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Cure domiciliari Covid, Anelli (Fnomceo) “Sentenza Tar non cambia nulla”

ROMA (ITALPRESS) – La sentenza del Tar Lazio sulle cure domiciliari “nella sostanza non cambia nulla”. Parola di Filippo Anelli, Presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, intervistato sull’argomento per la trasmissione di Radioraiuno “In viva voce”.
La circolare del Ministero della Salute oggetto del ricorso, infatti, “nasce in un momento ben preciso, quando non avevamo cure”. “Oggi abbiamo gli anticorpi monoclonali, il nuovo antivirale da usarsi nelle fasi precoci della malattia – ha spiegato -. Allora si poteva solo agire sulle complicanze. Quelle del Ministero erano solo indicazioni, anche allora i medici erano liberi di prescrivere i farmaci a seconda dei sintomi. Il medico decide sempre sulla base del singolo paziente”.
“Di fronte a una malattia sconosciuta – prosegue Anelli -, parlo del marzo 2020, siamo andati per tentativi, abbiamo provato a utilizzare farmaci già noti come l’idrossiclorochina o l’azitromicina. Nel tempo si è visto che l’idrossiclorochina serve a ben poco, mentre gli antibiotici, come sappiamo, non funzionano sui virus e vanno usati se ci sono sovrapposizioni batteriche, scegliendoli in base al tipo di batterio. Sul territorio, soprattutto in emergenza, è più complicato fare indagini tipo l’antibiogramma e così abbiamo usato antibiotici a largo spettro. Ma, lo ripeto, gli antibiotici non funzionano sui virus”.
“I farmaci antivirali ora sono disponibili ma ci perdiamo nella burocrazia – ha spiegato -. La prescrizione va effettuata dallo specialista che recepisce la segnalazione del medico di famiglia; il farmaco va poi ritirato nelle farmacie ospedaliere o comunque nelle strutture. Noi avremmo preferito che fossero a disposizione nei distretti per poter essere utilizzati dai medici sul territorio”.
E, sulla proposta di affidare i tamponi ai medici di famiglia: “Abbiamo un’organizzazione che non ci consente di fare tutto – ha affermato Anelli – . Oggi la vaccinazione ha la priorità sui tamponi, perchè ci fornisce uno scudo. Se dotassimo di personale i medici di medicina generale sarebbe tutto più semplice”.
“Non è stata ben attuata la disposizione di legge che prevedeva le Usca – ha continuato – che servivano per assistere a domicilio i pazienti Covid, lasciando meno esposti i Medici di famiglia in un momento in cui non avevano neppure i necessari dispositivi di protezione, in modo che potessero dedicarsi alla cura delle altre patologie. Questa disposizione non è stata ben attuata a discapito dei cittadini e anche dei medici: la metà dei colleghi morti per Covid erano medici di famiglia”.
E anche oggi molte sono le problematiche che i medici di famiglia si trovano ad affrontare.
“L’attività che maggiormente prende oggi il Medico di medicina generale, oltre a quella clinica, è quella di rispondere alle ansie e ai dubbi dei pazienti – ha concluso Anelli -. E siccome con il Covid oltre alle visite normali si sono aggiunte le comunicazioni tramite le nuove tecnologie, i pazienti coinvolgono, via messaggio, il medico a qualsiasi ora, anche la notte. Sono tante, e comprensibili, le ansie e le paure dei cittadini e quindi questa attività sovraccarica psicologicamente il medico, tanto che molti colleghi vanno in burnout”.
(ITALPRESS).

Covid, Cimo-Fesmed “No alla ‘Variante Color’ nelle regioni”

ROMA (ITALPRESS) – “Due anni di pandemia sembrano non essere ancora sufficienti a far comprendere l’importanza di avviare una profonda rivisitazione dell’autonomia differenziata in sanità, che necessita di indirizzi chiari e uniformi su tutto il territorio nazionale. Non sono stati certamente gli interventi delle singole regioni o le dichiarazioni dei singoli Governatori, spesso contrapposti tra loro, ad evitare il collasso di gran parte delle strutture sanitarie, siano esse territoriali che ospedaliere. Iniziative autonome e restrizioni “personalizzate”, a partire dell’obbligo delle mascherine all’aperto, alla apertura o chiusura delle scuole, alle modalità di reclutamento del personale sanitario, fino ai tamponi “fai da te” della regione Emilia-Romagna”. Lo sottolinea in una nota la Federazione CIMO-FESMED.
Intanto la spesa sanitaria è lievitata a dismisura senza alcun controllo e, dopo il “risiko” dei posti letto attivi e attivabili, “attendiamo ancora di conoscere quanti posti letto di terapia intensiva e subintensiva sono stati realmente attivati in modo stabile, quanto personale, possibilmente non amministrativo, è stato assunto a tempo indeterminato e quante tecnologie sono state acquisite e risultano in pieno regime di operatività.
Lo spettro per tutte le regioni resterà sempre il colore arancione o rosso ed è questo il motivo per il quale è in atto il tentativo, immediatamente smentito dal Ministero della Salute, di cambiare le regole per mascherare i deficit gestionali ed organizzativi delle aziende, a costo di modificare anche alcuni parametri che sono utili per le valutazioni epidemiologiche e del rischio”.
Ecco perchè, si legge, occorre ridiscutere del regionalismo differenziato ed ecco il motivo per il quale occorre recuperare la centralità del Ministero della Salute a tutela dei cittadini italiani.
Intanto, sempre a distanza di due anni dall’inizio della pandemia, si bloccano migliaia di interventi chirurgici e la prevenzione secondaria inizia a diventare un’utopia. Le aziende non sono in grado di assicurare equità nelle cure anche a causa di alcune disposizioni regionali che, ancora una volta, ignorano i bisogni di salute dei pazienti non affetti da Covid.
Come Federazione CIMO-FESMED “non siamo più disposti a vedere ricadere su medici e sanitari queste inefficienze ad iniziare dall’irresponsabile utilizzo di medici specialisti di altra branca nei reparti Covid solo per giustificare la presenza di un “piantone” a guardia dei posti letto. Ci aspettiamo una forte presa di posizione delle Associazioni che tutelano i malati, come ci aspettiamo un “cambio di rotta” della politica nazionale in tema di diritto alla salute”.
(ITALPRESS).

Salutequità “Allarme organici e retribuzioni del personale sanitario”

ROMA (ITALPRESS) – L’impennata di contagi nella pandemia legata alla variante Omicron ha evidenziato in modo allarmante un problema già noto da anni, ma che le politiche di tagli portate avanti fino a poco tempo fa hanno del tutto ignorato: le strutture ci sono, manca il personale. Mancano i professionisti della Sanità, medici e infermieri in testa, ma anche tutti gli altri della filiera dell’assistenza. Ce lo dicono anche a livello europeo e la Commissione Ue nel suo ultimo report sulla situazione italiana scrive che: “Se gli attuali criteri di accesso alla formazione specialistica dovessero rimanere invariati, con l’aumentare dell’età media dei medici italiani negli anni a venire si prevede una carenza significativa di personale, soprattutto in alcune discipline di specializzazione e in medicina generale. L’Italia impiega meno infermieri rispetto a quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale e il loro numero (6,2 per 1 000 abitanti) è inferiore del 25 % alla media UE. Vista la diminuzione del numero di infermieri laureati dal 2014, le carenze di personale in questo settore sono destinate ad aggravarsi in futuro”.
L’allarme lanciato dai sindacati medici sul futuro degli organici nella professione è che a breve, tra pochi anni, mancheranno all’appello circa 25mila camici bianchi, soprattutto specialisti e medici di medicina generale che diminuiscono al ritmo di oltre 6mila l’anno per l’insufficiente ricambio (il turn over, bloccato dall’assenza di programmazione e contratti soprattutto nelle Regioni in piano di rientro e quindi devastando soprattutto gli organici del Sud del Paese con un consistente aumento di diseguaglianze) e l’assenza di standard che ne indichino la necessaria consistenza numerica.
Anche quello degli infermieri è molto pesante, con le stime della Federazione degli Ordini che parlano di carenze pari a 63mila unità, ma i calcoli ad esempio dell’Università Bocconi superano le 101mila e quelli di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, parlano di una carenza di non meno di 80mila professionisti.
E questo soprattutto sul territorio dove il fabbisogno dei soli infermieri di famiglia e comunità, necessari non solo per Covid, ma anche per l’assistenza non Covid, è stato quantificato per rispondere alle esigenze del PNRR in almeno 20-30mila unità, mentre da decreto Rilancio del maggio 2020 che ne ha previsti e finanziati per legge 9.600, finora se ne sono “trovati” non più di 3mila.
L’aumento dei contagi poi, che non accenna a fermarsi, provoca un’ulteriore carenza nelle strutture di almeno il 20% di personale, costretto a fermarsi per le quarantene e sul territorio va anche molto peggio.
‘Tutto questo ha e continuerà ad avere un peso anche sul blocco delle cure “programmabili” che stiamo vivendo in queste settimane e che ciclicamente ormai da due anni purtroppo si ripresenta, ostacolando il diritto all’accesso al SSN da parte dei pazienti NON Covid, a partire da quelli con malattie croniche e rare – ha detto Tonino Aceti, presidente di Salutequità, Organizzazione per la valutazione della qualità delle politiche per la Salute – Su questo è urgente invertire la rotta e cambiare passo, orà.
A pesare ulteriormente ci sono anche le criticità legate alle condizioni di lavoro attuali dei professionisti della sanità.
Tra gli operatori sanitari dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), il mancato rinnovo dei contratti durato dieci anni (di fatto quasi tre contratti “saltati” per contenere la spesa), ha portato nelle buste paga solo la ‘vacanza contrattualè, l’indennità che spetta a chi lavora se un contratto non è rinnovato.
Anche con l’ultimo contratto 2016-2018 si è giunti – in dieci anni appunto – ad aumenti rispetto al 2009 (anno dell’ultimo contratto prima dello stop di dieci anni) che vanno da una media su 13 mensilità di 6.601 euro lordi (4.291 netti circa) per i medici a 2.364 circa lordi (1.536,5 netti) del personale del comparto con funzioni riabilitative (gli infermieri, i più numerosi, sono a quota 2.600 lordi e 1.690 netti, sempre su 13 mensilità).
Fin qui le somme calcolate in modo secco. Ma applicando gli indici di parità di potere di acquisto al valore del 2009 e sottraendo l’importo ottenuto da quello complessivo 2019 come indicato dal Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato, si vede che in realtà la differenza 2019-2009 resta positiva per la dirigenza sanitaria e va in rosso per il comparto (il personale non dirigente) con un massimo di circa -2.850 euro per il personale del ruolo tecnico sanitario e un minimo, sempre in media, di -2.165 circa per il personale infermieristico.
Una riduzione non compensata dalle indennità previste dalle leggi di Bilancio, che, una volta che saranno erogate, valgono 1.249 euro lordi l’anno per gli infermieri e 843 euro lordi l’anno per le altre professioni sanitarie a cui si aggiungono gli assistenti sociali e gli operatori sociosanitari.
“Continuare a rafforzare “l’organico” del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è fondamentale, come pure riconoscere con i fatti il giusto valore del personale del SSN, che in questi mesi ha dedicato la vita per curare e assistere ogni persona del nostro Paese – ha continuato Aceti -. Servono condizioni lavorative e retribuzioni all’altezza del loro livello di responsabilità, professionalità e dell’importante livello di fiducia che la popolazione ripone nei loro confronti. Riconoscendo questo valore sarà possibile ricreare quel grip del SSN nei confronti dei professionisti sanitari, che sempre più spesso vengono sollecitati da proposte sempre più concorrenziali del settore privato, e quindi aumentare anche il livello di qualità dell’assistenza erogata ai pazientì.
Attenzione però: fin qui si è parlato di retribuzione media mensile a livello nazionale. Analizzando con gli stessi criteri la retribuzione media mensile a livello regionale, si vede che ai 2.294 euro della Provincia autonoma di Bolzano, si hanno come contraltare i 1.561 della Basilicata. Tuttavia, sulla cifra incide moltissimo anche la carenza di personale che lascia spazio alla corresponsione di straordinari, tanto che, ad esempio, in Campania (la Regione con la quota più alta di straordinari, ma anche tra quelle con le maggiori carenze di professionisti) si raggiunge quota 1.760 euro mensili e analogamente nel Lazio (seconda Regione con la quota più elevata di straordinari) di 1.736 euro mensili.
Sul piatto della bilancia a pesare non è solo la mancanza di rinnovi contrattuali, la parità di potere di acquisto e la differenza tra le Regioni, ma anche l’estrema diversità delle retribuzioni tra dirigenza e comparto.
‘Giusta valorizzazione della competenza e della professionalità del personale dipendente del SSN, dirigente e non dirigente, maggiore equità retributiva tra realtà territoriali e professionisti, sblocco delle diverse indennità istituite e finanziate in questi anni ma ancora non erogate, come ad esempio quella degli infermieri, del personale sanitario non dirigente e quella del personale del Pronto Soccorso, sono alcune priorità che devono essere affrontate subito, a partire dai rinnovi contrattuali annunciati e che non dovranno essere semplici ‘tagliandì, quanto invece servire ad aprire a una nuova stagione di rilancio della sanità pubblica per il personale e i cittadini che ne usufruiscono”, ha quindi concluso Aceti.
Sul Pronto Soccorso poi, l’allarme, oltre quello della valorizzazione (anche economica) delle competenze è più forte dal punto di vista degli organici. La desertificazione degli organici medici e infermieristici nel sistema dell’emergenza, pronto soccorso e 118, è un fenomeno allarmante: “I dati del Centro Sudi nazionale SIMEU, Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza – dice Maria Pia Ruggieri, past presidente SIMEU e componente del Direttivo Salutequità – evidenziano la carenza attuale di 4.000 medici e 10.000 infermieri rispetto alle necessità. I concorsi per medici di pronto soccorso e 118 sono andati deserti in tutte le Regioni. Il 50% delle Borse di Studio della Specialità di Medicina di Emergenza Urgenza non sono state assegnate nell’anno accademico 2021/22 per disinteresse dei neolaureati. Il 18% degli studenti nell’anno accademico 2020/21 ha abbandonato il corso di studi. Eppure – conclude – prima della pandemia si calcolavano ca 24.000.000 di ingressi al Pronto Soccorso l’anno (1/3 dell’intera popolazione italiana), ossia un’emergenza ogni 90 secondi, dati che negli ultimi due anni sono cresciuti in modo esponenziale rischiando, in queste condizioni, di non riuscire a garantire la tutela della salute ai cittadini”.
(ITALPRESS).

Sindrome di Brugada, al Bambino Gesù primo studio negli under 12

ROMA (ITALPRESS) – La sindrome di Brugada è una patologia cardiaca ereditaria con rischio di morte improvvisa, in assenza di difetti strutturali del cuore. Gli eventi avversi riguardano soprattutto giovani adulti tra i 30 e i 40 anni, ma, in presenza di alcuni fattori di rischio, non sono esclusi i bambini. Il carattere piuttosto recente della scoperta e la scarsità di una casistica accurata, provoca un comprensibile allarme nelle famiglie di bambini e ragazzi con sospetto clinico. Questo può spingere ad accrescere in maniera immotivata il numero di esami finalizzati alla diagnosi e alla stratificazione del rischio, fino addirittura all’adozione di strumenti terapeutici non adeguati. Uno studio del Bambino Gesù pubblicato sulla rivista Heart Rhythm, una delle più autorevoli nel campo dell’aritmologia, descrive in maniera specifica e per la prima volta gli effetti della sindrome di Brugada in soggetti di età inferiore ai 12 anni.
Sono stati i fratelli Pedro e Josep Brugada, nel 1992, ad identificare una patologia genetica (BrS) che coinvolge il sistema elettrico del cuore con una prevalenza di 1/2000 – 1/5000 individui. Colpisce alcune strutture poste sulla superficie delle cellule del cuore – i canali ionici – attraverso cui gli ioni (sodio, potassio, magnesio e calcio) escono ed entrano dalla cellula. Il malfunzionamento di queste strutture crea degli squilibri nell’attività elettrica che aumentano il rischio di aritmie potenzialmente fatali. E’ una patologia che si manifesta soprattutto nei giovani adulti: il testosterone, infatti, sembra potenziarla. La diagnosi è basata sulla positività all’elettrocardiogramma (ECG) di specifiche caratteristiche cardiache, un pattern tipico che può essere fisso, intermittente o scatenato da farmaci o febbre superiore a 38°. Una mutazione genetica peculiare viene identificata solo nel 40 % dei casi, perchè ad oggi solo alcuni geni sono stati identificati come responsabili della sindrome. Il gene più comunemente coinvolto è l’SCN5A, abilitato a codificare per la proteina che costituisce il canale ionico del sodio.
La sindrome di Brugada è responsabile di circa il 5% di tutte le morti improvvise in età adulta (sopra i 18 anni) e avviene durante il sonno o il riposo. Pazienti con pregresso arresto cardiaco, familiarità per morte improvvisa, esperienza precedente di episodi sincopali (brevi perdite di conoscenza che provocano la caduta del soggetto se questi è in piedi) ed evidenza di aritmie maligne, sono identificabili come pazienti ad alto rischio di morte improvvisa cardiaca, inclusi i bambini.
Pochissimi lavori scientifici in letteratura riportano dati su pazienti pediatrici affetti da questa sindrome e sono relativi a popolazioni tra 0 e 19 anni. L’ampio arco di età che coinvolge pazienti infanti, prepuberi e puberi non permette di capire esattamente come si esprime la sindrome di Brugada nei bambini che sono nella fascia compresa tra 0-12 anni. Estrapolando, con un certo margine di imprecisione, i dati da queste pubblicazioni, si può ad oggi parlare di un’incidenza di morte improvvisa nella popolazione pediatrica affetta dalla sindrome di Brugada pari al 4% nei bambini al di sotto dei 12 anni e al 10% in quelli al di sotto dei 19 anni.
Con l’obiettivo di ottenere dati più certi, il gruppo di Fabrizio Drago, responsabile dell’Unità di ricerca Cardiopatie nell’ambito dell’Area di ricerca Malattie Multifattoriali dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, ha promosso dapprima la stesura delle prime Linee guida sul corretto comportamento da adottare con i bambini minori di 12 anni affetti da Sindrome di Brugada (pubblicate sulla Rivista Minerva Pediatrica nel 2019). In seguito ha realizzato uno studio osservazionale su un gruppo di pazienti del Bambino Gesù che hanno presentato la sindrome in questo range d’età.
Scopo dello studio, che vede come primo autore Daniela Righi, è stato quello di identificare le caratteristiche, i risultati a distanza di tempo e i fattori di rischio associati con gli eventi aritmici e cardiovascolari. Nello studio sono stati coinvolti 43 pazienti (25 femmine e 18 maschi) selezionati in base allo screening elettrocardiografico o in base all’invio da altri Centri. Di questi 13 presentavano un pattern ECG spontaneo e 30 indotto (in 24 casi da febbre). In 14 pazienti era presente una mutazione del gene SCN5A. Il follow-up mediano è stato di 4 anni.
La buona, anzi ottima, notizia è che nessun paziente è deceduto durante i 4 anni del periodo di follow-up.
Dai dati raccolti si evince che l’incidenza di aritmie maligne, e quindi a rischio di morte improvvisa, è stata significativamente maggiore nei pazienti con pregressa sincope oppure con mutazione del gene SCN5A e nei pazienti ad alto rischio che erano risultati positivi allo studio elettrofisiologico del cuore. Un altro dato rilevante emerso dallo studio è che il pattern ECG Brugada di tipo 1 spontaneo, non sembra essere associato a un’incidenza maggiore di aritmie maligne e non maligne o episodi di sincope rispetto a quello indotto da farmaci o febbre. Questo dato sconfessa alcuni precedenti studi che, includendo pazienti con ampio arco di età pediatrica, affermavano il contrario. Nel campione di pazienti minori di 12 anni, inoltre, è stata notata una frequenza di eventi aritmici maligni maggiore nelle femmine, in modo opposto a quanto avviene nell’età postpuberale, caratterizzata nei maschi dall’aumento della produzione di testosterone.
Allo stato attuale, 3 dei 43 pazienti dello studio sono portatori di defibrillatore impiantabile che è in grado di interrompere l’insorgenza di fibrillazione ventricolare e il conseguente arresto cardiaco; 7 sono monitorati in telemedicina con registratori ECG impiantati per via sottocutanea nell’area toracica al di sopra del cuore, mentre a uno è stato impiantato un pace-maker. Tutti gli altri non hanno subito interventi specifici e continuano ad essere monitorati in ambulatorio con ritmo trimestrale o semestrale.
“Adesso sappiamo come gestire questa sindrome nei bambini più piccoli – afferma Drago che è responsabile di Cardiologia e Aritmologia al San Paolo, Palidoro e Santa Marinella e Coordinatore del Centro di canalopatie cardiache dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù -. Il nostro studio rivela che è utilissimo uno screening elettrocardiografico per identificare il più precocemente possibile tale patologia e che i bambini con sindrome di Brugada, facendo attenzione ai fattori di rischio per morte improvvisa individuati per questa età specifica, possono avere un futuro più sicuro rispetto a quello che abbiamo riscontrato finora”.
(ITALPRESS).

Covid, il kit CoronaMeltVAR di Menarini rileva la variante Omicron

ROMA (ITALPRESS) – La nuova variante Omicron si sta diffondendo rapidamente provocando un aumento delle infezioni a una velocità senza precedenti. Il 28 novembre, l’OMS ha ufficialmente raccomandato di utilizzare kit di rilevamento Real Time PCR in grado di identificare sospetti positivi Omicron già al momento del test di positività. Supportando questa raccomandazione, Menarini offre CoronaMeltVAR, un kit CE-IVD Real Time PCR, basato sull’analisi del fluorocromo intercalante e della curva di melting, in grado di rilevare campioni positivi con elevata sensibilità, attraverso l’amplificazione di due target, entrambi compatibili con tutte le varianti e con la forma wild type, rivelando contemporaneamente con segnali distinti la presenza sospetta di Omicron Variant BA.1, BA.2, Alpha, Beta/Gamma e WT/Delta.
Tutte le risposte si ottengono in un’unica corsa su ciascun campione, senza perdita di sensibilità rispetto ai normali kit e senza la necessità di eseguire un secondo test riflesso su campioni positivi. Il kit è compatibile con la maggior parte dei protocolli di estrazione dell’RNA e degli strumenti Real Time PCR in grado di eseguire l’analisi della curva di melting a una risoluzione moderata. CoronaMeltVAR fornisce il rilevamento CE IVD del SARS CoV-2 e la sorveglianza Omicron in meno di 2 ore.
“Siamo estremamente orgogliosi di aver reso disponibile questa soluzione unica così rapidamente. Sta aiutando gli operatori sanitari a fornire una soluzione specifica, rapida e accurata per la diagnosi e l’identificazione della variante Omicron di Covid-19”, ha affermato Fabio Piazzalunga, General Manager & Global Head di A.Menarini Diagnostics.
(ITALPRESS).

I buoni propositi per il 2022: al primo posto prendersi cura di sè

ROMA (ITALPRESS) – Come consuetudine, con l’inizio dell’anno arriva il momento di porsi nuovi obiettivi per migliorarsi nelle abitudini e nel modo di approcciarsi la vita. Sono 2 italiani su 3 (66%) ad avere una lista di buoni propositi per il 2022, in aumento rispetto al 60% degli anni pre-pandemici. E sono in particolare i giovani: fra i 18-34enni sono 3 su 4 a porsi degli obiettivi per l’anno nuovo. A dirlo è il sondaggio di YouGov per David Lloyd Clubs, leader europeo nel settore del fitness, del benessere e delle racchette.
Quest’anno gli italiani scelgono la cura di sè stessi: quasi 2 persone su 3 (62%) hanno intenzione di dedicarsi all’attività fisica nel 2022 (contro il 43% del 2019), e sono soprattutto i più giovani a esprimere il desiderio di fare sport (71%). Tra gli altri buoni propositi maggiormente citati, risparmiare (52%) e prendersi cura di sè a livello mentale (43%).
La pandemia sta avendo, infatti, un forte impatto su quest’ultimo aspetto, con un’ondata di disagio psichico che si traduce spesso in ansia e depressione. E se in tempi pre-pandemici esercizio fisico e perdita di peso assumevano la stessa importanza, per gli italiani è oggi prioritario dedicarsi al proprio benessere mentale, in quanto parte integrante della salute della persona. Aspetto fondamentale per più della metà dei giovani (52%) e per loro strettamente connesso allo sport: 1 su 3 (33%) sceglie di allenarsi facendo sport ad alta intensità, come la corsa o gli allenamenti muscolari, per sfogare lo stress.
Attività legate al benessere mentale come la meditazione, il pilates o lo yoga risultano maggiormente interessanti per la fascia di età 18-34. Ad intercettare questi nuovi bisogni ci sono le palestre che propongono sempre più varietà nell’offerta dei corsi, includendo, oltre agli allenamenti più impegnativi dal punto di vista fisico, anche lezioni che pongono maggiore attenzione al benessere interiore.
Con i suoi oltre trent’anni di esperienza David Lloyd Clubs punta a offrire ai clienti un’esperienza a 360 gradi e personalizzabile in base alle necessità del singolo. “Per noi è essenziale offrire un ampio ventaglio di attività da cui scegliere. In linea con la continua evoluzione dei bisogni del cliente, nel nostro Club cerchiamo di offrire corsi che possano rendere lo sport portatore di benessere non solo fisico, ma anche mentale. E non solo: noi di David Lloyd lavoriamo per regalare ai nostri clienti momenti unici in cui prendersi cura di sè anche prima o dopo aver fatto attività fisica”, spiega Marco Tonarelli, General Manager di David Lloyd Malaspina.
Fare sport ed esercizio rimane quindi uno degli obiettivi maggiormente scelti dagli italiani: oltre il 40% pensa sia ideale iscriversi in palestra nella prima parte dell’anno.
(ITALPRESS).

Covid, 149.512 nuovi casi e 248 decessi nelle ultime 24 ore

ROMA (ITALPRESS) – Sono 149.512 i nuovi casi di Covid-19 in Italia (ieri 180.426) a fronte di 927.846 tamponi effettuati, che porta il tasso di positività al 16,1%, su un totale di 155.797.197 da inizio emergenza. E’ quanto si legge nel bollettino del ministero della Salute-Istituto Superiore di Sanità di oggi. Nelle ultime 24 ore sono stati 248 i decessi (ieri 308), che portano il totale di vittime da inizio pandemia a 141.104. Con quelli di oggi diventano 8.706.915 i casi totali di Covid in Italia. Attualmente i positivi sono 2.548.857 (+78.010), 2.528.447 le persone in isolamento domiciliare. I ricoverati in ospedale con sintomi sono 18.719, di cui 1.691 in terapia intensiva. I dimessi/guariti sono 6.016.954 con un incremento di 79.207 unità nelle ultime 24 ore. La regione con il maggior numero di nuovi casi nelle ultime 24 ore è la Lombardia (26.773), poi la Campania (17.677), l’Emilia-Romagna (16.408), il Veneto (13.094) e il Lazio (12.994).
(ITALPRESS).

Covid, Locatelli “La curva rallenta”

ROMA (ITALPRESS) – “Certamente siamo in una situazione delicata e con numeri ancora crescenti per quel che riguarda l’incidenza d’infezioni. Tuttavia, la crescita percentuale dell’ultima settimana è stata inferiore alla precedente e, negli ultimi giorni, vi sono evidenze di chiara decelerazione della curva epidemica in linea con quanto osservato in altri Paesi. Nel Regno Unito si sta assistendo alla riduzione dei ricoveri”. Lo afferma in un’intervista al Corriere della Sera Franco Locatelli, coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico.
“La pressione sulle strutture sanitarie nelle ultime settimane è decisamente aumentata – prosegue -. Il rischio da scongiurare è di danneggiare i pazienti con patologie differenti dal Covid riducendo il numero di procedure mediche o chirurgiche”.
“A questo rischio può contribuire anche un elevato numero di contagi tra gli operatori sanitari che è certamente non trascurabile. Non possiamo parlare però di ospedali vicini al collasso – spiega Locatelli -. Nelle passate ondate come quella dello scorso inverno abbiamo avuto, pur in assenza di varianti così contagiose, numeri doppi di ricoverati sia nelle aree mediche sia nelle rianimazioni. E’ il frutto del largo numero di vaccinazioni effettuate: quasi 120 milioni di dosi somministrate e 26 milioni di persone che hanno ricevuto la dose booster sono numeri straordinari e hanno consentito di proteggere largamente dal rischio di malattia grave o addirittura fatale gli italiani”.
(ITALPRESS).