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MORTI SUL LAVORO, LIEVE CALO NEL 1^ SEMESTRE

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Le denunce di incidente mortale sul lavoro presentate all’Inail nei primi sei mesi di quest’anno sono state 469, quattro in meno rispetto alle 473 dell’analogo periodo del 2017 (-0,8%).

I dati rilevati al 30 giugno hanno evidenziato, a livello nazionale, una diminuzione dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 337 a 331, mentre quelli occorsi in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, sono aumentati di due unità (da 136 a 138).

Nei primi sei mesi del 2018 si è registrato un aumento di 18 casi mortali (da 401 a 419) nella gestione Industria e servizi, mentre in Agricoltura i decessi denunciati sono stati 13 in meno (da 56 a 43) e nel Conto Stato nove in meno (da 16 a 7).

L’analisi territoriale evidenzia un incremento di sette casi mortali nel Nord-Ovest, di 12 casi nel Nord-Est e di due al Centro. Diminuzioni si riscontrano, invece, al Sud (-9 decessi) e nelle Isole (-16). A livello regionale spiccano i 16 casi in più del Veneto (da 43 a 59) e i 12 in più della Calabria (da 5 a 17). Cali significativi si registrano, invece, in Abruzzo (da 28 a 7), teatro nel gennaio 2017 delle tragedie di Rigopiano e Campo Felice, in Sicilia (da 42 a 25) e in Puglia (da 29 a 15).

Il decremento rilevato nel confronto tra i primi sei mesi del 2017 e del 2018 è legato alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati nove in meno (da 427 a 418), mentre quella femminile ha registrato cinque casi in più (da 46 a 51). La diminuzione ha interessato solo le denunce dei lavoratori italiani (da 406 a 391), mentre quelle dei lavoratori stranieri sono aumentate di 11 unità (da 67 a 78).

Dall’analisi per classi di età emerge come una morte su due abbia coinvolto lavoratori di età compresa tra i 50 e i 64 anni, per i quali si è registrato un incremento tra i due periodi di 31 casi (da 203 a 234). In diminuzione, invece, le denunce che hanno riguardano gli under 34 (da 76 a 71), i lavoratori tra i 35 e i 49 anni (da 159 a 132) e gli over 65 (da 35 a 32).

Nel primo semestre del 2018 si sono verificati nove incidenti plurimi, ovvero eventi che hanno provocato la morte di almeno due lavoratori contemporaneamente, con 23 decessi, contro gli otto incidenti plurimi del primo semestre 2017, che hanno provocato 28 decessi (11 dei quali nella tragedia di Rigopiano).

Dopo la diminuzione registrata nel corso di tutto il 2017, in controtendenza rispetto al costante aumento degli anni precedenti, nel primo semestre del 2018 le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail sono tornate ad aumentare, anche se a un ritmo più lento rispetto alle cinque rilevazioni mensili precedenti.

Al 30 giugno 2018, infatti, l’incremento si attesta al +2,5% (pari a 789 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2017, da 31.432 a 32.221). Si tratta della variazione più bassa dopo il +14,8% di gennaio, il +10,3% di febbraio, il +5,8% di marzo, il +5,5% di aprile e il +3,1% di maggio.

L’aumento ha interessato tutti i comparti: nell’Industria e servizi le denunce di malattia professionale sono aumentate dell’1,3% (da 24.840 a 25.161), in Agricoltura del 7% (da 6.241 a 6.675) e nel Conto Stato del 9,7% (da 351 a 385).

L’analisi territoriale ha evidenziato incrementi delle tecnopatie denunciate al Sud (+564 casi), dove si concentra quasi un quarto del totale dei casi protocollati dall’Istituto, al Centro (+465), dove i casi denunciati sono oltre un terzo del totale, e nel Nord-Ovest (+69). In calo, invece, il dato di Nord-Est e Isole, pari rispettivamente a -57 e -252 casi.

In ottica di genere si rilevano 785 denunce in più per i lavoratori (da 22.792 a 23.577) e quattro in più per le lavoratrici (da 8.640 a 8.644). L’incremento ha interessato prevalentemente le denunce dei lavoratori italiani (+733), rispetto a quelle dei lavoratori stranieri (+56).

Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (18.340 casi), con quelle del sistema nervoso (3.652) e dell’orecchio (2.383), continuano a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate (pari a circa il 76% del complesso). Seguono le denunce di patologie del sistema respiratorio (1.396) e dei tumori (1.209).

 

ADDIO AL MANAGER DEI DUE MONDI

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Il manager dei Due Mondi. Resterà questa la cifra fondamentale della vita e del profilo professionale di Sergio Marchionne morto il 25 luglio nella clinica universitaria di Zurigo dov’era ricoverato dall’inizio di luglio.

Tutto il suo profilo di vita e di grande manager ha avuto come collocazione le due sponde dell’Atlantico. Italia e Canada. Italia e Stati Uniti. Nato a Chieti il 17 giugno 1952, era figlio di un maresciallo dei Carabinieri: un’appartenenza di cui era orgoglioso come testimoniato nella sua ultima uscita pubblica, lo scorso 26  giugno  per consegnare  la nuova Jeep all’Arma. La madre era istriana. Dopo l’adolescenza in Abruzzo si trasferisce in Ontario. La morte del padre spinge la mamma a trasferirsi in casa di una sorella che commercia frutta e verdura.

Studi in Canada. Laurea in filosofia all’Università di Toronto e poi un’altra in legge alla Osgoode Hall Law School of York University. Master in Business Administration all’ University of Windsor. Inizia a lavorare come procuratore legale. Nel 1983 entra nel colosso della consulenza Deloitte Touche come avvocato commercialista ed esperto di fisco. E’ il primo passo di una carriera che nel 2000 lo porta in Svizzera come amministratore delegato di Lonza Group che si occupa di farmaceutica e biotecnologia.

A portarlo sotto i riflettori è il risanamento di Sgs, colosso elvetico della certificazione, di cui divenne amministratore delegato nel 2002. I risultati di Sgs, risanata in appena due anni rivoluzionando il sistema delle garanzie, lo portarono all’attenzione del Lingotto che dell’azienda era azionista. A chiamarlo a Torino è Umberto Agnelli sul letto di morte. E’ certamente il momento più oscuro del gruppo. L’amministratore delegato Giuseppe Morchio entra in rotta di collisione con la famiglia che teme di perdere il controllo di Fiat. Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, figure di primo piano dell’universo torinese, insieme a Susanna Agnelli disegnano il futuro: l’1 giugno 2004 Marchionne, che è già da un anno è  in consiglio d’amministrazione, viene nominato amministratore delegato. Presidente è Luca di Montezemolo e vice presidente John Elkann appena ventenne.

 Le casse del gruppo sono esauste e, come gli accadrà altre volte, Marchionne trova negli Usa la sponda di cui ha bisogno per ripartire. Rompe con General Motors che paga 2 miliardi di dollari per scogliere il contratto che le impone l’acquisto di Fiat Auto. Un miracolo contrattuale reso possibile dall’abilità con cui  Paolo Fresco quando, nel 2000 era stato presidente Fiat, aveva scritto “master plan” con gli americani. Il bonifico arrivato da Detroit rappresenta il carburante per ricominciare. In Gm, però, non lo dimenticheranno. Mary Barra, nominata presidente del colosso Usa, si rifiuta di vendere Opel a Marchionne e, con l’appoggio del governo tedesco,  favorisce i francesi di Psa. Per mesi Mary Barra  si rifiuterà anche di rispondere alle telefonate di Marchionne che la cercava per un altro accordo.

Nel 2009 che Marchionne compie il suo miracolo manageriale: in un’America piegata dalla crisi finanziaria Fiat ottiene da Obama il 20% di Chrysler, il più piccolo dei tre costruttori d’auto in Usa. L’azienda dopo la fallimentare alleanza con Daimler, era al collasso. A convincere Washington, oltre alla credibilità guadagnata da Marchionne come grande risanatore, sono  l’esperienza e le garanzie offerte da Fiat  su nuove formule di mobilità “verde”. Il Fondo pensioni dei lavoratori Chrysler si schiera con gli italiani e i cospicui guadagni ottenuti successivamente vendendo le azioni del gruppo ricompenseranno la fiducia.

Fu il primo passo di un percorso che – attraverso l’acquisto delle  rimanenti quote – porterà nel 2014 i torinesi al controllo del 100% di Chrysler. Nasce Fca (Fiat Chrysler Automobiles) che  consacra Marchionne come uno  dei grandi protagonisti dell’automobilismo mondiale sulle due sponde dell’Atlantico. Nessun’altro manager, prima di lui, era riuscito a risanare ben due colossi dell’auto. In entrambi i casi raccogliendoli a un passo dal baratro.  E da Detroit lancia un piano ambizioso di cui i frutti sono attesi alla fine di quest’anno.

Una scalata, quella a Chrysler, condotta nel bel mezzo della crisi europea, gli attacchi politici in Italia e le diffidenze degli analisti. Ma Marchionne tira dritto fino a rompere con Confindustria di cui il gruppo torinese, fino a quel momento, era stato uno dei punti di riferimento. Non risparmia nemmeno i sindacati. Contesta il rito del contratto unico nazionale a favore degli accordi in fabbrica. Cisl e Uil accettano la sfida. La Fiom sceglie la strada del contrasto nelle aule giudiziarie. La vertenza si concluderà con una sconfitta del sindacato. Marchionne, invece,  guadagna la copertina di “Time”, che lo chiama lo Steve Jobs dell’auto, e il plauso del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che lo trasforma in icona della ripresa dell’auto a stelle e strisce. E ultimamente è stato definito il  manager   «preferito» anche  dal nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, per i suoi investimenti in Usa.

 Un cammino scandito da grandi operazioni (alcune delle quali ancora in via di realizzazione), a iniziare dal rilancio di Jeep, divenuta ormai il  gioiello della corona di Fca, passando per la rinascita di Maserati e la scommessa su una Alfa Romeo ’premium’, marchio ripetutamente  negato a Ferdinand Piech, azionista e per un certo periodo anche presidente del gruppo Volkswagen. C’era anche il prezzo: un miliardo. 

 In mezzo però, anche la delocalizzazione di numerose produzioni, e la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese. L’ultimo piano industriale – presentato il primo giugno – confermava  quanto già annunciato da tempo, ovvero il declino del marchio Fiat, cui sarebbe stato preferito sui principali mercati quello della famiglia 500, e l’uscita di scena di Lancia. Stesso destino negli Usa con Chrysler per puntare tutto su Jeep e Ram. Non a caso il suo successore Mike Manley è stato per molto tempo il responsabile dei due marchi. 

Per il futuro Marchionne – dopo aver inseguito inutilmente altre  alleanze, convinto che solo grandi gruppi avranno  risorse sufficienti per sostenere i costi della rivoluzione tecnologica – aveva già delineato  altre priorità. Innanzitutto l’abbandono progressivo del diesel per  sposare nuove forme di mobilità verde. Innanzitutto elettrico e ibrido dove il gruppo accusa ancora un ritardo piuttosto consistente.  Un processo di trasformazione che – in base ai  piani annunciati al mercato – il manager avrebbe seguito come consigliere  Exor, visto che la famiglia Agnelli-Elkann non aveva nessuna  intenzione di privarsi  dell’uomo che aveva salvato il gruppo.

Di certo Marchionne, per anni accanito fumatore – aveva smesso di recente -, non è stata una figura usuale. Ironico, forte e diretto, il suo dress-code non passava  inosservato. In ciascuna delle sue case negli Stati Uniti, in Svizzera e a Torino teneva  oltre 30  maglioncini blu tutti uguali con il tricolore nella manica. Li indossava in ogni occasione al posto della giacca e la cravatta. Si ricordano tre eccezioni. Quando si presentava alla stampa, quando andava in Senato, dove giacca e  cravatta sono obbligatorie, e alla  presentazione dell’ultimo piano industriale a Balocco. Aveva messo una cravatta Ermenegildo Zegna  per celebrare il target di ‘zero debito’. Si ricorda una parentesi, nel 2012, con la barba.

 Ma di molti altri episodi  sono stati pieni gli anni passati da Marchionne a Torino. Molti i protagonisti della vita politica ed economica che hanno sperimentato la forza, a tratti durezza, di un uomo che non tollerava ostacoli: a iniziare da Luca Cordero di Montezemolo, diversissimo per storia e stile, uscito di scena dalla Ferrari  nel 2014 alla vigilia dello sbarco a Wall Street. Ma soprattutto al termine di una stagione agonistica estremamente deludente.

Nonostante i riflettori, il manager italo- canadese è riuscito a mantenere uno stretto riserbo sulla vita privata. C’è riuscito anche in queste ultime ore impedendo, se non alla fine, la circolazione delle notizie sulla sua salute. Complice anche la scelta di mantenere la residenza in Svizzera nel cantone di Zugo, dove abitano anche la  moglie Orlandina, italiana con origini canadesi, e i due figli Alessio Giacomo (che ha compiuto i suoi studi in Canada) e Jonathan  Tyler. Dopo la fine del matrimonio Marchionne aveva iniziato, nella più totale discrezione, una nuova relazione con Manuela Battezzato, conosciuta in azienda dove si occupava di comunicazione.

Molti gli aneddoti sul suo dinamismo. A cominciare dall’attenzione a muoversi con il jet privato da una parte all’altra dell’Atlantico a seconda delle  giornate festive o lavorative. Medesima dedizione  richiesta ai suoi collaboratori, seconda solo a quella che si era  imposto per portare avanti il proprio compito. D’altronde,  proprio nell’ultima uscita pubblica Marchionne aveva spiegato come nei 

Carabinieri si rispecchiavano «i valori con cui sono cresciuto e che  sono stati alla base della mia educazione: la serietà, l’onestà, il  senso del dovere, la disciplina, lo spirito di servizio».

Pochi gli hobby (le Ferrari, che acquistava di tasca propria, e la musica lirica). Poi il maglioncino blu. Un simbolo destinato a segnare un’epoca come l’orologio sopra il polsino di Gianni Agnelli.

Nino Sunseri

 

È MORTO SERGIO MARCHIONNE

È morto a Zurigo Sergio Marchionne. Aveva 66 anni. Era ricoverato da fine giugno all’UniversitatsSpital. 

Il manager, abruzzese di nascita, era stato ricoverato per problemi alla spalla. Venerdì 20 luglio l’improvviso peggioramento delle condizioni che avevano portato alla convocazione dei cda di Fca, Ferrari e Cnh sabato 21 con la nomina dei nuovi amministratori.

Una nota di Fca, diffusa al termine del Consiglio di amministrazione, aveva chiarito che il manager non sarebbe mai più tornato a lavorare, chiarendo la gravità della situazione. Nonostante il massimo riserbo mantenuto attorno alle condizioni di Marchionne, sono circolate varie ipotesi sulle cause di questo peggioramento, dimostratosi fatale. Lascia due figli e la compagna Manuela.

Secondo quanto si apprende, nella fase di recupero Marchionne, che non avrebbe avuto un tumore, ha avuto complicazioni post-operatorie inattese e improvvise che hanno portato a un primo arresto cardiaco. E’ stato portato in rianimazione, dove ha subito un ulteriore attacco cardiaco.

A GIUGNO RETRIBUZIONI +2% ANNUO

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A giugno l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è aumentato dello 0,9% rispetto al mese precedente e del 2% nei confronti di giugno 2017. Lo rende noto l’Istat.

Complessivamente, nei primi sei mesi del 2018 la retribuzione oraria media è cresciuta dell’1,1% rispetto al corrispondente periodo del 2017.

A giugno le retribuzioni contrattuali orarie registrano un incremento tendenziale dell’1,3% per i dipendenti del settore privato (+0,9% nell’industria e +1,6% nei servizi privati) e del 4,1% per quelli della pubblica amministrazione.

Questi i settori che presentano gli incrementi tendenziali maggiori: militari-difesa (+6,4%); forze dell’ordine (+6,1%) e ministeri (+3,8). Le variazioni tendenzial minori si osservano per i servizi di comunicazione e informazione (+0,3%) e per l’edilizia (+0,1%).

Quanto ai contratti, nel periodo aprile-giugno sono stati recepiti 13 accordi mentre uno è scaduto. Alla fine di giugno 2018 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica riguardano 11,2 milioni di dipendenti (86,8% del totale) e corrispondono all’87,4% del monte retributivo osservato.

Complessivamente i contratti in attesa di rinnovo a fine giugno sono 21, relativi a circa 1,7 milioni di dipendenti (13,2%), in diminuzione rispetto al mese precedente (15,8%).

L’attesa del rinnovo per i lavoratori con il contratto scaduto è in media di 35,8 mesi. L’attesa media calcolata sul totale dei dipendenti è di 4,7 mesi, in diminuzione rispetto a un anno prima (27).

“Nel secondo trimestre del 2018 continua l’accelerazione della crescita delle retribuzioni contrattuali iniziata negli ultimi mesi del 2017 – commenta l’Istat -. A giugno la variazione mensile su base annua è tornata su valori che non si registravano dal 2011. Queste tendenze derivano dall’applicazione concomitante degli aumenti contrattuali a regime, relativi al triennio 2016-2018, per la quasi totalità dei dipendenti pubblici dopo il blocco contrattuale che si protraeva dal 2010. Nel settore privato la dinamica osservata è decisamente più regolare con una moderata tendenza al rialzo più presente nei servizi privati”.

 

BCE LASCIA I TASSI INVARIATI

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Nella riunione del 26 luglio il Consiglio direttivo della BCE ha deciso che i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rimarranno invariati rispettivamente allo 0,00%, allo 0,25% e al -0,40%. Il Consiglio direttivo si attende che i tassi di interesse di riferimento della BCE si mantengano su livelli pari a quelli attuali almeno fino all’estate del 2019 e in ogni caso finché sarà necessario per assicurare che l’inflazione continui stabilmente a convergere su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio termine.

“Quanto alle misure non convenzionali di politica monetaria, il Consiglio direttivo continuerà a effettuare acquisti netti nell’ambito del programma di acquisto di attività (PAA) all’attuale ritmo mensile di 30 miliardi di euro sino alla fine di settembre 2018 – si legge in una nota -. Il Consiglio direttivo anticipa che, dopo settembre 2018, se i dati più recenti confermeranno le prospettive di inflazione a medio termine del Consiglio direttivo, il ritmo mensile degli acquisti netti di attività sarà ridotto a 15 miliardi di euro sino alla fine di dicembre 2018 e in seguito gli acquisti netti giungeranno a termine. Il Consiglio direttivo intende reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza nel quadro del PAA per un prolungato periodo di tempo dopo la conclusione degli acquisti netti di attività e in ogni caso finché sarà necessario per mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio grado di accomodamento monetario”.

 

INTESA TRA CONFSERVIZI E CGIL-CISL-UIL

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Sviluppo delle economie territoriali, politica industriale per i servizi pubblici, crescita dimensionale delle imprese in un contesto competitivo accanto alla tutela e allo sviluppo occupazionale che accompagni la trasformazione nei servizi pubblici dell’energia, dell’ambiente, del servizio idrico e del trasporto locale. Costituzione di un Osservatorio sulle politiche industriali che monitori l’applicazione dei aspetti condivisi. È questo il cuore dell’Avviso Comune siglato a Roma dai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, e da Giovanni Valotti, presidente di Confservizi, in rappresentanza delle tre maggiori organizzazioni sindacali e della confederazione delle imprese dei servizi pubblici locali. Oltre all’avviso comune, i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil per le organizzazioni sindacali e di Confservizi-Utilitalia-Asstra per la parte datoriale, hanno siglato due documenti legati allo sviluppo delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva all’interno dell’articolato mondo delle società di servizi pubblici partecipate dagli enti locali.

“Oggi abbiamo firmato con le tre sigle sindacali tre documenti molto importanti. Il primo è questo Avviso comune che ha un respiro strategico perché disegna alcuni punti chiave su cui organizzazioni sindacali e imprese si trovano d’accordo per i futuri dei servizi pubblici e che riflette, dal nostro punto di vista, la filosofia di fondo: che non c’è contrapposizione tra interessi dei lavoratori e impresa ma che nello sviluppo si possa trovare nella tutela dello sviluppo e una maggiore protezione dei lavoratori”, spiega Valotti.

“Questo documento disegna le linee di sviluppo condivise in questo settore. I servizi pubblici sono molto importanti per la qualità della vita di tutti noi cittadini, ma anche per la competitività del Paese, per l’incremento dell’occupazione, per lo sviluppo del Pil, per gli investimenti pubblici. Noi – sottolinea – ci siamo impegnati su alcune linee qualificanti che sono il chiarimento normativo, la semplificazione delle procedure, la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa, tutti i sistemi a tutela dei lavoratori, il ruolo della contrattazione decentrata, oltre che di quella nazionale, gli investimenti pubblici. Tutti pilastri molto importanti su cui bisognerà lavorare tanto in futuro ma direi che le linee sono tracciate. Adesso dobbiamo dimostrare con i risultati effettivi che queste linee sono quelle giuste”. Oltre all’avviso comune, i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil per le organizzazioni sindacali e di Confservizi-Utilitalia-Asstra per la parte datoriale, hanno siglato due documenti legati allo sviluppo delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva all’interno dell’articolato mondo delle società di servizi pubblici partecipate dagli enti locali.

 

ENI, NEL 1^SEMESTRE UTILE NETTO 2.2 MILIARDI

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Il Consiglio di Amministrazione di Eni ha approvato ieri i risultati consolidati del secondo trimestre e del primo semestre 2018 (non sottoposti a revisione contabile).

L’Utile operativo adjusted si attesta a 2,56 miliardi di euro nel secondo trimestre, +152%; 4,94 miliardi nel semestre (+73% rispetto al primo semestre 2017). 

Utile netto adjusted: 0,77 miliardi nel secondo trimestre, +66% rispetto al secondo trimestre 2017; 1,74 miliardi nel semestre (+45% rispetto al primo semestre 2017), mentre l’Utile netto raggiunge quota 1,25 miliardi nel secondo trimestre; 2,20 miliardi nel semestre.

Eni evidenzia una “forte generazione di cassa operativa”: 3 miliardi nel secondo trimestre 2018 (+12% rispetto al secondo trimestre 2017); 5,2 miliardi nel semestre (+13% rispetto al primo semestre 2017).

La generazione di cassa adjusted prima della variazione del circolante ed escludendo l’utile/perdita di magazzino è a 2,82 miliardi nel trimestre, 5,99 miliardi nel semestre (+21% in entrambi i periodi).

Investimenti netti a quota 3,67 miliardi nel semestre, più che finanziati dal flusso di cassa organico. L’indebitamento finanziario netto si attesta a 9,9 miliardi, il leverage è 0,20, in riduzione rispetto allo 0,23 del 31 dicembre 2017. La proposta di acconto dividendo 2018 è 0,42 euro per azione, a valere sul dividendo annuo di 0,83 euro per azione.

“Nel secondo trimestre, come già nel primo, Eni ha proseguito nel trend di forte miglioramento della redditività che aumenta del 152% a fronte di una crescita del Brent in euro del 38%, trainata dalla performance del business E&P che ha più che triplicato il suo contributo – commenta Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni -. La generazione di cassa consolidata è anch’essa nettamente cresciuta, spinta dal prezzo Brent e dalla maggiore produzione con un contributo per barile che sale a 20$, consentendoci di confermare la riduzione a 55 $/barile della nostra cash neutrality per il 2018″.

“Ottimo è stato anche il risultato del business G&P, frutto della maggiore integrazione del business del GNL con le attività upstream e dei benefici della profonda riorganizzazione condotta negli ultimi anni – prosegue Descalzi -. La flessione dello scenario nella Raffinazione e nella Chimica, anticiclico rispetto al Brent, ha comportato una riduzione del contributo di questi business che si sono comunque mantenuti positivi grazie alla ristrutturazione avviata nei precedenti esercizi”.

“La gestione del portafoglio ha fatto registrare nel trimestre progressi significativi, con l’accordo per la nascita di Var Energi in Norvegia e l’incasso del prezzo di vendita a Mubadala del 10% del campo di Zohr. Come risultato finale il debito netto prosegue nella sua discesa portandosi al di sotto di 10 miliardi di euro, livello più basso registrato negli ultimi 11 anni. Su queste basi confermerò al Consiglio del 13 settembre la proposta di un acconto dividendo di 0,42 euro per azione”, conclude l’ad.

INTESA, 1,5 MLD PER INVESTIMENTI NELLA ZES DELLA CAMPANIA

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Un miliardo e mezzo di ragioni per investire nella Zona Economica Speciale della Campania, l’area a regime fiscale agevolato che coinvolge i maggiori porti della regione. A tanto ammonta il plafond messo a disposizione da Intesa Sanpaolo per le aziende export-oriented­­ che si vorranno affacciare sul Golfo di Napoli a investire nella riqualificazione e nel rilancio del settore manifatturiero meridionale nella matassa dei flussi commerciali internazionali. Un fondo, quello presentato nella sala convegni di Intesa Sanpaolo, che è figlio dell’accordo dello scorso dicembre tra la sua controllata, Banco di Napoli, e l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale e che permetterà agli imprenditori di usufruire di servizi di consulenza per l’elaborazione dei piani di investimento e di sostenere la riqualificazione e il potenziamento delle strutture connesse all’area portuale. Il tutto a beneficio anche del territorio, dove ci si aspetta una crescita tanto dell’economia quanto dell’occupazione. L’intenzione è quella di “presentare alle aziende del centro e del nord Italia, dopo averlo già fatto con quelle campane, le opportunità in termini fiscali, amministrativi e doganali – afferma Francesco Guido, direttore generale del Banco di Napoli – perché, per un Paese come l’Italia, proiettato verso l’esportazione, parlare di globalizzazione non ha nessun significato se noi siamo vittime e non artefici di questo fenomeno”.

Istituite in Italia a agosto 2017, le Zes sono alcune aree portuali del Mezzogiorno interessate dai traffici commerciali transeuropei, dove le aziende possono godere di benefici fiscali dovuti al credito d’imposta sugli investimenti per l’acquisto di beni strumentali, purché effettuato entro il 31 dicembre 2020, nella misura massima di 50 milioni di euro. Al maxi-sconto fiscale si aggiungono procedure semplificate per adempimenti burocratici e per l’accesso alle infrastrutture. Fondamentale sarà poi l’appoggio degli enti pubblici territoriali e locali, che dovranno contribuire a snellire le pratiche amministrative per le imprese. Unica condizione, la permanenza dell’attività all’interno della Zes per almeno sette anni, mentre non sono previsti limiti per dimensione o fatturato dell’azienda. “L’esperimento delle Zone Economiche Speciali – spiega ancora Guido – oggi parte nel sud con tre aree, quella di Napoli, di Bari e di Taranto, ma solo la prima è già operativa”.

“In altre nazioni le Zes hanno rappresentato un grande volano di sviluppo che può essere misurato sia in ottica di convenienza individuale che in prospettiva di sistema economico complessivo” sottolinea Teresio Testa, responsabile Direzione Sales&Marketing Imprese di Intesa Sanpaolo. In effetti, si tratta di un fenomeno in crescita a livello globale, con oltre 4.500 Zone Economiche Speciali in 135 Paesi. Numeri impressionanti se si considera che, nel 1975, erano appena 79 in 25 nazioni. 

“È un format di successo per attirare investimenti usato in tutto il mondo – sottolinea Pietro Spirito, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale -. L’Italia si incammina su questo sentiero e ora si deve ripartire con strumenti nuovi di politica industriale: non più un supporto finanziario tattico, ma un progetto strategico che guardi al futuro di un Mezzogiorno capace di fare manifattura nel ventunesimo secolo”.