Intesa Sanpaolo prosegue nel segno della continuità. L’assemblea dei soci ha approvato con il 99,6% dei voti il bilancio 2021 e la distribuzione di un dividendo di 7,89 centesimi che complessivamente rappresenta il 70% dell’utile netto consolidato. Eletto anche il nuovo Cda. La lista di maggioranza presentata dal patto di consultazione tra le Fondazioni, che conferma tra gli altri il presidente Gian Maria Gros-Pietro e il consigliere delegato Carlo Messina, che ha ottenuto il 76,5% dei consensi. La lista di minoranza ha totalizzato il 22,76% dei consensi. Del consiglio fanno parte, oltre a Gros-Pietro e Messina, anche Paolo Andrea Colombo, Franco Ceruti, Paola Tagliavini, Liana Logiurato, Luciano Nebbia, Bruno Picca, Livia Pomodoro, Maria Alessandra Stefanelli, Bruno Maria Parigi, Daniele Zamboni, Maria Mazzarella Anna Gatti, Fabrizio Mosca, Milena Teresa Motta, Maria Cristina Zoppo, Alberto Maria Pisani e Roberto Franchini. L’assemblea ha poi eletto Gros-Pietro presidente e Colombo vice presidente con il 96,85% di voti favorevoli. Via libera, inoltre, ai vari aspetti delle politiche di remunerazione con approvazione dall’84,9%.
“Il forte sostegno degli azionisti e la conferma per un altro mandato triennale è motivo di gratitudine e orgoglio: rinnovo il mio massimo impegno nel guidare e Intesa Sanpaolo, perseguendo tutti gli obiettivi del piano d’impresa 2022-2025 annunciato a febbraio – ha dichiarato Messina dopo la riunione del consiglio – Riteniamo fondamentale questo momento per la G di Governance dell’acronimo ESG. Sono anche molto lieto di continuare a lavorare con il Consiglio guidato da Gian Maria Gros-Pietro, un eccellente presidente che opera instancabilmente nell’interesse di tutte le parti interessate, apportando sia la sua ricca esperienza professionale che la sua leadership umana. Dal 2014 al 2021 il gruppo ha distribuito 19 miliardi di dividendi cash, e, nel contesto reso estremamente complesso dalla pandemia ha rafforzato il proprio posizionamento con l’acquisizione e l’integrazione di Ubi Banca”, ha aggiunto. E’ intervenuto anche il presidente Gros Pietro. “La solidità della Banca ci ha protetti nei tempi di difficoltà e ora, ulteriormente rafforzata, costituisce un fattore abilitante verso il futuro indicato dal Piano di Impresa 2022-2025”, ha detto.
“Il nuovo consiglio di amministrazione nasce nel segno della continuità, con persone di riconosciuta professionalità e autorevolezza: nello scorso mandato il lavoro con loro è stato proficuo, lo scambio sempre costruttivo, i risultati evidenti. Contiamo con fiducia che sarà così anche nel prossimo triennio. Ai tre Consiglieri che hanno cessato di far parte del Consiglio, e che ringrazio per il valido apporto che ciascuno di essi ha dato, subentrano tre persone di alta e specifica qualificazione, che saluto ringraziandole per la disponibilità”, ha aggiunto. L’assemblea ha poi approvato il Piano di incentivazione a lungo termine 2022-2025 destinato a tutto il management, ivi inclusi il consigliere delegato e Ceo, i restanti Risk Taker apicali di Gruppo e gli altri Risk Taker di Gruppo e il nuovo piano di azionariato diffuso per il personale. La trattativa sindacale si è chiusa con un riconoscimento base, per tutti, di 1.125 euro. I sindacati hanno ottenuto un aumento dell’importo base pari al 21%, passando da 660 euro del 2021 a 800 euro, per tutti gli oltre 70mila lavoratori del Gruppo. Il totale arriva, nel livello minimo, a 1.125 euro grazie all’integrazione di 325 euro annui garantiti per tutti in caso di non adesione al Lecoip 3.0 (Piano di azionariato diffuso) che rimane volontaria.
(ITALPRESS).
Intesa Sanpaolo nel segno della continuità guarda al futuro
Generali, la lista del Cda ottiene il 56%, Donnet confermato AD
TRIESTE (ITALPRESS) – La lista proposta dal consiglio di amministrazione uscente di Generali, ha ottenuto la maggioranza dei votanti oggi in assemblea, raccogliendo il 55,992% dei voti. Alla lista cosiddetta “Caltagirone” è andato il 41,7% dei voti. Il nuovo cda resterà in carica fino all’approvazione in assemblea del bilancio 2024.
Assogestioni ha ottenuto l’1,929% dei voti, sotto la soglia minima del 5% necessaria a entrare in consiglio. Entrano quindi in cda per la lista proposta dal cda della compagnia: Andrea Sironi, indipendente, indicato come presidente; Clemente Rebecchini, non indipendente, come vicepresidente; Philippe Donnet, non indipendente, indicato come amministratore delegato; Diva Moriani, indipendente; Luisa Torchia, indipendente;
Alessia Falsarone, indipendente; Lorenzo Pellicioli, non indipendente; Clara Furse, indipendente; Umberto Malesci, indipendente; Antonella Mei-Pochtler.
Dalla lista Caltagirone, entrano in cda lo stesso Francesco Gaetano Caltagirone, e gli indipendenti Flavio Cattaneo e Marina Brogi.
“La maggioranza si è espressa con chiarezza e nessuna ambiguità. La scelta è un ulteriore attestato di fiducia nel management e nel piano al 2024. Ora tutti insieme, lavoreremo con determinazione e serenità per perseguire il successo delle Generali”, ha detto Donnet, chiudendo l’assemblea dei soci. “Il futuro sarà sempre più sostenibile e di successo. Avere una visione di lungo termine è fondamentale, per la nostra attività”, ha aggiunto.
(ITALPRESS).
Per il 64% dei lavoratori stipendi non adeguati al costo della vita
ROMA (ITALPRESS) – L’allentarsi del rapporto soggettivo con il lavoro ne ha agevolato la svalorizzazione. Tuttavia, oggi è possibile immaginare una nuova stagione che superi le crescenti disuguaglianze, sperimentando anche modalità originali di coinvolgimento dei lavoratori nel destino delle aziende. È quanto emerge dal Rapporto Censis-Ugl “Tra nuove disuguaglianze e lavoro che cambia: quel che attende i lavoratori”. Dallo studio emergono alcune delle contraddizioni più evidenti del lavoro nel nostro tempo, dalle retribuzioni alle tutele, e quel che potrebbe attendere i lavoratori nel prossimo futuro. Il mercato del lavoro è sempre più ostico per giovani, donne, migranti e lavoratori meno qualificati. Nella percezione collettiva sono aumentate le disparità e il lavoro è diventato epicentro di contraddizioni. Da un lato le nuove opportunità legate al remote working e al digitale, dall’altro la precarietà che diventa condizione strutturale di lungo periodo. Per il 93,3% degli occupati serve più attenzione per le condizioni dei lavoratori, mentre per il 64,9% dei giovani il lavoro è solo un mezzo per avere reddito da spendere in attività diverse. Per il 64,3% dei lavoratori (68,8% tra operai ed esecutivi) la propria retribuzione non è adeguata al costo della vita. Del resto, nel 2010-2020 le retribuzioni lorde dei lavoratori italiani sono diminuite dell’8,3% reale e peggio dell’Italia hanno fatto solo Grecia (-16,1% reale) e Spagna (-8,6% reale).
I giovani fino a 29 anni guadagnano il 40% in meno dei lavoratori over 55, mentre le donne il 37% in meno dei maschi. Chi ha un contratto a tempo determinato il 32% in meno di chi è a tempo indeterminato. Chi lavora nel Mezzogiorno guadagna il 28% in meno di chi risiede nel Nord-Ovest. Il 10,4% dei lavoratori dipendenti, poi, è sottopagato, cioè può contare su una retribuzione mensile inferiore ai valori soglia di 953 euro per il full-time, di 533 euro per il part-time. Negli anni c’è stato un boom del part-time, che interessa il 19,8% dei lavoratori (era il 15,8% nel 2010). Sono in part-time involontario, cioè non desiderato, il 74,2% degli uomini (era il 59,3% nel 2010), il 61,1% delle donne (46,1% nel 2010). Lavora in remote il 52% degli occupati. Nella web economy, con la crescita del delivery tra i consumatori, oltre 570mila persone tra il 2020 ed il 2021 hanno ottenuto reddito tramite piattaforme, ad esempio consegnando beni a domicilio. La formazione è considerata essenziale dai lavoratori per fronteggiare le disparità crescenti: il 67,8% degli occupati teme nuove e più ampie disuguaglianze a causa della diversità di competenze digitali. Inoltre, l’84% dei lavoratori vuole supporto su aspetti specifici del proprio lavoro, dalle competenze alle tecnologie utilizzate. Infine, il 65,9% richiede formazione per la sicurezza informatica.
“Credo ci sia troppo opinionismo generico sul lavoro e il suo futuro, e invece una riflessione adeguata ha bisogno della serietà e del rigore di ricerche come questa. Il lavoro sta cambiando velocemente, tra smart working e nuove modalità di erogazione, ma solo nel medio lungo periodo si capirà cosa resterà, perché funziona ed è realmente apprezzato da lavoratori e aziende – spiega Giuseppe De Rita, presidente del Censis -. Tecnologie, relazioni, aspettative soggettive stanno disegnando il lavoro del futuro, imposizioni dall’alto, per editto sono ininfluenti o, peggio, dannose”. Secondo Paolo Capone, segretario Generale dell’Ugl “il mondo del lavoro, negli ultimi anni, è cambiato molto, spesso acuendo disuguaglianze e criticità, anche a livello sociale. Dalla politica sono giunte risposte finora poco incisive e lungimiranti, penalizzate anche da un biennio di crisi e di emergenza continua dovuta alla pandemia, che ha accentuato precarietà e polarizzazione del mercato del lavoro. Queste tematiche emergono con chiarezza dal Rapporto Censis-Ugl, con il quale abbiamo voluto sottolineare non solo le trasformazioni in atto, ma soprattutto le condizioni dei lavoratori, in molti casi sottopagati, bisognosi di più formazione professionale, con scarse tutele. Occorre, quindi, invertire al più presto la rotta. Il lavoro deve tornare a svolgere il suo ruolo di realizzazione personale e sociale e, soprattutto nei momenti di crisi, sostenuto con un welfare dignitoso”.
(ITALPRESS).
Bce “I rischi al ribasso per la crescita aumentano con la guerra”
FRANCOFORTE (GERMANIA) (ITALPRESS) – “I rischi al ribasso per le prospettive di crescita sono considerevolmente aumentati per effetto della guerra in Ucraina. Sebbene siano diminuiti i rischi legati alla pandemia, la guerra potrebbe incidere in misura ancora maggiore sul clima di fiducia e aggravare ulteriormente le limitazioni dal lato dell’offerta”. Lo sottolinea la Banca Centrale Europea nel Bollettino Economico.
“I costi dell’energia persistentemente elevati, insieme alla perdita di fiducia, potrebbero deprimere la domanda e frenare i consumi e gli investimenti in misura superiore al previsto – spiega la Bce -. Si sono inoltre intensificati i rischi al rialzo per le prospettive di inflazione, soprattutto nel breve termine. Nel medio periodo tali rischi sono rappresentati da variazioni delle aspettative di inflazione superiori all’obiettivo, aumenti salariali maggiori rispetto a quanto previsto e un peggioramento duraturo delle condizioni dal lato dell’offerta. Tuttavia, un eventuale indebolimento della domanda nel medio termine ridurrebbe le pressioni sui prezzi”.
– foto agenziafotogramma.it –
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Confcommercio “Guerra e rincari frenano la crescita”
ROMA (ITALPRESS) – Previsioni del Def “un po’ ottimistiche sia sotto il profilo della sottovalutazione dell’inflazione, sia per la conseguente sopravvalutazione della crescita”, la maggiore dinamica dei prezzi erode il potere d’acquisto della ricchezza liquida, comporta minori consumi e “frena il Pil”. Questa la fotografia scattata del presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, in occasione del Forum Confcommercio-Ambrosetti che ha visto la presenza, tra gli altri, del ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovanni, e la ministra per il Sud e la Coesione territoriale, Mara Carfagna. L’Ufficio Studi prevede, infatti, una crescita del Pil del 2,1% nel 2022 e del 2,4% nel 2023 e, probabilmente, un’inflazione a +6,5% per i prezzi al consumo, di ben sette decimi sopra le valutazioni del governo. “Rispetto allo scenario ed alle sfide che comporta, servono certamente scelte impegnative e responsabilità condivise. Per rilanciare occupazione, redditi e consumi, è necessario mettere a terra le riforme e gli investimenti del Pnrr, agire sul cuneo fiscale e contributivo, detassare gli aumenti dei rinnovi contrattuali. E – ha proseguito Sangalli – per sostenere le imprese bisogna agire sulle moratorie fiscale e creditizie. Occorre, allora, che il Governo metta in campo anche un metodo di lavoro stabile, strutturato e condiviso con le parti sociali. La ripresa è tutta da costruire”.
Per il numero uno di Confcommercio a seguito dell’invasione russa in Ucraina “c’è l’esigenza di scelte adeguate alla portata delle sfide in campo: riaffermare le ragioni della libertà, della democrazia e del diritto internazionale. Servono, allora, determinazione e compattezza europea ed atlantica per sanzioni finalizzate al ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino ed allo sviluppo di un vero negoziato. Abbiamo bisogno di una comune politica estera e di difesa e sicurezza, così come di una comune politica energetica. Sfide straordinarie che richiedono flessibilità delle politiche di bilancio e sostegno degli investimenti”. Ma non solo. “Nell’anno in corso, già ai prezzi attuali, la bolletta energetica delle imprese del terziario di mercato triplicherebbe. E l’autotrasporto delle merci potrebbe registrare un incremento dei prezzi dei carburanti del 40%. Allora, andrebbe raccolta senza indugio la sollecitazione italiana alla costituzione di stoccaggi e riserve energetiche europee comuni. Va approfondito uno schema di pronto intervento che preveda l’adozione di un tetto ‘protettivo’ al prezzo all’ingrosso del gas, accompagnato da misure che sospingano efficienza energetica e risparmio. Per quanto riguarda l’Italia – ha evidenziato – le ultime misure adottate dal Governo puntano a mitigare le ricadute dell’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche a carico di famiglie ed imprese. E’ importante, in questo quadro, l’introduzione di crediti d’imposta fruibili anche da parte delle imprese che non rientrano nelle consuete definizioni di imprese ‘energivore’ e ‘gasivore’”.
In occasione del Forum è stato inoltre presentato l’“Outlook Italia – Clima di fiducia e aspettative delle famiglie italiane 2022” realizzato da Confcommercio in collaborazione con il Censis, dal quale emerge come dopo lo shock del 2020 e l’inizio di un ritorno alla normalità registrato nel 2021, il clima di fiducia e le attese delle famiglie sul futuro si sta ristabilendo anche se solo parzialmente: infatti il 26% delle famiglie si aspetta una riduzione del proprio reddito. il 24% prevede di ridurre i consumi e il 47,6% ridurrà i risparmi. Quest’ultimo dato, molto elevato e non compensato da una percentuale altrettanto alta di famiglie che prevede di aumentare i consumi, è un chiaro indicatore che la situazione rimane ancora problematica. Tra le cause che limitano i consumi delle famiglie, al di là dei livelli di reddito, il 54,8% delle famiglie indica alcuni fattori di contesto, in particolare: l’aumento del costo dell’energia, la paura di dover sopportare imminenti spese impreviste, l’incertezza sul futuro causata dai grandi eventi internazionali, come una possibile recrudescenza della pandemia e la guerra in corso in Ucraina.
Tra le principali preoccupazioni per il futuro il 33,4% delle famiglie indica la crisi energetica con il connesso aumento di bollette e carburanti, il 26% il surriscaldamento globale e quasi il 21% l’aumento dell’inflazione, il 27% delle famiglie teme un coinvolgimento di altre nazioni, il 26,6% ritiene che possa trasformarsi in una guerra mondiale anche con l’uso di armi nucleari, il 23,4% è preoccupato per le ripercussioni economiche sull’economia del nostro Paese, il 16,9% teme il taglio delle forniture di gas da parte della Russia con le conseguenti difficoltà nei settori produttivi, il 6,1% infine si dichiara preoccupato per l’impatto economico dell’emergenza umanitaria determinata da milioni di profughi ucraini in arrivo in Europa.
– foto agenziafotogramma.it –
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Fintech e banche, amici o nemici?
ROMA (ITALPRESS) – Il fintech rappresenta uno dei settori a maggiore crescita degli ultimi anni. Il report ‘Pulse of Fintech H2 2021’, analisi semestrale dei trend e degli investimenti nel settore fintech a livello globale pubblicata da KPMG, evidenzia la rapida espansione del settore della tecnofinanza.
Come puntualizza Fabio Marras, fondatore e CEO di Fintastico, portale specializzato nel mondo fintech, ‘la ricerca KPMG evidenzia che a livello globale nel 2021 gli investimenti in questo settore hanno toccato un nuovo record, facendo registrare 5.684 operazioni per un totale di 210 miliardi di dollari, con interventi di Venture Capital, Private Equity e Merger & Acquisitions. Questo trend sembra mantenersi positivo anche nei primi mesi del 2022, nonostante i destabilizzanti avvenimenti internazionali. L’interesse per imprese e soluzioni innovative è vivo anche nel nostro Paese – prosegue Marras -. Ne è una prova, ad esempio, la nuova call del programma di accelerazione Fin+Tech, lanciato dal Fondo Nazionale Innovazione Cdp Venture Capital per startup italiane e straniere attive in ambito fintech e insurtech che intendano aprire una sede in Italia. Ecco perchè come Fintastico continueremo con sempre più convinzione nella nostra azione di informazione e nella creazione di strumenti che permettano a consumatori e imprese di orientarsi nel mondo fintech, capendone i vantaggi e le caratteristiche utili a soddisfare le proprie esigenzè.
I segmenti che hanno attratto i maggiori investimenti nel settore sono stati quelli dei pagamenti (51,7 miliardi di dollari raccolti nel 2021 contro i 29,1 miliardi del 2020) e quello della blockchain e delle criptovalute (30,2 miliardi di investimenti nel 2021 contro i 5,5 miliardi nel 2020). Si tratta di numeri che attestano lo straordinario sviluppo della tecnologia nel settore finanziario, capace di apportare innovazione in un settore chiave dell’economia.
Ma cosa si intende esattamente per fintech? Quali innovazioni rientrano nel concetto di ‘tecnologia finanziarià? In che modo si concretizza il rapporto tra finanza e tecnologia?
Generalmente, l’espressione fintech (nasce dalla crasi delle parole inglesi finance e technology) indica qualunque tipo di innovazione finanziaria partorita da un’innovazione tecnologica. Tale innovazione può riguardare i processi produttivi, i prodotti e/o servizi proposti sul mercato, oppure nuovi modelli di business.
La rivoluzione tecnologica del fintech ha avuto un impatto su tutti gli attori economici coinvolti: banche e intermediari finanziari, consumatori, piccole e medie imprese, startup, investitori, trader, banche centrali e autorità di vigilanza.
Il Fintech: la rivoluzione della finanza
Come detto, la crescita esponenziale del fintech consiste in una vera e propria rivoluzione, capace di ridisegnare le logiche di business dell’intero settore finanziario.
La tecnologia come motore dell’innovazione finanziaria si presenta sotto diversi nomi: intelligenza artificiale, machine learning, big data, NFT e molti altri. Si tratta di soluzioni che hanno accelerato la digitalizzazione di prodotti e processi, con immensi vantaggi in termini di esperienza del cliente (user experience o UX) e soddisfazione del cliente (customer satisfaction).
Di seguito, elenchiamo quattro mercati verticali in cui la rivoluzione tecnologica targata fintech ha apportato i cambiamenti più significativi: raccolta di capitale, pagamenti, insurtech e servizi bancari.
Raccolta di capitale
Il modo in cui la tecnologia ha ridisegnato l’accesso alla raccolta di capitale si è concretizzato principalmente con l’avvento e la crescita del crowdfunding.
Il crowdfunding è un metodo di raccolta fondi che consiste in piccoli contributi forniti da un elevato gruppo di soggetti (la folla o ‘crowd’, per l’appunto) che decidono di supportare un progetto o un’idea imprenditoriale innovativa. Il crowdfunding rappresenta una valida alternativa alle modalità tradizionali di raccolta fondi che, spesso, sono precluse a privati e aziende sprovvisti di documentazioni pregresse o specifiche garanzie patrimoniali e finanziarie. Le piattaforme di crowdfunding possono offrire una o più tra le seguenti opzioni di crowdfunding:
– donation-based crowdfunding: raccolta fondi mediante donazioni;
– reward-based crowdfunding: raccolta fondi tramite sistema di ricompense;
– crowdinvesting (anche ‘equity crowdfunding’ o ‘equity-based crowdfunding’): raccolta fondi tramite cessione di quote di capitale a ciascun contributore, in proporzione alla cifra investita;
– crowdlending: raccolta fondi consistente in un prestito di denaro disintermediato.
Pagamenti
Come abbiamo visto all’inizio dell’articolo, il segmento dei pagamenti è attualmente l’ambito più attraente agli occhi degli investitori.
La digitalizzazione dei pagamenti promossa dal fintech ha reso le transazioni più veloci, sicure e semplici. La tecnologia applicata ai pagamenti rappresenta probabilmente il più grande esempio di come il fintech abbia semplificato la vita di milioni di consumatori.
Ma non è solo il cliente finale ad aver beneficiato di una tale rivoluzione: pensiamo agli e-commerce. Le aziende del commercio elettronico hanno tratto vantaggio dalla tecnologia fintech garantendo ai propri clienti un’esperienza d’acquisto accessibile, rapida e trasparente. Negli ultimi anni si è imposto il fenomeno del ‘compra ora, paga dopò (buy now, pay later in inglese), una modalità di pagamento maggiormente economica rispetto al pagamento rateale, in quanto permette ai clienti dei negozi online di acquistare beni di consumo dilazionando il pagamento in tre o più rate uguali, senza però pagare interessi o costi aggiuntivi.
Insurtech
‘Fratello gemellò del fintech, l’insurtech fa riferimento all’applicazione della tecnologia nel settore assicurativo. Nello specifico, parliamo della digitalizzazione dell’intero processo di stipula polizze, la gestione dei sinistri, l’offerta di prodotti di investimento e risparmio, etc.
Interessante è il ‘caso italianò relativo all’insurtech: secondo un’indagine dell’Osservatorio Fintech & Insurtech, il 27% degli utenti internet italiani tra i 18 e i 74 anni ha già acquistato una polizza assicurativa in digitale, mostrando un livello di soddisfazione medio-alto.
Servizi bancari
I servizi bancari sono forse il segmento i cui cambiamenti generati dal fintech e dal suo apporto tecnologico sono stati maggiormente discussi dagli osservatori economici.
Per servizi bancari intendiamo quell’universo composto da prestiti personali e d’impresa, servizi legati al conto corrente, al risparmio, carte di debito e di credito, servizi di deposito, private banking (consulenza finanziaria, assicurativa, immobiliare, gestione fondi fiduciari, etc.).
Questo segmento è tuttora caratterizzato dal boom del cosiddetto mobile banking, un servizio fornito dalle banche o da altre istituzioni finanziarie che permette al cliente di accedere a vari servizi finanziari direttamente attraverso il proprio dispositivo mobile (smartphone o tablet). Le principali realtà operanti sul mercato italiano sono HYPE, Illimity e Revolut, banche 100% online che si sono imposte rapidamente, lanciando la sfida alle istituzioni finanziarie che operano ancora con filiali presenti sul territorio con costi operativi più elevati.
Il fintech per le banche: rischi e opportunità
Abbiamo visto come le fintech attive nel segmento della raccolta di capitale e dei servizi bancari propongono un modello disintermediato di erogazione dei servizi, che permette di offrire soluzioni completamente digitali caratterizzate da rapidità, burocrazia snella, assistenza dedicata e velocità di erogazione.
La tecnologia ha dunque permesso una digitalizzazione dei principali servizi finanziari come la gestione dei conti corrente, la richiesta di finanziamenti, la gestione del risparmio, etc.
E’ proprio su questo terreno che si gioca gran parte della competizione tra le banche e le imprese fintech. L’innovazione tecnologica finanziaria, infatti, sta mettendo in discussione il modello bancario tradizionale e il suo metodo di impostare le relazioni con una clientela sempre più esigente e digitalizzata. Da qui il nostro quesito: le fintech sono nemiche delle banche?
Dal report 2021 ‘Indagine fintech nel sistema finanziario italiano’ pubblicato dalla Banca d’Italia emerge un’interessante verità sul rapporto tra le banche e le imprese fintech.
La ricerca, infatti, evidenzia la tendenza da parte delle banche a ricorrere a partnership con società terze: 330 accordi di partnership nel 2021 riferibili a 199 imprese. Secondo la banca centrale, le banche si affidano a società terze per assicurarsi livelli avanzati di tecnologia nonchè velocizzare la finalizzazione dei progetti. I progetti fintech, spiega infatti la Banca d’Italia, sono generalmente caratterizzati da tempi lunghi di profittabilità: oltre un quarto dei progetti fintech è ancora in fase di realizzazione.
Pertanto, la parola chiave che emerge dal report della Banca d’Italia è coopetition: una collaborazione tra soggetti teoricamente concorrenti, in questo caso le banche e le startup fintech. Meno del 20% dei progetti fintech sono infatti sviluppati completamente in house dalle banche. Il resto è frutto di una collaborazione tra banche e società terze (il 33% dei progetti) e quasi il 50% consiste in una completa esternalizzazione delle operazioni di sviluppo del progetto.
A favorire la cooperazione tra banche e fintech vi è la cosiddetta finanza incorporata (in inglese embedded finance), ovvero l’unione tra un servizio finanziario e un fornitore di servizi non finanziari, iniziata con l’apertura delle API bancarie (un fenomeno che è conosciuto anche come open banking) per l’accesso di dati finanziari da parte di terzi.
Conclusione
La rivoluzione tecnologica promossa dal fintech ha rappresentato uno tsunami che ha scosso l’intero settore finanziario.
Le banche sono nate per adempiere a un’importante funzione sociale: il trasferimento di risorse finanziarie da unità tradizionalmente in surplus (le famiglie) a unità tradizionalmente in deficit (le imprese). Grazie a questa funzione sociale svolta dagli istituti di credito, le imprese possono investire, assumere personale e creare beni e servizi per i consumatori.
Per la prima volta nella storia, la loro utilità viene messa in discussione da un modello, quello del fintech, che prevede un’ampia offerta di servizi disintermediati. Niente più filiali e sportelli, niente più scartoffie: tutto adesso è digitalizzato e, pertanto, rapido e veloce.
Ma è davvero la fine delle banche? Proprio il concetto di coopetition evidenziato dal report della Banca d’Italia ci dimostra come le banche possono essere alleate delle fintech. La tecnologia, insomma, potrebbe aiutare le banche a sopravvivere a un mercato sempre più digitalizzato, costruendo un approccio orientato al cliente,capace di durare nel tempo.
(ITALPRESS).
Sergio Balbinot nuovo presidente di Allianz
MILANO (ITALPRESS) – Sergio Balbinot è il nuovo Presidente di Allianz S.p.A. e succede a Claudia Parzani, indicata al vertice di Borsa Italiana. Il Consiglio di Amministrazione ha ringraziato la Presidente uscente per l’impegno e la passione dedicati alla Compagnia nei cinque anni del suo mandato, rappresentandola nel suo alto ruolo istituzionale e partecipando alla vita dell’azienda, lasciando la propria impronta distintiva nei confronti di tutti gli stakeholders.
“Sono lieto di assumere questo nuovo e prestigioso incarico – ha dichiarato Sergio Balbinot – e desidero ringraziare la Presidente uscente Claudia Parzani per il contributo dato alla Società in questi anni. L’Italia è un paese chiave per il nostro Gruppo, che negli anni recenti ha rafforzato il proprio posizionamento sia attraverso operazioni di crescita esterna sia in virtù degli eccellenti risultati conseguiti da tutta la squadra guidata dall’Amministratore Delegato Giacomo Campora. Consapevoli delle sfide che ci attendono, lavoreremo assieme nel servire al meglio i nostri clienti con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la posizione già molto rilevante di Allianz in Italia”.
La Presidente uscente Claudia Parzani ha così commentato: “Poter rappresentare Allianz in questi cinque anni è stato per me un onore, così come collaborare con Giacomo Campora e la squadra di management italiana, oltre che con Sergio Balbinot, cui auguro buon lavoro, forte della sua straordinaria esperienza e competenza in campo assicurativo”.
Giacomo Campora, Amministratore Delegato di Allianz S.p.A. ha commentato: “È un onore per noi poter continuare a collaborare con Sergio Balbinot nella sua nuova veste di Presidente. Il nostro management team saluta Claudia Parzani con grande riconoscenza”.
Sergio Balbinot è membro del Board of Management di Allianz SE dal gennaio del 2015 ed è uno tra i manager più apprezzati a livello internazionale nel mondo assicurativo, settore nel quale ha ricoperto con successo ruoli apicali negli ultimi vent’anni, non solo a livello esecutivo ma anche associativo (per 7 anni è stato Presidente di Insurance Europe, l’associazione che raggruppa gli assicuratori di 36 paesi in Europa). In questi anni Balbinot ha dato un importante contribuito al consolidamento del Gruppo Allianz nell’area geografica dell’Europa Sud-Occidentale e alla forte espansione nel mercato asiatico, dove Allianz è presente in tredici Paesi, tra i quali la Cina. Sotto la regia di Balbinot, Allianz è stato infatti il primo Gruppo assicurativo-finanziario straniero ad ottenere tre autorizzazioni dell’Authority locale ad operare in Cina con società assicurative e di asset management assicurativo con azionariato totalmente straniero. In Italia, Balbinot ha rappresentato Allianz per cinque anni nel Consiglio di Amministrazione di UniCredit e nel 2021 ha contribuito in modo determinante all’acquisizione della Compagnia Danni Aviva Italia, oggi Allianz Viva.
Oltre al mandato nel Board of Management di Allianz SE e all’incarico di Presidente di Allianz S.p.A., Sergio Balbinot ricopre altri incarichi nel Gruppo, quale Presidente di Allianz China Holding, Presidente di Allianz Partners, la Compagnia leader mondiale nel settore dell’assistenza, e Vicepresidente di Allianz France.
Il Board di Allianz S.p.A. – Presidente: Sergio Balbinot, Vicepresidente: Avais Aqil Karmali, Amministratore Delegato: Giacomo Campora, Amministratori: Matteo Lovaglio, Thomas Karl Heinz Naumann, Gioia Manetti, Laura Ximena Olivares, Ferruccio Resta.
-foto ufficio stampa Allianz-
(ITALPRESS).
Al via fondo per imprese femminili, dotazione di 200 milioni
ROMA (ITALPRESS) – Una dotazione finanziaria complessiva pari a circa 200 milioni, di cui 160 di risorse del Pnrr e 40 milioni stanziati dalla legge di bilancio 2021. E’ il Fondo impresa femminile, l’incentivo del ministero dello Sviluppo Economico che sostiene la nascita, lo sviluppo e il consolidamento delle imprese guidate da donne attraverso contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati. Il Fondo, presentato dal ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, e dalla ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, nella prima prima fase prevede l’apertura di sportelli online e l’attivazione di azioni di accompagnamento, formazione e valorizzazione della cultura imprenditoriale delle donne. “Noi dobbiamo agire per creare un ambiente fertile per la nascita di nuove imprenditrici. Questo – ha detto il ministro Giorgetti – è un intervento non per chi prende il contributo pubblico ma per chi ‘intraprendè, lo spirito imprenditoriale deve pre-esistere al contributo altrimenti non si creerebbero le condizioni per una sana crescita. Il piano rifinanzia in parte delle iniziative già in essere e in parte si rivolge a nuove iniziative. Queste forme di intervento hanno una specifica riserva per il Sud, come regola generale del Pnrr, e lo scopo principale – ha spiegato – è quello di cercare di recuperare il gap del tasso di occupazione femminile italiano, in particolare al Sud, ma tutto questo nella dimensione della imprenditorialità. L’ambizioso target che ci siamo posti è che dal momento della presentazione della domanda ci impegnano in 90 giorni a dare l’esito e attivare poi l’investimento”. Le agevolazioni saranno concesse per programmi di investimento nei settori dell’industria, artigianato, trasformazione di prodotti agricoli, servizi, commercio e turismo. La misura di rivolge a quattro tipologie di imprese femminili: cooperative o società di persone con almeno il 60% di donne socie; società di capitale con quote e complementi degli organi di amministrazione per almeno due terzi di donne; imprese individuali con titolare donna; lavoratrici autonome con partita Iva. Si tratta di un “progetto tra i più innovativi del Pnrr, abbiamo scelto come governo di investire sull’empowerment femminile come asse di sviluppo riconoscendo nell’imprenditorialità una delle leve strategiche da implementare. Oggi le imprese femminili sono il 22% e vogliamo arrivare almeno al 30%”, haa detto la ministra Bonetti.
(ITALPRESS).
-foto Agenzia Fotogramma-












