“Il problema più grosso sono i professionisti: sul territorio mancano quelli della salute, l’assistenza domiciliare non è garantita in maniera adeguata perché mancano le figure professionali”. Lo ha detto Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, intervistato da Claudio Brachino per la rubrica “Primo Piano” dell’Agenzia di Stampa Italpress. La crisi della medicina del territorio “è frutto di vent’anni di disinvestimento”, ha spiegato Anelli, ricordando che oltre a medici e infermieri ci sono “altri 29 professionisti della salute”. Si tratta, quindi, di “professioni sanitarie organizzate in ordini professionali che sul territorio sono sostanzialmente assenti. È chiaro che oggi – ha evidenziato – un medico non può garantire 29 o 30 competenze. Ha bisogno di lavorare insieme ad altri e di avere gli strumenti. Nella gestione della sanità – ha ricordato – ci siamo trovati di fronte a vent’anni di aziendalismo che aveva come unico obiettivo raggiungere un pareggio di bilancio rispetto alle poste definite dal Mef. Le Regioni che non potevano farlo sono andate in piano di rientro. Abbiamo avuto tagli e riduzione netta del personale perché c’erano tante regioni con il blocco del turnover. Questo ha portato alle conseguenze scoppiate durante il Covid”. Per Anelli quest’anno è stato “difficile, molto complicato. Abbiamo pagato anche in termini di vite umane”, ha spiegato. Però “i medici non si sono tirati indietro e hanno fatto il loro lavoro, con difficoltà. Si sono trovati talvolta – ha proseguito – a dovere decidere chi attaccare a un respiratore, quindi a decidere sulla vita della gente”. Secondo il presidente della Fnomceo “bisogna dare atto a chi ha governato di avere investito sul fondo sanitario nazionale. C’è stata un’inversione, che è avvenuta anche prima del Covid e oggi si sta consolidando”.
“Ci sono state anche le assunzioni. Il vero problema, però, è quello della programmazione. Non abbiamo una precisa programmazione del fabbisogno degli operatori e questo si ripercuote anche sul progetto formativo: le borse di specializzazione non sono in numero adeguato rispetto ai fabbisogni che abbiamo. Se non creiamo bene la programmazione del numero di professionisti di cui abbiamo bisogno non potremo avere una risposta sul piano assistenziale”, ha spiegato. Ci sono pure le risorse del Recovery. “Nove miliardi erano pochi, venti sono già un buon risultato nella sanità. Quei soldi – ha continuato – servono per investimenti strutturali. Quindi da una parte per ammodernare il sistema della rete ospedaliera rendendola più flessibile rispetto ai bisogni che abbiamo” e anche sul territorio c’è necessità “di strutture e strumenti. Quello che ci preoccupa – ha aggiunto – è che nessuno dice da dove prendere i soldi per pagare i professionisti”.
Si parla anche di una riforma del titolo V. “Dobbiamo prendere atto che dopo vent’anni dal cambio del titolo V della Costituzione – ha affermato – non abbiamo risolto il problema delle disuguaglianze. Questo è il tema di fondo di quella riforma”, ha aggiunto facendo riferimento anche alla “previsione costituzionale inserita nell’articolo 2 che impone il dovere di solidarietà tra tutti gli enti dello Stato. Oggi – ha continuato – non abbiamo trovato un modello che consenta al Veneto di essere solidale con la Calabria, per esempio. L’altro tema è la mobilità sanitaria. Non so se bisogna cambiare il titolo V, ma di certo bisogna colmare le disuguaglianze. Chi lo può fare? Lo Stato centrale, non c’è dubbio”. Inoltre, per Anelli, occorre organizzare “reti di professionisti” per “consentire di avere gli stessi standard non facendo muovere i cittadini ma i professionisti”. Per quanto riguarda la vaccinazione, per il presidente della Fnomceo, “abbiamo iniziato malissimo, con un piano approvato dal governo che era coerente con alcuni obiettivi, cioè ridurre la mortalità. Siamo oggi a fine aprile – ha continuato – e ci sono ancora ultraottantenni che non sono stati vaccinati. Questo perché quel piano è stato modificato, in sede locale, ed è stato permesso di vaccinare persone che non avevano la qualifica di sanitari, sociosanitari, né erano ultraottantenni oppure ospiti di Rsa. Questo ha determinato molta confusione. Oggi credo che il generale Figliuolo – ha aggiunto – abbia imboccato una strada che mi sembra più coerente: vacciniamo fragili e vulnerabili seguendo l’ordine di età”. Cosa fare con gli operatori sanitari no vax? “I no vax – ha spiegato – sono quelli che non credono nel vaccino, come gli ingegneri che non credono nella matematica e nella fisica. Non possono fare i medici. Per chi non crede nei vaccini penso che gli ordini debbano valutare la radiazione perché non si può fare il medico senza credere nella scienza. Per chi ritiene che il vaccino non si debba fare come cittadino, credo che questa decisione debba essere salvaguardata. Però se vuole fare il medico – ha concluso – si deve vaccinare per tutelare sé e gli altri”. (ITALPRESS).
Salute, Anelli “Sul territorio mancano i professionisti”
Salute, Anelli “Sul territorio mancano i professionisti”
ROMA (ITALPRESS) – “Il problema più grosso sono i professionisti: sul territorio mancano i professionisti della salute, l’assistenza domiciliare non è garantita in maniera adeguata perchè mancano le figure professionali”. Lo ha detto Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, intervistato da Claudio Brachino per la rubrica “Primo Piano” dell’Agenzia di Stampa Italpress. La crisi della medicina del territorio “è frutto di vent’anni di disinvestimento”, ha spiegato Anelli, ricordando che oltre a medici e infermieri ci sono “altri 29 professionisti della salute”. Si tratta, quindi, di “professioni sanitarie organizzate in ordini professionali che sul territorio sono sostanzialmente assenti. E’ chiaro che oggi – ha evidenziato – un medico non può garantire 29 o 30 competenze. Ha bisogno di lavorare insieme ad altri e di avere gli strumenti. Nella gestione della sanità – ha ricordato Anelli – ci siamo trovati di fronte a vent’anni di aziendalismo che aveva come unico obiettivo raggiungere un pareggio di bilancio rispetto alle poste definite dal Mef. Le Regioni che non potevano farlo sono andate in piano di rientro. Abbiamo avuto tagli e riduzione netta del personale perchè c’erano tante regioni con il blocco del turnover. Questo ha portato alle conseguenze scoppiate durante il Covid”.
Secondo il presidente della Fnomceo, poi, “bisogna dare atto a chi ha governato di avere investito sul fondo sanitario nazionale. C’è stata un’inversione, che è avvenuta anche prima del Covid e oggi si sta consolidando”. Il problema, però, è che “non abbiamo una precisa programmazione del fabbisogno degli operatori e questo si ripercuote anche sul progetto formativo”.
Una riforma del titolo V? “Dobbiamo prendere atto che dopo vent’anni dal cambio del titolo V della Costituzione – ha affermato – non abbiamo risolto il problema delle disuguaglianze. Non so se bisogna cambiare il titolo V – ha aggiunto – ma di certo bisogna colmare le disuguaglianze. Chi lo può fare? Lo Stato centrale, non c’è dubbio”. Cosa fare con gli operatori sanitari no vax? “Sono quelli che non credono nel vaccino, come gli ingegneri che non credono nella matematica e nella fisica. Non possono fare i medici. Per chi non crede nei vaccini – ha concluso – penso che gli ordini debbano valutare la radiazione perchè non si può fare il medico senza credere nella scienza”.
(ITALPRESS).
L’alleanza tra Sicilia e Calabria per il Ponte “Ulisse”
ROMA (ITALPRESS) – Lo reclamano le due regioni, Calabria e Sicilia, se ne discute in Parlamento e giungono richieste nelle sedi governative. Il dibattito sul collegamento stabile tra la riva calabrese e quella siciliana prosegue e il ponte sullo Stretto, dopo “Ponte d’Europa”, adesso viene anche chiamato “Ponte Ulisse”.
I due presidenti di Regione, il siciliano Nello Musumeci e il calabrese Nino Spirlì, si sono incontrati nei giorni scorsi a Catania, decisi a chiedere ancora una volta la costruzione dell’opera. “Siamo stanchi di essere considerati marginali rispetto al continente europeo”, ha affermato Musumeci. “Vogliamo diventare – ha spiegato – il cuore del Mediterraneo, la piattaforma naturale delle navi che lo attraversano. Non è possibile diventarlo se non c’è l’alta velocità. E non ci può essere alta velocità – ha spiegato il governatore – se non si attraversa lo Stretto in tre minuti”.
“Al Ponte ci crediamo – ha affermato Spirlì – e l’Europa ha l’obbligo politico di realizzarlo. Lo chiamiamo Ulisse – ha aggiunto – come il più mediterraneo dei navigatori, come il più europeo tra gli europei”. All’incontro c’era anche l’amministratore delegato di Webuild, Pietro Salini: “Siamo in grado di cominciare subito. Ci sono 50 anni di studi e approvazioni. E’ un progetto – ha ricordato – che era stato cantierato e pronto per essere eseguito”. A incontrare Salini in questi giorni anche Silvia Vono, senatrice di Italia Viva e promotrice dell’intergruppo parlamentare che sostiene l’opera. Per Vono l’incontro è servito “per avere la certezza che il Ponte sullo Stretto si può fare, al di là delle commissioni tecniche” in quanto si tratta di “un progetto non cantierabile ma cantierato”, ha fatto sapere la senatrice sui suoi canali social.
Richieste e idee per il collegamento stabile sullo Stretto arrivano, quindi, al governo da più parti. “Per noi è un’infrastruttura strategica e lo abbiamo detto al presidente Draghi nel corso dell’incontro”, ha spiegato all’Italpress Roberto Occhiuto, capogruppo di Forza Italia alla Camera, parlando dell’incontro dei giorni scorsi tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e i rappresentanti del partito azzurro. “Abbiamo segnalato – ha affermato – che intanto si potrebbero finanziare le opere a terra, che sicuramente si concludono entro il 2026, e si potrebbe considerare la disponibilità offerta dalle due Regioni, Calabria e Sicilia, di sostenere economicamente le altre opere, quelle relative al collegamento, utilizzando i fondi strutturali nella loro disponibilità. Abbiamo segnalato – ha aggiunto – che il ponte sullo Stretto è anche l’occasione per realizzare l’alta velocità ferroviaria, quella vera. Abbiamo detto che siamo preoccupati perchè, nel Recovery, quella che viene definita alta velocità Salerno-Reggio Calabria è semplicemente un potenziamento della rete ferroviaria. Avremo treni un pò più veloci – ha continuato – ma non ad alta velocità come quelli che ci sono nel resto del Paese. Se facessimo il ponte, l’alta velocità ferroviaria, quella vera, si potrebbe realizzare più facilmente perchè sarebbe economicamente sostenibile”.
Inoltre l’opera, che per il deputato “sarebbe uno straordinario attrattore turistico”, non “interessa solo la Calabria e la Sicilia ma – ha evidenziato – è strategica per l’intero paese e può essere determinante per intercettare nuovi traffici commerciali nel Mediterraneo”. Per Occhiuto, che fa parte dell’intergruppo parlamentare, “il vero ostacolo alla realizzazione del ponte è un pregiudizio ideologico”. “Quest’opera è passata come voluta dai governi Berlusconi, come opera di destra. Le opere strategiche – ha concluso – non sono nè di destra nè di sinistra, servono al Paese e andrebbero realizzate con l’impegno di tutti”.
(ITALPRESS).
Gruppo Fire, redditività in crescita del 27%
MILANO (ITALPRESS) – Il gruppo Fire continua la sua crescita in tutti i settori del business: Fatturato sostanzialmente stabile a 49,1 milioni di Euro; +27% l’EBITDA, 5,9 milioni di Euro (4,6 milioni nel 2019), pari al 12% sui ricavi (9% nel 2019); +44% EBITDA adjusted, 9,3 milioni di Euro (6,5 milioni nel 2019), pari al 17% dei ricavi (12% nel 2019); +10% Asset Under Management, 22 miliardi di Euro (20 miliardi nel 2019).
Il CdA di Fire Group, sotto la presidenza di Sergio Bommarito, ha approvato il progetto di Bilancio consolidato al 31 dicembre 2020.
Cresce in particolare il comparto dei Non Performing Loan. Nonostante la pandemia abbia causato una riduzione di affidi nel business del debt management, il fermo dei tribunali e la sospensione dell’attività di riscossione tributi, il fatturato è rimasto sostanzialmente stabile a 49,1 milioni di Euro (50,1 milioni di Euro nel 2019).
In netto miglioramento la marginalità del Gruppo, con l’EBITDA adjusted a 9,3 milioni di euro, pari a oltre il 17% dei ricavi, in crescita rispetto all’anno precedente di 5 punti percentuali, e un EBITDA reported pari a circa 5,9 milioni, corrispondente al 12% dei ricavi (+27% vs 2019).
“Il 2020 lo ricorderemo inevitabilmente come l’anno del Covid” commenta Bommarito, che prosegue: “dalle prime notizie di una minaccia percepita come lontana e concretizzatasi con l’individuazione dei primi casi in Italia e l’annuncio di lockdown del 9 marzo di un anno fa, fino all’attuale quotidianità, abbiamo costruito un nuovo modo di vivere e lavorare. Nonostante il periodo, Fire è riuscita ad ottenere risultati gestionali e finanziari d’eccellenza, grazie all’approccio proattivo ad un contesto particolarmente sfidante” aggiunge il presidente del Gruppo. “La significativa crescita della redditività dimostra l’ottimo livello di efficientamento del presidio di processi interni e costi, a fronte di investimenti sulla macchina operativa immutati rispetto al previsto. Fondamentale è stato l’apporto del capitale umano: tutte le nostre persone hanno prontamente raccolto le sfide che si sono presentate con grande capacità di adattamento e un senso di appartenenza encomiabile. A riconoscimento di questa dimostrazione di attaccamento e responsabilità e per valorizzare il contributo del singolo, abbiamo deciso di assegnare ai dipendenti delle Società Fire e Fire Group un bonus straordinario pari, mediamente, al 30% della retribuzione mensile netta, nel contesto di un esercizio, quale il 2020, chiuso con ottimi risultati”.
Il Gruppo Fire, con oltre 28 anni di esperienza, oggi è il primo Gruppo indipendente attivo nella gestione del credito fin dai primi stadi di problematicità, con 5 società operative specializzate su servizi lungo la filiera: credit management, restructuring, advisory e due diligence per acquisto di portafogli, fiscalità locale e riscossione tributi, business information, scoring PMI (Z-score).
(ITALPRESS).
BARTOLINI E PATRON TRA I MIGLIORI 11 AGLI EUROPEI
BASILEA (SVIZZERA) (ITALPRESS) – Si è conclusa la finale del concorso generale individuale maschile al campionato Europeo di Basilea, in Svizzera. Tra i migliori 24 ginnasti del Vecchio Continente hanno gareggiato Nicola Bartolini (Pro Patria Bustese) e Stefano Patron (Spes Mestre). Il venticinquenne di Quartu Sant’Elena, dopo una caduta da cavallo e un anello non al massimo delle sue capacità, si attesa nella classifica generale al nono posto con il totale di 80.331. Il veneziano – classe 1999 – invece, ha terminato le sue sei rotazioni in undicesima posizione con il complessivo di 79.798. Da sottolineare però l’exploit di Patron alle parallele con 14.533, così come il 14.500 di Bartolini al corpo libero, attrezzo che lo rivedrà protagonista domani nella finale di specialità.
Nikita Nagornyy vince la nona edizione dei Campionati Europei di Ginnastica Artistica maschile. Il russo si conferma campione Europeo mantenendo saldo il titolo vinto a Stettino. Due anni fa, in Polonia, alle sue spalle arrivò il compagno di squadra, Arthur Dalaloyan, assente a Basilea per una lesione al tendine d’Achille. Oggi invece l’argento viene vinto dall’altro russo David Belyavskiy (85.864). Bronzo per l’ucraino Illia Kovtun con 84.864 punti. Ai piedi del podio svizzero si ferma il turco Ahmet Onder, a quota 83.598. Appuntamento a domani con la prima giornata di finali di specialità. In gara nelle final eight rivedremo non solo Giorgia Villa e Alice D’Amato alle parallele asimmetriche ma anche Salvatore Maresca agli anelli. Diretta su Rai Sport HD dalle 13.30 alle 15.50.
(ITALPRESS).
Garante Privacy al Governo “Gravi criticità per i pass vaccinali”
ROMA (ITALPRESS) – La norma appena approvata per la creazione e la gestione delle “certificazioni verdi”, i cosiddetti pass vaccinali, presenta “criticità tali da inficiare, se non opportunamente modificata, la validità e il funzionamento del sistema previsto per la riapertura degli spostamenti durante la pandemia. E’ quindi necessario un intervento urgente a tutela dei diritti e delle libertà delle persone”. Questa l’indicazione del Garante per la protezione dei dati personali contenuta in un avvertimento formale, adottato ai sensi del Regolamento Ue, appena trasmesso a tutti i ministeri e agli altri soggetti coinvolti. Il provvedimento è stato inviato anche al presidente del Consiglio dei ministri, per le valutazioni di competenza.
Il Garante osserva innanzitutto che il cosiddetto “decreto riaperture” non garantisce una base normativa idonea per l’introduzione e l’utilizzo dei certificati verdi su scala nazionale, ed è gravemente incompleto in materia di protezione dei dati, privo di una valutazione dei possibili rischi su larga scala per i diritti e le libertà personali.
“In contrasto con quanto previsto dal Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali, il decreto non definisce con precisione le finalità per il trattamento dei dati sulla salute degli italiani, lasciando spazio a molteplici e imprevedibili utilizzi futuri, in potenziale disallineamento anche con analoghe iniziative europee – sottolinea il Garante -. Non viene specificato chi è il titolare del trattamento dei dati, in violazione del principio di trasparenza, rendendo così difficile se non impossibile l’esercizio dei diritti degli interessati: ad esempio, in caso di informazioni non corrette contenute nelle certificazioni verdi. La norma prevede inoltre un utilizzo eccessivo di dati sui certificati da esibire in caso di controllo, in violazione del principio di minimizzazione. Per garantire, ad esempio, la validità temporale della certificazione, sarebbe stato sufficiente prevedere un modulo che riportasse la sola data di scadenza del green pass, invece che utilizzare modelli differenti per chi si è precedentemente ammalato di Covid o ha effettuato la vaccinazione. Il sistema attualmente proposto, soprattutto nella fase transitoria, rischia, tra l’altro, di contenere dati inesatti o non aggiornati con gravi effetti sulla libertà di spostamento individuale”.
“Non sono infine previsti tempi di conservazione dei dati nè misure adeguate per garantire la loro integrità e riservatezza.
Il Garante rimarca, infine, che le gravi criticità rilevate si sarebbero potute risolvere preventivamente e in tempi rapidissimi se, come previsto dalla normativa europea e italiana, i soggetti coinvolti nella definizione del decreto legge avessero avviato la necessaria interlocuzione con l’Autorità, richiedendo il previsto parere, senza rinviare a successivi approfondimenti”, conclude l’Autorità, che ha comunque offerto al Governo la propria collaborazione per affrontare e superare le criticità rilevate.
(ITALPRESS).
L’Italia deve arrivare pronta all’era post-Covid
La storia ci insegna che i popoli dopo aver subito gravi incidenti economici, calamità di vario genere e guerre, appena queste avversità cessano, ritornano alle proprie attività con fervore ed impegno molto più intensi di prima. È l’istinto di sopravvivenza che ha predisposto in noi il Signore, che sprigiona nelle persone una grande energia tesa a recuperare quello che si è perso nella disgrazia. Gli eventi più vicini alla nostra esperienza personale e familiare lo dimostrano, come nel dopo guerra del secondo conflitto mondiale, nella crisi finanziaria del 2008, in questa esperienza drammatica pandemica. L’Italia ha avuto una ripresa travolgente nel primo ventennio repubblicano, ma non dopo il crollo di Wall Street del quale portiamo ancora le ferite ancora purulenti, facendo eccezione rispetto a tutti gli altri paesi industrializzati che hanno saputo sopravanzare i danni iniziali subiti, ed ora nella crisi sanitaria nel suo pieno svolgimento già si notano clamorosi avanzamenti in alcuni settori economici e aree del mondo.
Va considerato che l’attuale pandemia è capitata nel mezzo dello sviluppo smisurato sul piano mondiale del potere finanziario, delle big tech e della rivoluzione digitale, e dunque tutte le attività legate a questi mondi stanno migliorando i loro affari con una elevatissima progressione geometrica, favorita non solo dal cambiamento in atto e dalla sostituzione delle vecchie tecnologie nella vita privata e nell’ambito delle produzioni e servizi, ma anche dalle impellenti necessità imposte dal COVID di superare spazio e tempo. Cosicché, come è accaduto negli snodi dei cambiamenti epocali provocati dalle nuove tecnologie, cambia la domanda di nuovi mestieri ed irrompono nuove aziende nel mercato, mentre mestieri e imprese vecchie si dirigono inesorabilmente verso la loro consunzione. I cambiamenti avvenuti nella storia certamente hanno creato anche grandi inconvenienti per lavoratori, imprese ed economia di un Paese, ma il superamento delle difficoltà dipende quasi esclusivamente dalla velocità nell’apprendimento delle nuove competenze e da imprese in grado di immedesimarsi con le dinamiche di domanda internazionali e locali dei mercati in grado di disporre di nuove tecnologie, di reti commerciali e di logistica efficienti ed economici.
Nel nostro paese, però queste verità non sono affatto considerate; si ritiene che il modo di soccorrere lavoratori ed imprese in simili circostanze sia quello di elargire bonus e sostegni, sciupando denaro che invece potrebbe essere usato per rigenerare imprese, professionalità di lavoratori, ed una “pub2lic education” in grado di preparare le giovani generazioni a stare al passo con le conoscenze utili per partecipare fattivamente al “villaggio globale” e alle produzioni di beni e servizi. La differenza la farà davvero l’attenzione al rinnovo della nostra capacità di condividere con successo la divisione internazionale del lavoro per assicurarci fette di mercato per il nostro benessere. Ed allora credo che la politica faccia bene a preoccuparsi di riaprire le varie attività di ristoro e di servizi, ma cento volte in più dovrà preoccuparsi a come l’Italia possa attrezzarsi dopo anni ed anni di noncuranza sui fattori della modernità necessaria al sistema di produzione e dei servizi, che sono le fonti più importanti per consentirci sicurezza sociale e benessere.
(ITALPRESS).
Sileri “Torneremo a riabbracciarci, purché vaccinati”
Un’estate più libera con rientro a casa a mezzanotte, contagi permettendo, e con l’aumento delle vaccinazioni. E’ la previsione fatta dal sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, intervistato da Claudio Brachino per la rubrica “Primo Piano” dell’Agenzia Italpress. “Non credo che terremo il coprifuoco fino al 31 luglio, anche perché il numero dei ricoveri, delle terapie intensive occupate andranno sempre meglio – ha detto -. Forse avremo una fase in cui i contagi saliranno ma tra i più giovani. Il rientro a casa entro le 22, non mi piace la parola coprifuoco, ha un rilievo scientifico, tra le 22 e le 23 non credo ci sia una grande differenza in termini di contagi. Credo che in questo momento sia giusto il rientro alle 22 per garantire i controlli, oggi è molto sensato”. Sileri ha spiegato che occorre “aspettare due settimane per valutare se c’è una ripresa dei contagi, nel frattempo si deve valutare se c’è un calo dei ricoveri, e poi piano piano allentare fino alle 23 o alle 24, nelle prossime settimane, è sensato tenerlo alle 22. Stiamo aprendo in anticipo rispetto al previsto, e stiamo riaprendo di più rispetto a quelle che erano le attese. Oggi abbiamo un bonus: il calo dei contagi, andiamo avanti due settimane, aumenteranno anche i vaccinati con la prima dose. Non credo avremo ancora il coprifuoco il primo luglio, a meno che non arrivi una variabile strana”.
Non piace al sottosegretario la contrapposizione tra aperturisti e rigoristi: “Questa cosa non dovrebbe esistere, si tratta di buon senso. Le chiusure proteggono dalla diffusione del virus, prima le fai meno dureranno, ora c’è un passaggio di testimoni tra i due dottori che stanno curando l’Italia: da una parte c’è il dottor chiusura, dall’altro c’è il vaccino, si può passare così da un’azione di chiusura ad una di riapertura protetta dalla vaccinazione. Cosa fare in futuro? Vigilare, aprire sempre di più, calcolando però che potrebbero rendersi necessarie della chiusure se dovesse arrivare una variante che elude i vaccini”. Sileri ha parlato anche del suo rapporto con il ministro della Salute, Roberto Speranza: “Lui è più rigorista, io più aperturista, ma con giudizio, quindi a volte abbiamo avuto delle visioni diverse, ma questo è anche utile. La mozione di sfiducia, appena presentata, fa male, non è il momento, ora che la vaccinazione sta andando molto bene”.
La campagna vaccinale “è partita male, per diverse ragioni, è stata creata confusione, non solo da noi. Ora il generale Figliuolo sta facendo un lavoro eccezionale, nel mese di maggio arriveremo a fare 500 mila dosi al giorno, il numero di vaccini sta salendo”.
Il sottosegretario ha messo in guardia: “Anche se fatta la seconda dose di vaccino bisogna seguire tutte le regole, dal distanziamento all’obbligo della mascherina. Il vaccino protegge dalla malattia grave, dalla morte, però rischi di poter trasmettere il virus”. Per Sileri oltre ad andare avanti con le vaccinazioni si deve lavorare per lo sviluppo di altri tipi di vaccino: “C’è la possibilità di varianti. Sputnik e altri vaccini sono benvenuti, ma attraverso un rigoroso controllo attraverso gli enti regolatori. Su AstraZeneca è partita male la comunicazione fin dall’inizio, si tratta di complicanze veramente minime e il vaccino mRna forse sarà il futuro”. I No Vax? “Credo che il medico o il sanitario No Vax sia incompatibile con la professione che fa. E’ stato giusto mettere delle sanzioni per chi mette a rischio la vita degli altri”. “Il pass vaccinale europeo non è obbligatorio, è qualcosa di utile, torneremo alla vita di prima, convivendo con un virus che purtroppo continuerà ad essere presente, ma che non determinerà il numero di morti che vediamo ad oggi. Torneremo a riabbracciarci, purché vaccinati”, ha concluso Sileri.
(ITALPRESS).








