MILANO (ITALPRESS) – Generali Italia cambia il modo di fare assicurazione e lancia “Immagina Adesso”, la soluzione partner di vita per le famiglie, in cui il cliente sceglie ciò che ha più valore per lui, costruendo la sua playlist di protezione, prevenzione e assistenza in modalità smart, e la aggiorna in base al percorso di vita. Casa, benessere, sicurezza e animali: un unico contratto che dà accesso a una piattaforma di garanzie e servizi da attivare solo se e quando necessario.
“Immagina Adesso è una piattaforma che interpreta le priorità della nostra strategia. Attraverso la nostra rete possiamo offrire le risposte ai tanti bisogni che in questo momento interessano ai nostri clienti e che possono anche cambiare nel tempo”, ha detto il Ceo di Generali Italia Marco Sesana, nel corso della presentazione della Strategia Partner di Vita 2021 e della nuova offerta retail. “Si tratta di un’esperienza completamente digitale, tanto è vero che il 74% dei clienti che da gennaio a oggi ha scelto questo prodotto l’ha scelto in modalità full digital, proprio perchè è molto vicino all’esigenza dei clienti”, ha aggiunto. Specialisti a domicilio, casa sempre protetta e connessa, network sanitario, video consulto medico, network legale, tele assistenza legale, sicurezza digitale di tutti i device della famiglia, consulenza veterinaria, collare connesso. Sono questi alcuni dei servizi messi a disposizione dalla piattaforma, che i clienti Generali hanno la libertà di combinare secondo il proprio budget di spesa. Con Immagina Adesso, la Compagnia punta ad attivare 200 mila clienti all’anno.
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Generali lancia “Immagina Adesso”, soluzione di protezione su misura
ITALIA’90, 30 ANNI FA “NOTTI MAGICHE” RIMASTE NEL CUORE ITALIANI
Quello del 1990, del quale in questi giorni rievochiamo il trentennale, sembrava un Mondiale su misura per il calcio azzurro: la squadra era competitiva e l’ambiente favorevole ai ragazzi di Azeglio Vicini. Invece l’Italia arrivò terza dietro la Germania e l’Argentina. Personalmente, fu uno dei dieci Mondiali seguiti e per la prima (e ultima) volta da telecronista. Con un ristretto manipolo di colleghi fumo distaccati infatti alla cosiddetta Alta Definizione che sarebbe l’attuale sistema di trasmissione su grande schermo, allora in fase sperimentale. Il mancato successo finale degli azzurri, che vinsero tutte le partite meno quella con l’Argentina a Napoli (persa ai rigori contro la squadra di Maradona che giocò…in casa) venne considerata una sconfitta. Alla squadra ereditata, da Bearzot, Vicini aggiunse all’ultimo momento, Totò Schillaci che aveva fatto mirabilie con la Juventus e segnò ben sei gol ai Mondiali. Gli stessi che aveva fatto Paolo Rossi, passato alla storia: ma Pablito aveva vinto il Mondiale, Schillaci no. Sull’Italia nel 1990 infatti si abbattè la maledizione dei rigori che avrebbe pesato pure sul Mondiale del 1994 negli USA. Il clima era favorevole agli azzurri anche perchè il Brasile non era irresistibile, l’Olanda campione d’Europa fu messa k.o. dalla Germania e l’Inghilterra era dalla portata degli azzurri che conquistarono il terzo posto proprio con i “bianchi leoni”; l’Argentina, con Maradona, era la squadra più difficile e infatti a Napoli battè gli azzurri, sia pure ai rigori. La squadra di Vicini esordì contro l’Austria e dominò la partita, vincendo nonostante un infortunio di Ancelotti che aveva colpito un palo. Sullo 0-0, a un quarto d’ora dalla fine, entrò Schillaci al posto di Carnevale e segnò subito, al primo tiro, su assist di Vialli. Sembrò un segno del destino. Contro gli USA, successivamente, la vittoria venne grazie a un gol di Giannini. Il terzo incontro mise davanti agli azzurri la Cecoslovacchia: Vialli e Carnevale furono esclusi e a segno andarono Schillaci e Baggio. Si capì in quel momento che gli azzurri avrebbero potuto andare lontano. Infatti negli ottavi contro l’Uruguay, un avversario molto difficile, fu Schillaci a sbloccare la partita dopo 65′ e Serena segnò il secondo gol. Il siciliano era diventato titolare insieme con Baggio e Vialli si adontò molto per l’accantonamento. Quando Schillaci risolse la partita con l’Irlanda, si capì che Totò era l’uomo del mondiale e divenne un intoccabile. Il punto forte della squadra azzurra era comunque la difesa, che non aveva subito nemmeno un gol in cinque partite. Vicini a questo punto tolse Baggio (che entrò nel corso della gara) e fece giocare dall’inizio Vialli, in coppia con Schillaci. Contro l’Argentina in semifinale, l’Italia giocò male, ma tuttavia andò in vantaggio con il solito Schillaci. Napoli tifò Maradona e quindi Argentina. E Zenga, abbagliato dai riflettori si disse, su un centro di Olarticoechea, uscì male e Caniggia (un altro “italiano”) pareggiò. Il primo gol subito dalla difesa azzurra fu fatale. Nonostante l’espulsione dell’argentino Giusti, l’Italia non riuscì a vincere nei supplementari e ai rigori ebbe la peggio. I tiri di Donadoni e Serena furono parati da Goycoechea e l’Argentina andò in finale. Fioccarono le polemiche per la prova di Vialli, l’errore di Zenga e il tifo napoletano per i nostri avversari.
L’altra finalista fu la Germania, che aveva battuto l’Inghilterra, anch’essa ai rigori. L’Italia finì a Bari per la finalina, vinta per 2-1 sull’Inghilterra (gol di Baggio, Platt e Schillaci su rigore). La partita per il titolo, a Roma, fra Germania e Argentina, non fu bella: anzi, lasciò una lunga scia di polemiche. I sudamericani avevano vinto la finale in Messico nel 1986 e i tedeschi si presero la rivincita all’Olimpico. A decidere, un rigore molto dubbio di Brehme a 6′ dalla fine. Maradona pianse di rabbia anche perchè il pubblico lo riempì di insulti per quello che era successo a Napoli contro l’Italia. Ovviamente nel dopo Mondiale se ne dissero tante: si parlò di presenze femminili nel ritiro azzurro, si polemizzò per le scelte di Vicini e l’errore di Zenga. Chi ne uscì vincitore fu Totò Schillaci, entrato nella storia azzurra per i suoi sei gol. La Germania, nonostante il discusso rigore in finale, meritò di vincere: aveva battuto di seguito la Jugoslavia, la Colombia, l’Olanda, la Cecoslovacchia, l’Inghilterra e l’Argentina. La squadra di Franz Beckenbauer poteva contare, fra gli altri, su Illgner, Brehme, Kohler, Littbarski, Voeller, Matthaeus e Klinsmann. Molte facce erano note nel nostro campionato, come quella di Maradona che non raccolse molte simpatie fra i tifosi italiani. Purtroppo anche l’Italia aveva perso una grande occasione. Ma quel Mondiale e le sue “notti magiche” inseguendo un gol, cantate da Gianna Nannini e Edoardo Bennato ci sono rimaste nel cuore.
Coronavirus, uno studio: malati di Parkinson non rischiano di più
MILANO (ITALPRESS) – Uno studio condotto presso il Centro Parkinson dell’ASST Pini-CTO di Milano con il contributo della Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson e pubblicato sulla rivista scientifica Movement Disorders, mostra che le persone affette da Parkinson non sono maggiormente esposte al rischio di contrarre l’infezione da SARS-CoV-2, ma hanno espressione di sintomi, quadri clinici ed esiti di mortalità addirittura più lievi.
“Siamo riusciti a portare a termine un lavoro notevole, il più significativo finora condotto al mondo per il numero di pazienti parkinsoniani coinvolti e su una popolazione ben specifica e determinata sia geograficamente che temporalmente, all’interno di una delle regioni maggiormente colpite dal COVID-19 a livello mondiale”, dichiara Gianni Pezzoli, Presidente Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson e già Direttore Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO, Milano, attualmente diretto dalla dottoressa Anna Zecchinelli.
“Con lo studio abbiamo provato a rispondere ai principali dubbi sui rischi, sintomi e possibili sviluppi fatali dell’infezione SARS CoV-2 nei pazienti affetti da malattia di Parkinson e ciò che è emerso è che questi pazienti non sono maggiormente esposti allo sviluppo di Covid, nè hanno sviluppo di sintomi o forme più severe dell’infezione”.
Lo studio ha coinvolto 1486 pazienti afferenti al Centro Parkinson dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano con una diagnosi clinica di malattia di Parkinson e residenti in Lombardia, e 1207 familiari utilizzati come gruppo di controllo. L’analisi ha mostrato che i tassi di COVID, gli esiti di mortalità e l’andamento dei quadri clinici sono sostanzialmente sovrapponibili tra i due gruppi. Tra i casi di COVID accertati, sono stati individuati 105 casi tra i pazienti parkinsoniani (il 7,1%) contro i 92 casi dei controlli (il 7,6%), con esiti di mortalità, rispettivamente del 5,7% e 7,6%. Anche le manifestazioni cliniche dell’infezione sono risultate simili, con febbre, tosse e congestione nasale tra i sintomi più ricorrenti in entrambi i gruppi.
Le uniche differenze riscontrate nei quadri clinici generali sono state riferite a un minor tasso di difficoltà respiratoria e a una percentuale inferiore di ospedalizzazioni nei pazienti con malattia di Parkinson. Il primo dato è probabilmente riconducibile al fatto che i pazienti parkinsoniani possono presentare sintomi di difficoltà respiratoria indipendentemente dal COVID-19 e quindi questo elemento non è stato considerato come conseguenza dell’infezione; il minor tasso di ricoveri, invece, è presumibilmente dovuto alla propensione di gestire pazienti parkinsoniani a casa.
Lo studio ha analizzato inoltre i possibili fattori di rischio per COVID-19 nei pazienti affetti da Parkinson.
Oltre a obesità e patologie respiratorie croniche preesistenti – fattori già conosciuti e presenti anche in altre casistiche – sono emersi anche l’età più giovanile e la mancanza di supplementi a base di vitamina D.
“Tra i fattori di rischio, l’età più giovanile potrebbe essere il risultato delle misure preventive più aggressive adottate nei pazienti più anziani”, spiega Pezzoli. “Tuttavia, il dato forse più interessante ottenuto dallo studio riguarda la carenza di vitamina D3 e la mancata supplementazione di supporto come elemento di rischio. Quest’ultimo risultato rappresenta sicuramente uno spunto che merita ulteriori indagini per approfondire il significato e i potenziali effetti di bassi livelli di vitamina D3 e per prendere in considerazione l’utilizzo di una supplementazione che, solo in linea teorica fino a questo momento, potrebbe risultare come un fattore protettivo”.
Dal confronto intergruppo effettuato nel corso dello studio, è infatti emerso che i pazienti parkinsoniani affetti da COVID-19 avevano una supplementazione inferiore rispetto ai pazienti che non hanno contratto l’infezione. E’ noto infatti come, in generale, la vitamina D sia in grado di ridurre il rischio di infezione, attraverso una serie di meccanismi, tra i quali la riduzione delle citochine infiammatorie che si innalzano notevolmente nel caso di COVID-19.
Alfonso Fasano, neurologo e professore ordinario presso l’Università di Toronto – anch’egli autore dello studio – aggiunge: “il ruolo della vitamina D come immunomodulatore è ben noto da anni, come emerso, ad esempio, nei pazienti con sclerosi multipla. Il suo ruolo protettivo rispetto al COVID-19 è stato ultimamente ipotizzato sulla base di dati epidemiologici quali il maggior contagio in regioni del mondo con scarsa esposizione alla luce solare (necessaria per la produzione endogena della vitamina). Il nostro dato ottenuto nei pazienti lombardi è stato recentemente confermato da studi che hanno misurato i livelli plasmatici di vitamina D in pazienti affetti da COVID-19 ma non da Parkinson. Benchè promettenti, I risultati della nostra ricerca attendono di essere confermati da altri studi che tengano in conto di fattori confondenti quali l’esposizione alla luce solare e le abitudini alimentari”.
In senso più generale, la relazione tra vitamina D e malattia di Parkinson rimane un campo di indagine ancora aperto: è infatti noto che bassi livelli di vitamina D siano in qualche modo associati al deterioramento cognitivo e allo sviluppo della malattia di Parkinson in forma più severa, anche se non si ha ancora l’assoluta certezza del suo ruolo e se essa sia una causa, o piuttosto un effetto, del deterioramento cognitivo spesso associato alla patologia.
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Il 65% delle Pmi lamenta la mancanza di liquidità
MILANO (ITALPRESS) – “Per una piccola e media impresa la mancanza di liquidità è paragonabile ad avere un’automobile con serbatoio vuoto: sarà un’auto che non parte o che si fermerà presto”. Così Paolo Galassi, presidente di A.P.I., commentando i dati del sondaggio dell’associazione delle piccole e medie industrie.
Se alla domanda “Sul fronte liquidità, come descriverebbe la situazione della sua azienda pre Covid-19?” oltre il 74% degli imprenditori ha risposto positivamente, post Covid la situazione si è quasi ribaltata: per quasi il 65% delle imprese viene ritenuta negativa. Oltre il 39% delle aziende registra problemi di liquidità a causa degli insoluti, il 31,7% per la necessità di pagare i dipendenti, il 24,4% per i pagamenti dei fornitori.
La reazione delle Pmi per fronteggiare la situazione non si è fatta attendere: nelle ultime settimane, il 64,5% ha già contattato gli istituti di credito richiedendo finanziamenti.
La maggior parte degli imprenditori (60%) ha optato per un finanziamento di 72 mesi, il 20% per 48 mesi, di 36 mesi il 15%, mentre inferiore a 24 mesi per il restante 5,0%.
Dalle richieste è emerso che, per gli imprenditori, il rapporto con le banche è ancora una nota dolente: il 64% giudica negativamente le informazioni e il supporto fornito dall’istituto di credito, inoltre, il 74% non ha riscontrato corrispondenza tra le informazioni in suo possesso sul Decreto Liquidità e le informazioni ricevute dall’istituto contattato.
“Un’emergenza va gestita con misure straordinarie e con facilità di accesso agli strumenti. I fondi – osserva Galassi – ci sono, l’Europa è finalmente scesa in campo, ora gli imprenditori si aspettano che i soldi arrivino e non restino intrappolati a causa di cavilli e burocrazia. La tempestività è oggi un fattore imprescindibile per salvare le imprese. Alle Pmi non servono briciole o assistenzialismo per tamponare l’emergenza, ma una politica industriale che dia visione di lungo periodo, oltre a risposte chiare e immediate”, conclude.
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Al Nord in pochi giorni da rischio siccità a emergenza idrogeologica
ROMA (ITALPRESS) – Come in un film già visto, alcune zone del Nord Italia tornano a vivere l’incubo di un paradosso più volte denunciato: passare in pochi giorni dal rischio siccità all’emergenza idrogeologica. I dati dell’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche confermano i forti apporti pluviometrici, causa di criticità localizzate in Lombardia (straripati i torrenti Trallo, Boesio, Margorabbia, Broveda, Dovrana) e in Veneto (accanto all’esondazione di alcuni corsi d’acqua minori, è preallarme per il bacino del fiume Livenza). Ne sono esempio il lago di Como, che dopo molte settimane è tornato a superare il dato medio stagionale (oggi è all’86,5% della capacità di riempimento) ed il lago Maggiore (addirittura a rischio esondazione in alcuni punti, essendo al 114,1% della capacità di riempimento); restano abbondantemente sopra la media anche i laghi di Garda (96,4% del riempimento) e d’Iseo (vicino al massimo storico con il 94,3% di riempimento).
“E’ amaro constatare che alla consapevolezza dell’importanza della massa d’acqua contenuta nei laghi debba corrispondere l’amarezza per i danni causati dalla pioggia in altre località. E’ evidente la necessità di un grande piano di sistemazione del territorio anche con la creazione di bacini di espansione, che abbiano la funzione di regolare gli apporti idrici, trattenendo i flussi di piena e trasformandoli da pericolo in riserva idrica per i momenti di necessità” commenta Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI).
L’importanza delle piogge è evidente anche dall’andamento del fiume Po, le cui portate omogeneamente superiori allo scorso anno, sono invece altalenanti rispetto alla media storica, mantenendo comunque un deflusso per ora rassicurante.
In grande ripresa sono i fiumi dell’Emilia Romagna (Savio, Secchia, Taro, Trebbia), tornati sopra la media dopo settimane di sofferenza idrica mentre, in Piemonte, Dora Baltea e Stura di Lanzo restano sotto le portate dell’anno scorso.
In Veneto, resta deficitaria la situazione idrica dei fiumi Adige, ma soprattutto Brenta e Bacchiglione; sulla regione, nel mese di maggio, è caduto il 40% di pioggia in meno rispetto alla media.
Analogo è il trend pluviometrico sull’Umbria dove, con 36.93 millimetri di pioggia, Maggio ha stabilito il record negativo del recente quinquennio.
Al Sud sembra stabilizzarsi la situazione delle riserve idriche calabresi (in media con gli anni scorsi), mentre continuano ad assottigliarsi le disponibilità idriche in Puglia (calate di 2 milioni di metri cubi in una settimana ed oggi a -97,82 milioni rispetto all’anno scorso) e Basilicata (anche qui scese di circa 2 milioni di metri cubi in 7 giorni e con un deficit di circa 78 milioni rispetto al 2019, nonostante siano caduti oltre 35 millimetri di pioggia pochi giorni fa).
“La fotografia, che si ricava da questi dati, è quella di un’Italia sempre più alla mercè della estremizzazione degli eventi atmosferici, causata dai cambiamenti climatici. E’ quindi indispensabile – conclude Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI – che il Piano Rilancio preveda investimenti importanti per aumentare la resilienza dei territori. Al Governo offriamo migliaia di progetti definitivi ed esecutivi, redatti dai Consorzi di bonifica ed in attesa di finanziamento, capaci di garantire circa 50.000 posti di lavoro”.
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Energia, il Tutor a sostegno dei consumatori vulnerabili
ROMA (ITALPRESS) – Il progetto ASSIST, iniziato nel 2017, dimostra che il modello di contrasto della povertà energetica e ancor più necessario nella fase di emergenza legata alla Covid-19, come è emerso dalla conferenza finale del progetto: “Dal livello locale a quello europeo: barriere e soluzioni per affrontare la povertà energetica”. I risultati delle azioni del Tutor per l’Energia Domestica (TED) evidenziano l’importanza e la necessità di questa nuova figura a supporto del consumatore, per aiutarlo a gestire al meglio i propri consumi, senza nessun scopo commerciale, e per guidarlo all’interno delle complesse dinamiche dei mercati energetici. Infatti, a livello europeo, circa 430.000 consumatori sono stati raggiunti con l’azione soft, ovvero consigli sul comportamento di consumo, presso la grande distribuzione, tramite energy cafè o attraverso i social network; più di 5.000 famiglie sono state raggiunte con l’azione su misura, basata su un rapporto diretto con i consumatori vulnerabili. Nel corso della conferenza sono stati presentati i risultati del progetto, elaborati secondo due principali indicatori: l’indicatore generale di risparmio energetico (ESI) e il risparmio energetico. In Italia, su circa 8.500 consumatori raggiunti con l’azione soft, e più di 600 famiglie raggiunte con l’azione su misura, i risultati sono significativi. In Italia il minor consumo è stato pari 7.799 kWh, che corrisponde a circa il 5% di risparmio energetico del target considerato, la seconda miglior percentuale a livello europeo. Gli obiettivi finali della conferenza sono stati due principalmente, oltre a illustrare i risultati: presentare il TED come punto di riferimento costante a supporto dei consumatori e per il contrasto della povertà energetica e illustrare il documento quadro presentato alle istituzioni europee per la protezione dei consumatori vulnerabili.
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A maggio intenzioni d’acquisto a livelli pre-covid ma regna incertezza
ROMA (ITALPRESS) – Dopo il crollo del mese di marzo (-20%) e una prima ripresa in aprile (+5%), a maggio le intenzioni d’acquisto degli italiani sono cresciute del 32,5% rispetto al mese precedente riavvicinandosi ai livelli pre-codiv. E’ quanto rileva l’Osservatorio Mensile Findomestic di giugno, realizzato dalla società di credito al consumo del gruppo BNP Paribas in collaborazione con Eumetra.
La propensione all’acquisto c’è, ma gli italiani devono fare i conti con un bilancio familiare messo a dura prova dall’emergenza sanitaria: circa uno su 4, alla fine di maggio, si è dichiarato colpito dalla crisi per reddito o per occupazione: il 29% ha subito una forte flessione del reddito e il 26% degli intervistati non lavora a causa della crisi. Non a caso il 49% ha intaccato i propri risparmi e il 37% è preoccupato per la propria situazione economica. Dopo tre settimane di riaperture il 22% è tornato a spendere come prima, qualcuno anche di più (4%), ma 7 consumatori su 10, ad oggi, ammettono di spendere meno rispetto alla fase ante Coronavirus: il 30% di questi, pur avendo le possibilità e la voglia di spendere, aspetta che il contesto migliori, il 28% limita le spese solo perchè la crisi lo ha reso più prudente e attento al risparmio.
Sei italiani su 10 non sono ancora tornati a fare shopping: il 28% è frenato dagli attuali protocolli sanitari in vigore e il 31% non ha ancora avuto occasione di farlo. Tra chi è tornato sul punto vendita, l’84% ha notato che l’esperienza di acquisto è notevolmente cambiata: se il 12% ha apprezzato le maggiori attenzioni ricevute, il 37% ha avvertito l’ansia di dover fare in fretta, il 22% ha mostrato insofferenza per le nuove regole, ancor più che per il timore di essere contagiato (17%). C’è, poi, chi entra nel punto vendita solo perchè non affollato (15%) e chi in questo contesto si trova a preferire l’online (13%).
Quasi la metà degli italiani (47%) ha incrementato gli acquisti attraverso l’e-commerce in quarantena e il 70% degli intervistati, a fine maggio, dopo quasi un mese dalla “riapertura”, non ha intenzione di ridurre i livelli di acquisto online. Il 23% è talmente soddisfatto che prevede addirittura di incrementare il ricorso all’acquisto digitale.
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