Il giorno del giudizio sulla Serie B a 19 squadre è rinviato. Al termine di un dibattito durato quasi due ore, dopo aver sentito Federcalcio, Lega di Serie B, tutti i club coinvolti (Novara, Catania, Siena, Pro Vercelli e Ternana) e la Procura Generale dello Sport, il Collegio di Garanzia a sezioni unite ha deciso di riflettere ancora qualche giorno sulla legittimità o meno del format a 19 squadre, autorizzato lo scorso 13 agosto dal commissario straordinario Roberto Fabbricini. Chiusa l’udienza poco prima delle ore 16, Mario Sanino, Massimo Zaccheo, Dante D’Alessio, Virginia Zambrano, Gabriella Palmieri Sandulli e il presidente Franco Frattini non hanno avuto tempo sufficiente per riflettere su una questione davvero complessa. “Non sarebbe stato serio decidere in un’ora o in un’ora e mezzo – ha sottolineato Frattini lasciando gli uffici di Palazzo H, al Foro Italico – Io per primo non avevo maturato un’idea, abbiamo ascoltato tutti e ognuno di noi ha preso doppi appunti su argomenti davvero importanti: lunedì sera o al massimo martedì decideremo in via definitiva”.
La questione resta aperta, dunque. Nel Collegio il dibattito è acceso, le posizioni non sono ancora uniformi e dunque i giudici si sono presi il tempo necessario, vista anche la pausa dei campionati di Serie A e Serie B per gli impegni delle nazionali. Le osservazioni dei club ricorrenti, speranzosi di riportare il format a 22 squadre per essere ripescati, sono state ascoltate con attenzione. Tutti hanno definito la decisione di far partire il campionato a 19 squadre “ingiustificata e immotivata”. “Il commissario ha ritenuto di avere un potere così esteso da poter definire i parametri della propria legittimità – ha sottolineato l’avvocato Federico Tedeschini, legale del Catania – Questo è profondamente antigiuridico”. Ma il Collegio ha preso atto anche delle ragioni della Federcalcio, difesa dal professor Giulio Napolitano: “Il commissario ha non solo il potere, ma anche il dovere di adottare tutti gli atti necessari al corretto funzionamento della Federazione e tra questi ci possono anche essere atti di carattere regolamentare. Quanto fatto da Fabbricini è perfettamente coerente con il suo mandato, è legittimo e persino doveroso: è stato deciso di far giocare la Serie B alle sole squadre che hanno maturato il diritto di disputarla sul campo”, ha sottolineato Napolitano sostenuto dagli avvocati della Lega di Serie B e persino dalla posizione terza della Procura Generale dello Sport.
“Non esiste un diritto al ripescaggio perché non si è creata alcuna aspettativa certa di partecipazione a campionati superiori in capo ai singoli club – ha sottolineato l’avvocato Federico Vecchio – Riteniamo inoltre che i poteri affidati al commissario Fabbricini siano i poteri del Consiglio federale e che quindi il provvedimento del 13 agosto abbia travolto i precedenti stabilendo che al campionato di Serie B possano partecipare solo i soggetti che ne hanno titolo”. Il format della serie cadetta resta dunque in bilico, così come la questione dei criteri di ripescaggio deliberati dal commissario Fabbricini e annullati dalla giustizia endofederale della Figc, ma ora finiti sul tavolo del Collegio di Garanzia: la decisione è ovviamente subordinata a quella sul format e dunque arriverà la prossima settimana, congiuntamente alla prima.
Sono già arrivate, invece, le sentenze del Collegio sul calcio femminile e sul ricorso avanzato da Lnd, Lega Pro, Aic e Aia contro la proroga del commissariamento della Federcalcio e per la repentina indizione delle elezioni.
In entrambi i casi la Figc ne esce soddisfatta: l’organizzazione dei campionati di Serie A e Serie B femminili torna sotto l’egida federale, come voluto da Fabbricini e sostenuto anche da moltissimi club, mentre alla Lega nazionale dilettanti resterà l’organizzazione del campionato interregionale; per quanto riguarda la seconda questione, il Collegio ha dichiarato invece la cessata materia del contendere prendendo atto della convocazione dell’assemblea elettiva da parte del commissario. Attraverso il proprio legale, Gianfranco Viglione, i delegati ricorrenti delle quattro componenti chiedevano oggi anche la limitazione dei poteri di modifica dello statuto da parte della gestione commissariale, uno statuto che deve essere adeguato ai nuovi principi informatori varati dal Consiglio nazionale del Coni: sul punto, il Collegio di Garanzia si è limitato ad auspicare che “i poteri del commissario straordinario vengano esercitati nei limiti fisiologici funzionali”.
SLITTA DECISIONE SU FORMAT SERIE B
ZIELINSKI E JORGINHO, ITALIA-POLONIA FINISCE 1-1
Non è andata come voleva, ma alla fine può andar bene così. Roberto Mancini aveva chiesto i tre punti per iniziare al meglio il cammino nella Nations League e per mettere un’altra pietra sopra il fallimento Mondiale che non gli appartiene. A lui tocca la ricostruzione e la sua Italia deve ancora lavorare. Intanto porta a casa un 1-1 in rimonta, sofferto e con tante indicazioni, non tutte positive. Quel che conta è avere evitato la sconfitta interna perchè era stata la Polonia a passare in vantaggio, al 40°, con Zielinski. Soltanto al 78° Jorginho, su un rigore concesso per un fallo sul neo-entrato Chiesa, gli azzurri hanno trovato un pari che può essere vitale per il futuro del nuovo torneo voluto dalla Uefa.
Per il Mancio, alla quarta panchina azzurra, è il debutto in un match ufficiale e che lo scenario sia il Dall’Ara, lo stadio dove a 16 anni ha esordito in A, rende il tutto “speciale” (ipse dixit). La sua Italia scende in campo con il 4-3-3, Donnarumma tra i pali, in difesa la novità è Biraghi (esordio assoluto per lui), i centrali sono Bonucci e capitan Chiellini, a destra Zappacosta.
Jorginho in regia, Gagliardini e Pellegrini interni, quindi il tridente Bernardeschi-Balotelli-Insigne. Polacchi con il 4-4-1-1, in porta c’è Fabianski e non lo juventino Szczesny, uno dei tanti “italiani” a disposizione del ct Brzeczek che schiera nell’11 iniziale il doriano Bereszynsky e il napoletano Zielinski. Ed è proprio lui, al 6°, ad avere la palla dello 0-1: l’assist di capitan Lewandowski è perfetto, la parata di Donnarumma, sulla conclusione del 20 polacco, monumentale. Ritmi alti, gara combattuta, Polonia solida, Italia ben messa in campo e vivace con Bernardeschi bravo a guadagnarsi una punizione dal limite, non altrettanto a calciarla. Ci prova anche Insigne con un destro dal limite che non trova la porta. La trova Krychowiak con una bella girata di destro da pochi metri, ma Donnarumma è pronto a salvarsi in angolo. La replica è di Bernardeschi che, al 37°, con uni sinistro a girare, sfiora l’1-0 che arriva tre minuti dopo, ma il gol è polacco: Jorginho perde una brutta palla, Klich serve Lewandowski che cerca e trova sul secondo palo Zielinski che con un piatto destro al volo fa secco Donnarumma (c’era riuscito anche il 25 agosto siglando una doppietta in Napoli-Milan 3-2). Mancini è furioso, la sua Italia reagisce ma non trova il gol del pari, si va negli spogliatoi sullo 0-1.
Il Mancio nella ripresa cambia qualcosa a centrocampo (il reparto peggiore), dentro Bonaventura, fuori Pellegrini, ma è subito Lewandowski a sfiorare lo 0-2 dopo appena due minuti. Tra gli azzurri è sempre Bernardeschi il più pericoloso, ma per una questione di centimetri ancora una volta il gol non arriva. Entra Belotti per un Balotelli in condizione, nella Polonia il doriano Linetty per Zielinski. Mancini si gioca anche la carta Chiesa (dentro per Insigne) ed è lui, al 34° a provare dalla distanza impegnando Fabianski. E’ la mossa giusta, l’esterno viola al 33° viene atterrato da Blaszczykowski che rischia anche il rosso, visto che era già ammonito. Il tedesco Zwayer concede solo il rigore che Jorginho, al 33°, realizza. Italia stanca, nel finale meglio la Polonia, ma Donnarumma non corre pericoli. Finisce 1-1, non è una partenza falsa ma non è quella che Mancini voleva. Lunedì la sfida a Lisbona contro i campioni d’Europa del Portogallo, privi di Cristiano Ronaldo. Una partita quasi da dentro o fuori, la Nations League è così e bisogna fare in fretta a crescere e a diventare squadra.
(ITALPRESS).
NADAL COSTRETTO AL RITIRO, FINALE DEL POTRO-DJOKOVIC
Juan Martin Del Potro e Novak Djokovic si contenderanno il titolo degli US Open, quarta e ultima prova stagionale dello Slam. L’argentino, numero 3 del mondo e del seeding, è tornato all’ultimo atto a New York nove anni dopo il trionfo del 2009, suo primo e unico Major conquistato: sull’Arthur Ashe Stadium ha avuto via libera per il ritiro di Rafa Nadal, numero uno del mondo e campione in carica (aveva vinto anche nel 2010 e 2013, quando si trovava sempre sul trono del ranking), per la settima volta in semifinale nella Grande Mela, che dolorante al ginocchio destro dopo la maratona di quasi cinque ore per domare Dominic Thiem nei quarti – il match fin qui più lungo di questa edizione a Flushing Meadows – ha alzato bandiera bianca sul punteggio di 7-6(3), 6-2, dopo due ore e 1 minuto, in favore della Torre di Tandil, che dodici mesi fa in semifinale aveva ceduto in quattro set proprio a Nadal.
Nella seconda semifinale il serbo, sesto favorito del tabellone, trionfatore a New York nel 2011 e 2015, costretto a saltare l’appuntamento dodici mesi fa per via dell’infortunio al gomito, non ha lasciato scampo al giapponese Kei Nishikori, numero 21 Atp e del torneo, sconfitto con il punteggio di 6-3, 6-4, 6-2 in due ore e 22 minuti.
Per Djokovic si tratta dell’ottava finale agli US Open, la 23esima a livello Slam, dove punta a eguagliare i 14 titoli di Pete Sampras. Il bilancio dei testa a testa con l’argentino parla in favore Del serbo, avanti per 14 a 4 e a segno anche nei due precedenti andati in scena proprio in questo torneo, nel terzo turno del 2007 e nei quarti del 2012.
Tronando alla prima semifinale, il 17esimo testa a testa fra Nadal e Del Potro, terza sfida consecutiva negli Slam, si è aperto con un break dell’argentino e immediato contro-break del maiorchino, frutto di diversi errori da ambo le parti, sintomo di un po’ di tensione. Al cambio campo del 4-3 in suo favore lo spagnolo ha chiesto l’intervento del fisioterapista per farsi fasciare il ginocchio destro, come gli era accaduto già nel terzo turno. Il numero uno del mondo, affrettando un po’ le scelte, ha concesso due palle break, sfruttate subito dal sudamericano con un potente diritto lungo linea per portarsi sul 5-4 e andare a servire per il set. La Torre di Tandil, però, si è visto annullare due set point consecutivi e poi ha commesso due errori che gli sono costati il 5-5.
Di slancio Nadal ha vinto a zero il game (parziale di 7 punti a 0), con il sudamericano a rifugiarsi al tie-break, dove Delpo facendo leva su un’alta percentuale di prime di servizio ha condotto da subito (2 a 0, 3 a 1 con cambio sul 4 a 2) per poi chiudere sul 7 a 3 e incamerare la prima frazione. In avvio della seconda partita il mancino di Manacor ha reagito a una situazione delicata, cancellando due chance di break di fila per poi cogliere l’1-1. Sul successivo cambio campo medical time out per un altro intervento del fisioterapista sul ginocchio destro e la muscolatura della gamba di Nadal che, visibilmente sofferente, ha ceduto la battuta nel quarto gioco (1-3). Poi nel protestare verso il giudice di sedia ha accennato all’idea di ritirarsi e in campo ha dato l’impressione di non essere in grado di contrastare l’avversario, cambiando anche modo di giocare e lasciando andare i colpi, alla ricerca di soluzioni sempre più rapide. E dopo aver perso 6-2 il secondo set, lo spagnolo ha deciso di fermarsi, terzo ritiro in uno Slam dopo quello a inizio 2018 in Australia nei quarti contro Cilic e il problema al polso sinistro che lo ha costretto al forfait al Roland Garros 2016. Il bilancio degli head to head con Del Potro (bello l’abbraccio tra i due) vede ora lo spagnolo avanti per 11 a 6.
Nella seconda semifinale come già nei quarti contro l’australiano John Millman, nel 17esimo confronto con il giapponese, Djokovic è uscito dai blocchi determinato a dettare il gioco dalla linea di fondo, così da imporre il proprio ritmo. Il break ottenuto al secondo gioco ha dato ulteriore fiducia al tennista di Belgrado, che sfatando finalmente il tabù Cincinnati ha completato il ‘Golden Career Masters’. Djokovic è stato perfetto alla battuta, lasciando al rivale in tutto il primo set appena due punti con la prima e altrettanti sulla seconda, per cui il 6-3 con cui ha archiviato il primo set è logica conseguenza. In avvio di seconda frazione Nishikori, fisicamente meno brillante rispetto al match contro Cilic, ha salvato 4 opportunità di break senza riuscire a evitarlo nel quinto game. Un vantaggio che Djokovic ha saputo conservare intascando anche il secondo set (64) e incanalando l’incontro nella direzione a lui più favorevole. Un trend che non è mutato nella terza frazione, con il serbo capace di togliere subito la battuta al nipponico, che poi con orgoglio ha annullato due occasioni per il 4-1, ma ha incassato il secondo break (2-5) nel turno successivo, che sapeva tanto di resa. Il vincitore dell’ultimo Wimbledon ha suggellato una prestazione maiuscola chiudendo i giochi al secondo match point con un rovescio lungo linea in allungo da applausi, così da vendicare la sua ultima sconfitta in semifinale a New York, nel 2014 proprio contro Nishikori, costretto alla 15esima sconfitta in 17 incroci con Nole, tornato “Cannibale”.
(ITALPRESS).
BRASILE E ARGENTINA OK, SIMEONE-GOL AL DEBUTTO
Le grandi del Sudamerica non steccano. Nella notte italiana amichevoli internazionali e vittorie per Brasile, Argentina, Colombia e Uruguay. La Seleçao di Tite vince 2-0 nel New Jersey in casa degli Stati Uniti. Dell’attaccante del Liverpool, Firmino (all’11° su assist dello juventino Douglas Costa), e di capitan Neymar, su rigore al 43°, le reti che decidono la partita.
A Los Angeles l’Argentina di Scaloni batte 3-0 il Guatemala. Debutto con gol per Giovanni Simeone. Senza Messi, con Icardi (non al meglio) e Dybala in panchina, l’attaccante della Fiorentina è il centravanti titolare ed è lui, al 44° del primo tempo, a fissare il risultato sul 3-0 festeggiando il suo esordio nell’Albiceleste con un bel gol di sinistro, dopo aver saltato l’avversario. Di Martinez (su rigore) e Lo Celso le prime due reti che arrivano rispettivamente al 27° e al 35°.
Larga vittoria anche per l’Uruguay che, a Houston, batte 4-1 il Messico. Celeste in vantaggio con Gimenez al 21°, quattro minuti dopo pari messicano grazie a un rigore realizzato da Jimenez, poi gli uruguaiani prendono il largo con il solito Suarez autore di una doppietta (al 32° e al 40° su rigore).
Al 14° della ripresa Pereiro, su assist dello scatenato Suarez, fissa il risultato sull’1-4, mentre al 30° Jimenez sbaglia il rigore del possibile 2-4.
A Miami vittoria di misura per la Colombia che fatica contro il Venezuela che, al 4°, passa in vantaggio con Machis. Al 55° il pareggio di Falcao su assist di Bacca, al 90° la rete di Chara che decide il match e dà il successo a Cuadrado e compagni.
Infine l’Ecuador ha battuto 2-0 la Giamaica grazie al rigore siglato da Valencia al 17° e al raddoppio di Ibarra al 49°.
(ITALPRESS).
VIA AI MONDIALI, A ROMA L’ITALIA SFIDA IL GIAPPONE
L’Italvolley riparte da Roma con un sogno: tornare sul tetto del mondo. Partono domani sera, nella splendida location del Centrale del Foro Italico, i Mondiali di volley 2018 con i ragazzi guidati da Gianlorenzo Blengini che proveranno ad interrompere un digiuno iridato che dura ormai da venti anni. “La pressione non ci spaventa, siamo pronti – ha assicurato il commissario tecnico alla vigilia dell’esordio con il Giappone – Devo ammettere che c’è emozione, ma i ragazzi sono carichi al punto giusto e anche loro vogliono iniziare forte. Un Mondiale in casa fa bene a tutto il movimento e partire al Foro Italico, davanti al pubblico di Roma, ci dà una gioia immensa. Questa squadra è stata costruita per competere con tutti ed è normale avere grandi ambizioni quando arrivi da un percorso come il nostro”. Saranno tre lunghe settimane con tante difficoltà in un Mondiale ricco di insidie per tutti. La Nazionale azzurra dovrà misurarsi con avversari molto forti, a partire dalla Russia che parte con i favori del pronostico: la squadra guidata da Sergey Shlipanikov nell’ultimo anno e mezzo ha vinto sia gli Europei che la Nations League e ha mostrato una crescita esponenziale.
Occhio anche al Brasile che nei grandi appuntamenti riesce sempre ad esaltarsi, come ha ampiamente dimostrato alle ultime Olimpiadi di Rio de Janeiro quando riuscì a vincere l’oro battendo proprio l’Italia in finale. “Esordire al Foro Italico è il massimo. Questo è il posto più bello in cui ho giocato nella mia vita, qui mi sento a casa e non nascondo che sono davvero emozionato – ha ammesso il capitano Ivan Zaytsev nella conferenza stampa di vigilia del match inaugurale – Giocare all’aperto sotto le stelle di Roma con un muro umano di 10.500 persone sugli spalti a sostenerti dall’inizio alla fine è da brividi. Tutti noi siamo pronti, carichi e motivati e vogliamo goderci l’atmosfera del nostro Mondiale in casa, pienamente consapevoli delle nostre possibilità, affrontando le partite una alla volta. Sogniamo di arrivare più in alto possibile e io da capitano sento una grande responsabilità”. Sono ventiquattro le squadre ai nastri di partenza della rassegna iridata che si snoderà tra Italia e Bulgaria, dove domani sera esordirà anche la nazionale guidata Plamen Konstantinov contro la Finlandia.
Le squadre sono divise in quattro gironi da sei: il girone A, quello comprendente l’Italia, si disputerà al Mandela Forum di Firenze ad eccezione appunto della partita inaugurale tra Italia e Giappone, in programma domani alle 19.30 con la presenza annunciata in tribuna del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Le partite del girone C si disputeranno invece a Bari, mentre quelle del girone B e del girone D si giocheranno in Bulgaria, rispettivamente a Ruse e Varna. Alla fase successiva passano sedici squadre, le prime quattro di ogni girone che si portano dietro i punti della prima fase e verranno suddivise in quattro gironi da quattro che si giocheranno a Milano, Bologna, Sofia e Varna. Saranno invece soltanto sei le squadre che passeranno alla terza fase, ovvero le vincenti di ogni girone e le due migliori seconde che voleranno a Torino per la fase finale: due gironi da tre squadre ciascuno, poi semifinali e finali per le medaglie. L’Italia vuole esserci.
(ITALPRESS).
LORENZO IN POLE A MISANO, 4^ DOVIZIOSO, 7^ ROSSI
Il “Marco Simoncelli” di Misano è sempre più la pista di Jorge Lorenzo. Il “martillo” sfrutta al massimo la potenza della sua Ducati e ottiene una Superpole con un tempone di 1’31″629, migliorando di sei decimi e mezzo il record che apparteneva a Dani Pedrosa. Se il mallorchino pennella le curve senza errori, lo stesso non si può dire per il leader del mondiale Marc Marquez. Il campione del mondo della Honda Hrc ha una guida nervosa, commette degli errori e finisce sull’asfalto. Il pilota di Cervera, come al solito si è rialzato e correndo è tornato al box per saltare in sella alla seconda moto, ma questa volta il miracolo non c’è stato e per lui c’è solo la seconda fila con il quinto tempo. Domenica, quindi, sarà battaglia con Lorenzo che proverà a fare la sua solita gara, partendo a razzo per cercare di accumulare un vantaggio che poi gli permetta di gestire nel finale, quando dovrà fare i conti con le gomme che si saranno usurate.
Alle spalle della GP18 ufficiale si piazza la GP17 di Jack Miller. Il pilota australiano della Alma Pramac Racing si ferma a 287 millesimi dal compagno di marca e centra la seconda prima fila in carriera dopo la rocambolesca pole position in Argentina. A rovinare la festa Ducati, con una prima fila tutta del marchio di Borgo Panigale, ci ha pensato Maverick Vinales. Lo spagnolo al termine delle sessione ottiene il terzo tempo a 0″321 da Lorenzo, ma di 53 millesimi più veloce di Andrea Dovizioso che, così, aprirà la seconda fila. Al suo fianco, come detto, la Honda Hrc di Marc Marquez e l’altra Honda del team LCR di Cal Crutchlow, ) anche lui con una escursione nella ghiaia. Ad aprire la terza linea, invece, ci sarà Valentino Rossi che con l’altra Movistar Yamaha non ha trovato lo stesso feeeling del compagno di squadra. Ottavo tempo per Danilo Petrucci con la GP18 dell’Alma Pramac Racing, è a mezzo secondo da Lorenzo e a due decimi dal compagno di team. Nono tempo per Johann Zarco con la Yamaha del team Tech 3. In quarta Alex Rins con la Suzuki e Dani Pedrosa (Repsol Honda) e Franco Morbidelli (EG 0,0 Marc VDS), qualificatisi dalla Q1. In quinta fila, Andrea Iannone (Team Suzuki Ecstar) e Michel Pirro (Ducati Team).
TAPPA E MAGLIA, SIMON YATES DOMINA ALLA VUELTA
Simon Yates torna a indossare la maglia rossa di leader della 73esima Vuelta a Espana. Lo fa a modo suo, dando una lezione di tattica ai più immediati rivali e conquistando in solitaria la 14esima tappa, la Cistierna-Les Praeres (Nava) di 171 chilometri, altro test probante sulla strada verso Madrid. Il suo è un colpo doppio che gli porta in dote, oltre il primato, la certezza di essere l’uomo da battere. “Oggi mi sono meritato questa maglia, è stato un finale brutale ed ho sfruttato al meglio il momento in cui partire”, spiega il britannico della Mitchelton-Scott, già in rosa al Giro d’Italia e al suo settimo successo nel 2018, il 13esimo in carriera ed il secondo alla Vuelta. Non prende il via Dylan Van Baarle, l’olandese del Team Sky che aveva travolto uno spettatore al termine della 12esima frazione. Dopo qualche tentativo, si forma la fuga a sei, composta da Garcia Cortina (Bahrain-Merida), Brent Bookwalter, Nicolas Roche (Bmc), Thomas De Gendt (Lotto-Soudal), Michael Woods (Education First-Drapac) e Michal Kwiatkowski (Team Sky), già leader della generale per tre giorni e che, dopo un po’, perde un altro gregario, Pavel Sivakov, costretto al ritiro. Sul Puerto de San Isidro i battistrada hanno oltre 3′ di vantaggio dal gruppo, tirato da Cofidis e Movistar. Stesso gap sull’Alto de la Colladona, De Gendt fa suo anche l’Alto de la Mozqueta ma la vera notizia, per i tifosi italiani, è vedere Vincenzo Nibali in testa al gruppo a tirare. Kwiatkowski, Bookwalter e Roche rimangono al comando ai -35 ma il forcing del siciliano della Bahrain-Merida serve, oltre a ridurre le distanze dal trio di testa, anche a ‘selezionare’ il plotone dei migliori. La maglia rossa Jesus Herrada, ad esempio, va in crisi nera sotto i colpi dello ‘Squalo’, che si stacca a 8,5 chilometri dal traguardo. Ed è qui che la corsa deflagra. Kwiatkowski resta tutto solo a tagliare il vento ma ai 5000 dall’approdo viene ripreso. Si muove l’olandese Steven Kruijswijk (LottoNL-Jumbo), il murciano Alejandro Valverde (Movistar) lo marca da vicino, il suo compagno di squadra, il colombiano Nairo Quintana, sembra avere le gambe giuste per la rasoiata finale. Simon Yates, invece, studia la situazione e a 700 metri dalla meta se ne va di potenza, facendo festa da campione di razza. L’altro colombiano Miguel Angel Lopez (Astana) chiude secondo a 2″, Valverde è terzo con lo stesso distacco, Fabio Aru (Uae Emirates) tiene bene ed è decimo a 39″. In classifica, Yates, gemello di Adam, vanta 20″ su Valverde e 25″ su Quintana: tutto è ancora aperto. Anche perché domani si conclude il trittico in alta montagna con la Ribera de Arriba-Lagos de Covadonga. Centenarios 2018 di 178,2 chilometri. Spazio per attaccare e fare la differenza esiste: lo show entra proprio adesso nel vivo.
(ITALPRESS).
SERENA PERDE LA TESTA, NAOMI OSAKA NELLA STORIA
Naomi Osaka scrive la storia mentre Serena Williams scoppia in lacrime al termine di una delle pagine più brutte della sua carriera. Quella che alla vigilia sembrava essere una sfida scontata si trasforma in una finale di cui si parlerà a lungo, sia per l’impresa di questa 20enne giapponese che trionfa all’Artur Ashe Stadium regalando al suo Paese il primo Slam di sempre, sia per l’incredibile blackout di Serena, che perde la testa dando del ladro all’arbitro e vede sfumare ancora una volta la chance di eguagliare il record di 24 Major che appartiene da 45 anni a Margaret Court. Il punteggio finale, quel 6-2 6-4 con cui la Osaka iscrive il suo nome nell’albo d’oro degli Us Open femminili, la dice lunga sulla prestazione della giovane tennista asiatica, cresciuta nel mito di Serena. “Penso che ci vorrà qualche giorno per rendermi conto di quello che ho fatto – confesserà a fine incontro – Sapevo di dover tenere i nervi saldi e di dovermi concentrare solo sul mio tennis perchè è quello che mi ha portato fin qui”. Ecco, non solo il gioco ma anche la testa ha fatto la differenza. Perchè è soprattutto sul piano mentale che la minore delle due sorelle Williams è mancata.
La finale si è di fatto decisa all’alba del secondo set quando l’ex numero uno del mondo, 37 anni il prossimo 26 settembre, si è vista ammonire per coaching: per l’arbitro di sedia Carlos Ramos aveva ricevuto indicazioni dal suo allenatore Patrick Mouratoglou. “Non imbroglierei mai per vincere, piuttosto preferisco perdere”, la replica dura di Serena che poi, dopo un doppio fallo che le è costato il controbreak (3-2) ha spaccato per rabbia la racchetta: altro warning e di conseguenza un punto di penalità. A quel punto la Williams non è riuscita più a controllarsi, arrivando a sbottare: “mi hai rubato un punto, sei un bugiardo e un ladro, non arbitrerai mai più un mio incontro finchè vivi, mi devi delle scuse”. Parole che hanno portato Ramos a sanzionarla con un game, consentendo alla Osaka di andare sul 5-3. Serena ha cercato di rimanere in partita, risalendo fino al 5-4, ma nel gioco successivo la Osaka non si è lasciata scappare la chance di coronare il suo grande sogno dopo 81 minuti di gioco. Per la giovane asiatica è appena il secondo titolo in carriera dopo quello conquistato nella prima parte di stagione a Indian Wells e prima di lei solo altre tre giocatrici non comprese fra le prime teste di serie (Kim Clijsters nel 2009, Flavia Pennetta nel 2015 e Sloane Stephens lo scorso anno) erano riuscite ad aggiudicarsi lo Slam a stelle e strisce. Solo lacrime per Serena, che ha poi invitato il pubblico a fermare l’ondata di fischi all’indirizzo di Ramos: “è il momento di Naomi, basta, lei non li merita, io non li merito, siamo tutti qui per il tennis. Naomi ha giocato un match fantastico e ha meritato di vincere”.
Ma la furia della Williams nei confronti dell’arbitro di sedia non si è esaurita con la premiazione visto che in conferenza stampa ha dato a Ramos del “sessista”: “non ha mai sanzionato con un game di penalità un uomo che gli avesse dato del ladro e ho visto altri colleghi uomini dire agli arbitri tante altre cose”. D’altro canto non è la prima volta che Serena perde le staffe: nella semifinale del 2009 contro Kim Clijsters si è vista infliggere un punto di penalità per aver insultato l’arbitro che le aveva chiamato un fallo di piede mentre nella finale 2011 persa contro Samantha Stosur se la prese con il giudice di sedia Eva Asderaki. Magra consolazione: da domani Serena risalirà fino alla 16esima posizione nel ranking femminile mentre la Osaka entrerà per la prima volta fra le migliori dieci al mondo.










