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Tumore del polmone ALK+ non a piccole cellule, nuove opzioni di cura

MILANO (ITALPRESS) – Con la pubblicazione della determina in Gazzetta Ufficiale (n.283/4 dicembre 2023), l’Agenzia Italiana del Farmaco ha autorizzato la rimborsabilità in prima linea di Lorviqua (lorlatinib), inibitore della tirosin-chinasi (TKI) di terza generazione, in pazienti adulti affetti da tumore del polmone non a piccole cellule (Non-Small Cell Lung Cancer, NSCLC) in stadio avanzato positivo per la chinasi del linfoma anaplastico (ALK), non trattati in precedenza con un inibitore di ALK. Si tratta di un passo avanti ulteriore nel trattamento di questa specifica neoplasia, presente nel 5-7% dei casi di tumore del polmone non a piccole cellule e con una maggiore incidenza in pazienti più giovani (sotto i 50 anni) preferenzialmente – ma non esclusivamente – non fumatori, la cui malattia risponde molto meno ai regimi chemioterapici standard.
In Italia, il tumore del polmone rimane ancora la seconda neoplasia più frequente negli uomini (15%) e la terza nelle donne (6%), oltre che causa di un numero di decessi superiore a quello di qualunque altra forma di cancro. Secondo gli ultimi dati AIOM-AIRTUM, lo scorso anno in Italia sono state stimate circa 44.000 nuove diagnosi di tumore al polmone (30.000 uomini e 14.000 donne). La maggior parte dei casi di tumore del polmone corrisponde all’istologia non a piccole cellule. All’interno di questo gruppo, la ricerca scientifica ha individuato numerose alterazioni molecolari che possono determinare l’insorgenza e lo sviluppo della patologia neoplastica. Tra queste, l’alterazione a carico del gene ALK che rappresenta un importante target terapeutico.
I pazienti affetti da NSCLC ALK+ presentano un’alta incidenza di metastasi cerebrali al basale (fino al 40%) e un alto rischio di sviluppo di metastasi lungo tutto il percorso terapeutico, con il conseguente impatto sulla qualità di vita.
“Il tumore del polmone rappresenta una patologia frequente e molto complessa – spiega Silvia Novello, Professore Ordinario di Oncologia Medica presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e presidente di WALCE Onlus -. Grazie alle nuove tecnologie di sequenziamento del DNA, sono ormai note molte alterazioni molecolari del NSCLC che condizionano la biologia di questo tumore, alcune delle quali si realizzano nelle prime fasi di sviluppo e sono es-senziali per la sua crescita e, quindi, possono rappresentare dei target terapeutici. L’identificazione di questi target è fondamentale per poter identificare il bersaglio di farmaci che garantiscono ai pazienti un’aspettativa di vita sorprendentemente superiore e questo è possibile solo con una corretta e tempestiva profilazione molecolare. In questo contesto effettuare il testing molecolare completo al basale per identificare la proteina ALK è indispensabile per orientare correttamente già la prima decisione terapeutica. I pazienti con NSCLC ALK+ sono più giovani della media, uomini e donne in prevalenza non fumatori e in buone condizioni generali, ma con un’alta incidenza di metastasi cerebrali al basale (fino al 40%). Il sistema nervoso centrale è inoltre per questi pazienti un sito frequente di progressione della malattia; pertanto, la prevenzione delle metastasi cerebrali durante la prima linea di trattamento assume un ruolo fondamentale nella gestione della malattia. Le terapie ‘targeted’ agiscono in modo mirato su specifici bersagli molecolari, migliorando l’aspettativa di vita dei pazienti e la qualità della stessa rispetto alla chemioterapia tradizionale”.
E’ il caso di lorlatinib, inibitore della tirosin chinasi (TKI) di terza generazione e disegnato specificatamente per superare la barriera ematoencefalica e agire quindi a livello cerebrale, nonchè per essere attivo anche in pazienti precedentemente trattati in cui si siano sviluppate delle mutazioni secondarie di resistenza. Oggi è rimborsato in Italia anche come monoterapia in prima linea per il trattamento di pazienti adulti affetti da tumore del polmone non a piccole cellule (Non-Small Cell Lung Cancer, NSCLC) in stadio avanzato positivo per la chinasi del linfoma anaplastico (ALK) non trattati in precedenza con un inibitore di ALK, oltre che come trattamento di II linea, o successive, in pazienti pretrattati con almeno un inibitore di ALK di II generazione.
La nuova indicazione di lorlatinib in prima linea di trattamento è supportata dallo studio CROWN, studio internazionale, multicentrico, randomizzato, in aperto, a 2 bracci paralleli, che ha confrontato lorlatinib in monoterapia verso crizotinib in monoterapia, in 296 pazienti affetti da NSCLC ALK-positivo avanzato non trattati in precedenza. Obiettivo dello studio CROWN è la dimostrazione della maggiore efficacia, in termini di sopravvivenza libera da progressione, di lorlatinib rispetto a crizotinib nel trattamento del NSCLC ALK-positivo avanzato non trattato in precedenza. Tale superiorità è stata, e continua ad essere, dimostrata presentando risultati senza precedenti nella classe terapeutica. Sulla base dei dati aggiornati dello studio CROWN, lorlatinib rappresenta la risposta ai principali bisogni terapeutici della patologia NSCLC ALK+, candidandosi come il nuovo ‘standard of carè per il trattamento di I linea. Oltre che sulla sopravvivenza libera da progressione, lorlatinib ha determinato miglioramenti statisticamente significativi anche del tempo alla progressione di malattia a livello intracranico e del tasso di risposta obiettiva sia sistemica che intracranica, che si sono mostrate consistenti anche in termini di durata della risposta stessa rispetto a pazienti affetti da NSCLC avanzato ALK positivo non precedentemente trattato.
Sicuramente senza precedenti, il dato di profilassi rispetto all’insorgenza di metastasi cerebrali in pazienti senza patologia intracranica al basale.
“I risultati dello studio CROWN offrono prospettive interessanti per continuare a ottimizzare le opzioni terapeutiche disponibili nel trattamento di prima linea nella malattia ALK riarrangiata – precisa Filippo de Marinis, Direttore Divisione di Oncologia Toracica IEO_Istituto Europeo di Oncologia di Milano, Presidente AIOT (Associazione Italiana di Oncologia Toracica) e Membro dello Steering Committee CROWN -. Fino ad oggi, infatti, lo standard di trattamento dei pazienti affetti da tumore del polmone non a piccole cellule avanzato con traslocazione di ALK è stato rappresentato da un trattamento di prima linea con inibitori di ALK di seconda generazione. I dati dello studio di fase III CROWN hanno invece consentito di evidenziare la superiorità di lorlatinib sia in termini dell’endpoint primario (sopravvivenza libera da progressione), che in termini di risposte obiettive e di controllo intracranico. La maggiore efficacia di lorlatinib è stata evidenziata in tutti i parametri valutati, con una riduzione del rischio di progressione di malattia pari al 73%, mentre l’82% dei pazienti con metastasi cerebrali ha riscontrato una risposta intracranica, che è stata completa nel 71% dei casi. La terapia mirata continua, quindi, a portare risultati significativi, dimostrando anche benefici a lungo termine mai riscontrati prima nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) avanzato”.
“Grazie alla nuova indicazione presentata oggi, offriamo una nuova opportunità alle persone con tumore del polmone non a piccole cellule ALK+ che potranno usufruire di un percorso terapeutico basato sulla medicina di precisione – conclude Biagio Oppi, External Communications Director di Pfizer in Italia. – Per Pfizer, che peraltro è da sempre in prima linea nella lotta contro i tumori, è un momento straordinario per l’area Oncologia: grazie all’acquisizione di Seagen, perfezionata a dicembre, abbiamo ora una pipeline formidabile con innovazioni terapeutiche in grado di trasformare la qualità di vita dei pazienti”.

– foto xh7/Italpress –
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Philip Morris, entro 2024 riciclati 500 mila dispositivi IQOS e Lil

ROMA (ITALPRESS) – Entro il 2024, Philip Morris punta a riciclare fino a 500 mila dispositivi IQOS e Lil non più utilizzabili, con un recupero in media di oltre l’80% delle materie prime presenti nei device, tra cui materiali plastici e metallici, magneti, batterie agli ioni di litio e circuiti, materie prime che vengono recuperate, riciclate e sono considerate dall’Unione Europea “critiche”. E’ il focus del progetto “REC – Riciclo per economia circolare”, che è stato presentato a Roma e che rientra nell’obiettivo di Philip Morris di raggiungere elevati standard in termini di riciclo di rifiuti per un’economia circolare.
“Oggi presentiamo un ulteriore tassello della nostra catena del valore in Italia che ha nel proprio fulcro l’innovazione. Dall’impianto produttivo di Bologna – il più grande impianto costruito in Italia in questo secolo, con oltre un miliardo di investimento – la filiera che oggi pesa mezzo punto nazionale di Pil e 41 mila posti di lavoro diventa circolare e si arricchisce ad Anagni, dove ci sarà la possibilità di riciclare oltre l’80% del device elettronico”, ha detto Marco Hannappel, presidente e ad di Philip Morris Italia e presidente Europa Sud-Occidentale di Philip Morris International.
“Gli utilizzatori devono avere più possibilità di avere un prodotto più sostenibile quando fanno l’acquisto di un dispositivo”, ha sottolineato. L’aspetto importante è che “questi materiali resteranno nel nostro Paese che non è ricco di materie prime, ma è ricco di capacità: sul riciclo siamo tra i Paesi più avanzati”, ha ricordato.
Il progetto REC, in questa prima fase, interessa i dispositivi IQOS e Lil restituiti dai consumatori nell’ambito della garanzia e delle iniziative commerciali di Philip Morris: se qualificati come rifiuti in quanto non più utilizzabili, vengono consegnati da un’impresa partner della logistica a un’azienda specializzata nel trattamento dei Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) che si occupa delle operazioni di separazione delle materie prime contenute nei device e delle attività di recupero.
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha aggiunto: “Stiamo vivendo un momento di nuova rivoluzione industriale per una serie di fattori, a partire dalla coscienza ambientale. C’è un cambiamento climatico in atto, ci sono norme e regolamenti a livello europeo e italiano e noi dobbiamo accompagnare questo cambiamento epocale. Finora abbiamo basato il nostro sviluppo sul petrolio e sul carbone: dobbiamo andare verso modelli di energia diversa e modernizzare il sistema, a partire da quello dei rifiuti”.
Per il ministro, “l’Italia è uno dei Paesi che ha i tassi più alti di differenziata, ma questo non basta. Si apre una nuova sfida: come far tornare qualcosa che non usiamo più in una nuova materia prima”, ha spiegato. “L’Italia non ha materia prime, ma possiamo estrarre molti metalli rari dalla trasformazione delle materie prime. In questo Philip Morris può essere un modello, questo è il percorso da cui possiamo raccogliere moltissime di quelle materie prime che la natura non ha dato all’Italia”.
Per il vicepresidente di Unindustria con delega alla Green Economy, Giovanni Turriziani, “è da evitare che un prodotto vada in discarica ed è da evitare l’apertura di nuove discariche: questo vuol dire che bisogna aprire nuovi impianti” per il riciclo e che bisogna “puntare sulla formazione, per parlare la lingua di questa nuova economia circolare”.
Per Gianluca Lelli, capo dell’Area Economica di Coldiretti, “l’accordo con Philip Morris che ha sposato buone pratiche agricole è sicuramente innovativo, perchè ha permesso in questi anni di fare una transizione soft. Le imprese del tabacco che sono appoggiate a questo accordo sono cresciute del 10,9% in fatturato e del 10,7% in occupazione”.
Secondo Marco Bertucci, presidente della Commissione Bilancio del Consiglio Regionale del Lazio, “i rifiuti sono al centro dei problemi delle amministrazioni, in particolare per il Lazio e per Roma: vogliamo considerarci partner di questo progetto. Ogni volta che c’è riciclo e riuso, l’amministrazione deve essere attenta anche dove ci sono degli investimenti e dove si crea occupazione”.

– Foto xi2/Italpress –

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Direttiva del Mit “No a limiti di velocità generalizzati”

ROMA (ITALPRESS) – “Qualsiasi fissazione generalizzata di limiti di velocità nel contesto urbano risulta di per sè arbitraria, in quanto la regolazione della circolazione stradale deve essere operata in maniera capillare, in ragione delle caratteristiche di ciascuna strada o tratto di strada”. E’ quanto contenuto nella direttiva che il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha inoltrato ai ministeri competenti e all’Anci sui limiti di velocità, a seguito dell’ordinanza del Comune di Bologna che ha istituito in città il limite massimo di circolazione a 30 km/h. Secondo il Mit, la ponderazione dei limiti di velocità deve essere valutata non solo rispetto all’innalzamento del limite massimo di velocità da 50 km/h a 70 km/h, ma anche rispetto all’introduzione di limiti massimi inferiori ai 50 km/h, nella consapevolezza che l’imposizione generalizzata di limiti di velocità eccessivamente ridotti potrebbe causare intralcio alla circolazione e, conseguentemente, risultare pregiudizievole sotto il profilo ambientale, nonchè dell’ordinata regolazione del traffico, creando “ingorghi e code” stradali.
E’ evidente, quindi, che “i provvedimenti adottati dagli enti proprietari delle strade devono essere informati ad un approccio capillare, consistente nell’introduzione di deroghe rispetto al limite generale dei 50 km/h solo per aree delimitate, perchè solo tale approccio consente di fornire adeguate motivazioni in ordine alle ragioni che giustificano il ricorso ad una diversa regolazione del traffico, a tutela di primarie esigenze della collettività. Analogamente, si giustificano anche deroghe al predetto limite generale dei 50 km/h temporalmente delimitate, ad esempio in ragione dell’esigenza di imporre limiti diversi da quelli previsti dal legislatore in presenza di afflussi turistici nei periodi di alta stagionalità, ovvero in coincidenza con flussi straordinari di traffico”. Secondo la direttiva, con una condivisione voluta dal ministro, Matteo Salvini, “solo un approccio di tale natura consente di comprendere se la ponderazione degli interessi attinenti alla pluralità di interessi pubblici spinge, in ragione delle specifiche esigenze dell’ambito stradale di riferimento, verso il mantenimento di limiti massimi di circolazione coerenti con la previsione dell’articolo 142, comma 1, ovvero verso la fissazione di limiti più elevati (fino alla soglia massima di 70 km/h) o ancora verso l’imposizione di limiti inferiori ai 50 km/h”.
Se il bilanciamento degli interessi coinvolti fosse disatteso o irragionevole, è lo stesso legislatore a riconoscere in capo al ministro competente il potere di “modificare i provvedimenti presi dagli enti proprietari della strada, quando siano contrari alle proprie direttive e comunque contrastanti con i criteri di cui al comma 1”. Secondo la direttiva, inoltre, questi criteri sono coerenti con l’impianto delineato dal Piano Nazionale Sicurezza Stradale 2030, sottoposto alle valutazioni del CIPESS, laddove il riferimento alle cd. “zone 30” non ha valenza assoluta e generale, bensì si richiama l’opportunità di prevederle comunque nel rispetto di “principi di credibilità e coerenza” nonchè, con specifico riferimento all’ambito urbano, si suggerisce “una chiara individuazione della viabilità a 50 km/h e delle zone a 30 km/h” a valle di una “revisione della gerarchizzazione delle strade”.

– Foto: Agenzia Fotogramma –

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Il Carnevale Kinder porta il divertimento in tutta Italia

ROMA (ITALPRESS) – Il Carnevale rappresenta un’occasione di gioia tra genitori e figli e Kinder vuole accompagnare grandi e piccini nei festeggiamenti portando loro un Carnevale itinerante per l’Italia, dove potranno scoprire un gioco tipico della tradizione, reso ancora più dolce e divertente grazie alle bontà Kinder: la Pentolaccia.
Giochi e dolci contribuiscono da sempre a creare l’atmosfera di festa caratteristica del carnevale e, con la Pentolaccia Kinder, i bambini potranno divertirsi, giocare in compagnia e gustare le specialità Kinder.
Per celebrare al meglio questa ricorrenza, si offrirà al pubblico il massimo del divertimento grazie a uno speciale Carnevale Kinder itinerante che farà tappa in alcuni dei carnevali più noti e a misura di famiglie d’Italia: il Carnevale di Fano (Marche), il Carnevale di Acireale (Sicilia), il Carnevale di Putignano (Puglia), il Carnevale di Cento (Emilia Romagna e il Carnevale di Viareggio (Toscana).
Dalle sfilate dei carri all’intrattenimento, tutto è pensato per garantire divertimento ai partecipanti di ogni età e per creare dei simpatici ricordi per grandi e piccini. All’interno del corner Kinder tutte le famiglie presenti nelle “capitali” del Carnevale potranno cimentarsi nel gioco di rompere la Pentolaccia Kinder e scoprire al suo interno di quale bontà sarà riempita. Le famiglie infatti potranno, attraverso un divertente gioco digitale, selezionare il loro prodotto preferito tra i 3 proposti, così da trovarlo nella pentolaccia. Inoltre, sarà possibile scattare divertenti foto e ricordi di famiglia al photo booth situato nel corner Kinder e lasciarsi coinvolgere da Kinderino, l’inconfondibile e amata mascotte, che animerà lo stand e il carnevale in città.
Carnevale di Fano (28 gennaio) – Nato nel lontanissimo 1374, il Carnevale di Fano è uno dei più antichi del mondo. Le sfilate dei grandi carri sono inaugurate dal Carnevale dedicato ai bambini che, a partire dalla mattina, danno il via ufficiale ai festeggiamenti in città. Kinder animerà la giornata di inaugurazione dei festeggiamenti, domenica 28 gennaio, presso il suo stand in zona Pincio.
Carnevale di Acireale (3 e 4 febbraio 2024) – Quello di Acireale è ritenuto il più bel Carnevale della Sicilia grazie ai carri allegorici-grotteschi che sfilano tra le stupende vie e piazze del centro storico. Affonda le sue radici nel lontano 1594 ed è una delle manifestazioni più autentiche e coinvolgenti del folklore isolano. Kinder animerà il weekend del 3 e 4 febbraio, presso il suo stand in Piazza Indirizzo.
Carnevale di Putignano (11 febbraio 2024)- Con una storia di oltre 600 anni, il Carnevale di Putignano è tra i più antichi e lunghi al mondo.
Una festa di popolo nota per i carri allegorici e i “cavallucci”, personaggi mascherati che rappresentano le diverse età della vita. Kinder animerà la giornata centrale dei festeggiamenti, domenica 11 febbraio, presso il suo stand in Piazza San Domenico.
Carnevale di Cento (18 febbraio 2024) – Il Carnevale di Cento è il primo carnevale al mondo ad essere gemellato, a partire dal 1993, con il Carnevale di Rio de Janeiro. Tra le caratteristiche di questo carnevale c’è il lancio di gonfiabili e peluches dai carri verso gli spettatori, il cosiddetto “gettito”. Kinder animerà la giornata del 18 febbraio, presso il suo stand in Piazzale della Rocca.
Carnevale di Viareggio (3 – 24 febbraio 2024) – Il Carnevale di Viareggio è uno dei più importanti in Italia e nel mondo, che vanta ormai oltre 150 anni di tradizione e più di 500.000 spettatori per ogni edizione. Per il sesto anno consecutivo, Kinder animerà tutte le giornate dei festeggiamenti – sabato 3, giovedì 8, domenica 11, martedì 13, domenica 18 e sabato 24 – che saranno teatro dei sei Grandi Corsi Mascherati. Lo stand Kinder sarà situato sul lungomare di Viareggio.
Quest’anno ci sarà l’opportunità di festeggiare il Carnevale anche sulle piste di sci delle Dolomiti nella suggestiva Cortina nelle giornate del 12 e 23 febbraio.
-foto ufficio stampa Ferrero –
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24 spadisti azzurri a Doha per il primo Gp Fie del 2024

ROMA (ITALPRESS) – Andrà in scena a Doha il primo Grand Prix FIE del 2024 per la spada. In un inedito trittico di giornate d’inizio settimana, da lunedì 29 a mercoledì 31 gennaio, in Qatar saranno 24 gli azzurri del commissario tecnico Dario Chiadò che saliranno sulle pedane della Lusail Sport Arena per l’appuntamento che apre l’anno olimpico di spadiste e spadisti, in una prova del circuito d’elite di Coppa del Mondo che, come sempre per le tappe GP, prevede soltanto le competizioni individuali (a punteggio maggiorato). Lunedì 29 la prima giornata di gare con la fase a gironi e i turni preliminari della competizione femminile. Sono già qualificate al tabellone principale da 64 in programma mercoledì 31, perchè tra le “top 16” del ranking mondiale, Mara Navarria, Alberta Santuccio e Rossella Fiamingo. Saliranno invece subito in pedana per le qualificazioni le altre nove spadiste azzurre: Alessandra Bozza, Nicol Foietta, Federica Isola, Sara Maria Kowalczyk, Roberta Marzani, Lucrezia Paulis, Alessia Pizzini, Giulia Rizzi e Gaia Traditi. Martedì 30 l’esordio degli uomini. Anche in questo caso nove gli spadisti italiani al via dei preliminari: Filippo Armaleo, Gianpaolo Buzzacchino, Luca Diliberto, Giulio Gaetani, Simone Mencarelli, Giacomo Paolini, Enrico Piatti, Andrea Santarelli e William David Sica. Sono invece ammessi per diritto di ranking al tabellone principale, e dunque esentati dalle qualificazioni, Valerio Cuomo, Davide Di Veroli e Federico Vismara che entreranno in gara direttamente nella giornata clou di mercoledì 31.
– Foto Ufficio Stampa Federscherma –
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Progetto “Città 30”, favorevoli due italiani su tre

ROMA (ITALPRESS) – Da qualche giorno a Bologna è partita ufficialmente l’attuazione del progetto “Città 30” che impone un limite di velocità di 30km/h in gran parte della città. Oltre al capoluogo emiliano, in Italia sono circa 60 le città che hanno adottato questo limite. Nel complesso, anche se con alcune eccezioni, quasi due italiani su 3 (il 64,7%) si dichiarano favorevoli all’introduzione di un limite di velocità di 30km/h, tuttavia tra questi, circa 1 cittadino su 3 lo limiterebbe al solo centro storico. Un provvedimento, dunque, sostanzialmente apprezzato, ma che lascia dei dubbi sull’efficacia nella riduzione degli incidenti stradali. Il campione, infatti, si divide in parti più o meno uguali tra chi lo ritiene utile in questo contesto e chi no, con delle differenze a seconda dell’ampiezza delle città. Infatti, a credere maggiormente nell’efficacia di questo provvedimento nella riduzione degli incidenti sono gli abitanti delle città più grandi e dei capoluoghi di provincia. Discorso diverso, invece, per quanto riguarda l’aspetto ambientale del provvedimento. In questo caso circa due terzi della popolazione (il 64,5%) ritiene inefficace il limite di 30km/h per ridurre l’inquinamento causato da auto e moto nelle città, soprattutto tra i cittadini di piccoli paesi di provincia.

Dati Euromedia Research per Porta a Porta – Realizzato il 22/01/2024 con metodologia mista CATI/CAWI su un campione di 800 casi rappresentativi della popolazione italiana maggiorenne.

– foto Euromedia Research –
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CREA Sanità, a SSN servono 15 mld per non aumentare gap da resto dell’Ue

ROMA (ITALPRESS) – L’Italia perde ancora terreno nella spesa sanitaria rispetto ai principali partner UE (quelli ‘originarì ante 1995) ed è sempre minore anche il vantaggio rispetto ai partner più recenti (post 1995): il livello della spesa italiana è distante dalla media UE del 32 per cento. E’ quanto emerge dal 19^ Rapporto del C.R.E.A. Sanità, Centro di ricerca riconosciuto da Eurostat, Istat e Ministero della Salute, composto da economisti, epidemiologi, ingegneri biomedici, giuristi, statistici. Il Rapporto curato da Federico Spandonaro, Daniela D’Angela, Barbara Polistena e da ricercatori ed esperti è stato presentato nella sede del Cnel a Roma.
Per portare la quota di PIL destinata alla Sanità sui valori attesi in base alle effettive disponibilità del Paese, ricordando che una parte significativa del PIL non è disponibile perchè impegnata per gli interessi sul debito pubblico (sono il 4,3% del PIL contro una media dell’1,8% negli altri paesi), servirebbero 15 miliardi, ma questo lascerebbe un rilevante gap fra la spesa sanitaria italiana e quella dei Paesi europei di confronto; ed anche se in tal modo si eviterebbe di peggiorare ulteriormente il gap con i partner UE nel breve periodo, il vantaggio sarebbe solo transitorio, qualora il PIL dovesse continuare a crescere meno che nella media degli altri Paesi UE.
I focus del Rapporto non si fermano alla spesa, ma analizzano gli aspetti oltre che di quella pubblica anche della privata, il finanziamento, la situazione del personale e del settore sociosanitario, di farmaceutica, tariffe per la specialistica, equità del sistema e molto altro. Analizza poi, a livello di singole Regioni, alcuni indicatori presentati nel rapporto (i risultati nel file allegato), ma soprattutto fornisce un decalogo di “opportunità”, azioni cioè che è urgente programmare per risollevare le sorti del SSN.
La spesa sanitaria privata nel 2022 ha raggiunto i 40,1 miliardi di euro. in crescita dello 0,6% medio annuo nell’ultimo quinquennio. Nell’ultimo anno si registra un incremento in tutte le Regioni, di circa il 5 per cento. Nel 2022 Trentino-Alto Adige (21,0%) e Lombardia (19,7%) sono le Regioni con la quota più alta di spesa privata intermediata. La Sicilia quella con la quota minore (1%). Il 75,9% delle famiglie italiane sostiene spese per consumi sanitari: la quota è aumentata dell’1,7% nell’ultimo anno. Tra le famiglie più abbienti, quelle che ricorrono a spese sanitarie private, superano l’80%; tra quelle meno abbienti non si raggiunge il 60%. In particolare, spendono per la salute le coppie anziane over 75 e le famiglie con tre o più figli. Il 72,7% delle famiglie ha speso per acquistare farmaci, il 37,1% per prestazioni specialistiche e/o ricoveri, il 26,2% per prestazioni diagnostiche, il 23,7% per protesi e ausili, il 21,2% per cure odontoiatriche e il 13,4% per attrezzature sanitarie.
La Sanità si comporta come un bene di lusso e quindi sua quota nei consumi aumenta al crescere del reddito disponibile. Sulla base di questa relazione considerando il PIL “netto” (degli interessi), il punto di “neutralità” per la spesa sanitaria si può stimare intorno ai 3.150 euro pro-capite, cioè il +8,2% in più di quella attuale; in termini di incidenza sul PIL, tale livello di spesa risulterebbe pari al 10,0% (contro l’11,5% medio dei Paesi EU originari) e, quindi, assumendo (cosa discutibile) che la spesa sanitaria privata sia una variabile indipendente e rimanga pari ai livelli sul PIL attuali, ovvero che non si riduca al crescere di quella pubblica, la spesa sanitaria pubblica dovrebbe aumentare sino a raggiungere il 7,2% del PIL (nominale). Nel 2023 la spesa pubblica è stata il 6,7% del PIL e le previsioni la danno in discesa nei prossimi anni.
Tra il 2003 e il 2021 il numero di medici per 1.000 abitanti over 75 è passato da 42,3 a 34,6 (corrispondente a un gap di 54.018 unità) e il numero di infermieri da 61,0 a 52,3 (corrispondente ad un gap di 60.950 unità).
I professionisti escono dal sistema soprattutto per andare all’estero o in pensione mentre le possibilità di ricambio sono condizionate dal numero di posti messi a bando negli Atenei.
Per i medici il Rapporto presenta una survey originale realizzata in collaborazione con la FNOMCeO (la Federazione degli ordini professionali) da cui emerge che la professione ha una forte carica vocazionale, “appesantita” però dalla percezione di lavorare in un contesto non favorevole e che non riconosce adeguatamente la professionalità: oltre il 40% non è soddisfatto della propria situazione professionale. Pesa lo stress legato alla percezione di lavorare in situazioni caratterizzate da carenza di organico: rilevata un pò da tutti e, in particolare, da chi opera negli ospedali pubblici.
La valutazione è comune anche ai professionisti che lavorano in strutture convenzionate accreditate; solo nelle strutture ospedaliere e ambulatoriali private non convenzionate la carenza di personale sembra essere percepita come un problema meno pressante. E dalla survey risulta che le aspettative dei professionisti vanno verso una richiesta di aumento della retribuzione posizionata nella fascia 20-40 per cento.
Per gli infermieri il Rapporto segnala la mancanza di attrazione della professione: ai test di ingresso per la laurea in infermieristica hanno preso parte 22.957 candidati per 20.059 posti, con un rapporto domande/posti pari a 1,1. Tra le cause, il salario gioca un ruolo importante: gli stipendi dei medici italiani, a parità di potere d’acquisto, pur essendo inferiori a quelli dei colleghi dei Paesi dell’Europa occidentale, sono comunque pari a 2,9 volte il salario medio italiano, mentre per gli infermieri il salario non si discosta da quello medio nazionale.
Per far fronte alla situazione la FNOPI (Federazione nazionale degli ordini) pubblica nel Rapporto un contributo in cui sottolinea che si dovranno sviluppare le competenze della professione per una migliore qualità dell’assistenza, con il passaggio da una logica prestazionale alla presa in carico dell’assistito e del più generale “sistema assistenza” con competenze avanzate gestionali e cliniche e il superamento dei tabù ancora associati ai concetti di skill mix e task shifting.
Il Rapporto in questo senso sottolinea anche la carenza dei cosiddetti “assistenti alle cure” (in primis gli OSS) figure che operano sia in contesto residenziale che domiciliare. Si tratta di una figura per ‘assistenza alle non auto-sufficienze, tipicamente coordinata dagli infermieri. Anche perchè trascorrendo molto tempo al fianco della persona assistita, sono da considerarsi i destinatari principali dei percorsi di alfabetizzazione digitale per incentivare il ricorso a strumenti di cura digitale. Per queste figure l’Italia, a meno di voler assimilare agli OSS l’esercito di badanti (non professionali) che hanno attualmente in carico gli anziani italiani fragili, è mal posizionata in Europa con 86,4 assistenti per 1.000 abitanti over 75, contro 114,6 della Spagna, 175,8 della Francia e 211,1 del Regno Unito.
Nel 2022, a fronte di 14,5 miliardi di indennità di accompagnamento erogate, il 69,0% (10 miliardi) è stato impiegato per “acquistare” servizi o da soggetti che svolgono la professione della badante o da strutture dedicate alla cura e al trattamento di soggetti non autosufficienti. Il restante 31,0% (4,5 miliardi) va a costituire una sorta di “compenso” per l’attività svolta dai cosiddetti caregiver informali, che per lo più si identificano con la figura di un familiare.
La stima apre una serie di interrogativi sulla efficacia/efficienza dell’istituto delle indennità di accompagnamento: sarebbe infatti auspicabile che venisse condotta una analisi della efficacia e efficienza relativa dell’assistenza informale rispetto a quella “formale” così come è oggi (ovvero in mano a badanti non professionalizzate), e anche confrontata l’efficacia/efficienza delle attuali modalità di protezione, basate sull’erogazione di indennità monetarie, verso l’alternativa di una erogazione di servizi in natura coordinati con gli altri servizi sanitari.
Malgrado la Legge di Bilancio 2021 avesse previsto un progressivo incremento del tetto per gli acquisti diretti di farmaci (all’8,00% nel 2022, all’8,15% nel 2023 e all’8,30% nel 2024, incrementando il tetto complessivo, dal 14,85% del 2021 al 15,5% del 2024), nessuna Regione rispetta il tetto per acquisti diretti: solo Valle d’Aosta e Lombardia si avvicinano al risultato; Sardegna, Umbria e Abruzzo registrano il maggiore sforamento (oltre 65 euro pro-capite). Al contrario, la spesa farmaceutica convenzionata si è attestata al 6,43% del FSN, quindi al di sotto del target previsto del 7 per cento. Ipotizzando per il 2023 lo stesso incremento di spesa registrato nel 2021-2022 (+8,2%), si determinerebbe uno sforamento di circa 3,2 miliardi.
Anche per il prossimo anno, nonostante la Legge di Bilancio 2024 abbia incrementato il tetto degli acquisti diretti all’8,5% (inclusi i gas medicinali), con un incremento del finanziamento di ulteriori 3 miliardi e una (improbabile) costanza della spesa, permarrebbe uno sforamento di 2,5 miliardi, che potrebbe raggiungere anche i 3,6 miliardi se la spesa si incrementasse come nell’ultimo anno.
Le misure di governance prese non sembrano, quindi, siano state sufficienti a riportare lo sforamento (e quindi il conseguente payback a carico delle aziende farmaceutiche) a valori “fisiologici”.
Per i dispositivi medici, nel triennio 2019-2022, al lordo delle spese per quelli dedicati alla pandemia, lo sforamento del tetto è stato di 7,3 miliardi. La determinazione ufficiale del payback, e quindi della quota di ripiano a carico delle aziende fornitrici, verranno determinati al netto della spesa per il Covid-19.
C.R.E.A. Sanità sottolinea che, con le carenze degli attuali flussi informativi, che riescono a rilevare meno del 80% delle reale spesa per dispositivi e non considerano la spesa per quelli utilizzati nelle strutture accreditate, le stime dello sforamento del tetto prese a base del calcolo del payback presentano limiti oggettivi e generano distorsioni sovrastimando le performance delle Regioni che di più ricorrono all’attività delle strutture private accreditate: risulta quindi urgente il completamento del processo di messa a regime dei flussi di monitoraggio del settore.
Per effettuare una valutazione, per quanto indiretta, della congruità delle nuove tariffe per la specialistica, C.R.E.A. Sanità ha elaborato confronti con le tariffe adottate in altri Paesi, per alcune prestazioni “comuni”.
Ad esempio, per l’elettrocardiogramma l’Italia ha una tariffa di 11,6 euro, inferiore del 22,9% rispetto alla Francia (14,3 euro), del 29,3% rispetto alla Spagna (15 euro), del 96,1% se si considera la Germania (22,8 euro) e di oltre il 140,0% rispetto al Regno Unito (32,1 euro). Al contrario, in Italia, la tomografia computerizzata dell’addome completo senza contrasto è associata una tariffa di 158 euro, mentre in Germania la medesima prestazione è erogata ad una tariffa di 83,2 euro (-19,7%), mentre nel Regno Unito è valorizzata con una tariffa pari a 76 euro. Significativa rimane la differenza di valore delle tariffe per quanto concerne le visite specialistiche.
In Italia, una prima visita ha una tariffa di 22 euro indipendentemente dalla branca di afferenza dello specialista, in Spagna la tariffa è di 115,0 euro, oltre 5 volte la tariffa italiana. Nel Regno Unito il valore della visita dipende dalla tipologia di specialista e va da 136 euro a 382.
Per la visita di controllo, in Italia la tariffa è di 16,2 euro, oltre 4 volte inferiore rispetto alla valorizzazione adottata ad esempio in Spagna (71). Nel Regno Unito si va da 58 a 157 euro.
Emerge quindi – è la considerazione del Rapporto – una tendenza delle tariffe italiane alla sottostima dei costi realmente associati alle prestazioni cliniche degli specialisti e, una sovrastima dei costi associati ad alcune diagnostiche di alta complessità.
Il “disagio economico” delle famiglie dovuto a consumi sanitari (somma del fenomeno dell’impoverimento dovuto alle spese sanitarie e delle “rinunce” a curarsi per motivi economici), nel 2021 affligge il 6,1% dei nuclei (1,58 milioni di famiglie): il fenomeno è in crescita di +0,9 punti percentuali rispetto al 2020 e di +1,5 rispetto al 2019. L’incidenza è superiore (e in crescita di 0,1%) nel Sud (8,2%, +0,1%); segue il Nord-Ovest con il 5,9% delle famiglie (+2,0%.), il Centro (5,0%, +1%) e il Nord-Est con il 4,0% (+0,2%).
I casi di disagio economico sono più frequenti (18,1%) tra le famiglie del 20% più “povero” della popolazione e meno in quelle più ricche (1,6%).
Definendo “catastrofiche” le spese che al 40% della “Capacity To Pay” delle famiglie (a sua volta pari ai consumi totali della famiglia al netto delle spese di sussistenza), si registra un aumento dei casi, che interessano il 2,8% delle famiglie residenti (731.489 nuclei), dato in aumento di +0,4% rispetto al 2019. Il Mezzogiorno continua a essere il più colpito: 4,7% delle famiglie, in aumento del +1,0% nell’ultimo anno;
segue il Nord-Est con 2,4% (+0,5%), il Nord-Ovest con l’1,9% (+0,1%) e il Centro con l’1,5% (-0,2%).
I casi sono più frequenti nei nuclei meno abbienti (13,5%), mentre si fermano all’1,8% in quelli più abbienti.
Le famiglie più esposte al rischio di spese “catastrofiche” sono quelle degli anziani over 75 (soli o in coppia) e le coppie con tre o più figli minorenni: queste ultime, in particolare, a causa delle cure odontoiatriche.
Secondo il C.R.E.A. Sanità il SSN ‘deve superare un approccio concentrato sulla mera organizzazione dell’offerta clinica, mirando piuttosto a ripensarla in termini di integrazione con la presa in carico dei bisogni sociali e, più in generale, di adeguamento alla trasformazione dei bisogni, delle aspettative e dei comportamenti di consumo legate all’evoluzione tecnologicà. Quindi ‘sarebbe opportuno che venisse prodotto un documento di indirizzo strategico finalizzato a ridefinire prospetticamente i bisogni della popolazione e a riconciliarli con le capacità di risposta del SSN’. Viene proposto anche di ‘potenziare i processi di comunicazione e collaborazione all’interno del SSN a partire dalla prevenzione, attraverso una rivoluzione culturale, capace di generare una convinta adesione della popolazione sulla opportunità di adottare stili di vita “salutari”‘.
‘Dove non si possano evitare interventi clinici, è necessario snellire i processi di presa in carico: lo sdoppiamento (territorio e ospedale) dei luoghi di erogazione, rischia di generare una duplicazione di interventi. E’ necessaria una presa in carico multidisciplinare, sviluppando livelli di integrazione fra professionistì. ‘Per la cronicità una vision che guardi al futuro del SSN deve iniziare a occuparsi dei “futuri cronici” (non solo anziani), ripensando le modalità della medicina di iniziativa, adattandola ai bisogni e ai comportamenti dei “millenials”: una popolazione nativa digitale, che comunica quasi solo attraverso gli strumenti digitali, che compra praticamente tutto a distanza, valuta i servizi mediante le informazioni in rete, etc., più disposta verso alcune innovazioni quali l’Intelligenza Artificiale, ma forse anche meno critica nella analisi delle evidenze scientifiche – prosegue il C.R.E.A. Sanità -. Evitare l’aumento dell’iniquità, con la crescita dei casi di disagio economico (impoverimento e rinuncia alle cure) per la crescita dei consumi sanitari delle famiglie meno abbienti. Tra le cause la totale non integrazione del “circuito” privato con quello pubblico, alimentata anche dal pregiudizio che il privato è anche non etico perchè risponde a esigenze di massimizzazione del profitto; tesi che si scontra con la natura dei mercati sanitari europei, dove anche la massimizzazione del profitto è perimetrata dalle regolamentazioni pubbliche. Evitare le distorsioni che possono crearsi con barriere all’entrata: la logica dell’accreditamento è stata aggirata con gli accordi contrattuali, e le entrate e uscite delle aziende dai mercati accreditati sono nulle, confermando che la regolamentazione genera barriere da rimuovere. Appare distorsivo il mantenimento di categorie che non trovano riscontro in “natura”, come la forzata distinzione fra “prestazioni integrative” e “sostitutive”, spesso utilizzata per stigmatizzare la crescita dei Fondi Sanitari; va ricordato che le prestazioni “integrative” per essere tali si vorrebbero escluse dai LEA. Ma la possibilità di avere la prestazione in tempi percepiti come ragionevoli e nel luogo prescelto, sono elementi sufficienti per definire una “integrazione” del servizio pubblico: non riconoscerla appare un negare la realtà – si legge ancora nelle proposte di C.R.E.A. Sanità -. Se non si vogliono forme di sussidiarietà, si dovrebbe spingere per aumentare la risposta pubblica, e non cercare di limitarne le alternative. Se la detraibilità delle spese sanitarie può essere sulla carta considerata iniqua, nella misura in cui premia i maggiori consumi, ragionevolmente attribuibili alle famiglie più abbienti, gli sgravi legati ai premi versati a Fondi collettivi, essendo oggi appannaggio fondamentalmente del ceto medio e di larga parte del lavoro dipendente, appaiono tutt’altro che iniqui; anzi, si possono ritenere una (parziale) compensazione del fatto che si tratta delle uniche fasce della popolazione a cui è, di fatto, impedito evadere.
Andrebbe recuperato nelle azioni di governo il tema del rapporto fra SSN e fisco: è un tema che rimane centrale, nella misura in cui i sistemi di welfare universalistico richiedono sistemi fiscali efficienti, in assenza dei quali si generano inaccettabili sperequazionì. Il Rapporto propone anche di ‘Rivedere i criteri di Riparto del fondo sanitario, da alcuni anni sostanzialmente “congelati”, a parte il recente intervento per inserire dal 2023 il parametro della “deprivazione”, una modifica che ha spostato relativamente poco l’allocazione delle risorse. L’equità del criterio di riparto è messa in discussione dall’incidenza della spesa privata per prestazioni e da una quota di entrate regionali (le “entrate cristallizzate”), che vale il 5,3% delle altre entrate proprie regionali, di cui una parte sono compartecipazioni. E’ una situazione non equa: nessuna Regione riesce a erogare i Lea con i soli fondi FSN e le entrate proprie, trasformate in imposte per il finanziamento della Sanità, garantiscono un gettito regionale difforme, anche in ragione delle diverse incidenze di residenti esenti – si legge ancora nel Rapporto -. Rivedere le regole che caratterizzano l’operatività delle aziende pubbliche, un aspetto che richiede un confronto e la formulazione di proposte operative: gli approvvigionamenti e la gestione delle risorse umane sono le aree strategiche che richiedono un più radicale adeguamento delle “regole”: da una parte per contenere i rischi di “amministrazione difensiva”, e dall’altra per evitare di trovarsi nell’impossibilità di poter reclutare il personale necessario per le posizioni “scoperte”. E’ ineludibile mettere in discussione anche il tema della natura delle Aziende Sanitare pubbliche, eventualmente ripensandola in una logica di efficientamento operativò.
‘Le risorse umane sono l’aspetto più critico per il SSN; per quanto concerne i medici, più di numero è un tema di incentivi per la copertura delle posizioni meno appetite e non è più procrastinabile l’adeguamento delle retribuzioni; per gli infermieri. Le retribuzioni sono in cima all’agenda, insieme a un serio problema di carenza – sottolinea il C.R.E.A. Sanità -. Poco o nulla è noto della consistenza dell’offerta di assistenti alle cure (in primis gli OSS) che si occupano dell’assistenza ai non autosufficienti. Vanno definiti i fabbisogni ed è urgente che si ridiscutano i criteri con cui si valutano, anche considerando il mutato quadro in cui è presente maggiore autonomia degli infermieri, rispetto ai quali ha senso declinare il fabbisogno di OSS/Assistenti per programmare le risorse per far fronte alle prese in carico domiciliari. Sarebbe necessario che le decisioni sulla adozione delle tecnologie fossero prese in base a trasparenti e razionali criteri di valutazione, secondo il dettato dell’HTA. L’HTA è un assessment a supporto di una decisione che rimane politica, e che deve basarsi su una declinazione finale del “valore” delle tecnologie: quest’ultima dimensione è però sinora rimasta in secondo piano perchè il SSN ha garantito la quasi totalità delle tecnologie sanitarie; tuttavia, la crescente scarsità di risorse rischia di far divenire il tema “sensibile” in quanto occorrerà adottare una logica di prioritarizzazione legata al valore sociale, la cui valutazione richiede una decisione politica, che comporta il coinvolgimento di tutti gi stakeholder del sistema sanitariò.

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Tajani “L’autonomia non è una legge nordista”

ROMA (ITALPRESS) – “Noi non siamo contrari all’autonomia ma non deve penalizzare il Sud, su questo siamo fermissimi e per adesso le cose sono andate per il verso giusto. Non è una legge nordista e questa norma, con l’azione di Forza Italia, ha attenuato alcune posizioni un pò troppo autonomiste. Quando le cose si fanno con equilibrio e buonsenso vanno bene per tutti”. Così il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a Start su Sky Tg24.
Una candidatura alle Europee “credo che dobbiamo valutarla insieme, perchè il premier e il vicepresidente che si candidano potrebbero distogliere l’attenzione dall’attività di governo, ma sarebbe un forte segnale di presenza e continuità. Valuterò dopo il congresso se è opportuno e utile al governo e a Forza Italia”, ha spiegato Tajani, che sulle regionali ha ribadito la posizione del suo partito: “Noi siamo sempre pronti a discutere e confrontarci ma dobbiamo fare un ragionamento: non è questione di sventolare la bandierina di partito ma di avere i migliori candidati possibili. Cirio e Bardi sono stati due presidenti che hanno lavorato bene. Io difendo questi due candidati perchè sono bravi, sono persone serie e mai toccate da scandali”.
“Credo che i nostri alleati si stanno già rendendo conto che sono due candidati che vinceranno le elezioni. Noi non siamo disposti a sacrificarli perchè sono bravi. Dove c’è ragionevolezza siamo sempre pronti a fare la nostra parte ma per quello che mi riguarda Bardi e Cirio sono i nostri candidati”, ha aggiunto.

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