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Salute

Diabete, sensori low cost per misurare il glucosio nel sangue

ROMA (ITALPRESS) – Un processo innovativo per produrre in modo economico e su larga scala sensori di precisione utilizzati nelle “striscette” per misurare il glucosio nel sangue nei diabetici, ma anche nei dispositivi antitaccheggio o per misurare la concentrazione degli inquinanti nell’acqua o nella frutta. Lo ha brevettato ENEA ottimizzando le fasi di assemblaggio e di accoppiamento di strati nanodimensionati su elettrodi stampati.
“Gli elettrodi stampati sono sonde di pochi centimetri di lunghezza che vengono prodotti usando degli inchiostri specifici adattati all’esigenza scientifica, in pratica con le stesse tecniche con cui si stampano, ad esempio, i disegni sulle t-shirt”, spiega il ricercatore ENEA Walter Vastarella che ha brevettato il processo di stampa.
Il processo brevettato serve a produrre sistemi ibridi, cioè formati da nanoparticelle elettrochimicamente attive ed elettrodi stampati, combinando l’alto grado di innovazione delle nanotecnologie con la flessibilità di supporti conduttori.
“In questo modo siamo riusciti a semplificare una delle fasi di produzione del sensore tanto da renderne più economica e semplice la stampa, soprattutto in presenza di grandi numeri, e mantenendo la possibilità di variare la superficie degli elettrodi a seconda delle esigenze di produzione”, conclude Vastarella.
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Tumore del seno, ogni anno in Sicilia test genomici per 800 pazienti

PALERMO (ITALPRESS) – Ogni anno in Sicilia si registrano quasi 3.500 nuovi casi di tumore della mammella. E circa 800 pazienti nell’isola sono candidabili ai test genomici, che permettono di prevedere il rischio di recidiva e, quindi, di escludere la chemioterapia in aggiunta alla terapia ormonale, evitando inutili tossicità con risparmio di risorse. Nel nostro Paese, però, queste analisi, raccomandate dalle più importanti linee guida internazionali e utilizzate nei principali Paesi europei, sono gratuite solo in Lombardia, Toscana e nella Provincia Autonoma di Bolzano, che ne hanno approvato la rimborsabilità. Per questo, all’interno della Rete Oncologica siciliana, è stata istituita una Commissione che riunisce tutti i centri di senologia dell’isola con l’obiettivo di preparare un dossier da inviare all’assessorato regionale della Salute, perchè la profilazione genomica sia rimborsabile anche in Sicilia. E’ quanto emerso durante un webinar organizzato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), che si è svolto recentemente.
“I test sono indicati per un particolare sottotipo di pazienti, quelle con tumore della mammella di tipo luminale, che esprime i recettori estrogenici ma non la proteina HER2, a rischio intermedio – afferma Antonio Russo, tesoriere nazionale AIOM e Ordinario di Oncologia Medica, DICHIRONS – Università degli Studi di Palermo -. Rientrano in questa popolazione circa 800 pazienti ogni anno in Sicilia. I test genomici rappresentano uno strumento utile per il clinico per selezione il miglior trattamento per la paziente nei casi a rischio intermedio. Sono analisi molecolari che analizzano una serie di geni diversi all’interno delle cellule tumorali per prevedere il rischio di recidiva. I risultati sono utili per valutare nelle donne con carcinoma mammario operato, in fase iniziale, con recettori ormonali positivi e senza espressione della proteina HER2, la prognosi e la probabilità di trarre beneficio dall’aggiunta della chemioterapia adiuvante, cioè successiva all’intervento chirurgico, alla terapia ormonale. AIOM sta lavorando con le Istituzioni per rendere uniforme su tutto il territorio nazionale l’accesso ai test”.
“La maggior parte delle donne con carcinoma della mammella, circa il 65%, presenta una malattia luminale – spiega Vincenzo Adamo, Direttore Oncologia Medica Azienda Ospedaliera Papardo di Messina, Ordinario di Oncologia Medica all’Università di Messina e coordinatore della Rete Oncologica Siciliana -. Oggi sono disponibili nella pratica clinica diversi test che analizzano i profili di espressione genica. L’importanza della profilazione genomica è sempre più evidente, grazie alle evidenze scientifiche. Ed è fondamentale la distinzione fra pazienti a basso, intermedio e alto rischio di recidiva. I test aiutano a definire la migliore terapia per le donne che si trovano nella ‘zona grigià, costituita dal rischio intermedio, evitando chemioterapie inutili”.
“Un test a 21 geni ha evidenziato in studi clinici di identificare con precisione le pazienti per le quali la chemioterapia adiuvante rappresenta un salvavita e coloro che possono invece evitarla – continua Adamo -. Un altro test, profilato su 70 geni, ha dimostrato che, nei casi a basso profilo clinico e basso profilo genomico, la sopravvivenza libera da metastasi a 8 anni raggiunge il 94,7% senza chemioterapia. Quindi in questi casi la sola terapia ormonale è in grado di proteggere le pazienti. Vi è poi un test su 50 geni che, oltre ad essere in grado di individuare tra i tre profili quello a rischio intermedio, ha dimostrato di essere importante come test predittivo di risposta alla terapia endocrina a 10 anni e di riuscire a identificare i sottotipi dei tumori luminali. La Commissione istituita all’interno della Rete Oncologica Siciliana sta elaborando i dati per identificare le pazienti che possono beneficiare dei test genomici. Auspichiamo che, anche in Sicilia, sia stabilita quanto prima la loro rimborsabilità”.
“La forte diminuzione dell’utilizzo improprio della chemioterapia – conclude Massimiliano Spada, coordinatore AIOM Sicilia – può tradursi, da un lato, in un beneficio clinico per le pazienti che non vengono più esposte a un eccesso di trattamento e al relativo rischio di tossicità immediate e tardive, dall’altro in un impatto favorevole sulla spesa sanitaria, che rappresenta un elemento fondamentale con cui anche i clinici devono confrontarsi. In Sicilia 200mila cittadini vivono dopo un tumore e circa il 40% ha avuto il cancro della mammella. I test genomici vanno considerati un investimento, non una spesa”.
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Malformazioni del volto, weekend clinic per ridare il sorriso ai bimbi

ROMA (ITALPRESS) – Un weekend per ricostruire, fisicamente e psicologicamente, il sorriso di bambini nati con malformazioni del volto attraverso interventi chirurgici e cure multi-specialistiche. Dal 7 al 9 maggio è in programma il 29esimo Weekend Clinic del progetto Smile House di Roma della Fondazione Operation Smile Italia Onlus, che da oltre 20 anni è attiva, grazie all’impegno di medici e operatori sanitari volontari, in Italia e nel mondo per il trattamento delle patologie congenite cranio-maxillo- facciali al fine di curare e restituire il sorriso a migliaia di pazienti e alle loro famiglie Il progetto Smile House di Roma nasce da un protocollo d’Intesa tra Regione Lazio, ASL Roma 1 e Fondazione Operation Smile Italia Onlus.
La Smile House – centro di cura multispecialistico per il trattamento delle patologie congenite cranio-maxillo-facciali – è attiva dal 2017 presso l’Ospedale San Filippo Neri ed è coordinata dal dottor Domenico Scopelliti, vicepresidente della Fondazione Operation Smile Italia Onlus e fondatore, ideatore e promotore del progetto “Smile House”. A causa della sospensione della chirurgia di elezione presso l’Ospedale San Filippo Neri di Roma – diventato ospedale Covid – il Weekend Clinic del 7-9 maggio, in accordo con la ASL Roma 1, si terrà presso la Clinica Parioli.
Nella Smile House di Roma nell’ultimo anno sono stati visitati più di 1000 pazienti e offerte oltre 2500 consulenze multidisciplinari. Nel corso del Weekend Clinic di maggio verranno operati 8 bambini di età compresa tra i 4 mesi i 10 anni, provenienti da Roma, Brindisi, Taranto, Siracusa e Marina di Gioiosa Jonica (RC).
Gli interventi saranno seguiti da un team di composto da 20 medici, infermieri e operatori sanitari volontari.
“Ogni 3 minuti, nel mondo – spiega la Fondazione in una nota – nasce un bambino con una malformazione del volto come la labiopalatoschisi. Un bambino che, se non curato tempestivamente, può avere problemi nella crescita e vivere sofferenze psicologiche legate all’emarginazione sociale e ad episodi di bullismo. Un bambino che rischia di dover aspettare troppo tempo per essere curato: le liste di attesa si allungano ogni giorno e l’emergenza Covid-19 sta peggiorando la situazione, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito”.
Vivere con una malformazione del volto non curata può compromettere le funzionalità più basilari come mangiare e parlare.
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Santabarbara Hospital di Gela, in un documentario un anno di pandemia

GELA (CALTANISSETTA) (ITALPRESS) – Si intitola “Un’altra primavera” il documentario breve realizzato dalla clinica Santabarbara Hospital di Gela per raccontare le emozioni, i pensieri e le esperienze vissute all’interno della struttura durante l’ultimo anno. Il documentario è stato girato poche settimane dopo la somministrazione del vaccino contro il Covid-19 a tutto il personale e a tutti gli anziani della RSA. Tredici minuti di immagini e musica in cui si alternano le voci di persone che hanno ruoli differenti all’interno dell’ospedale.
Ciascuno degli intervistati racconta un pezzo della storia, portando davanti alla videocamera il proprio punto di vista e la propria sensibilità: il senso di smarrimento del chirurgo, che ha dovuto smettere di operare per oltre tre mesi, il ricordo commosso del fisioterapista positivo al Covid-19, lo sguardo premuroso dell’infermiera, che si è presa cura degli anziani ricoverati nella RSA, l’incredulità dell’addetto alla manutenzione, a cui è stato affidato il buon funzionamento del sistema durante le fasi più delicate, il punto di vista professionale e umano delle figure dirigenziali.
Fra le testimonianze anche quella di un ospite della residenza sanitaria assistenziale situata al piano terra della struttura, un uomo ultranovantenne che da un anno vede i suoi figli solo dal balcone, “come Giulietta e Romeo”.
Il documentario sopraggiunge dopo un anno difficile e concitato. Nei primi giorni di marzo 2020 il Santabarbara Hospital aveva chiuso tutti i servizi ambulatoriali, chirurgici e diagnostici per preservare operatori e pazienti dalla diffusione del contagio e soprattutto per salvaguardare gli ospiti della RSA, una delle poche in Italia a non aver sviluppato focolai del virus. La residenza per anziani era stata blindata, mentre nelle altre aree dell’ospedale si procedeva alla creazione di percorsi diversificati per l’accesso ai reparti, all’allestimento della tenda per il pre-triage e all’introduzione di nuovi posti letto per i pazienti del presidio ospedaliero “Vittorio Emanuele” di Gela.
A maggio aveva destato una certa tensione la notizia di un paziente della RSA positivo al doppio tampone, ma la paura era rientrata dopo aver appurato che i protocolli adottati dall’ospedale avevano impedito la trasmissione del virus. Nel frattempo si sperimentava la formula degli ambulatori telematici (consulti medici a distanza) e si concludeva la raccolta fondi avviata dalla clinica in favore del Vittorio Emanuele, per l’acquisto di un respiratore polmonare destinato ai pazienti della terapia intensiva.
“Un’altra primavera nasce dalla volontà di dare una narrazione e un senso ad un periodo frenetico e faticoso – spiega Francesca Guttadauro, psicologa della clinica e responsabile delle Risorse Umane, da cui è partita l’idea del documentario – Per mesi tutte le forze si sono concentrate nella gestione convulsa dell’emergenza e i nostri operatori non hanno avuto la possibilità di metabolizzare l’accaduto, di guardarsi indietro, di afferrare le ricadute del lavoro di squadra sulla comunità intera. Il progetto nasce soprattutto per dare loro un riconoscimento e uno spazio di valorizzazione ed espressione”.
Il documentario è visibile sul canale YouTube del Santabarbara Hospital.
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Coronavirus, 10.404 nuovi casi e 373 decessi in 24 ore

ROMA (ITALPRESS) – Sono 10.404 i nuovi casi di Coronavirus in Italia (ieri 8.444) a fronte di 302.734 tamponi effettuati, determinando un tasso di positività del 3,44%. E’ quanto riporta il bollettino del ministero della Salute. I decessi sono stati 373 nelle ultime 24 ore, in aumento rispetto ai 301 registrati ieri.
I guariti sono 14.688 e gli attuali positivi scendono a 448149 (4.663 in meno rispetto a ieri). I ricoverati nei reparti ordinari sono 20.312, 323 in meno rispetto a ieri. Le terapie intensive sono a 2.748 ricoverati (- 101 unità) con 177 nuovi ingressi. In isolamento domiciliare sono 425.089 persone. La regione con il maggior numero di casi è la Campania (1.654), seguita da Lombardia (1.369), e Puglia (1.056).
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Epilessia, Lice “1 paziente su 2 escluso dal mondo del lavoro”

ROMA (ITALPRESS) – Oltre 1 paziente su 2, il 60% delle persone con Epilessia, non è occupato e riporta difficoltà di inserimento lavorativo, o mantenimento dell’occupazione. Uno scenario già descritto dai risultati dalla ricerca “ERE – gli Epilettologi Raccontano le Epilessie” presentata in occasione dell’ultimo Congresso della Lega Italiana Contro l’Epilessia – LICE insieme dall’Istituto ISTUD, secondo cui il 31% delle persone con Epilessia non lavora per disoccupazione, il resto per ragioni di età – studenti o pensionati – per attività domestica o per dichiarata inabilità al lavoro. Quasi 1 paziente su 2 (il 44%) si vede negato un impiego a causa della malattia.
Il binomio Epilessia e lavoro è ora al centro di una nuova indagine rivolta alle Persone con Epilessia avviata dalla LICE e dalla Fondazione ISTUD (Area Sanità e Salute) con lo scopo di raccoglierne le esperienze di inserimento lavorativo e occupazione.
Una raccolta sistematica delle narrazioni promossa con il duplice obiettivo di evidenziare un tema ancora taciuto e soggetto a stigma, nonchè di contribuire a sensibilizzare gli stakeholders del mondo occupazionale, quindi dalle istituzioni alle agenzie per il lavoro fino ai referenti delle risorse umane.
L’iniziativa è rivolta a tutte le persone con Epilessia maggiorenni sul territorio nazionale, che potranno accedere allo strumento di indagine attraverso il link https://www.medicinanarrativa.eu/storie-di-epilessia-e-lavoro. In maniera autonoma, immediata e nel totale rispetto dell’anonimato, sarà possibile raccontare sia le esperienze di buone pratiche che quelle al contrario di criticità vissute durante la ricerca dell’occupazione e sul lavoro.
“Il proposito di questa raccolta sistematica delle narrazioni – ha spiegato il professor Oriano Mecarelli, past president LICE – è quello di contribuire a migliorare l’accoglienza e l’integrazione delle persone con Epilessia nel mondo del lavoro, riducendo lo stigma e valorizzando le potenzialità e le risorse a disposizione sia di chi soffre di epilessia, sia dei datori di lavoro e dei colleghi. L’occupazione delle persone con epilessia è una questione complessa per la molteplicità di fattori che concorrono, dalla condizione clinica al contesto familiare e sociale di riferimento, alla tipologia di azienda e rischio lavorativo correlato. Non esiste una soluzione univoca. La carenza di direttive di comportamento uniformi tra medici curanti, Istituzioni, aziende e medici del lavoro, unitamente al forte stigma sociale ancora radicato e riscontrato tra i datori di lavoro, rendono necessario affrontare in maniera sistematica e integrata la questione dell’occupazione della Persona con Epilessia”.
La scelta di comunicare o meno la condizione di Epilessia nella fase di ingresso nel lavoro è una questione centrale per la quale si rendono necessarie rassicurazioni, autostima, responsabilità, ma soprattutto un adeguato piano di welfare aziendale, affinchè la Persona con Epilessia possa comunicare liberamente la propria condizione, senza temere ripercussioni in sede di selezione e nel suo percorso lavorativo. La comunicazione della propria diagnosi potrebbe ridurre lo stato di ansia e insicurezza della Persona con Epilessia e favorire la buona riuscita dei colloqui lavorativi.
“L’indagine – commenta Laura Tassi, presidente di LICE – rappresenta la nuova tappa di un percorso già avviato da LICE e Fondazione ISTUD che nei mesi scorsi avevano annunciato la formazione di un tavolo di consenso coinvolgendo per la prima volta gli stakeholder più rappresentativi del mondo clinico, giuridico, istituzionale, socio-sanitario e associazionistico, per finalizzare direttive di comportamento uniformi tra medici curanti, Istituzioni, aziende e medici del lavoro”.
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Tre milioni di donne soffrono di endometriosi “Ricerca sottofinanziata”

ROMA (ITALPRESS) – “Non si pensa abbastanza all’endometriosi. I finanziamenti per la ricerca necessari a trovare una cura a questa malattia sono ridotti all’osso. Gli studi in corso sono diversi ma non possono essere conclusi e i 3 milioni di donne malate in Italia continuano ad avere forti sofferenze”. Il grido d’allarme arriva da Pietro Giulio Signorile, presidente della Fondazione italiana endometriosi, che nelle prossime settimane sarà al lavoro su nuove terapie promettenti per debellare la malattia. “La ricerca scientifica sull’endometriosi è molto sottofinanziata, contiamo fondi dedicati di duecento volte inferiori rispetto ad altre malattie croniche come l’Alzheimer. L’obiettivo è concludere gli studi per aiutare le pazienti e restituire loro una qualità della vita migliore”, aggiunge l’esperto.
“La Fondazione italiana endometriosi è nata allo scopo di implementare la ricerca scientifica sull’endometriosi in Italia, ancora senza cura e con un ritardo diagnostico inaccettabile di circa 8 anni – spiega Signorile – Fino ad oggi abbiamo raggiunto risultati scientifici di grande risalto: abbiamo individuato l’origine della malattia in un disturbo nella formazione dell’apparato genitale del feto, causato da sostanze inquinanti in grado di oltrepassare la placenta; abbiamo messo a punto il progetto nutrizionale, nato dall’intuizione di una dieta terapeutica basata sulla riduzione di cibi pro infiammatori e dall’aumento di cibi anti infiammatori, per abbattere i sintomi della malattia; stiamo per concludere lo sviluppo di un test diagnostico su sangue che potrebbe rilevare la malattia già in fase precoce, risparmiando anni di sofferenze”.
Ma non solo: sono infatti in corso diversi progetti, promettenti per individuare terapie utili a guarire la malattia. “Innanzitutto il progetto genomico – osserva l’esperto – che serve a scoprire quali e quanti geni vengono coinvolti nell’endometriosi. Poi il progetto clinico: mai fino ad oggi è stato fatto uno studio organico sulla clinica dell’endometriosi, per individuare i dati statistici che caratterizzano la malattia. Infine abbiamo creato una community online, un luogo di confronto e informazione, per supportare le pazienti. La ricerca – conclude Signorile – ha i suoi tempi e le sue difficoltà ma quest’anno contiamo di avere nuovi prodotti, presidi e orientamenti da sfruttare per combattere in maniera sempre più efficace questa complessa malattia. Per raggiungere il traguardo la ricerca deve essere finanziata”.
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Vaccino, in arrivo alle Regioni 2,2 milioni di dosi Pfizer

ROMA (ITALPRESS) – Sono 2,2 milioni le dosi di vaccino Pfizer che verranno distribuite a partire da domani mattina alle Regioni/Province autonome. L’afflusso in Italia del vaccino è iniziato nella giornata di oggi e si concluderà domani, quando – a seguire – partiranno tutte le consegne dirette verso le oltre 200 strutture sanitarie designate dalle Regioni. A comunicarlo la struttura commissariale, sottolineando che “il lotto di Pfizer è il più consistente in assoluto tra quelli approvvigionati dall’inizio della campagna vaccinale, e porterà a oltre 22,4 milioni la cifra dei vaccini finora consegnati alle Regioni per le somministrazioni, che hanno intanto superato quota 18 milioni a livello nazionale”.
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