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OCSE, in Italia il numero degli infermieri è inferiore alla media Ue

ROMA (ITALPRESS) – Secondo il “Profilo della Sanità 2019” dell’Italia pubblicato dall’OCSE e dalla Commissione Europea nel 2020, il numero dei medici in Italia, è superiore alla media dell’UE: 4,0 rispetto al 3,6 per 1.000 abitanti nel 2017 (ma calano i medici di famiglia e, comunque, la loro età media è superiore ai 55 anni) mentre si impiegano meno infermieri rispetto a quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale (a eccezione della Spagna) e il loro numero è notevolmente inferiore alla media dell’UE (5,8 infermieri per 1.000 abitanti contro gli 8,5 dell’UE).
Secondo i dati Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, nel 2016, l’Italia aveva 557 infermieri ogni 100.000 abitanti (negli anni successivi sono diminuiti), mentre sei Paesi dell’Ue 28, tra cui i maggiori partner (come Germania e Francia), superavano i 1.000 (dai 1.172 del Lussemburgo ai 1.019 della Francia) e altri sette, tra cui il Regno Unito, erano comunque tra i 981 infermieri per 100.000 abitanti della Danimarca e i 610 dell’Estonia.
Anche volendo solo raggiungere il livello medio di questi Paesi, in Italia mancherebbero tra i 50 e i 60 mila infermieri, sottolinea Fnopi, Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche. Per farlo ci si dovrebbe adeguare all’Europa, prevedendo più infermieri in formazione e occupazione, con evidenti progressi nell’eliminazione della carenza globale entro il 2030.
La Commissione Europea sottolinea che tutti i Piani nazionali per la realizzazione della copertura sanitaria universale formulano proposte specifiche per migliorare e sviluppare il ruolo degli infermieri come professionisti della salute più vicini alla comunità. Almeno il 75% dei Paesi ha un infermiere con responsabilità di “alta gestione in materia di salute”: quel che serve è una rete globale di leadership infermieristica.
Dall’ultimo contratto, prima di quello del 2018, per ragioni di contenimento economico, si sono susseguiti numerosi blocchi del turnover (il ricambio fisiologico del personale) superati solo dai provvedimenti introdotti dal DL Crescita nel 2019.
Tra i provvedimenti e gli interventi in emergenza che si sono susseguiti nel periodo della pandemia da COVID-19, uno in particolare, il decreto Rilancio (legge 44/2020), ha previsto l’integrazione degli organici infermieristici, prima con contratti flessibili, poi, dal 2021, con contratti a tempo indeterminato. In particolare, per quanto riguarda l’Infermiere di Famiglia/Comunità, che ha un ruolo forte sul territorio anche secondo le previsioni del Recovery Plan inviato a Bruxelles.
Tuttavia, l’intervento, seppure assolutamente meritorio, è parziale e copre le necessità legate all’emergenza, perchè, parametrando il numero di cronici e non autosufficienti alle necessità espresse di assistenza territoriale, la FNOPI ha quantificato un numero ottimale a regime di Infermieri di Famiglia/Comunità circa doppio rispetto a quello finora programmato.
L’Infermiere di Famiglia/Comunità è un professionista della salute che riconosce e cerca di mobilitare risorse all’interno delle comunità, comprese le competenze, le conoscenze e il tempo di individui, gruppi e organizzazioni della comunità per la promozione della salute e del benessere della stessa, cercando di aumentare il controllo delle persone sul loro benessere. Secondo le Regioni, è un punto di riferimento per tutta la popolazione (ad es. per soggetti anziani, per pazienti cronici, per istituti scolastici ed educativi che seguono bambini e adolescenti, per le strutture residenziali non autosufficienti), con particolare attenzione alle fragilità. Inoltre, in particolari condizioni epidemiologiche (quale, appunto, quella da COVID-19), il suo intervento può essere orientato alla gestione di un settore di popolazione specifica (ad es. per il tracciamento e monitoraggio dei casi, coadiuvando le USCA, in collaborazione con Medici di Medicina Generale e Igiene Pubblica, nonchè nelle campagne vaccinali).
Uno dei problemi maggiori da affrontare rispetto alla crescita e alle aumentate responsabilità e specializzazioni della professione infermieristica, è sicuramente quello delle retribuzioni.
Oggi questa voce è inserita del più vasto contenitore del “personale non dirigente”, anche se a molti infermieri sono affidati ruoli di coordinamento e di responsabilità anche di Distretti sanitari. Anche da questo nasce l’esigenza di un’area infermieristica separata, in cui sia possibile riconoscere i diversi livelli di responsabilità e di merito e prevederne un’adeguata, conseguente, retribuzione, sottolinea ancora Fnopi: “Resta il dato che gli infermieri italiani sono i meno pagati tra quelli degli Stati maggiormente industrializzati in Europa e in tutto il mondo occidentale”.
Per quanto riguarda la pandemia, gli infermieri sono la categoria di personale sanitario maggiormente contagiato da Sars-Cov-2: ovviamente, soprattutto per l’altissimo livello di prossimità con i malati che non lasciano mai soli.
Con la comparsa dei vaccini (gli infermieri sono stati il primo personale sanitario a essere vaccinato), si registra una flessione delle infezioni: un dato che, da una parte, è positivo, vista l’attuale carenza di organici nei servizi sanitari, dall’altra, lo è ovviamente per il minor numero di soggetti coinvolti nell’infezione e, quindi con minori conseguenze personali e minori rischi per i pazienti a cui non possono fare a meno di essere vicini.
Per quanto riguarda i decessi degli infermieri, si nota un numero maggiore in particolare (ma non solo) nelle Regioni soggette alla prima fase della pandemia, quando, cioè, non c’erano sufficienti dispositivi di protezione individuale per garantire la sicurezza.
Gli infermieri occupati sono circa 385 mila su oltre 454 mila iscritti agli Albi: rappresentano quasi la metà di tutti i professionisti che lavorano in sanità. La quasi totalità degli infermieri lavora nella Sanità e, di questi, 268 mila circa alle dipendenze del Servizio sanitario. Solo una piccola minoranza, 4 mila per l’esattezza, in classi di attività economiche diverse.
La grande maggioranza degli infermieri (77,7%) lavora nei servizi ospedalieri. Ci sono poi quelli in part time (soprattutto donne, 98%): 27.500 (ogni tre corrispondono a un’unità lavorativa full time).
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Covid, 6.946 nuovi casi e 251 decessi in 24 ore

ROMA (ITALPRESS) – Crescono anche se di poco i casi di coronavirus in Italia. Secondo il consueto bollettino del Ministero della Salute, i nuovi positivi sono 6.946 contro i 5.080 di ieri a fronte di un numero significativamente maggiore di tamponi processati, 286.428, un dato che fa scendere il tasso di positività al 2,42%. I decessi sono stati 251, in crescita rispetto ai 198 di ieri.
I guariti nelle ultime 24 ore sono 16.503 mentre gli attuali positivi scendono a 363.859 con un calo complessivo di 9.811. I ricoverati nei reparti ordinari sono 14.937 (-490), le terapie intensive sono a 2.056 (-102), ma con 100 nuovi ingressi. In isolamento domiciliare vi sono 346.886 persone. La regione con il maggior numero di casi è la Campania (1.109), seguita da Sicilia (894) e Lombardia (788).
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Uno studio, anticorpi contro il Covid per almeno 8 mesi dall’infezione

MILANO (ITALPRESS) – Gli anticorpi neutralizzanti contro SARS-CoV-2 persistono nei pazienti fino ad almeno otto mesi dopo la diagnosi di Covid-19, indipendentemente dalla gravità della malattia, dall’età dei pazienti o dalla presenza di altre patologie. Non solo, la loro presenza precoce è fondamentale per combattere l’infezione con successo: chi non riesce a produrli entro i primi quindici giorni dal contagio è a maggior rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19. Sono questi i due risultati principali di una ricerca condotta dall’Unità di Evoluzione e Trasmissione Virale dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, diretta da Gabriella Scarlatti, in collaborazione con i ricercatori del San Raffaele Diabetes Research Institute diretto da Lorenzo Piemonti, che hanno sviluppato un particolare test per gli anticorpi sfruttando le competenze e le tecniche già impiegate per lo studio degli anticorpi coinvolti nella risposta auto-immunitaria alla base del diabete di tipo 1.
I ricercatori del Centro per la Salute Globale e del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), coordinati da Andrea Cara e Donatella Negri, sfruttando le competenze e le tecniche già impiegate per lo studio dei vaccini anti-HIV, hanno lavorato in stretto contatto con il gruppo di Gabriella Scarlatti per sviluppare un nuovo metodo per la valutazione degli anticorpi neutralizzanti contro SARS-CoV-2.
Lo studio, pubblicato oggi su Nature Communications, mappa in modo così esaustivo l’evoluzione nel tempo della risposta anticorpale al Covid-19 e fornisce importanti indicazioni sia per la gestione clinica della malattia – attraverso il riconoscimento dei pazienti a maggior rischio di forme gravi – sia per il contenimento epidemiologico della pandemia.
Lo studio è stato condotto seguendo nel tempo 162 pazienti positivi a SARS-CoV-2, con sintomi di entità variabile, che si sono presentati al pronto soccorso dell’Ospedale San Raffaele durante la prima ondata della pandemia in Italia. I primi campioni di sangue sono stati raccolti al momento della diagnosi e risalgono a marzo-aprile 2020, gli ultimi a fine novembre 2020.
Il gruppo di pazienti è composto al 67% da maschi, con un età media di 63 anni. Il 57% soffriva di una seconda patologia oltre al Covid-19 al momento della diagnosi, l’ipertensione (44%) e il diabete (24%) le più frequenti. Su 162 pazienti, 134 sono stati ricoverati.
Oltre agli anticorpi specifici e neutralizzanti contro SARS-CoV-2, i ricercatori hanno indagato nei pazienti anche la riattivazione degli anticorpi per i coronavirus stagionali (quelli responsabili del classico raffreddore) con l’obiettivo di verificare il loro impatto sulla risposta contro SARS-CoV-2. “Questi anticorpi riconoscono parzialmente il nuovo coronavirus e possono riattivarsi a seguito del contagio, pur non essendo efficaci nel neutralizzarlo – spiega Gabriella Scarlatti, che ha coordinato la ricerca -. Il timore era che la loro espansione potesse rallentare la produzione degli anticorpi neutralizzanti specifici per SARS-CoV-2, con effetti negativi sul decorso dell’infezione”.
“Questo lavoro rappresenta un entusiasmante sforzo di collaborazione – sottolineano Andrea Cara e Donatella Negri – che unisce il nostro interesse nella valutazione della risposta immunitaria contro diversi agenti infettivi con l’esperienza all’interno delle nostre istituzioni, focalizzata sullo sviluppo di metodi immunologici innovativi, efficaci e capaci di dare risposte in tempi rapidi”.
Contrariamente a quanto emerso da studi precedenti, la presenza precoce di anticorpi neutralizzanti contro SARS-CoV-2 è effettivamente correlata a un migliore controllo del virus e a una maggiore sopravvivenza dei pazienti. Per fortuna questo è vero nella maggior parte dei casi: il 79% dei pazienti arruolati ha infatti prodotto con successo questi anticorpi entro le prime due settimane dall’inizio dei sintomi. Chi non ci è riuscito è risultato a maggior rischio per le forme gravi della malattia, indipendentemente da altri fattori come l’età o lo stato di salute.
Allo stesso tempo, la presenza degli anticorpi neutralizzanti, pur riducendosi nel tempo, è risultata molto persistente: a otto mesi dalla diagnosi erano solo tre i pazienti che non mostravano più positività al test. La persistenza di questi anticorpi per almeno otto mesi è indipendente dall’età dei pazienti o dalla presenza di altre patologie.
Infine, secondo i dati analizzati dai ricercatori del San Raffaele, la riattivazione di anticorpi pre-esistenti per i coronavirus stagionali non ha alcuna influenza nel ritardare la produzione degli anticorpi specifici per SARS-CoV-2 e non è associata a maggior rischio di decorsi gravi del Covid-19.
“Lo studio della risposta anticorpale contro SARS-CoV-2 – spiega Vito Lampasona del Diabetes Research Institute – rivela la complessità dell’interazione tra il virus e il sistema immunitario, uno degli elementi che determina la diversa gravità con cui la malattia si manifesta nel singolo paziente”.
“Quanto abbiamo scoperto ha delle implicazioni sia nella gestione clinica della malattia nel singolo paziente, sia nel contenimento della pandemia – afferma Gabriella Scarlatti -. Secondo i nostri risultati, infatti, i pazienti incapaci di produrre anticorpi neutralizzanti entro la prima settimana dall’infezione andrebbero identificati e trattati precocemente, in quanto ad alto rischio di sviluppare forme gravi di malattia. Gli stessi risultati ci danno però anche due buone notizie: la prima è che la protezione immunitaria conferita dall’infezione persiste a lungo; la seconda è che la presenza di una pre-esistente memoria anticorpale per i coronavirus stagionali non costituisce un ostacolo alla produzione di anticorpi contro SARS-CoV-2. Il prossimo step è capire se queste risposte efficaci sono mantenute anche con la vaccinazione e soprattutto contro le nuove varianti circolanti, cosa che stiamo già studiando in collaborazione con i colleghi del ISS”.
Lo studio è stato possibile grazie al finanziamento interno del Program Project COVID-19 OSR-UniSR attivato grazie ai fondi 5xmille Ospedale San Raffaele e del Ministero della Salute (COVID-2020- 12371617).
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Individuato un meccanismo alla base del diabete di tipo 2

ROMA (ITALPRESS) – Seguire da vicino la traiettoria del diabete di tipo 2, per comprendere quale sia il fattore ‘X’ alla base della sua comparsa, è un filone di ricerca di non poco conto, alla luce dei 700 milioni di persone affette da questa condizione nel mondo. Per questo, sta suscitando molto scalpore nel mondo scientifico uno studio pubblicato su Journal of Clinical Investigation (JCI) realizzato grazie alla collaborazione tra il gruppo del professor Andrea Giaccari, Responsabile del Centro per le Malattie Endocrine e Metaboliche Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e professore associato di Endocrinologia, Università Cattolica, campus di Roma, e quello del professor Sergio Alfieri, Direttore del Centro Chirurgico del Pancreas della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e Ordinario di Chirurgia Generale all’Università Cattolica.
La ricerca ha consentito di dimostrare che per lo sviluppo del diabete di tipo 2 è molto più importante una cattiva funzionalità delle cellule beta del pancreas (quelle che producono insulina), che non un’improvvisa riduzione del loro numero, come quella che si determina a seguito di un intervento di rimozione parziale del pancreas (pancreasectomia parziale), che dimezza il patrimonio di cellule beta. E la disfunzione che può determinare la comparsa di diabete è una rallentata secrezione di insulina in risposta all’aumento della glicemia da parte di cellule beta ‘tartarugà, quella che gli esperti chiamano alterazione della prima fase di secrezione insulinica.
“Nella storia naturale della comparsa del diabete di tipo 2 – spiega il primo autore, la dottoressa Teresa Mezza, ricercatrice in Endocrinologia, UOC Endocrinologia e Diabetologia del Gemelli diretta dal professor Alfredo Pontecorvi – insulino-resistenza e deficit di secrezione di insulina si modificano continuamente nel tempo, ed è impossibile capire quale delle due variabili sia più importante. Con l’intervento chirurgico modifichiamo sperimentalmente solo una delle due variabili, nello stesso identico modo in tutti i pazienti. Con un intervento di pancreasectomia parziale, in termini di evoluzione della malattia diabetica, è un pò come fare in due mesi quello che la natura fa nell’arco 20 anni”.
Gli interventi chirurgici stanno insegnando molto sulla genesi del diabete; questo studio dimostra che, anche asportando mezzo pancreas a un paziente che non ha insulino-resistenza (cioè non è sovrappeso/obeso), nè deficit di secrezione di insulina, quel soggetto non diventerà diabetico. Ai fini del mantenimento di una buona glicemia dunque, non conta quanto pancreas viene rimosso, ma che quello che resta funzioni bene.
“L’innovatività di questo filone di ricerca – spiega il professor Andrea Giaccari, autore senior dello studio – risiede soprattutto nel non studiare persone che hanno già il diabete, ma persone che sono a rischio di svilupparlo, confrontando dati in vitro e in vivo e cercando di capirne i meccanismi. Questo è possibile solo lavorando in un grande Policlinico come il Gemelli, al fianco di una eccellenza nella chirurgia del pancreas come quella diretta dal professor Alfieri”.
La ricerca pubblicata su JCI ha coinvolto 78 pazienti candidati a intervento di duodeno-pancreasectomia, che sono stati sottoposti a test da carico di glucosio (OGTT) e a clamp iperglicemico, prima e dopo l’intervento per andare a valutare l’effetto ‘acutò della riduzione delle cellule beta pancreatiche, sulla comparsa di diabete. L’asportazione parziale del pancreas (duodeno-pancreasectomia) dimezza infatti il ‘corredò di cellule beta pancreatiche, produttrici di insulina, che i pazienti hanno a disposizione.
I risultati di questo studio suggeriscono che, a determinare la comparsa di diabete, sarebbe in particolare l’incapacità delle cellule beta di reagire prontamente con la secrezione di insulina all’aumento di glicemia che si verifica dopo un pasto (difetto della prima fase rapida di secrezione insulinica). E dunque, i soggetti portatori di queste cellule beta dai ‘riflessì rallentati (cellule ‘tartarugà) sono quelli più predisposti a diventare diabetici.
Una predisposizione questa che si ‘annidà nelle pieghe del Dna; sono stati infatti individuati almeno dieci geni ‘tartarugà in grado di ‘intorpidirè la secrezione insulinica da parte delle cellule beta.
Un fattore fondamentale per il determinismo del diabete di tipo 2 è dunque l’incapacità delle cellule beta di secernere insulina in maniera veloce; chi ha cellule dai riflessi ‘rapidì (cellule ‘leprè) è protetto dal diabete, chi invece è portatore di cellule beta ‘lentè (cellule ‘tartarugà) a rispondere alle variazioni di glicemia, più facilmente andrà incontro al diabete in caso di riduzione del numero delle cellule produttrici di insulina.
E la pandemia di obesità che affligge il mondo è un grande ‘rivelatorè dei soggetti portatori di queste cellule dai riflessi ‘lentì, perchè l’obesità mette in campo un altro importante fattore di rischio per il diabete di tipo 2, l’insulino-resistenza, cioè l’incapacità di tessuti e organi bersaglio dell’insulina di rispondere ai comandi di questo ormone, per superare la quale le cellule beta devono produrre sempre più insulina.
(ITALPRESS).

Primo congresso anti-Covid per i 454mila infermieri d’Italia

ROMA (ITALPRESS) – Primo congresso anti-Covid per i 454mila infermieri d’Italia. Con lo slogan “Ovunque per il bene di tutti”, quest’anno il tradizionale incontro – che si ripete a ogni cambio del vertice della Federazione (ogni tre anni fino al 2021 e, per effetto della legge 3/2018, da oggi in poi ogni 4 anni) e che ha visto sempre radunati tra i 4 e i 6mila infermieri – si svolgerà in modo “itinerante” nel pieno rispetto elle regole di distanziamento e di tutte le misure contro la pandemia.
Da maggio a dicembre, rappresentanti del neo-eletto Comitato centrale della FNOPI toccheranno varie aree del Paese (Nord Est, Nord Ovest, Centro Sud versante adriatico, tirrenico e isole): in programma 20 appuntamenti a carattere locale con i referenti di progetti innovativi, buone pratiche ed eccellenze della professione infermieristica che, soprattutto sul territorio, hanno consentito di affrontare l’assistenza, anche durante la pandemia, rimanendo sempre vicini ai cittadini, proiettando l’infermiere in una dimensione nuova, più vicina al paziente e in grado di intercettare proattivamente la domanda di salute soprattutto nelle aree più interne e disagiate del Paese.
Limitando al massimo gli assembramenti e rispettando tutte le normative vigenti anti-Covid, l’obiettivo è fotografare lo stato di attuazione dell’infermieristica di prossimità, chiave di volta per un sistema salute più equo, giusto ed efficace
Prima tappa il 12 maggio Giornata Internazionale dell’Infermiere, a Firenze, città natale di Florence Nightingale, considerata la madre dell’Infermieristica moderna, nella Sala del Cenacolo della Basilica di Santa Croce.
Il complesso monumentale riaprirà al pubblico proprio domani, nel giorno in cui si celebra la nascita di Florence, immortalata in Santa Croce da un famoso monumento a cui ogni anno rendono omaggio infermieri provenienti da tutto il mondo.
Per l’occasione sarà anche presentato un volume inedito sui rapporti tra Florence e l’Italia, nazione dove nacque nel 1820 e che ben conobbe, anche dal punto di vista scientifico e professionale, durante due lunghi viaggi nel corso della sua vita. Florence Nightingale, della quale si è celebrato il bicentenario della nascita nel 2020, è passata alla storia per avere ridotto della metà i decessi per malattia nella guerra di Crimea ed essere stata precorritrice delle buone pratiche di igiene e salute pubblica che ancora oggi contribuiscono a ridurre le malattie e salvare vite, in particolare in contesti epidemici.
Il filo rosso che legherà le esperienze che contraddistingueranno le tappe del Congresso FNOPI sarà l’Infermieristica di prossimità, a partire dall’Infermiere di famiglia e comunità, figura presente in Toscana (prima tappa) dal 2018 e che col decreto Rilancio del maggio 2020 è stata istituita per legge e dovrebbe essere presente in tutte le Regioni.
Nella stesura del nuovo Recovery Plan, inoltre, assume un ruolo di protagonista proprio per l’assistenza sul territorio.
Gli infermieri, infatti, non vogliono che il paziente debba raggiungere necessariamente una struttura per essere assistito: sono loro che vanno verso il cittadino, sviluppando così i presupposti dell’assistenza territoriale finora mai decollata e che potrebbe essere ormai a un passo con le novità in arrivo dal PNRR.
Soprattutto, gli infermieri, con le loro buone pratiche dimostrano all’organizzazione sanitaria, ai programmatori e ai cittadini stessi che la vera assistenza si fa in team, con uno scambio virtuoso e mai nè invadente nè prevaricante di una professione sull’altra.
Il prossimo appuntamento, in giugno, sarà nelle zone più colpite dal Covid nella prima fase e che registrano ancora il maggior numero di contagi e decessi: Lombardia, Piemonte, Liguria.
A Firenze, alla presenza dei vertici della FNOPI, di rappresentanti istituzionali regionali e degli Ordini delle professioni infermieristiche della Toscana, saranno premiati quattro progetti.
“Fuori dal guscio”, progetto della Asl Toscana Sud Est (zona Distretto Grosseto). Prevede il supporto dell’infermiere di famiglia e comunità al SerD (servizio pubblico per le dipendenze patologiche) per la prevenzione secondaria su pazienti con patologie croniche tra cui dipendenza da abuso di alcol, dal gioco d’azzardo, dal fumo, obesità, diabete, malattie cardiovascolari. Il percorso di prevenzione parte da una segnalazione degli infermieri o medici di medicina generale alla coordinatrice dell’ospedale di comunità e SerD, motivando la richiesta.
La coordinatrice attiva l’intervento dell’infermiere di famiglia e comunità a seconda delle esigenze. Si tratta di un modello di cura basato sull’assistenza infermieristica che unisce ambiti di cura finora non così integrati, per una presa in carico multiprofessionale, continua e specialistica, focalizzata non solo sulle conseguenze della malattia, ma contestualmente dedicata alla prevenzione delle cause.
“I colori delle farfalle”, progetto della Asl Toscana Sud Est (Zona Distretto Valdarno). Prevede l’infermiere di famiglia, care manager in ambito domiciliare e comunitario, nella gestione di pazienti cronici in età evolutiva (bambini e adolescenti) che svolge funzione di coordinamento gestionale-organizzativo sulle attività assistenziali, creando una rete multi specialistica tra i vari setting di cura ospedalieri, territoriali e con le istituzioni, incluse le scuole e tutti i percorsi formativi del destinatario delle cure. Le figure coinvolte nel team sono: l’infermiere, il pediatra o il medico di medicina generale, l’assistente sociale, il fisioterapista, lo psicologo, il nutrizionista, il neuropsichiatra infantile, l’insegnante e la famiglia.
L’infermiere care manager rappresenta la figura di riferimento per il paziente, la sua famiglia e il caregiver; è colui in grado di gestire in maniera efficace ed efficiente la presa in carico a favore della domiciliarità e dell’integrazione nella comunità.
Sempre rivolto a bambini e adolescenti è l’ambulatorio specialistico infermieristico nel Comune di Agliana (Pistoia) per un servizio sul territorio privato, a supporto delle famiglie di bambini complessi e non, dalla nascita dei lori figli fino alla pubertà. Questo perchè non esiste attualmente un Servizio Infermieristico che risponda ai bisogni dei bambini, in quanto lo stesso è esclusivamente dedicato ad adulti/anziani portatori di patologia. Tra gli obiettivi raggiunti, l’80% dell’utenza è soddisfatto delle prestazioni erogate; ridotti gli accessi in Pronto Soccorso, dal pediatra di libera scelta e dal medico di medicina generale; le famiglie dei bambini, portatori di patologie complesse, saono in grado di gestire al domicilio certe problematiche, che precedentemente venivano svolte in ospedale; anche il paziente adulto – perchè il centro è rivolto anche ad adulti e anziani portatori di patologie croniche e sani -, portatore di patologie croniche, e le loro famiglie saranno in grado di gestire al proprio domicilio certe problematiche, che precedentemente venivano affrontate in ospedale.
Infine, una buona pratica di auto-analisi dell’attività degli infermieri di famiglia e comunità, perchè monitoraggio e controllo sono componenti essenziali dell’assistenza sanitaria. Nelle province di Firenze, Pistoia e Prato la sperimentazione del modello IFeC (infermiere di famiglia e comunità) ha permesso agli infermieri coinvolti di crescere professionalmente, con un arricchimento personale importante. Da qui, una indagine qualitativa su “Percezioni e vissuti degli infermieri coinvolti nella sperimentazione del modello di Infermieristica di Famiglia e di Comunità nella Asl Toscana Centro. Dai dati rilevati sono emerse 4 categorie sostanziali: Prepararsi al cambiamento (il corso di formazione erogato all’avvio del progetto e l’esperienza lavorativa in possesso hanno permesso agli IFeC di intraprendere la sperimentazione con maggior sicurezza); La relazione: fare gioco di squadra (il legame con le famiglie in carico e la collaborazione multiprofessionale sono fondamentali); Un vortice di emozioni (lo stress iniziale, ma anche l’apprezzamento del modello e la riscoperta della passione per la professione); L’infermiere di famiglia e comunità (definizione soggettiva e non univoca della figura professionale e sguardo propositivo al futuro professionale).
(ITALPRESS).

Bari, recupera l’udito a 10 mesi grazie a un “orecchio bionico”

BARI (ITALPRESS) – Potrà finalmente sentire le voci dei genitori e ascoltare i rumori attorno a lui. E’ grazie allo straordinario intervento realizzato dalla equipe di Otorinolaringoiatria del Policlinico di Bari che un bambino di appena dieci mesi, reso sordo da un’infezione, potrà recuperare l’udito e sviluppare così il linguaggio. Il piccolo era stato colpito da meningite ed era stato ricoverato nell’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari. Una volta guarito, però, i medici avevano dovuto constatare i danni neurologici lasciati dalla malattia: il bambino era diventato sordo. L’equipe di Otorinolaringoiatria diretta dal professor Nicola Quaranta, nonostante le linee guida suggeriscano l’intervento sulla coclea in pazienti di età superiore a un anno e con peso maggiore di 8 chili, ha deciso di intervenire precocemente per evitare l’ossificazione della coclea che avrebbe bloccato la possibilità di intervento, condannando per sempre il piccolo non solo alla sordità, ma anche al mutismo.
I medici dell’unità operativa di Otorinolaringoiatria del Policlinico di Bari hanno sottoposto il piccolo, dieci mesi e 7,5 chili di peso, ad un’operazione per l’impianto cocleare bilaterale.
L’intervento è riuscito con successo: grazie a un impianto con 22 elettrodi che stimolano le fibre del nervo acustico e trasmettono lo stimolo sonoro a una protesi esterna dotata di microfono, che potrà essere attivata a seguito della cicatrizzazione, il bambino potrà riacquistare l’udito.
“Abbiamo deciso di intervenire subito nonostante le difficoltà legate al peso e all’età perchè c’era il grosso rischio che, con il passare del tempo e l’ossificazione delle coclea, il bambino sarebbe rimasto sordo. E, a dieci mesi, questo avrebbe significato anche che il piccolo non avrebbe potuto sviluppare il linguaggio – spiega il professor Quaranta – In passato tutti questi casi erano condannati al sordomutismo; adesso, invece, grazie alla tecnologia e alle capacità chirurgiche possiamo intervenire precocemente per assicurare uno sviluppo cognitivo regolare del bambino e prevenire le complicanze. Il piccolo grazie all’impianto cocleare potrà crescere nel mondo dei suoni e iniziare a sviluppare il linguaggio”.
(ITALPRESS).

Vaccino, in Italia oltre 24 milioni di somministrazioni

ROMA (ITALPRESS) – Raggiunge quota 24.054.000 il totale delle vaccinazioni somministrate ad oggi, secondo i dati diffusi dal ministero della Salute. Il vaccino è stato inoculato a 13.582.900 donne e 10.471.100 uomini. Sono 7.401.862 le persone a cui è già stata somministrata la prima e la seconda dose. Il maggior numero dei destinatari è rappresentato dagli over 80 (6.608.062), seguiti da soggetti fragili e caregiver (4.456.256), dalla fascia 70-79 (3.739.358), da operatori sanitari e sociosanitari (3.322.368), la fascia 60-69 (2.066.525), il personale scolastico (1.249.069), personale non sanitario impiegato in strutture sanitarie e in attività lavorativa a rischio (922.432), gli ospiti delle strutture residenziali (671.127), altre categorie (658.338), e il comparto difesa e sicurezza (360.465).
In totale i vaccini distribuiti sono 27.391.650: 17.796.870 dosi di Pfizer/BioNTech, 2.583.100 di Moderna, e 6.668.880 di Vaxzevria (AstraZeneca) e 342.800 di Janssen. Le regioni con la percentuale maggiore di somministrazioni rispetto alla dotazione sono Veneto (92,2%), Liguria (91,6%), Puglia (91,4%), e quella con meno la Sardegna (79,5%).
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Covid, 5.080 nuovi casi e 198 decessi nelle ultime 24 ore

ROMA (ITALPRESS) – Sono 5.080 i nuovi casi di Coronavirus in Italia (ieri 8.292) a fronte di 130.000 tamponi effettuati, determinando un tasso di positività del 3,91%. E’ quanto riporta il bollettino del ministero della Salute. I decessi sono stati 198 nelle ultime 24 ore, in aumento rispetto ai 139 registrati ieri.
I guariti sono 15.063 e gli attuali positivi scendono a 373.670 (10.184 in meno rispetto a ieri). I ricoverati nei reparti ordinari sono 15.427, le terapie intensive sono a 2.158 ricoverati con 80 nuovi ingressi. In isolamento domiciliare sono 356.085 persone. La regione con il maggior numero di casi è la Campania (943), seguita da Lazio (680) e Sicilia (589).
(ITALPRESS).