osservate nel 2019, con una forbice di incremento dal 26% al 41%).
Nelle interviste alle famiglie delle bambine con pubertà precoce riguardo le abitudini alimentari e lo stile di vita, è emerso un aumento significativo dell’uso dei dispositivi elettronici (PC, tablet, smartphone) nel 2020 rispetto al 2019. L’aumento dell’uso complessivo settimanale di questi dispositivi è riconducibile all’introduzione della DAD (raramente usata nella scuola primaria prima del 2020), insieme alla persistenza del loro uso per lo svago nel tempo libero. Un uso maggiore dei dispositivi elettronici, d’altra parte, è stato rilevato, già nel periodo precedente la pandemia, nelle bambine a cui è stata diagnosticata una pubertà precoce a rapida evoluzione nel 2020.
Il primo lockdown del 2020 ha provocato anche una drastica riduzione dell’attività fisica praticata da bambini e ragazzi, a causa del forzato confinamento domestico. In particolare, nel sottogruppo con pubertà precoce a rapida evoluzione del 2020, è stato rilevato uno stile di vita più sedentario, già evidente prima della pandemia.
Riguardo alle abitudini alimentari, a fronte di un maggior senso di fame nelle pazienti del 2020 riferito dalle famiglie, non corrisponde un aumento significativo dell’uso di carni bianche o “cibo spazzatura”.
Più della metà delle famiglie delle pazienti osservate nel 2020, infine, ha riferito di cambiamenti nel comportamento (59%) e segnalato un aumento rilevante di sintomi correlabili allo stress (63%).
Anche se non è possibile definire un sicuro nesso causale, i risultati suggeriscono che un evento stressante (come il primo lockdown del 2020) possa aver innescato una precoce attivazione puberale in soggetti predisposti a causa di uno stile di vita più sedentario già evidente prima della pandemia.
Diversi studi scientifici hanno analizzato l’impatto del COVID-19 e dell’isolamento sociale sulla salute mentale di bambini e adolescenti, segnalando un aumento significativo dei disturbi comportamentali ed emotivi a seguito della chiusura delle scuole. In particolare, un recente lavoro dell’Unità di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù ha descritto un disturbo da stress post-traumatico a causa della quarantena o dell’isolamento sociale nel 30% dei bambini osservati.
“Al di là dell’esercizio fisico in sè – afferma Bizzarri -, diversi studi hanno dimostrato un’associazione positiva tra attività fisica e benessere psicologico nei bambini e negli adolescenti. Lo stile di vita sedentario, invece, è stato correlato sia all’aumento della depressione che alla percezione di una qualità di vita meno soddisfacente. Recentemente, inoltre, si è visto come l’ansia e la tendenza all’isolamento sociale nelle ragazze in età prepuberale siano associate a un esordio puberale precoce”.
“Sappiamo oggi – prosegue Bizzarri – che la secrezione dell’ormone ipotalamico che dà inizio allo sviluppo puberale (GnRH) è regolata a livello del cervello, ma i meccanismi responsabili non sono ancora completamente noti. Potremmo presumere che una disregolazione dei neurotrasmettitori cerebrali indotta dallo stress sia alla base dell’aumento di nuovi casi di pubertà precoce osservati durante la pandemia. Lo stress potrebbe agire come un fattore scatenante più potente sui neuroni che secernono GnRH nelle ragazze con ulteriori fattori di rischio, come uno stile di vita sedentario e un eccessivo uso di dispositivi elettronici già evidenti prima della pandemia. La verifica di questa ipotesi apre interessanti prospettive di sviluppo per la ricerca clinica nel campo della pubertà precoce dei prossimi anni”.
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