Simona Quadarella ha vinto la medaglia d’oro nella finale dei 1500 stile libero femminili ai Mondiali di nuoto. La mezzofondista romana, che regala all’Italnuoto il primo titolo a Gwangju, ha chiuso con il crono di 15’40″09, stabilendo il nuovo record italiano. Argento per la tedesca Sarah Kohler (15’48″83), bronzo per la cinese Wang Jianjiahe (15’51″00). Assente la grande favorita della vigilia, l’americana Katie Ledecky. “Non ci credo, sapevo dall’inizio che avrei vinto, ma ora che e’ tutto reale… – dice emozionata Quadarella ai microfoni di Raisport – L’assenza della Ledecky? Questi ritiri ci sono perche’ non sei in grado di stare li’… La notizia della sua assenza mi ha spiazzato, non sapevo se sarebbe stato un bene o un male. Saro’ stata fortunata, ma la fortuna va a chi si impegna, perche’ ero la seconda”. Bronzo di Martina Carraro nei 100 rana femminili. La 26enne genovese delle Fiamme Azzurre ha terminato al terzo posto in 1’06″36, nuovo record italiano. Oro per l’americana Lilly King (1’04″93), argento per la russa Yuliya Efimova (1’05″49). Ottava l’altra azzurra in gara, Arianna Castiglioni (1’07″06). Con il miglior crono d’accesso (1’55″14), Federica Pellegrini si e’ qualificata per la finale dei 200 stile libero femminile. “Sono contenta, non pensavo di essere passata cosi’ forte. Domani sara’ una finale molto tirata, dovro’ limare qualcosa nella seconda parte della gara ma sto nuotando bene”, ha detto l’olimpionica azzurra dopo le semifinali. Soddisfazioni anche dal Settebello, che battendo ai quarti per 7-6 la Grecia si qualifica per le semifinali mondiali.
SCARSO “MONDIALI NON BUONI MA FIDUCIA PER TOKYO”
Otto medaglie, con un argento e sette bronzi, e cinque squadre su sei nelle prime quattro, significa essere competitivi al massimo livello. Tanto da riuscire anche a “digerire” un mondiale senza ori, che la scherma italiana non vedeva da 32 anni (Losanna 1987). Inoltre, delle sei squadre nazionali, ben cinque hanno raggiunto le semifinali chiudendo tra le prime quattro, ed in quattro sono salite sul podio. “Non è stato un Mondiale positivo” il commento del presidente Fis Giorgio Scarso e del capo delegazione, Paolo Azzi. “Ma non è tutto da buttare, anzi ci sono anche note positive, ma di certo quando conquisti otto medaglie, ma sei a metà del medagliere perché non puoi vantare nemmeno un oro, non puoi di certo nascondere il rammarico. Non siamo arrivati pronti sul piano della condizione, ma gli errori sono utili per attuare dei correttivi e migliorare ancora. Assieme ai ct analizzeremo quanto di positivo e quanto di negativo è emerso sulle pedane di Budapest e porremo le basi per la nuova stagione che ci condurrà a Tokyo”. Proprio dall’orizzonte olimpico iniziano le note positive. “Torniamo da Budapest con tutte e sei le squadre che, nel ranking virtuale di qualificazione olimpica, occupano dei posti che ad oggi garantirebbero il pass per i Giochi. E’ ancora presto per festeggiare ma il Mondiale è un ottimo punto di partenza e soprattutto infonde fiducia”.
Le note positive sono anche relative agli esordienti: su tutti Federica Isola. “Era la più piccola della nostra delegazione ma in pedana, nella gara a squadre, ha sfoderato grinta e carattere da atleta esperta. Complessivamente la prova delle spadiste è stata ad altissimo livello, così come quella di Andrea Santarelli e Luca Curatoli nell’individuale. Ma, anche chi non è arrivato sul podio, sappiamo che ha dato il meglio. E’ chiaro che ci sono atleti con delle potenzialità straordinarie e che possono puntare a ben altro rispetto a quanto conquistato qui ed anche su questo si avvieranno delle analisi e dei confronti con i Commissari tecnici”. Infine il ringraziamento corale a quanti hanno composto una delegazione che ha portato un bottino complessivo di otto medaglie. “In una scherma che cambia i suoi scenari internazionali ed in un panorama sul quale si affacciano sempre nuovi Paesi, l’Italia continua ad esserci ed ad avere un suo ruolo importante. Il merito è del sistema scherma italiano, ad iniziare dagli atleti che salgono in pedana, ai loro tecnici ed alle loro società e gruppi sportivi”.
“Ma loro sono la punta di un iceberg fatto da staff tecnici delle Nazionali, dallo staff medico e fisioterapico, da tecnici delle armi ed accompagnatori, che lavorano all’unisono verso il raggiungimento degli obiettivi comuni. Ecco perché a conclusione di questo Mondiale il ringraziamento va a tutti gli atleti, ma anche ai Commissari tecnici, ai maestri, allo staff medico ed a quanti hanno dato il loro supporto”.

(ITALPRESS).
MILAN KO COL BAYERN, INFORTUNIO PER HERNANDEZ
Un discreto Milan viene punito da una disattenzione. I rossoneri perdono per 1-0 all’esordio in International Champions Cup 2019 contro il Bayern Monaco: a decidere l’incontro, nel finale del primo tempo, è un gol da opportunista di Goretzka, servito con un filtrante che ha sorpreso Strinic, schierato da Giampaolo come difensore centrale di sinistra. Da segnalare l’esordio di Daniel Maldini, figlio di Paolo, e soprattutto l’infortunio a Theo Hernandez, costretto ad abbandonare il campo per una brutta distorsione alla caviglia e subito sottoposto a esami medici.
Al Children’s Mercy Park di Kansas City il Milan approccia bene al match e pressa alto la squadra bavarese, che ci mette alcuni minuti a prendere le misure. I campioni di Germania alzano il baricentro e cominciano a spingere con continuità sulle corsie esterne, costringendo Donnarumma ad alcune uscite plastiche a evitare pericoli nell’area piccola. Nell’ultimo dei tre minuti di recupero assegnati al termine della prima frazione di gioco, però, arriva il gol vittoria per i tedeschi firmato da Goretzka: imbucata per il tedesco che sorprende alle spalle un disattento Strinic e può depositare in rete di piatto a tu per tu con Donnarumma.
Nella ripresa entra Cutrone per cercare di rinvigorire un attacco abulico con Piatek fuori dal gioco e capita proprio sui piedi del giovane attaccante italiano l’occasione più importante per il Milan: il numero 63 sfrutta un’incomprensione tra i due centrali bavaresi, ruba palla e si invola verso Ulreich, calciando però addosso al portiere in uscita. Nel finale due gol annullati al Bayern, il primo per fallo di mani, il secondo per un fuorigioco di Alaba. I rossoneri provano a riversarsi davanti negli ultimi minuti ma non riescono a costruirsi chance importanti per cercare la via del pareggio. Finisce così con una vittoria col minimo scarto per i tedeschi, prossimi impegni in International Champions Cup per il Milan contro Benfica e Manchester United.
“Oggi ho avuto tanti riscontri positivi. Ho percepito molto impegno, molta attenzione nelle cose che in questi dieci giorni abbiamo studiato. Per noi era la prima partita, per il Bayern Monaco la terza di alto livello: ho visto i ragazzi sacrificarsi e soffrire, dando il massimo in questo momento”. Queste le parole del tecnico del Milan Marco Giampaolo dopo la sconfitta per 1-0 nel match contro il Bayern Monaco valido per l’International Champions Cup 2019. “Ci sono un po’ di cose da mettere a posto e ho avuto diversi spunti per lavorare nel miglior modo possibile sulle cose che vanno sistemate – ha spiegato l’allenatore rossonero ai microfoni di Milan TV – Oggi avevamo fuori tanti giocatori forti, ma abbiamo comunque giocato bene. La squadra ha grandi qualità qualità, i calciatori capiscono subito cosa manca e lavorano bene per rimediare, ma per assimilare un certo tipo di gioco ci vuole del tempo. Questo torneo ci dà la possibilità di confrontarci con squadre di alto livello ed è sempre importante: il risultato lascia il tempo che trova, a me interessa la crescita della squadra e da questo punto di vista posso ritenermi soddisfatto”.
Giampaolo si è poi soffermato sulle prestazioni dei singoli, a cominciare da Theo Hernandez protagonista di un buon primo tempo prima dell’infortunio alla caviglia che lo ha costretto a lasciare il campo: “Fin quando è rimasto in campo mi è piaciuto molto, ha abbinato grande qualità a grande forza fisica – ha sottolineato l’allenatore del Milan – Ora ci penseranno i dottori a darci un quadro preciso del suo infortunio. Gabbia? Mi è piaciuto molto, in quel ruolo chiedo un alto livello di attenzione nella lettura. Quando si trovano giocatori disponibili è sempre più facile lavorare”.
PELLEGRINI E PALTRINERI D’ORO AI MONDIALI
Giornata trionfale per l’Italia ai Mondiali di nuoto. In pochi minuti la piscina coreana di Gwangju si colora due volte d’azzurro grazie a Gregorio Paltrinieri, splendido re degli 800, e Federica Pellegrini, infinita regina dei 200 stile libero. Una doppietta da brividi aperta dal carpigiano, assoluto dominatore della gara dal primo all’ultimo metro. Subito in testa a dettare il ritmo, Paltrinieri ha chiuso in 7’39″27 davanti al danese Henrik Christiansen (argento in 7’41″28) e el francese David Aubry (bronzo in 7’42″08) conquistando il primo oro iridato sulla distanza dopo l’argento del 2015 e il bronzo del 2017. “Sono contentissimo, è stata una gara bella, tatticamente l’unica che potevo fare – ha sorriso il 24enne carpigiano – Erano quattro anni che non facevo un 800 fatto bene, ogni volta mi mancava qualcosa: sono davvero contento”.
Paltrinieri è soddisfatto e si toglie anche qualche sassolino dalle scarpe. “Questa medaglia d’oro è meravigliosa, incredibile, e mi ripaga di tante scelte fatte in questo periodo. Ho avuto l’appoggio di poche persone, davvero poche – ha spiegato il campione olimpico dei 1.500 – Ho la fortuna di non farmi condizionare dall’ambiente esterno, vado avanti per la mia strada. Morini mi ha aiutato in ogni mia scelta e oggi ho dimostrato che anche in vasca sono ancora tanto competitivo. Sono un drago. E ora ho la gara più attesa”, quei 1.500 dove Paltrinieri partirà con i favori del pronostico per continuare a stupire. Non è riuscito a ripetere l’impresa di due anni fa, invece, il campione in carica degli 800 Gabriele Detti, finito soltanto quinto: “Sono arrabbiato, non valgo questo tempo, lo so io e lo sa chi mi segue. Ma fa parte del gioco – ha dichiarato il toscano – Sono entrato in acqua ed ero veramente distrutto. È strano, perché nei giorni scorsi stavo bene. Sono contento per Gregorio, è stato molto bravo e merita questo oro”.
Chi invece riesce sempre a stupire è Federica Pellegrini. Sono passati 14 anni dal primo oro mondiale nei 200 stile, conquistato a Montreal 2005, ma per la Divina il tempo sembra essersi fermato. È incredibile la progressione con la quale la veneta ha vinto la gara odierna con un tempo sorprendente (1’54″22) precedendo l’australiana Ariarne Titmus, medaglia d’argento in 1’54″66, e la svedese Sarah Sjoestroem, bronzo in 1’54″78, stremata a fine gara e addirittura colpita da un lieve malore, ma subito soccorsa con l’ossigeno e tornata in piedi dopo pochi minuti. “Mai avrei immaginato di vincere un oro – ha ammesso una Pellegrini in lacrime per l’emozione – Io non ci credo ancora, in acqua ho fatto quello che ho voluto, sentendomi come volevo. È incredibile il tempo, questo vuol dire che tutto il lavoro che stiamo facendo insieme a Matteo (l’allenatore Giunta, ndr) paga tanto, forse come non mai. Ho deciso di fare questi 200 stile libero soltanto un mese fa dopo il test del Settecolli e oggi me la stavo facendo sotto come non mai: è incredibile”.
Un’emozione senza fine per la Pellegrini: dopo l’enorme delusione di Rio 2016, annunciata come la sua ultima Olimpiade, la veneta ha trovato una seconda giovinezza, conquistando due ori consecutivi ai Mondiali nei suoi 200. “Davvero non riesco a rendermi conto di quello che ho fatto, non ci si abitua mai alle vittorie – ha osservato la Pellegrini – Questo oro è inaspettato anche se abbiamo lavorato tanto dopo aver fatto quella scommessa sulla velocità che mi ha dato ulteriori certezze. Un nome per questa medaglia? Amore: per questo sport, per la mia famiglia, per la serenità che ho in questo momento”. Domani la veneta dovrà decidere se affrontare i 100 stile, “una gara che non può darmi molto”, o concentrarsi sulle staffette, che invece “sono molto interessanti”. Ma il suo Mondiale già l’ha vinto ed è pronta a guardare a Tokyo2020, stavolta davvero l’ultima Olimpiade: “Sono stati anni bellissimi, sofferti, con emozioni forti. Non potevo chiedere di meglio. Chiuderò in Giappone e sicuramente non mi mancherà la tensione della gara, una sofferenza che ti mangia dentro: anche oggi per me è stato così e all’Olimpiade sarà lo stesso”.
Nelle altre gare di giornata, ottimo quarto posto per Federico Burdisso con record italiano (1’54″39) nei 200 farfalla dominati dall’ungherese Kristof Milak, autore di un incredibile primato mondiale in 1’50″73. Fabio Scozzoli ha invece chiuso al quinto posto, ma poi è stato squalificato nella finale dei 50 rana vinta dal solito Adam Peaty. Buona sesta posizione per la staffetta mixed mista italiana in una gara vinta al fotofinish dall’Australia sugli Stati Uniti. Si è fermato in semifinale, invece, il cammino di Alessandro Miressi nei 100 stile e di Ilaria Cusinato nei 200 farfalla: entrambi con il nono tempo complessivo, entrambi esclusi dalla finale per pochi centesimi. Domani, dunque, l’Italia non avrà atleti da medaglia ma, oltre alla Pellegrini nelle batterie dei 100 stile, scenderanno in acqua Matteo Restivo nei 200 dorso, Luca Pizzini e Martina Carraro (reduce dal bronzo nei 100) nei 200 rana.
Nei tuffi dalle grandi altezze, gara vinta dal britannico Hunt, quinto posto finale per l’azzurro Alessandro De Rose. Nel torneo di pallanuoto femminile, infine, il Setterosa ha battuto con un netto 10-5 l’Olanda e venerdì affronterà la Russia per il quinto posto. La finale per l’oro vedrà invece di fronte Stati Uniti (7-2 all’Australia) e la Spagna, che ha battuto 16-10 l’Ungheria ottenendo anche la qualificazione olimpica (già certa per le americane). Domani mattina (ore 11.30 italiane), il Settebello tornerà in acqua per la semifinale contro l’Ungheria: in palio un posto in finale ma anche il biglietto per i Giochi Olimpici di Tokyo 2020.
CAPOLAVORO TRENTIN, ALAPHILIPPE RESTA LEADER
La vittoria del sacrificio. E’ un vero e proprio capolavoro quello messo a segno da Matteo Trentin nella diciassettesima tappa del Tour de France 2019, vinta dal corridore italiano con un attacco coraggioso a poco più di quindici chilometri dall’arrivo che ha sorpreso i compagni di fuga e gli ha permesso di tagliare per primo il traguardo di Gap. Una frazione partita da Pont du Gard sullo storico acquedotto romano e che si è conclusa dopo 200 chilometri nel modo più atteso per il movimento ciclistico italiano, che trova la vittoria numero due in questa edizione numero 106 della Grande Boucle. Il corridore della Mitchelton-Scott, dopo una serie di piazzamenti nelle prime sedici tappe che lo avevano lasciato con l’amaro in bocca, nell’ultima frazione affine alle sue caratteristiche si rende protagonista di un numero degno del suo titolo di campione europeo. Si tratta della terza vittoria in carriera al Tour per il campione d’Europa, che al traguardo non nasconde tutta la sua emozione per questo risultato: “Era dalla tappa di Bagneres-de-Bigorre che volevo vincere la frazione di oggi. La gamba era quella dei giorni migliori, oggi era l’ultima occasione per tanti, me compreso, e l’ho spuntata io. Sono scattato nel finale per anticipare tutti, ho preso quel minimo vantaggio che mi è bastato per fare da solo la mia salita ed è andata bene”. Il gruppo con tutti i migliori se la prende comoda e arriva con un ritardo di 20’10” nei confronti di Matteo Trentin. Non cambia dunque nulla per quanto riguarda la classifica generale: Julian Alaphilippe mantiene un vantaggio di 01’35” sul secondo, vale a dire Geraint Thomas (Team Ineos), mentre Steven Kruijswijk resta terzo a 01’47”. Thibaut Pinot (FDJ-Groupama) è quarto a 01’50”, quinto l’altro uomo del Team Ineos Egan Bernal con un ritardo di 02’02”, Emanuel Buchmann è sesto a 02’14”. Poi il vuoto, sembrano questi sei i corridori che si giocheranno la vittoria del Tour nel trittico sule Alpi. Capitolo italiani: Fabio Aru scala di una posizione ed è diciassettesimo con 14’15” di ritardo; trentasettesimo grazie alla vittoria odierna Matteo Trentin (a 51’21”), mentre Vincenzo Nibali è cinquantacinquesimo con un distacco di 1h19’50”. Domani in programma la diciottesima frazione della corsa transalpina, la Embrun-Valloire di 208 chilometri: si tratta della prima tappa del trittico sulle Alpi che deciderà questo Tour de France. Julian Alaphilippe sarà chiamato a difendere la maglia gialla dagli attacchi di Thomas, Pinot, Bernal e gli altri uomini di classifica su salite durissime come il Col de Vars, il Col d’Izoard e il Col du Galibier.
DERBY D’ITALIA ALLA JUVENTUS, INTER KO AI RIGORI
E’ bianconero il primo derby d’Italia della stagione. La Juventus, infatti, ha battuto l’Inter ai rigori per 5-4 nella gara valida per l’International Champions Cup, disputata all’Olympic Sports Center di Nanchino. Come spesso succede, il calcio estivo dà molte indicazioni agli allenatori ma in alcuni casi lascia ancora aperte parecchie porte. E il caldo-umido cinese, unito alla poca preparazione alle spalle, ha dato il proprio contributo nel lasciare a Sarri tanti punti interrogativi. Il “sarrismo” in casa Juve ancora non si è visto al contrario dei progressi che ha mostrato l’Inter di Antonio Conte, squadra parsa meno imballata, più quadrata e aggressiva dopo le prime uscite. Oggi a dare il ‘la’ al vantaggio nerazzurro è stato però uno juventino, forse quello più atteso dopo i proclami estivi: al 10′ a depositare nella porta difesa da Szczesny è stato infatti De Ligt. Primo tempo generoso ma poco prolifico in cui solo Sensi ha impegnato Szczesny. Nella ripresa i due tecnici hanno dato sfogo all’ampia girandola di cambi. La Juve è cresciuta con il passare dei minuti e dopo un paio di conclusioni di Ronaldo e Rabiot deviate in corner da Padelli, è stato lo stesso CR7 a riportare in equilibrio la sfida: su punizione il portoghese ha messo all’incrocio alla sinistra del portiere, complice un tocco di Skriniar. Poco dopo Ronaldo ha avuto sui piedi la palla del raddoppio, ma Padelli è riuscito a fermarlo. Ai rigori decisive le parate di Buffon sui tentativi di Ranocchia, Longo e Borja Valero, mentre è stato di Demiral il rigore che ha dato la vittoria ai bianconeri.
(ITALPRESS).
PELLEGRINI IL GIORNO DOPO “MI SONO PROPRIO PIACIUTA”
“Stanotte avrò rivisto la mia gara 40 volte. Non mi era mai successo, ma mi sono proprio piaciuta e sono strafelice che tra i commenti ricevuti sui social ci sia anche quello di Michael Phelps”. Il giorno dopo Federica Pellegrini inizia a realizzare sul serio l’impresa di Gwangju. Alla soglia dei 31 anni – li festeggerà il 5 agosto prossimo – la Divina si gode l’oro mondiale nei 200 stile, il quarto della carriera. “Non ho mai avuto tanti dolori in vita mia. E’ come se avessi fatto un after fino a stamattina”, scherza la Fede nazionale, che anche ieri ha dimostrato come la classe sia qualcosa di eterno. “Alla premiazione eravamo tre generazioni a confronto – ricorda – Io degli anni ottanta, Sjoestrom dei novanta e Titmus del 2000. Mi ha detto che quando partecipavo alle Olimpiadi di Atene aveva 3 anni. Quest’anno è stato tutto lineare e penso sia stato giusto arrivare a Gwangju solo tre giorni prima dell’inizio senza subire fuso orario. In prossimità delle gare si sta bene su un cucuzzolo di un monte evitando il superfluo. La medaglia di Budapest è stata più sofferta e voluta, credevo sarebbe stato l’ultimo mondiale e di non riuscire a tornare a quei livelli ma questa medaglia la metto tra le mie prime”. In vasca, però, non è solo questione di talento. “Le motivazioni per restare sempre in alto le trovi dentro di te ponendoti degli obiettivi che sicuramente cambiano nel corso degli anni – continua la Pellegrini – Il prossimo è cercare di avere una famiglia bella come quella che ho tra un paio di anni, ma il più imminente è tornare a casa dalla mia Vanessa – il riferimento al bulldog francese che da tempo l’accompagna – L’ho salutata in aeroporto. L’ho lasciata in braccio a mamma e appena salita in aereo ho visto un film: era Dumbo e mi sono messa a piangere”. Per la Divina “la chiave di tutto penso sia che mi piace ciò che faccio. Nelle ultime stagioni sicuramente ho nuotato più per me che per gli altri e quest’anno avevo deciso di nuotare bene i 200. Non di andare al mondiale a fare il bagno. In allenamento sono andata sempre bene e abbiamo intensificato la palestra. Fino al Sette Colli dicevo a Matteo (Giunta, ndr) di sentire troppa la fatica nella seconda parte di gara, ma mi tranquillizzava”. Ecco, Matteo Giunta, un’altra delle chiavi che le ha permesso di restare al top. “Sono felice per lui. Tantissimi erano scettici. Invece credo che Alberto (Castagnetti, ndr) l’avrebbe definito un allenatore intelligente. Uno di quelli che sa adeguarsi alle caratteristiche degli atleti”. “Siamo cresciuti tanto insieme ed effettivamente, con la squadra che sta andando così bene, mi avrebbe fatto strano tornare a casa senza medaglia – dice ancora la Pellegrini – Il prossimo anno disputerò meno meeting, sarà una stagione piena di pressioni. Adesso mi godo questo momento. Sono felice di aver chiuso in questo modo il cerchio dei Mondiali”. La Divina, dopo essere andata a letto tardi fra interviste e antidoping, è tornata in vasca per le batterie dei 100 sl, chiuse al 22esimo posto in 54″68 (miglior tempo per la campionessa olimpica e mondiale Simone Manuel in 53″10, di un centesimo più veloce rispetto a Sara Sjoestroem): ma poco importa, la storia l’ha già scritta ieri.
VETTEL INSEGUE LA MERCEDES “LA DIREZIONE È GIUSTA”
“Non siamo competitivi come ci piacerebbe ma la direzione è quella giusta”. Sebastian Vettel cerca di rimanere positivo nonostante una stagione fin qui avara di soddisfazioni per la Ferrari. “Ci sono state occasioni in cui le cose andavano molto bene e altre in cui abbiamo avuto delle difficoltà ma è normale, nel corso della stagione gareggi su piste diverse con caratteristiche diverse e a volte la macchina ti dà sensazioni più piacevoli e altre meno – sottolinea il ferrarista alla vigilia delle prime libere di Hockenheim – Dopo le prime gare siamo riusciti però ad avere un quadro abbastanza chiaro di cosa manca a livello di prestazioni rispetto ai test invernali e siamo riusciti a compiere dei progressi”. Progressi però non sufficienti per battere la Mercedes e in alcune occasioni le Rosse si sono trovate pure dietro le Red Bull. “Le Mercedes hanno un vantaggio su tutti, è abbastanza chiaro, un po’ come negli anni precedenti sembrano faticare dove l’usura e il degrado delle gomme è un pochino alto, vedi in Austria, ma come velocità pura restano il nostro punto di riferimento. Fra noi e la Red Bull la battaglia è stata a volte più ravvicinata, alcune volte siamo stati noi davanti e altre ancora siamo stati dietro ma l’obiettivo è lottare per le vittorie e per farlo devi essere allo stesso livello o meglio della Mercedes”.
Vettel non ha comunque alcuna intenzione di lasciarsi schiacciare dalle responsabilità. Il titolo piloti manca da troppo tempo a Maranello e nemmeno il 4 volte iridato è riuscito fin qui a riportare la Rossa in vetta. “Non è un fardello ma un priviliegio gareggiare per la Ferrari. La mia missione e il mio obiettivo, così come per il team, è tornare a una striscia vincente. Se ci riusciremo, ci saranno molte più possibilità di tornare a vincere il campionato”. Il tedesco è consapevole di non essere stato alle volte all’altezza della situazione. “Io mi metto da solo sotto pressione sempre e non posso essere contento se le cose vanno per il verso sbagliato – sottolinea – Ho commesso degli errori, alcuni più grossi degli altri, e dopo un errore, la pressione che metto su me stesso è più grande di qualsiasi fattore esterno, è sempre stato così. So quando faccio le cose bene e quando meno bene, sono il miglior giudice di me stesso e queste sono le regole secondo le quali ho sempre giocato. Finora – ammette ancora Vettel – l’annata non è andato come volevamo ma, ripeto, le cose si stanno muovendo nella direzione giusta, nel quadro complessivo. Ci manca l’ultimo passo, quello più importante”.
E chissà che non arrivi a Hockenheim. “Voglio vincere ma dobbiamo essere realisti. Arrivando qua non credo di essere favorito ma abbiamo un’opportunità di fare bene, vedremo durante il weekend”, mette le mani avanti Vettel, sebbene si tratti di “un circuito speciale per me. Vincere sarebbe speciale, l’anno scorso ci siamo andati vicini, vediamo come va ora. Siamo in una posizione un po’ peggiore ma nelle gare recenti siamo andati forte sia in qualifica che in gara”.
Dici Germania e non puoi non pensare a Schumacher, col figlio Mick che nel weekend girerà con la Ferrari del 2004 portata al titolo da Michael. Vettel non vuole però che il giovane connazionale sia caricato di troppe aspettative. “E’ cruciale che a Mick gli venga concesso il tempo di cui ha bisogno e va giudicato come vengono giudicati tutti, non sarebbe giusto misurare le sue prestazioni paragonandolo a suo padre, sono epoche e gare diverse. Il nome Schumacher è conosciuto da tutti in Germania e se un giorno Mick potesse entrare in Formula Uno sarebbe una spinta enorme per lo sport tedesco. E’ un ragazzo molto in gamba, incrociamo le dita per lui”.










