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Ad aprile effetto Covid sulla Cassa Integrazione

Ad aprile 2020 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate (esclusi i fondi di solidarietà) è stato pari a 772,3 milioni: il dato relativo allo stesso mese del 2019 registrava un numero di ore pari a 25,3 milioni. Lo rende noto l’Inps, precisando che “nel mese di aprile 2020 il 98% delle ore di cassa integrazione ordinaria e deroga sono state autorizzate con causale ‘emergenza sanitaria covid-19′”.
Le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate ad aprile 2020 sono state 713 milioni, un anno prima, nel mese di aprile 2019, erano state 7,4 milioni, quindi poco più di un centesimo. Nel settore Industria sono state autorizzate 605,2 milioni di ore(contro 5,7 milioni di aprile 2019) e nel settore Edilizia 107,8 milioni di ore (contro 1,8 milioni di aprile 2019). Le ore autorizzate nel mese di aprile 2020 inoltre, risultano di enorme entità anche rispetto a quanto registrato nel mese precedente, dove risultavano autorizzate 12,7 milioni di ore.
Il numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate ad aprile 2020 è stato pari a 12,4 milioni, di cui 2,3 milioni per solidarietà, registrando un decremento pari al 30,3%rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 17,9 milioni di ore autorizzate. Nel mese di aprile 2020 rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al +71,6%.
Gli interventi in deroga sono stati pari a 46,9 milioni di ore autorizzate ad aprile 2020: nello stesso mese del 2019 erano state autorizzate solo 20 mila ore, e con riferimento al mese precedente, cioè a marzo 2020, le ore autorizzate risultavano di entità ancora inferiore (2 mila ore circa).
(ITALPRESS).

Generali, Borean “Confermata solidità patrimoniale del gruppo”

TORINO (ITALPRESS) – Generali chiude il primo trimestre con un risultato operativo che si attesta a quota 1.448 milioni, evidenziando un aumento del 7,6%. In aumento il risultato operativo del segmento Danni (+14,6%), sostanzialmente stabile il risultato operativo del segmento Vita (-0,6%) e in aumento il risultato operativo del segmento Asset Management (+32%), principalmente a seguito dell’aumento dei ricavi operativi pari a 195 milioni. L’utile netto di Gruppo si attesta a 113 milioni (744 milioni nel primo trimestre 2019). La flessione riflette principalmente: 655 milioni per le significative svalutazioni operative e non operative su investimenti, a seguito dell’applicazione delle regole dei principi contabili, conseguenti alla situazione dei mercati finanziari impattati dal diffondersi a livello globale del Covid-19. Il Gruppo Generali, grazie al business mix e alla diversificazione, prevede che il proprio risultato operativo sia resiliente nel 2020, sebbene in probabile flessione rispetto al 2019. Generali, in attesa di un quadro più preciso sulla situazione economica complessiva, stima che la debolezza dei mercati finanziari e le conseguenze legate allo sviluppo della pandemia avranno un impatto negativo sul risultato netto del 2020, principalmente a causa delle svalutazioni. “In uno dei periodi più difficili e incerti degli ultimi decenni, caratterizzato dall’emergenza Covid-19, con pesanti ricadute macroeconomiche e finanziarie, il nostro modello di business ha garantito la continuità operativa del Gruppo e ci ha permesso di svolgere senza interruzioni il ruolo di partner di vita per i nostri clienti. Questo anche grazie a una sempre crescente digitalizzazione dei processi e dell’offerta, a una rete distributiva multicanale che fa leva su una rete globale di agenti, e alla diversificazione internazionale”. Così il Group CFO di Generali, Cristiano Borean, commentando i dati relativi al primo trimestre. “I primi tre mesi dell’anno evidenziano una buona performance operativa e confermano la solidità patrimoniale del Gruppo. Il risultato netto risente delle svalutazioni derivanti dall’attuale andamento dei mercati finanziari a seguito del diffondersi su scala globale della pandemia”, conclude.
(ITALPRESS).

Bonomi eletto presidente di Confindustria

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Carlo Bonomi è il nuovo presidente di Confindustria. L’assemblea privata lo ha eletto sostanzialmente all’unanimità: 818 i voti a favore, nessuno contrario e una sola scheda nulla.
“L’assemblea privata dei delegati, riunita in via telematica – spiega Confindustria in una nota -, ha eletto Carlo Bonomi alla presidenza di Confindustria per il quadriennio 2020-2024 con un’altissima partecipazione, pari al 94,13 per cento degli aventi diritto al voto, e una percentuale record dei consensi espressi pari al 99,9”.
L’assemblea privata ha anche approvato il Bilancio 2019 di Confindustria, che rileva un avanzo della gestione operativa e finanziaria di 30.794 euro, in linea con quanto previsto nel Budget di periodo. Nell’esercizio in corso è proseguita l’implementazione del piano strategico approvato a novembre 2017 dal Consiglio Generale, con il completamento di circa il 90% degli obiettivi di sviluppo previsti.
Il Totale Oneri e il Totale Proventi della gestione operativa e finanziaria si attestano a 37,4 milioni di euro. Il Totale Oneri, confrontato con la serie storica, si presenta sempre in evidente riduzione rispetto ai valori del 2002.
Confindustria presenta al 31 dicembre 2019 un Patrimonio Netto di 205,5 milioni di euro con una Riserva Attività Istituzionali di 49,2 milioni di euro.
(ITALPRESS).

Sace, nel primo quadrimestre nuove operazioni per 5,9 miliardi

ROMA (ITALPRESS) – Sace raddoppia nel primo quadrimestre le operazioni deliberate a sostegno del Made in Italy nel mondo.
Passano, infatti, da 2,6 miliardi a 5,9 miliardi gli impegni deliberati, segnando un incremento del 130% rispetto all’anno precedente, che si traducono in sostegno al business delle imprese italiane nei mercati esteri. Un trend di crescita confermato anche dal numero di operazioni supportate (+17%) e dal confronto mese su mese, con 700 milioni aggiuntivi realizzati tra aprile e marzo, nonostante la congiuntura economica. Nonostante la contrazione dell’economia nazionale, è in aumento anche il numero di imprese sostenute (+3% rispetto ad aprile 2019), in particolare del segmento delle Pmi, pari a oltre l’80% del totale delle aziende servite con l’ampia e diversificata gamma delle soluzioni assicurativo-finanziarie del polo. A trainare i volumi, sono state le operazioni deliberate a sostegno delle attività di export delle imprese italiane (+157% rispetto allo stesso periodo del 2019). Tra i settori che ne hanno beneficiato maggiormente vi sono comparti tipici del Made in Italy come la meccanica strumentale, l’agroalimentare e gli altri beni di consumo, le infrastrutture e costruzioni, l’oil&gas, l’energetico, il chimico/petrolchimico e il crocieristico. In termini di geografie, è stato registrato particolare dinamismo nel continente americano, in Medio Oriente e Nord Africa e in Africa Subsahariana. “Anche in questa fase, le imprese italiane hanno mantenuto una forte proiezione internazionale e hanno trovato in Sace un sostegno concreto nei propri progetti di crescita – ha dichiarato l’Ad Pierfrancesco Latini -. Il forte aumento delle operazioni deliberate in questo tradizionale ambito di attività di Sace è il segno del nostro impegno per la competitività del tessuto imprenditoriale ed economico nazionale, nella prospettiva della ripartenza che tutti auspichiamo”.
(ITALPRESS).

Comunicazione aziendale, “IOP” nuova parola dell’era post-covid

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IoP è la nuova parola della comunicazione interna aziendale. Ne parlano il Corriere della Sera, il Corriere del Mezzogiorno, TPI, il ,Sussidiario, il Messaggero e tanti altri siti d’informazione. A introdurla è stato il giornalista e comunicatore d’impresa Filippo Poletti, autore del libro “Tempo di Iop: Intranet of People”, edito dalla casa editrice di Palermo Dario Flaccovio nel 50esimo anniversario dello Statuto dei lavoratori. Intesa come l’insieme della comunicazione digitale rivolta ai collaboratori e promossa all’interno delle aziende e delle istituzioni, IoP è l’acronimo di “intranet of people”, letteralmente la “rete delle persone”: oltre a fare ricorso a un portale visibile ai soli dipendenti e collaboratori, “la comunicazione interna digitale – dice Poletti all’Italpress – può essere fatta tramite l’uso di email, WhatsApp e di un social media in forte crescita come Telegram, dov’è possibile creare un canale riservato a un determinato gruppo di utenti”. A rilanciare il vocabolo sono stati alcuni tra i principali siti italiani.

La parola IoP è stata citata dal Corriere della Sera nell’articolo del 7 maggio di Rosanna Scardi dal titolo “Una rete di persone e l’appello vincente degli artigiani”. La news del quotidiano di Rcs si è focalizzata sul caso di Confartigianato Bergamo che, appellandosi ai soci, lo scorso 23 marzo tramite l’invio di un’email, ha raccolto l’adesione di centinaia volontari, che hanno contribuito alla realizzazione dell’ospedale da campo di Bergamo inaugurato il 7 aprile. Di IoP parlano altre testate giornalistiche, dal Corriere del Mezzogiorno, nell’approfondimento del 14 maggio scritto da Enrico Sbandi intitolato “Il modello di welfare post covid? Firmato da Ferdinando IV di Borbone”, al giornale online The Post Internazionale o TPI nel servizio lanciato il 9 maggio come “Preziosa (Siare) a TPI: ‘Dalla telefonata di Conte alla produzione di ventilatori polmonari per tutta Italia’”. Anche il Sussidiario, quotidiano in rete d’ispirazione cattolica, ha ripreso il 9 maggio, con la penna di Matteo Fantozzi, la sigla IoP nel servizio “Tempo di Iop. Intranet of people di Filippo Poletti: ripartire dalle persone”.

Il neologismo IoP, introdotto nella comunicazione interna, è stato citato dal Messaggero il 13 maggio nella news dal titolo “Tempo di IoP, il libro di Filippo Poletti, le persone al centro della comunicazione aziendale per ripartire”. Il vocabolo compare nel quotidiano lombardo online MilanoToday e nel portale ufficiale di Manageritalia, la federazione nazionale dei dirigenti, quadri e professionisti del commercio, dei trasporti, del turismo, dei servizi e del terziario avanzato. Nel corso dell’intervista rilasciata a Enrico Pedretti, Poletti spiega a Manageritalia come “la comunicazione esterna resti importante quanto quella interna. La prima o IoP non sostituisce la seconda e viceversa. Quella interna, tuttavia, è un trampolino di lancio per la prima, perché tanto più le persone sono consapevoli degli obiettivi e degli interessi professionali tanto più la comunicazione rivolta verso l’esterno può contare sull’unione dei collaboratori. Prima di parlare all’esterno, occorre sviluppare il dialogo in ‘famiglia’”.

Tra gli esempi di comunicazione aziendale l’ebook di Poletti “Tempo di Iop: Intranet of People”, disponibile in formato cartaceo nelle librerie d’Italia dal 28 maggio, cita la rete interna sviluppata nel gruppo Eni: lo fa intervistando Valentina Uboldi, responsabile della comunicazione interna, nel capitolo dedicato agli strumenti di condivisione messi a disposizione dalla tecnologia moderna. “Accanto a IoT, acronimo di internet of things in uso da tempo, dobbiamo parlare di IoP – conclude Poletti, tra i principali influencer su LinkedIn Italia per quanto riguarda i temi del lavoro, ideatore del portale Rassegnalavoro e collaboratore del blog dedicato al lavoro del Fatto Quotidiano -. Per ripartire oggi occorre mettere al centro del lavoro le persone. Per questo le aziende e le istituzioni devono concentrare la loro attenzione sull’IoP o intranet of people”.

Monitoraggio dei Social Network, partnership Volocom-Blogmeter

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Volocom amplia la sua offerta con una soluzione per il monitoraggio dei social network firmata Blogmeter. La partnership, definita e avviata all’inizio del 2020, ha iniziato a dare i suoi frutti: firmati i primi contratti. Sono sempre di più gli utenti connessi al web e in particolare ai canali social. Secondo la ricerca di Blogmeter “Italiani e Social Media” giunta alla 4^ edizione, Facebook, Youtube e Instagram sono i canali social con una maggiore penetrazione in Italia (rispettivamente 90%, 89% e 73%). La ricerca, svolta intervistando un campione rappresentativo dei residenti in Italia iscritti ad almeno un canale social, indaga le principali ragioni di utilizzo dei social, evidenziando come il 48% li usa prevalentemente per guardare foto e video, e informarsi su quello che succede nel mondo e nella cerchia dei propri amici.

Benché i social siano nati come uno strumento di svago e divertimento, inoltre, la seconda motivazione che spinge gli italiani a iscriversi è tenersi informati (28%): un trend ben monitorato dai professionisti dell’informazione. Dopo un’attenta analisi dei principali player del settore, Volocom ha scelto Blogmeter come partner italiano di monitoraggio dei social network, concepiti dunque come veri e propri canali di informazione, come canali di ascolto degli umori degli utenti e della reputazione dei brand. Grazie a una piattaforma integrata di social intelligence, la Blogmeter Suite, Blogmeter monitora i principali social e offre una copertura delle fonti capillare, specie sul territorio italiano.

La piattaforma trasforma i dati provenienti dai social e dal web in insight azionabili, per aiutare aziende e agenzie a prendere decisioni e a implementare strategie data-driven efficaci e performanti. La Blogmeter Suite è costituita da un modulo di “Social Listening” per monitorare in tempo reale la reputation e il sentiment online dei brand, uno di “Social Analytics” che analizza le KPI dei canali social proprietari rispetto alla concorrenza e “Social Influencer”, un database di oltre 10.000 influencer divisi per settore e per performance.

Ad aprile prestiti a famiglie e imprese in crescita

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Ad aprile, secondo i dati del Rapporto mensile dell’Abi, i prestiti a famiglie e imprese sono aumentati dell’1,4% rispetto a un anno fa. Tale evidenza emerge dalle stime basate sui dati pubblicati dalla Banca d’Italia, relativi ai finanziamenti a famiglie e imprese. I tassi di interesse sulle nuove operazioni di finanziamento sono su livelli particolarmente bassi, e registrano le seguenti dinamiche: il tasso medio sul totale dei prestiti è il 2,44% (2,46% il mese precedente e 6,18% prima della crisi, a fine 2007); il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese è l’1,18% (1,07% il mese precedente; 5,48% a fine 2007); il tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni è l’1,40% (1,38% a marzo 2020, 5,72% a fine 2007). Le sofferenze nette (cioè al netto delle svalutazioni e accantonamenti già effettuati dalle banche con proprie risorse) a marzo sono 26,5 miliardi, in calo rispetto ai 31,7 miliardi di marzo 2019 (-5,2 miliardi pari a -16,3%) e ai 52,8 miliardi di marzo 2018 (-26,3 miliardi pari a -49,7%). Rispetto al livello massimo delle sofferenze nette, raggiunto a novembre 2015 (88,8 miliardi), la riduzione è di oltre 62 miliardi (pari a -70,1%). Il rapporto sofferenze nette su impieghi totali è dell’1,53% a marzo 2020 (era 1,84% a marzo 2019, 3,04% a marzo 2018 e 4,89% a novembre 2015). (ITALPRESS).

Tre piaghe per la fase 2: liquidità, domanda, fiducia / di Angelo Deiana

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di Angelo Deiana (*)

ROMA (ITALPRESS) – Ormai ne siamo consapevoli: la pandemia ha prodotto una situazione di incertezza sanitaria globale. Ma, se non ci muoviamo in fretta, ci saranno almeno altre 3 crisi che colpiranno il nostro sistema economico nella fase 2: la crisi della liquidità, la crisi della domanda, la crisi della fiducia. La piaga numero 1: la crisi della liquidità La prima piaga è la crisi della liquidità. Una crisi che viene dalla Fase 1 e sulla quale, nonostante i provvedimenti già emanati, siamo già in gravissimo ritardo. In un mondo colpito da un infarto come quello della pandemia, dare liquidità in qualsiasi modo a imprese, professionisti e famiglie, era come offrire ossigeno in terapia intensiva per proteggere l’occupazione e la capacità produttiva durante il coma artificiale del lockdown. Per questo bisognava fare presto. Ma il Decreto Liquidità non ha raggiunto questo fine. Lo Stato, attraverso il sistema bancario, avrebbe dovuto prestare fin da subito fondi a tasso quasi zero (la BCE li presta alle banche a tasso negativo: meno 0,75) con garanzia al 100% fino a 800mila euro a tutte le imprese, chiedendo in cambio il mantenimento dei livelli occupazionali per 24 mesi. Come successo in altri Paesi UE.

Altro che divieto di licenziamenti (che prima o poi finirà): io ti presto i soldi che ti servono senza valutazione del merito di credito e tu ti salvi e mi mantieni in vita i lavoratori. In questo modo si sarebbe anche preservato il sistema bancario da futuri crediti NPL. Come dire; le banche fanno lo sforzo organizzativo e lo Stato si fa carico di quasi tutto il rischio di credito. Salvando il sistema e sé stesso dal rischio di downgrade delle agenzie di rating, offrendo ossigeno alle filiere produttive e diminuendo l’impatto della crisi sugli ammortizzatori sociali. E invece non è stato fatto e molti non hanno ancora visto accettata la richiesta di finanziamento. Ed ecco perché, pur graditi, non sono utili molti dei 55 miliardi del Decreto Rilancio: a parte alcuni bonus generalizzati importanti, le risorse continuano ad essere allocate in detassazioni e crediti d’imposta, il contrario di ciò che serve. Quando c’ è una crisi come questa bisogna immettere velocemente liquidità come hanno fatto la FED o la stessa Germania che ha dato subito 9 o 15mila euro a fondo perduto. Ora è tardi perché imprese e famiglie sono alla ricerca disperata di liquidità per evitare una distruzione di capitale umano e aziendale che renderà improbabile qualsiasi ripresa, soprattutto per i piccoli. Le file al Monte dei Pegni ne sono la prova lampante.

La piaga numero 2: la crisi della domanda E comunque dobbiamo essere consapevoli che, se non ci sarà domanda di consumo, prima o poi la liquidità dell’economia reale finirà comunque. Ma, in questa situazione di incertezza, chi comprerà beni e servizi non strettamente necessari? Ecco perché nei prossimi 6/9 mesi vedremo una grave crisi di domanda e andranno bene solo sanità, tecnologia, logistica e alimentari per la grande distribuzione. Senza dimenticare che, al di là dell’incertezza e dal “pauravirus” delle persone, comunque nella Fase 2, negozi, ristoranti, cinema, teatri, hotel, navi da crociera dovranno limitare il numero di clienti. E fattureranno di meno anche se ci fosse domanda. D’altra parte, abbiamo almeno 8 milioni di lavoratori in CIG che guadagnano, mediamente, 457 euro in meno al mese. Senza dimenticare gli ex lavoratori in nero (3,4 milioni) e i 300mila contratti a termine che scadono ogni mese. Di cosa vivranno tutte queste persone quando scadranno CIG e Naspi e finirà il blocco dei licenziamenti con fatturati a picco ovunque? Anche nella grande Germania, dopo la ripartenza, Volkswagen ha fermato gli stabilimenti per carenza di domanda.

Per questo la seconda piaga è la crisi della domanda nazionale e globale. Perché non è che all’estero le cose vadano meglio. E questo non è bene per un Paese come l’Italia che fa il 30% del PIL con l’export. La piaga numero 3: la crisi della fiducia Ma la terza piaga, la crisi della fiducia, sarà forse la più grave. Siamo in un mondo dove, dall’inizio del lockdown, ormai nessuno paga più nessuno e usa qualsiasi scusa disponibile per evitare di saldare fatture e pagamenti. Sistemi di reputazione e solidarietà costruiti in tanti anni praticamente morti e tutti da ridiscutere. Non pagare per lucrare o, più spesso, per sopravvivere. Ci vorrà un tempo molto lungo per ricostruire la filiera della fiducia. E così le imprese che vorranno approvvigionarsi di materie prime dovranno pagarle prima della consegna e non a 60/90 giorni come in passato. Così come i professionisti chiederanno almeno il 50/60% di anticipo per offrire le proprie prestazioni. E come si fa senza liquidità? Meno fiducia produce meno liquidità che genera meno domanda. Il paradigma della crisi. Un mondo del tutti contro tutti dove ci sono comunque bollette, affitti e rate condominiali e finanziamenti non sospesi, contratti non annullabili, scadenze fiscali solo prorogate.

Ecco perché bisogna dire la verità e chiarire agli Italiani che, senza una rapida politica di investimenti (non detassazioni e bonus in ritardo) e una spinta vigorosa al settore privato, anche coloro che si sentono al sicuro oggi potrebbero non esserlo più domani. Soprattutto se dal mondo delle imprese e delle professioni ridotte allo stremo dai mancati pagamenti, non arriveranno più le risorse fiscali che servono allo Stato anche per pagare stipendi e pensioni dei dipendenti pubblici. Dopo mancheranno solo le cavallette.

(*) presidente di Confassociazioni.

(ITALPRESS).