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Leone d’Oro a Laura Poitras. Tutti i vincitori della 79esima edizione

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VENEZIA (ITALPRESS) – La Giuria del concorso Venezia 79, presieduta da Julianne Moore (USA) e composta da Mariano Cohn (Argentina), Leonardo Di Costanzo (Italia), Audrey Diwan (Francia), Leila Hatami (Iran), Kazuo Ishiguro (Giappone, Gran Bretagna), Rodrigo Sorogoyen (Spagna) ha assegnato i seguenti premi: Leone d’Oro per il miglior film a “All the Beauty and the Bloodshed di Laura Poitras. Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria a “Saint Omer” di Alice Diop. Leone d’Argento – Premio per la migliore regia a Luca Guadagnino per “Bones and All”. Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Cate Blanchett per “Tár” di Todd Field. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Colin Farrell per “The Banshees od Inisherin” di Martin McDonagh. Premio Speciale della Giuria a “Gli orsi non esistono” (Khers Nist / No Bears) di Jafar Panahi. Premio per la migliore sceneggiatura a per Martin McDonagh per “The Banshees of Inisherin”. Marcello Mastroianni a Taylor Russell per “Bones and All” di Luca Guadagnino. La Giuria del concorso Orizzonti, presieduta da Isabel Coixet (Spagna) e composta da Laura Bispuri (Italia), Antonio Campos (USA), Sofia Djama (Algeria), Edouard Waintrop (Francia) ha assegnato i seguenti premi: Premio Orizzonti per il miglior film a “Jang-E Jahani Sevom” (World War III) di Houman Seyiedi. Premio Orizzonti per la migliore regia a Tizza Covi e Rainer Frimmel per “Vera”. Premio Speciale della Giuria Orizzonti a “Chleb I Sol” (Bread and Salt) di Damian Kocur. Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile a Vera Gemma per “Vera” di Tizza Covi e Rainer Frimmel. Premio Orizzonti per la migliore interpretazione maschile a Mohsen Tanabandeh per “Jang-E Jahani Sevom” (World War III) di Houman Seyiedi. Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura a Fernando Guzzoni per il suo film “Blanquita”.  Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio a “Snow In September” di Lkhagvadulam Purev-Ochir. Il Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”- Leone del Futuro, assegnato dalla giuria presieduta da Michelangelo Frammartino e composta da Jan P. Matuszynski (Polonia), Ana Rocha de Sousa (Portogallo), Tessa Thompson (Usa), Rosalie Varda (Francia) è stato assegnato al film “Saint Omer” di Alice Diop.

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-credit photo agenziafotogramma.it –

Venezia, in concorso “Chiara” di Susanna Nicchiarelli

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VENEZIA (ITALPRESS) – In una Mostra che si potrebbe dire molto “francescana”, dopo il “Padre Pio” di Abel Ferrara (presentato nelle Giornate degli Autori) e i pellegrinaggi di Papa Francesco “In viaggio” ricostruiti da Gianfranco Rosi, arriva nella giornata conclusiva del Concorso Venezia 79 la “Chiara” di Susanna Nicchiarelli. Il film è il ritratto di una santa, che fa miracoli, e di una donna, che fa una scelta di vita controcorrente, battendosi per la sua idea e la sua visione sino in fondo. “Chiara” è il terzo tassello di un mosaico che la Nicchiarelli sta componendo su figure femminili reali che hanno avuto un rapporto netto con le proprie esistenze e che hanno lasciato una testimonianza importante. Dopo il bellissimo “Nico 1988”, in cui offriva il ritratto di un’artista complessa e storicamente trasversale come Christa Paffgen, in arte Nico appunto, e dopo aver raccontato in “Miss Marx” la storia di Eleanor Marx, la figlia più piccola di Karl, la regista si dedica con “Chiara” a una figura che si muove nella sfera della spiritualità, lasciando però che la dimensione religiosa della santa dialoghi continuamente con la concretezza della storia di una giovane donna che rinuncia ai suoi privilegi per seguire la spinta ideare e spirituale offerta dall’esempio di Francesco d’Assisi.

Affidandosi all’interpretazione moderna e energica di Margherita Mazzucco (che abbiamo imparato ad apprezzare come la Elena di “L’amica geniale”), Susanna Nicchiarelli si spinge in una ricostruzione storica che tiene fede all’estetica del XIII Secolo italiano, senza mostrare alcuna ossessione storicistica nella ricostruzione, ma trovando nel pauperismo degli ambienti la chiave d’accesso a una sorta di astrazione ideale che riecheggia anche nelle scelte medievali della musica e nell’attenzione per gli aspetti linguistici. Basandosi su dialoghi scritti tra italiano volgare e passaggi in latino, il film ricostruisce il percorso di Chiara dalla rinuncia alla vita secolare sino agli eventi che la videro guidare le altre donne che, come sorelle, si unirono alla sua scelta di vita, arrivando al momento in cui il Papa le diede il permesso di scrivere una sua regola, istituzionalizzando il suo ordine.

Susanna Nicchiarelli punta molto sulla rappresentazione di una donna che, nel cammino di una santità testimoniata dalla narrazione di tanti suoi miracoli, appare più rigorosa e determinata dello stesso Francesco nella scelta egualitaria, nel rifiuto di un sistema gerarchico nel proprio ordine, nella necessità di testimoniare la propria fede di fronte a un mondo di disuguaglianze. Il film risponde a un impianto chiaramente ideologico, nel senso che sceglie di fare di Santa Chiara l’icona di una religiosità femminile forte e all’avanguardia. A scapito di un San Francesco che viene invece rappresentato come una figura molto più esile, fragile sia nel corpo che nella tenuta delle sue convinzioni rispetto ai compromessi con la Chiesa. Rifiutando opportunamente tutta l’iconografia romantica legata alla rappresentazione del rapporto tra Francesco e Chiara, Susanna Nicchiarelli realizza un film che cerca un dialogo tra la modernità della figura della santa e l’attenzione a una ricostruzione storica rigorosa e coerente, anche se non mancano alcune spinte modernistiche che appaiono fuori luogo e finiscono per sbilanciare l’equilibrio dell’insieme.

– foto Agenziafotogramma.it –

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“Blonde”, Dominik porta a Venezia la Marilyn di Ana de Armas

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VENEZIA (ITALPRESS) – Calvario biondo platino per la Marilyn messa in scena da Andrew Dominik in “Blonde”, in Concorso oggi a Venezia 79. La produzione è Netflix, alla base c’è l’omonimo libro di Joyce Carol Oates pubblicato in Italia dalla Nave di Teseo, sullo schermo c’è Ana de Armas che regge con coraggio le due ore e quaranta minuti di questo biopic scritto come un canto intimo in immersione nello spirito dolente della star hollywoodiana più amata e desiderata di tutti i tempi. Il film è un percorso nell’esistenza turbata di Norma Jeane, partendo dall’infanzia accanto alla madre segnata da gravi problemi psichici, sino ad arrivare al fatidico letto in cui fu trovata priva di vita il 4 agosto del 1962. Tutto è mostrato da Andrew Dominik in una prospettiva soggettiva, inscritta negli stati spesso alterati della coscienza della diva, esposta nel suo corpo bellissimo, abusata nella sua fragilità e dolcezza, incapace di imporre la sua personalità. Una storia triste che ha per coprotagonista il grande buco lasciato nella star dall’assenza di quel padre al quale per tutto il film si rivolge in cerca di amore e comprensione.

Il rapporto con la madre, che pure fu molto importante per Norma Jeane, resta relegato alla scena iniziale e a un paio di momenti in cui Norma va a trovarla nell’ospedale psichiatrico in cui fu ricoverata. Il suo cammino nel mondo del cinema è narrato in una modalità quasi rapsodica, attraverso il filtro soggettivo della sua sensibilità violata: i produttori che abusano fisicamente di lei, i primi provini in cui i suoi sforzi per farsi apprezzare vengono derisi, i successi, i set con Billy Wilder, l’incontro con Joe DiMaggio e il matrimonio finito male, la lunga relazione che la legò in un triangolo sentimentale a Charles Chaplin Jr. e Edward G. Robinson Jr. Il film punta molto sul desiderio di maternità di Norma Jeane, gli aborti subiti in nome della carriera o per disgrazia, che segnano la sua coscienza e la tormentano. L’incontro con Arthul Miller è narrato come una parentesi di gioia destinata a infrangersi nella rischiosa frequentazione del Presidente Kennedy, protagonista di una scena di sesso volgare e al contempo ridicola.

La Marilyn Monroe raccontata in “Blonde” è una sorta di eroina martirizzata nella sua personalità turbata, resa in una lunga narrazione soggettiva che ne racconta dall’interno la sofferenza, le paure, i deliri, le umiliazioni. Ana de Armas regge magnificamente lo sforzo drammatico di un personaggio complesso, ma il film risulta eccessivamente lungo, inutilmente ripetitivo nel suo insistere su alcuni temi portanti e stranamente superficiale nella resa di alcuni momenti chiave della sua esistenza, come l’incontro a New York con Lee e soprattutto con Paula Strasberg, le relazioni saffiche che ebbe con alcune star come Joan Crawford, gli incontri con Yves Montand o con Clark Gable, l’importanza che ebbe il set del suo ultimo film “Gli spostati”. Tutti elementi che restano fuori gioco in questa ricostruzione dolente e delirante del mito di Marilyn, che resta soprattutto come un’icona simbolicamente martirizzata degli abusi subiti da tutte le dive nel sistema hollywwodiano. “Blonde” sarà distribuito direttamente in streaming da Netflix a partire dal 28 settembre in tutto il mondo.

– foto Agenziafotogramma.it –

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Salvatore Nastasi presidente Siae e Mogol presidente onorario

ROMA (ITALPRESS) – Il Consiglio di Sorveglianza della Società Italiana degli Autori e Editori ha eletto all’unanimità Salvatore Nastasi quale nuovo Presidente del Consiglio di Gestione SIAE e Mogol in qualità di Presidente Onorario. Nella stessa seduta, all’unanimità, sono stati eletti Andrea Purgatori quale Presidente del Consiglio di Sorveglianza e Maria Romana Francesca Trainini quale Vice Presidente.
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– foto Ufficio Stampa Siae –

In concorso a Venezia “Saint Omer” la madre medea di Alice Diop

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VENEZIA (ITALPRESS) – La storia di un processo e quella di una madre medea: “Saint Omer” giunge in Concorso a Venezia 79 e spiazza le carte di una competizione sinora davvero troppo settata su un livello classico, che trova qui uno dei suoi film in assoluto migliori. Si tratta del primo film di finzione di Alice Diop, che è una bravissima documentarista francese di origini senegalesi, già apprezzata e premiata in festival di categoria, portata a riflettere in forma precisa sugli schemi della vita sociale contemporanea. Qui si affida per la prima volta a una struttura narrativa, tenendo comunque i piedi ben saldi in una messa in scena asciutta, controllata nell’approccio alla realtà di cui racconta. Lo spunto viene da un fatto di cronaca accaduto sulle coste del nord della Francia: una giovane madre aveva abbandonato sulla spiaggia la figlioletta di pochi mesi, lasciando che l’alta marea la portasse via. Colpita da questa immagine di una donna che aveva voluto offrire la sua creatura al mare, “una madre ben piu` potente di quanto non potesse esserlo lei stessa”, come dice la regista, Alice Diop aveva seguito il processo nel tribunale di Saint Omer, sviluppando l’idea di questo film così preciso nella sua dolce durezza e così profondo nella sua algida compassione. Quello che colpisce infatti in “Saint Omer” è proprio lo schema narrativo che Alice Diop adotta: protagonista del film è Rama, una scrittrice francese di origini senegalesi che si reca a seguire il processo a Laurence Coly. Qui la classica forma narrativa del cinema nelle aule di tribunale, non si limita a schematizzare la ricostruzione testimoniale degli eventi, ma offre un approfondimento dei fatti sia in una prospettiva sociale che in una dimensione morale. Viene fuori dunque il confronto con la storia di una donna che cela dietro la propria indifferenza il dolore di una maternità vissuta come un’immersione straziante nella propria solitudine e, allo stesso tempo, una elaborazione del tema della maternità libera dai luoghi comuni familiari e più vicina alla complessità di una relazione profonda e complessa. Quello che per la scrittrice doveva essere un lavoro di documentazione diventa dunque un faccia a faccia con la propria dimensione di donna e di madre, offrendo un quadro limpido e doloroso che non lascia spazio per le mistificazioni morali o le fantasie sentimentali. Resta dunque un’opera dura e sensibile, che segna profondamente lo spettatore e lo libera sia dai preconcetti che dalle paure, costruita come un punto di passaggio tra la documentazione sociale e la risonanza dei miti, primo fra tutti ovviamente quello di Medea, visualizzato attraverso le immagini pasoliniane.
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– credit photo agenziafotogramma.it –

A Venezia arriva lo “Spaccaossa” di Vincenzo Pirrotta

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VENEZIA (ITALPRESS) – “Spaccaossa” lascia il segno nel patinato contesto della Mostra del Cinema di Venezia. La pellicola diretta da Vincenzo Pirrotta, regista e attore teatrale, è l’unico lungometraggio di finzione selezionato alle Giornate degli Autori nella sezione Notti Veneziane, all’interno della kermesse lagunare. Un pugno nello stomaco, ma ricca anche di sensibilità diverse, questa storia vera, ambientata a Palermo e recitata interamente in dialetto siciliano. In un’atmosfera cupa e drammatica viene raccontata la cronaca, anzi, i retroscena di una truffa sulle assicurazioni messa in atto qualche anno fa attraverso dei finti incidenti organizzati dalla mafia ai danni di persone fragili e disperate, disposte letteralmente a farsi spaccare le ossa per intascare una minima parte del premio assicurativo. Un film che è cronaca, ma che mette in luce, contemporaneamente, debolezze, sentimenti, storture nei legami di ogni singolo protagonista. La pellicola, prodotta da Attilio De Razza e Nicola Picone per Tramp Limited con Rai Cinema, è stata presentata da Pirrotta assieme ad altri membri del cast, Selene Caramazza, Filippo Luna, Rossella Leone e Simona Malato, gli sceneggiatori Salvo Ficarra e Ignazio Rosato, presente anche il direttore della fotografia Daniele Ciprì. La storia parte proprio da un vecchio magazzino alla periferia di Palermo, dove un gruppo di persone frantuma con un trolley pieno di pesi da palestra il braccio di un uomo.
Vincenzo (Vincenzo Pirrotta) le recluta tra i miserabili che abitano le vie della città, le stesse in cui Luisa (Selene Caramazza), un’esile e bella ragazza di venticinque anni, è solita rifornirsi di crack. L’incontro con Luisa sarà l’occasione per Vincenzo di cambiare la sua vita. “L’esigenza di raccontare è stata forte come il pugno allo stomaco che ho ricevuto quando ho ascoltato questa notizia al radiogiornale – ha spiegato Pirrotta -. Ho capito subito quanto fosse urgente raccontarla, perché il cinema può essere uno strumento per cercare di espellere certe metastasi. Ma è un film nel quale non si giudica nessuno. Fin da subito ho detto a tutti che avremmo dovuto raccontare una storia senza puntare il dito su nessuno”. Chi le piacerebbe vedesse il suo film? “Mi piacerebbe che lo vedessero i miserabili di cui si nutrono certi carnefici, perché forse attraverso l’immagine possono comprendere il senso di certe scelte, soprattutto quando sono dolorose e fatte per ottenere delle futilità”.
Il personaggio della giovane Luisa è una storia nella storia, una ragazza a cui la vita aveva già spezzato le ossa, prima che qualcuno le chiedesse realmente di farlo: “E’ un personaggio che ho amato tantissimo – ha confidato Selene Caramazza – l’ho vista come un piccolo animale selvaggio da proteggere, anche tutta la corazza che ha addosso, il suo stile molto dark, il trucco pesante, è quasi una seconda pelle per proteggersi da questo mondo ostile”.
Se potesse disegnare un altro finale per Luisa, come lo vedrebbe? “Non riuscirei a vedere un finale diverso perché in quella scelta lei ritrova la sua libertà ed è un grandissimo atto di coraggio”. Tra i produttori e sceneggiatori di “Spaccaossa”, il duo Ficarra & Picone, che nel piccolo schermo, ma anche al cinema ci hanno abituati a sorridere. “E’ stata una bellissima esperienza, un viaggio interessantissimo – ha dichiarato Salvatore Ficarra -. Il film tocca corde che non siamo abituati a toccare. A noi piace sperimentare linguaggi, cose diverse. Esiste un unico cinema e da parte nostra c’è il desiderio di farne parte in tuti i modi. Siamo molto contenti del prodotto finale – conclude Ficarra -. Il film è come l’anguria, quando lo tagli e lo assaggi senti se è buono e questo è un bellissimo film che sembra narrare solo la cronaca, ma parla di noi stessi di quanto siamo disposti a farci mutilare, quanto siamo disposti a perdere la nostra dignit per raggiungere i nostri obiettivi. E’ un film che suscita l’empatia di chi lo vede”.

– foto Italpress –
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“Love Life”, l’amorevole vita del Giappone di Koji Fukuda

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VENEZIA (ITALPRESS) – In una Mostra davvero troppo poco asiatica, a portare il Giappone in Concorso a Venezia 79 ci pensa Koji Fukuda, 42enne regista di Tokio con all’attivo una buona filmografia che ha avuto il suo top nel 2016 con “Harmonium”, che fu premiato al Certain Regard di Cannes, al suo esordio sul Lido veneziano con questo “Love Life”. Si tratta di una “dramedy”, secondo le categorie di genere cinematografico fluide di oggi, ovvero di un dramma in forma di commedia: essenzialmente una storia d’amore giocata su due fronti dalla protagonista, Taeko, una giovane donna che conduce una vita serena assieme al marito Jiro, sposato da poco, e al piccolo Keita, avuto dal suo precedente matrimonio con un uomo coreano, sordo, sparito nel nulla senza lasciare traccia. Figure lievi, tenute unite dall’amore e dalla simpatia del piccolo Keita, campione di Othello, destinato a innescare la tragedia quando rimane vittima di un incidente domestico. Non che la cosa si traduca in un dramma a tinte forti, siamo infatti nella società giapponese, dove i sentimenti sono vissuti con discrezione e le emozioni implodono in stati di sospensione esistenziale.

Non a caso sarà il marito coreano, rifattosi vivo al funerale del bimbo, a scatenare il vero dramma, mettendo poi in moto un flusso sentimentale che coinvolge Taeko, ritrovatasi sospesa tra la relazione con Jiro e il sentimento che la lega, anche nel ricordo del bimbo morto, al suo primo marito. Koji Fukuda lavora per diffusione di emozioni, lasciando che la tessitura del dramma si alimenti nel progressivo rivelarsi dei sentimenti trascorsi, di quelli presenti e anche delle prospettive future degli amori in corso. “Love Life” è un film con carattere e sviluppa tutti gli elementi in gioco con decisione, lavorando sul concetto di famiglia come una trama di relazioni costruite sul variare degli elementi emotivi. La regia tiene l’equilibrio dei toni drammatici e da commedia, puntando molto sul gioco degli interpreti, tutti bravi a iniziare dalla protagonista Fumino Kimura.

foto: agenziafotogramma.it

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A Venezia “Monica” di Pallaoro, con l’attrice trans Trace Lysette

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VENEZIA (ITALPRESS) – E’ un ritorno a casa doloroso come una rinascita quello che Andrea Pallaoro racconta in “Monica”, il suo nuovo film presentato oggi in Concorso a Venezia 79. In scena c’è l’attrice trans americana Trace Lysette, presenza intensa e determinata nella sua neutralità emotiva, che incarna il percorso di rinnovamento identitario della protagonista. Sostanzialmente cacciata di casa sedici anni prima, Monica viene ricontattata dalla famiglia per assistere la madre nel percorso terminale della sua malattia. Il suo è un ritorno in una famiglia che l’ha conosciuta come uomo e ora la ritrova nella sua identità femminile, ma se il confronto con il fratello, la cognata e i nipotini è agevole se non caloroso, quello con la madre deve attraversare le strettoie del silenzio per poter raggiungere un rinnovato sentimento d’unione.

Il dialogo tra queste due donne che affrontano il percorso inverso della morte e della rinascita è narrato da Andrea Pallaoro con una grande sensibilità: l’idea di chiudere l’intero film sulla figura di Monica, riquadrata nei margini stretti del formato classico del cinema, corrisponde alla necessità di scandagliare la sua presenza scenica ed esistenziale con precisione, indagando i suoi lineamenti come attraverso lo sguardo della madre. Ma la vera chiave d’accesso al dramma è offerta dal silenzio che segna il dialogo tra Monica e la madre, l’idea di stare nel binario del non detto per lasciare che si pongano le basi di una rinascita sentimentale tra le due donne è centrale per comprendere l’impianto psicologico ed estetico del film. Interamente girato in America, dove il regista trentino si è trasferito ancora adolescente per studiare cinema, “Monica” è un film che mostra una maturità espressiva e narrativa davvero notevoli e conferma la qualità pienamente introspettiva del cinema di questo autore.

foto: agenziafotogramma.it

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