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Coronavirus, 23.696 nuovi casi e 460 morti nelle ultime 24 ore

ROMA (ITALPRESS) – Crescono ancora i contagi da coronavirus in Italia. Il numero dei nuovi positivi nelle ultime 24 ore sono – secondo il bollettino del Ministero della Salute – 23.696, contro i 21.267 di ieri, a fronte di 349.472 tamponi processati e che determina un indice di positività al 6,7%. Stabili i decessi a 460. I guariti sono 21.673 mentre gli attuali positivi crescono di 1.548 unità, attestandosi a 562.856. Intanto per la prima volta dopo giorni si riduce il numero dei pazienti ricoverati nei reparti ordinari: 28.424. Balzo delle terapie intensive con 3.620 ricoverati complessivi (+32), e 260 nuovi ingressi. In isolamento domiciliare vi sono 530.812 persone. La regione con il maggior numero di casi si conferma la Lombardia (5.046), seguita da Piemonte (2.582) ed Emilia-Romagna (2.070).
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Ordine psicologi Piemonte, riaprire le scuole dopo Pasqua

TORINO (ITALPRESS) – Domani, 26 marzo, in oltre 60 città si svolgeranno le mobilitazioni per la scuola, con lo sciopero dalla Didattica a Distanza da parte di studenti e docenti, per chiedere la riapertura in presenza, in sicurezza e in continuità, dopo la pausa pasquale. Per l’Ordine degli Psicologi del Piemonte (OPP) “la possibilità di riaprire le scuole dopo la pausa pasquale, quantomeno iniziando da quelle dell’infanzia, le primarie e le secondarie di primo grado, deve essere sostenuta con tutti i mezzi possibili e incoraggiata attraverso la solidarietà della nostra comunità professionale”. La scuola è quello «spazio fisico e relazionale» che offre alle bambine e ai bambini, agli adolescenti e ai giovani adulti, il contesto in cui sperimentare possibilità di confronto e di crescita ed esplorare nuove opportunità e vie di realizzazione. La condizione di pandemia COVID-19 ha, però, “interrotto la possibilità di iniziare a conoscere questo spazio formativo – si pensi ai bambini entrati a scuola per la prima volta a settembre 2020 o a coloro che hanno concluso un primo percorso di studi per entrare in quello successivo. Ognuno di loro ha sperimentato la scuola in un modo inusuale perchè interrotta dal lockdown e perchè trasformata in un «luogo distanziato». Infatti, mentre l’impatto del COVID-19 si è diffuso in tutto il mondo, le scuole sono state costrette a reinventarsi, dovendo adattarsi rapidamente a un nuovo modo non solo di «fare le cose» – online, da remoto, in modalità mista – ma anche di «creare relazioni e ponti» con gli studenti, con le famiglie, con la comunità, in un modo finora concepito come atipico. Cogliere il senso e l’impatto che queste interruzioni ed intermittenze (apertura-chiusura-riapertura-chiusura) stanno avendo sulle bambine e sui bambini, sulle studentesse e sugli studenti, sugli insegnanti, sulle famiglie, sulla scuola, non è solo fondamentale ma doveroso”.
Gli studi scientifici nazionali e internazionali sono concordi nel ritenere che “il disagio psicologico in età scolare e adolescenziale è aumentato: la ricerca evidenzia che le problematiche legate alle fobie sociali, alle somatizzazioni, alle forme di evitamento relazionale, alle risposte depressive, se da un lato rinforzano la risposta comportamentale del “rimanere a casa”, utile al contenimento della diffusione del virus, dall’altro creano ansie anticipatorie e malessere psicologico e relazionale in persone di sempre più giovane età. Questi dati non possono essere ignorati con l’idea che una volta sconfitto il COVID-19 tutto ritornerà alla «normalità», a volte tanto criticata dell’epoca pre-COVID e tanto ambita oggi”.
Di fronte ai cancelli delle scuole nuovamente chiusi, in quasi tutto il territorio nazionale, occorre “fare in modo che la distanza fisica sia arricchita da un lato di presenza psicologica, emotiva e relazionale, dall’altro di risorse professionali ed economiche che permettano la sostenibilità di tutto questo”. Per questo “diventa fondamentale che le istituzioni governative, regionali e nazionali, investano a tutti i livelli affinchè la scuola, anche nelle sue trasformazioni emergenziali, continui ad essere il luogo deputato alla crescita cognitiva, emotiva e relazionale delle giovani generazioni.
I funzionari dell’Ufficio scolastico regionale, i dirigenti scolastici, le studentesse e gli studenti, le famiglie, il corpo docente, il personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA), i collaboratori scolastici, gli esperti esterni, stanno dimostrando resilienza, una capacità di tenuta e di visione in prospettiva. Le studentesse e gli studenti devono essere rassicurati sul fatto che non sono lasciati soli e che le decisioni prese, sulla scuola e sui loro tempi relazionali, non ricadranno passivamente su di loro”.
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Il rinnovamento della Medicina passa anche dal digitale

PALERMO (ITALPRESS) – Per migliorare l’offerta dei servizi sanitari e continuare a garantire il diritto costituzionale alla salute, fornendo percorsi di cura sostenibili, occorre avviare un profondo processo organico di riorganizzazione dei processi di assistenza sanitaria. Di questo si è parlato nel corso dell’incontro on line promosso da AiSDeT (Associazione italiana di sanità digitale e telemedicina) in partnership con Novartis, che è stato anche l’occasione per presentare un paper su “Telemedicina e Medicina di prossimità”. Un modo per sottolineare il valore dell’innovazione digitale nei processi di riorganizzazione dell’assistenza sanitaria, per un uso ancora più efficace delle risorse del Recovery Plan anche puntando su questo tipo di investimenti.
I lavori sono stati aperti da Massimo Caruso, segretario generale AiSDeT. L’esperienza Covid, infatti, ed il numero sempre più crescente di pazienti cronici a gestione delle malattie croniche, strettamente correlate con l’innalzamento dell’età media, rappresentano una sfida per il Servizio Sanitario Nazionale. L’attuale sistema, è emerso, “così come organizzato, non è più in grado di dare risposte adeguate e sostenibili ed occorre mettere mano ai due macrosistemi su cui si sviluppa l’offerta sanitaria: il sistema ospedaliero e territoriale. Le nuove proposte di politica sanitaria individuano la soluzione nel trasferimento, dall’ospedale alla medicina territoriale, di maggiori competenze, sviluppando modelli organizzativi per la gestione della cronicità centrati sull’integrazione ospedale-territorio”. L’uso appropriato dei servizi territoriali e ospedalieri, evitando sovrapposizioni di ruoli e di attività, produrrebbe, infatti, livelli di setting assistenziali appropriati ai bisogni di salute con un contenimento dei costi della spesa sanitaria.
Un ruolo importante, in questa struttura funzionale di know-how differenti, è assegnato al paziente, che deve acquisire maggiore consapevolezza della sua condizione clinica e della necessità di sottoporsi a monitoraggio continuo. La messa in opera di questo modello richiede un grosso sforzo organizzativo e strutturale perchè, mentre gli ospedali, che fino ad oggi hanno rappresentato l’area di riferimento dell’offerta sanitaria, sono strutture concrete e facilmente individuabili, offrendo percorsi interni di facile identificazione, il “sistema territorio” è frammentato, disarticolato e multi-localizzato (medico di base, poliambulatorio, specialista, cure domiciliari, farmacia, erogazione presidi ed ausili).
Ecco perchè l’innovazione tecnologica ed in particolare le soluzioni di Sanità digitale e di Telemedicina, possono contribuire, nonchè sostenere una riorganizzazione dell’assistenza sanitaria con modalità che permettono i processi di deospedalizzazione, di diagnosticare, monitorare e seguire i pazienti a distanza tramite l’utilizzo di particolari tecnologie dell’informazione e della comunicazione, semplificando così lo scambio d’informazioni cliniche tra pazienti e medici e ottimizzando, al tempo stesso, vari aspetti della gestione e del trattamento terapeutico, decongestionando gli ospedali e garantendo risparmi importanti sulla spesa assistenziale.
Per Salvatore Torrisi, presidente Fare, Federazione delle Associazioni Regionali Economi e Provveditori della Sanità, l’innovazione, anche in Sicilia, si declina in diversi modi e in particolare in quella di processo. Senza dimenticare una “innovazione generazionale, ovvero sostituire una classe dirigente avanti negli anni che non vuole dire che non è adeguata ma non ha la tensione a conoscere le innovazioni e il contesto che circonda l’innovazione”. Innovazione nella scelta del personale: “Basta con i concorsi fatti con regole negli anni ’50”, è stato sottolineato.
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Coronavirus, 21.267 nuovi casi e 460 decessi in 24 ore

ROMA (ITALPRESS) – Ancora un nuovo aumento dei contagi da coronavirus in Italia. Il numero dei nuovi positivi nelle ultime 24 ore – secondo il bollettino del Ministero della Salute – è pari a 21.267 contro i 18.756 di ieri, a fronte di 363.767 tamponi processati e che determina un indice di positività al 5,8%. Si riducono però i decessi: 460 (ieri erano stati 551). I guariti sono 20.132 mentre gli attuali positivi crescono di 654 unità, attestandosi a 561.308.
Lievissima crescita dei ricoveri nei reparti ordinari: 10 in più rispetto alle 24 ore precedenti, con un numero totale di degenti pari a 28.438. Molto più significativa la crescita delle terapie intensive, dove con 3.588 ricoverati si registra un saldo complessivo in crescita di 42 degenti con un numero di nuovi ingressi leggermente inferiore a ieri: 300. In isolamento domiciliare vi sono 529.282 persone. La regione con il maggior numero di casi è la Lombardia (4.282), seguita da Piemonte (2.223) e Campania (2.045). Superano i 1000 casi anche Veneto, Emilia-Romagna, Lazio, Toscana, Puglia.
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Sanità, Cimo-Fesmed “Pnrr senza riforma aumenta disuguaglianze Nord-Sud”

ROMA (ITALPRESS) – “I fondi stanziati dall’Europa per il nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) riservano fondi anche per il futuro della sanità, ma si tratta di finanziamenti strutturati che lasciano pochi margini di manovra e l’Italia deve utilizzarli bene considerando le attuali significative disuguaglianze generazionali e territoriali proprio attraverso una sfida culturale che impegna soprattutto le regioni del sud”. Così il presidente della Federazione CIMO-FESMED Guido Quici è intervenuto come relatore alla conferenza organizzata il 23-24 marzo dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Ministra Carfagna sui progetti del PNRR per il Sud, in particolare nel dibattito sul tema “Salute, filiera strategica”.
Nel suo intervento Quici ha sottolineato come attraverso i 750 mld della Next Generation stanziati dalla EU e, a cascata, i 222,9 miliardi destinati all’Italia, l’Europa intende rilanciare settori dove i Paesi sono particolarmente sofferenti. In particolare, per la cosiddetta Missione 6 riguardante la sanità, l’investimento di 19,6 mld sarà finalizzato alla digitalizzazione, innovazione, tecnologia e ricerca.
Partendo dal presupposto che l’OMS ha dichiarato nel 2019 che il vero obiettivo futuro è la Sanità Digitale, occorre dunque recuperare in Italia un notevole gap perchè la spesa per la sanità digitale, anno 2018, è stata di soli 1,8 mld, la spesa pro capite per le innovazioni in sanità di 25 euro pro capite, e l’Italia occupa la 25° posizione su 28 Paesi UE in termini di accesso al primo livello digitale.
Il presidente di CIMO-FESMED ha ricordato che “il divario tra Italia ed altre nazioni, e tra nord e sud del nostro Paese è certificato dal Digital Economy and Society Index che ha evidenziato come l’Italia sia divisa in due e lontana dalla UE per tutto ciò che riguarda la connettività (UE 56,7 – IT 36,8), il capitale umano (UE 72,8 – IT 44,0), l’uso di internet (UE 59,4 – IT 43,2), le integrazioni tecnologiche digitali (Nord-Ovest 43,4 – Sud 10,9) e i servizi pubblici digitali (UE 74,0 – IT 50,0). A cui si legano anche le diseguaglianze sociali e culturali del nostro Paese (popolazione over 60, istruzione, connettività, ecc.). Ma abbiamo anche – ha sottolineato Quici – un evidente divario tra nord e sud in termini di accesso alle cure, che dovrebbe indirizzare il come utilizzare i fondi del PNRR. Dove la sanità funziona, i finanziamenti della Next Generation devono contribuire a completare i processi di ammodernamento delle strutture sanitarie; viceversa, dove la sanità è in affanno i benefici del PNRR sono ad oggi marginali e ciò rischia di aumentare il divario tra nord e sud”.
“E’ necessario affrontare la questione accompagnando gli investimenti con una seria riforma del SSN. Ma ad oggi riforma della sanità e la sua governance sono le grandi assenti nel PNRR. Ciò che non ci convince nel Piano Nazionale è la ripetitività di due concetti: rafforzare e potenziare. Si dà per scontato che l’attuale organizzazione del sistema sanitario sia sufficientemente valido e che gli attuali modelli necessitano solo di processi di manutenzione e ammodernamento nell’ottica della digitalizzazione e della tecnologia. Purtroppo, non è affatto così”, ha affermato Quici.
La proposta che CIMO-FESMED porta avanti da tempo è che bisogna rivedere il sistema di finanziamento del SSN, occorre dare trasparenza al “paniere” che costituisce il Fondo, occorre modificare le regole di ripartizione dei fondi tra le regioni per dare diritto di accesso alle cure a tutti i cittadini. Tutto questo significa rivedere il Titolo V della Costituzione recuperando la centralità del ruolo del Ministero della Salute proprio alla luce di quanto sta emergendo in questa emergenza sanitaria, anche con la rivisitazione dei modelli organizzativi sia in ambito ospedaliero che territoriale attraverso una rimodulazione del Patto della salute e del DM 70/15.
Quici ha aggiunto che “non deve essere trascurato come il sistema salute si regga sui professionisti, ragion per cui occorre rivedere la governance delle aziende sanitarie dal governo clinico delle attività fino alla rappresentanza e rappresentatività riconducendo l’organizzazione del lavoro sotto il controllo del Ministero della salute”.
In sintesi, per il Presidente CIMO-FESMED “è prioritario rivedere urgentemente i pilastri su cui si basa il nostro SSN, dalla sostenibilità alla governance, all’accesso alle cure, proprio per evitare che gli interventi previsti dal PNRR, anzichè diventare una leva di ripresa e crescita, possano tramutarsi paradossalmente in un incremento delle diseguaglianze tra i cittadini delle diverse regioni d’Italia”.
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Salutequità, sale del 40% la rinuncia alle cure dei pazienti non-covid

ROMA (ITALPRESS) – Effetto Covid: la Lombardia ha perso 2,4 anni di vita, il 10% di un’intera generazione. Ma la lancetta dell’attesa di vita alla nascita in Italia, con la pandemia è andata indietro in media quasi di un anno e le differenze nelle Regioni sono evidenti, con la prima fase del Covid che ha abbassato l’asticella soprattutto nelle Regioni del Nord. In generale in Italia si sono persi in media circa 9 mesi. Ma i problemi non si fermano qui. E a metterli in evidenza è l’Osservatorio permanente sullo stato dell’assistenza ai pazienti NON Covid-19 lanciato con il terzo Rapporto di Salutequità, Organizzazione indipendente per la valutazione della qualità delle politiche per la salute, dedicato alla “Trasparenza e accesso ai dati sullo stato dell’assistenza ai pazienti NON Covid-19”.
E’ in aumento di circa il 40% rispetto al 2019 la rinuncia alle cure dei pazienti non-Covid-19. Nel 2020 il 10% dei cittadini ha rinunciato alle cure, circa la metà a causa del Covid-19, contro il 6,3% del 2019. Il fenomeno raddoppia rispetto al 2019, sempre a causa del Covid, in Piemonte (48,5%), Liguria (57,7%), Lombardia (58,6%) e Emilia-Romagna (52,2%). Le donne hanno rinunciato maggiormente alle cure.
Se va male per chi contrae l’infezione da Sars-Cov2, va malissimo per chi era già affetto da altre patologie o, peggio, per chi avrebbe potuto evitarle grazie agli screening oncologici: nel periodo gennaio-settembre 2020 rispetto allo stesso periodo 2019 sono stati svolti 2.118.973 in meno di screening cervicale, mammografico e colorettale (-48,3%).
Questa riduzione ha prodotto 13.011 minori diagnosi tra lesioni, carcinomi e adenomi avanzati.
La contrazione dell’accesso alle cure ha influito anche sull’accesso alle terapie innovative. Nel periodo gennaio-settembre 2020 continua l’importante riduzione della spesa dei farmaci innovativi non oncologici: -122,4 milioni di euro rispetto al 2019.
“Quel che è peggio però è che se da un lato nessun provvedimento per gli anni 2021 e seguenti, a partire dall’ultima legge di Bilancio per arrivare al recente decreto Sostegni, ha preso in considerazione una qualsiasi forma di programmazione e/o finanziamento per il “rientro” delle mancate terapie non-Covid – afferma Tonino Aceti, presidente di Salutequità – mancano anche all’appello una serie di dati ufficiali accessibili pubblicamente, fondamentali per dimensionare con precisione l’effettivo fenomeno e mettere in campo rapidamente le necessarie azioni correttive e monitorarle tempestivamente”.
Ecco alcuni esempi: Relazione sullo stato sanitario del Paese – ultima quella 2012-2013 – 7 anni di ritardo rispetto ai dati 2020; Monitoraggio dei LEA, risultati dell’anno 2018 – 2 anni di ritardo rispetto ai dati 2020; Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA (NSG) – Risultati dell’anno 2018 – 2 anni di ritardo rispetto al 2020; Annuario statistico del Servizio sanitario nazionale – Ultimo anno disponibile 2018 – 2 anni di ritardo rispetto ai dati 2020; Il personale del sistema sanitario italiano – ultimo anno disponibile 2018 – 2 anni di ritardo rispetto ai dati 2020; Conto Annuale – ultimo disponibile quello 2018 – 2 anni di ritardo rispetto ai dati 2020; Rapporto annuale sulle attività di ricovero ospedaliero (SDO) – Ultimo anno disponibile 2019 – 1 anno di ritardo rispetto ai dati 2020.
“I ritardi nella pubblicazione dei dati contenuti nelle rilevazioni ufficiali hanno sempre rappresentato una criticità importante del SSN, sia dal punto di vista della verifica dell’efficacia degli interventi, sia da quello sulle modalità di utilizzo delle risorse stanziate, a partire da quelle previste nei provvedimenti emergenziali per il potenziamento del SSN, dall’assistenza territoriale, al recupero delle liste di attesa”, sottolinea Salutequità.
“Per colmare il gap – spiega Aceti – è necessario predisporre un preciso programma che parta dall’immediato aggiornamento al 2020 e relativa pubblicazione di tutte le rilevazioni ufficiali delle diverse istituzioni sanitarie (e non), per misurare lo stato attuale dell’assistenza garantita ai pazienti NON Covid-19, rilevare le criticità nell’accesso alle cure e impostare subito un Piano nazionale di recupero del SSN per gli assistiti non covid. Per questo serve una nuova Relazione sullo stato sanitario del Paese 2020-2021 (l’ultima si riferisce al 2012-2013), come pure avviare un’indagine conoscitiva parlamentare sullo stato dell’assistenza garantita ai pazienti NON Covid”.
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Coronavirus, 18.756 nuovi casi e 551 decessi in 24 ore

ROMA (ITALPRESS) – Balzo dei nuovi casi di coronavirus in Italia. Nelle ultime 24 ore, secondo il Bollettino del Ministero della Salute, i nuovi contagiati sono 18.756 contro i 13.846 di ieri. I tamponi effettuati sono stati 335.189, numero che fa crollare l’indice di positività al 5,5%. Significativa crescita dei decessi, 551 (ieri erano stati 386). I guariti sono 20.601 e gli attuali positivi calano di 2.413 unità, attestandosi a 560.654.
Non si ferma la crescita costante dei ricoveri nei reparti ordinari: sono 28.428 (+379). Così pure nelle terapie intensive, dove con 3.546 ricoverati si registra un saldo complessivo in crescita di 36 degenti con un elevato numero di nuovi ingressi: 317. In isolamento domiciliare vi sono 526.680 persone. La regione con il maggior numero di casi è la Lombardia (3.643), seguita da Piemonte (2.080) e Veneto (1.966). Hanno superato i 1000 casi anche Emilia-Romagna, Campania, Lazio, Toscana, Puglia.
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Oltre 150 mila i casi di contagi Covid-19 sul lavoro

ROMA (ITALPRESS) – Dall’inizio della pandemia alla data dello scorso 28 febbraio sono 156.766 i contagi sul lavoro da Covid-19 denunciati all’Inail, pari a circa un quarto del complesso delle denunce di infortunio sul lavoro pervenute all’Istituto dal gennaio 2020 e al 5,4% del totale dei contagiati comunicati dall’Istituto superiore di sanità (Iss) alla stessa data. Rispetto alle 147.875 denunce rilevate dal monitoraggio mensile precedente, i casi in più sono 8.891 (+6,0%). Come sottolineato dal 14esimo report nazionale elaborato dalla Consulenza statistico attuariale Inail, la “seconda ondata” di contagi – i cui effetti non sono evidentemente terminati nello scorso anno, proseguendo soprattutto a gennaio e, in misura più contenuta, a febbraio – ha avuto un impatto più intenso della prima anche in ambito lavorativo e non solo per la presenza di due mesi in più: il periodo ottobre 2020-febbraio 2021 incide, infatti, per il 64,4% sul totale delle denunce di infortunio da Covid-19, esattamente il doppio rispetto al 32,2% del trimestre marzo-maggio 2020.
Le denunce si sono concentrate nei mesi di novembre (24,5%), marzo (18,1%), ottobre (15,3%), dicembre (15,2%), aprile (11,7%), maggio (2,4%) e settembre (1,2%) del 2020, e nei mesi di gennaio (7,7%) e febbraio (1,7%) del 2021, per un totale del 97,8%. Il restante 2,2% riguarda gli altri mesi dell’anno scorso: febbraio (0,7%), giugno e agosto (0,6% per entrambi) e luglio (0,3%), oltre a 19 casi relativi al gennaio 2020. A differenza del complesso dei contagi, per i casi mortali è la prima ondata ad avere avuto un impatto più significativo della seconda: il 67,8% dei decessi, infatti, è stato denunciato nel trimestre marzo-maggio 2020 contro il 29,6% del periodo ottobre 2020-febbraio 2021.
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