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Cardiopatie congenite per 1 neonato su 100, Sin-Sicp “Serve prevenzione”

ROMA (ITALPRESS) – Circa un neonato ogni 100 nati vivi in Italia presenta una cardiopatia congenita (pari a 4000 neonati l’anno), una anomalia del cuore e/o dei grandi vasi, già presente durante la vita fetale. Queste patologie rappresentano il 40% di tutti i difetti congeniti, provocando circa il 4% dei decessi in epoca neonatale (primi 28 giorni di vita). In occasione della Giornata Mondiale delle cardiopatie congenite, che ricorre il 14 febbraio, la Società Italiana di Neonatologia (SIN) e la Società Italiana di Cardiologia Pediatrica e delle Cardiopatie Congenite (SICP), da sempre al fianco dei neonati e delle famiglie colpite da questo tipo di patologia, lanciano un messaggio ai futuri genitori, per sensibilizzarli ad una corretta prevenzione ed una diagnosi quanto più precoce possibile.
Le cardiopatie congenite presentano una grande variabilità clinica, andando da patologie minori, che spesso si risolvono spontaneamente, fino a quadri malformativi molto complessi il cui percorso terapeutico è caratterizzato da molteplici procedure invasive di tipo chirurgico e cardiologico.
Nonostante le cardiopatie congenite siano considerate delle tipiche patologie con causa multifattoriale, sempre più spesso vengono individuate cause genetiche.
Fattori ambientali, tossici (alcool e farmaci in particolare) o infettivi possono talvolta essere causa di cardiopatie congenite. Per questo motivo SIN e SICP raccomandano ai futuri genitori di rivolgersi al proprio medico di fiducia nel momento in cui venga pianificata una gravidanza, al fine di poter intraprendere tutte le misure preventive possibili, idonee a ridurre al minimo il rischio di insorgenza di malformazioni congenite. Tra queste, l’implementazione della dieta con acido folico (da iniziare almeno tre mesi prima del concepimento), l’adozione di stili di vita appropriati (non assumere alcool durante l’intera gravidanza e nel periodo di allattamento) e la vaccinazione contro le principali malattie infettive a rischio teratogeno.
Le cardiopatie congenite sono patologie che, talvolta, possono essere diagnosticate durante la gravidanza.
Le ecografie di primo livello sono in grado di identificare tutti i tipi di cardiopatie congenite in circa il 50-60% dei casi. In caso di sospetto di queste patologie, i futuri genitori saranno indirizzati ad eseguire una ecocardiografia fetale, la quale aumenta notevolmente la percentuale di casi individuati.
In tale contesto, di fondamentale importanza sono le figure del cardiologo e del cardiochirurgo pediatrici per un corretto counseling e per affiancare i futuri genitori in un momento di scelte difficili.
La diagnosi postnatale pone in qualche caso delle difficoltà; anche in presenza di cardiopatia, infatti, il neonato può presentare un periodo di benessere, più o meno lungo in relazione al tipo di malformazione cardiaca. Durante la gravidanza il feto ha una circolazione del sangue molto diversa da quella postnatale, fattore che contribuisce, in molti casi, a limitare o neutralizzare l’effetto patologico dell’anomalia cardiaca.
Questa può rendersi evidente a distanza di ore o giorni dalla nascita, quando si completa il modello circolatorio postnatale, con l’insorgenza dei primi segni clinici che accompagnano l’evoluzione della cardiopatia (distress respiratorio, cianosi, bassa portata cardiaca). In caso di sospetto di cardiopatia congenita, l’ecografia cardiaca neonatale resta l’esame di prima scelta. Per tale motivo il ruolo del neonatologo nei primi giorni di vita è fondamentale.
“E’ importante che i futuri genitori inizino da subito un adeguato percorso di assistenza alla gravidanza, rivolgendosi al proprio medico di fiducia, possibilmente ancora prima del suo inizio, in modo da pianificare i controlli e le strategie preventive più adeguati – concludono Sin e Sicp -. In caso di diagnosi fetale o postnatale di malformazione cardiaca congenita, la stabilizzazione medica del neonato e la presa in carico da parte di un centro con esperienza nel trattamento delle cardiopatie congenite consentono, nella gran parte dei casi, la migliore garanzia di successo anche a lungo termine”.
(ITALPRESS).

Allo Zen di Palermo nasce il poliambulatorio “Eugenio Emanuele”

PALERMO (ITALPRESS) – Una struttura sanitaria nuova di zecca per fornire al quartiere Zen di Palermo, e nelle zone circostanti, un’assistenza sanitaria a 360 gradi. E’ il Presidio Sanitario “Eugenio Emanuele”, inaugurato in via Luigi Einaudi 99, a San Filippo Neri. La realizzazione del centro è stata possibile grazie alla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale su preciso impulso del suo presidente, Emmanuele F.M. Emanuele, ed è dedicato alla memoria del padre medico palermitano che si occupò in vita, con grande spirito di abnegazione, dei più bisognosi. “Sono emozionato e felice un qualcosa che mio padre mi ha trasmesso, la vicinanza ai meno fortunati, quelli che lui chiamava ultimi e verso i quali si prodigava con una costante attenzione quotidiana. Questo mi ha spinto nel corso della vita ad aiutare malati e bisognosi”, commenta in video conferenza il mecenate Emmanuele F.M. Emanuele.
Il progetto è curato dall’Associazione Laboratorio Zen Insieme, in raccordo con l’ufficio territoriale della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, in collaborazione con lo Iacp (Istituto Autonomo Case Popolari) di Palermo che è proprietario dell’immobile. Grazie al contributo della Fondazione sono stati realizzati i lavori di restauro e rifunzionalizzazione, nonché l’acquisto degli arredi e della strumentazione utile alle attività di base.
Ulteriori contributi sono giunti da La Chiesa Di Gesù Cristo Dei Santi Degli Ultimi Giorni, rimasta particolarmente colpita dal lavoro in quartiere, che ha concorso all’acquisto di un ecografo multifunzione al fine di garantire diverse prestazioni mediche, e Unicredit Foundation, il cui contributo permetterà di gestire l’ambulatorio per il primo periodo in completa autonomia.
Inoltre, è stata anche resa possibile la realizzazione degli arredi di carattere non sanitario, affidata a Lisca Bianca, una realtà palermitana nata col restauro dell’omonima storica imbarcazione e ancora attiva attraverso percorsi incentrati sull’inclusione socio-lavorativa di soggetti svantaggiati.
L’importante iniziativa, è stato spiegato nel corso della cerimonia di inaugurazione, risponde alle esigenze materiali primarie di una comunità in difficoltà, in quanto attraverso questo strumento sarà possibile contrastare le dilaganti forme di ‘povertà sanitaria’ che interessano sempre più larghi strati di popolazione. I servizi offerti includeranno: ambulatori di medicina generale e pronto intervento, diagnostica ecografica di primo livello, prestazioni riguardanti il settore materno-infantile (ginecologia, logopedia, neuropsichiatria infantile, riabilitazione dei disturbi evolutivi). A questi si aggiungeranno le specializzazioni più congrue ed utili nella risposta alle esigenze sanitarie impellenti della comunità. Così, se cardiologia e ginecologia avranno uno spazio fisso dedicato settimanalmente, anche eventuali richieste aggiuntive potranno essere soddisfatte attraverso il contributo di numerosi specialisti (neurologia, endocrinologia, neonatologia, ortopedia) e grazie alla relazione già instaurata con volontari e volontarie di altre realtà ambulatoriali presenti e attive in città.
Il mecenate Emmanuele F.M. Emanuele, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, ha commentato così l’iniziativa: “Sono davvero felice di inaugurare oggi a Palermo questo presidio sanitario, e ciò principalmente per due ordini di motivi: in primo luogo per la memoria di mio padre e del suo impegno, oltre che nel campo sanitario, in quello umanitario, in particolare a favore dei meno fortunati nella scala sociale, coloro che spesso definiva ‘gli ultimi’, per i quali si è sempre speso senza risparmiarsi. In secondo luogo, per la mia conseguente visione, ispirata dalla condotta di mio padre, che nel corso della vita mi ha spinto ad aiutare sia i malati che i meno fortunati, realizzando nel nostro Paese ed anche al di fuori dei confini nazionali progetti di rilevante impatto sanitario e sociale”.
“Negli anni della mia presidenza alla Fondazione Roma, ad esempio – ha aggiunto -, ho creato l’Hospice per i malati terminali e di SLA, ed il Villaggio Emanuele per i malati di Alzheimer, entrambi totalmente gratuiti; inoltre, grazie al nostro sostegno supportato dalla mia volontà, il CEMAD (Centro di Gastroenterologia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli) si è classificato al 3° posto nel mondo per il 2021 come centro di eccellenza per le malattie dell’apparato digerente. In collaborazione con il Policlinico Gemelli, peraltro, stiamo per inaugurare un grande Centro di Cardiochirurgia che si prefigura di diventare il più attrezzato e all’avanguardia a livello europeo, la cui posa della prima pietra è prevista tra pochi giorni e sarà seguita dalla presentazione del progetto tra due settimane. Il mio impegno nel campo della sanità e della ricerca scientifica ad essa collegata prosegue anche per il tramite della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale che mi onoro di presiedere, e a questo proposito desidero ricordare, in particolare, la collaborazione continuativa alle attività di ricerca dell’istituto di biologia e genetica molecolare Biogem, con sede ad Ariano Irpino, in cui la Fondazione Terzo Pilastro ha fatto il proprio ingresso, in sinergia con altri importanti atenei e centri di ricerca, e che è stata in prima linea nella ricerca contro il Covid-19, nonché l’Emanuele Cancer Research Foundation Malta (ECRFM), primario Centro di ricerca sul cancro che si qualifica un’eccellenza nell’intera area del Mediterraneo, realizzato dalla Fondazione in collaborazione con l’Università di Malta e la Presidenza della Repubblica di Malta, oltre a svariati altri interventi a favore dei malati sia in Italia che all’estero”.
“In quest’ottica – ha spiegato il mecenate – si colloca la nascita del presidio allo Zen, un progetto al quale tengo particolarmente, ossia la creazione di un ambulatorio polifunzionale adatto a rispondere alle esigenze sanitarie primarie di una comunità spesso emarginata, in un quartiere difficile della mia città natale. Si tratta di un’iniziativa che ritengo doverosa per un’istituzione, quale è la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale che mi onoro di presiedere, da sempre attenta alle esigenze dei territori dell’area mediterranea, con particolare riguardo alle gravi problematiche sociali che affliggono la nostra epoca”.
Tra le molteplici attività realizzate dalla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale nel campo della salute vale la pena altresì ricordare: la collaborazione con l’Ospedale Bambino Gesù per la diagnostica delle forme di scoliosi nei bambini; il nuovo Polo di Dermatologia oncologica e chirurgica presso l’IDI; il macchinario rigeneratore per i polmoni, frutto della sinergia con la Lega Italiana Fibrosi Cistica, per i pazienti affetti dalla suddetta malattia; il Polo Sportivo di Prevenzione Oncologica a Formia dedicato alla riabilitazione delle pazienti che hanno subito l’asportazione di un tumore al seno tramite il canottaggio (pratica replicata recentemente a Palermo con la Società Canottieri Palermo); il progetto ‘Accoglienza e Sorrisi’ per garantire in Italia le cure necessarie ai pazienti in età pediatrica provenienti dall’area sub-sahariana ed affetti da labbro leporino (progetto promosso anche in Iraq, a Nassirya). Sempre a favore dei malati, di quanto realizzato all’estero è opportuno citare, ugualmente a titolo esemplificativo, il progetto ‘Ospedali Aperti’ in Siria, per dotare nosocomi e consultori di Damasco delle attrezzature necessarie; varie iniziative sull’isola di Malta miranti a fornire assistenza medica e psicologica a soggetti affetti da autismo o a ragazze madri sole con i loro bambini, ed altrettante in Spagna per l’assistenza di persone affette da disabilità intellettive, da Alzheimer o per piccoli pazienti che necessitano di cure palliative.
“Era un desiderio di lunga data quello di occuparci della povertà sanitaria e la difficoltà di chi sta ai margini di accedere al diritto alla salute – spiega la presidente di Zen Insieme, Mariangela Di Gangi -. Abbiamo lavorato per un servizio di prossimità, a volte anche diritti garantiti non sono facilmente accessibili. Attraverso questo presidio avviciniamo il diritto alla salute ai cittadini dello Zen. Il tutto con un occhio di riguardo verso l’infanzia, perchè certi problemi che possono essere semplici, se tralasciati in tenera età, possono diventare anche disabilità o problematiche più serie”.
Grande soddisfazione anche da parte del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando: “E’ un atto di amore verso la città da parte della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, che ha pensato di dedicare questo spazio ad un medico palermitano. Esprimo grande gratitudine verso la Fondazione e il suo presidente Emmanuele Emanuele che è stato nominato da me tre anni fa ambasciatore delle culture per la sua capacità di vivere relazioni internazionali di altissimo livello, ma questo non gli ha fatto dimenticare la sua città. Lui mette insieme radici e ali, mette insieme le esigenze di prevenzione, di salute dello Zen e della intera città con la sua visione internazionale”.
“E’ una cosa bellissima – sottolinea il commissario per l’emergenza Covid della provincia di Palermo, Renato Costa -. E’ l’esempio di una buona medicina. Serve a cambiare anche un dato culturale, avere un presidio sanitario non vuol dire solo curare le persone – sarebbe estremamente riduttivo – ma avere un presidio del genere significa prendersi cura di una persona. Non solo una cura medica ma anche una condizione di benessere psicofisico e sociale. Non è una sostituzione del medico di medicina generale o il sistema sanitario, ma un qualcosa in più”. Presenti all’inaugurazione anche il Commissario dello Iacp, Fabrizio Pandolfo, il Comandante provinciale dei Carabinieri, generale Giuseppe De Liso, e il Primo dirigente della Polizia di Stato, Giuseppe De Blasi.
(ITALPRESS).

Quici (Cimo-Fesmed) “Occorre una riforma dell’ospedale”

ROMA (ITALPRESS) – “Una riforma del territorio senza un parallelo intervento sull’ospedale non può funzionare”. Ne è convinta la Federazione Cimo-Fesmed, che annuncia infatti la prossima istituzione di un Gruppo di Lavoro, aperto al contributo di alcune società scientifiche, per analizzare approfonditamente il tema e proporre una riforma strutturale dell’ospedale.
“Nell’attuale dibattito istituzionale e pubblico sul futuro della sanità, ci si concentra sulla medicina generale, ma il grande assente è un ragionamento complessivo ed articolato sul ruolo che, nella nuova conformazione della sanità del territorio, dovrà ricoprire l’ospedale”, dichiara il presidente della Federazione Cimo-Fesmed Guido Quici.
“Due le parole chiave che indirizzeranno il nostro lavoro – prosegue Quici -: flessibilità e integrazione. L’ospedale del futuro dovrà essere da una parte in grado di garantire assistenza a tutti i pazienti che ne abbiano realmente bisogno anche in caso di nuove emergenze (pandemiche e non solo): non è ammissibile, infatti, ridurre intere strutture alla paralisi, costrette a sospendere del tutto le attività di elezione per dedicarsi ad alcune categorie di pazienti, dimenticando le altre. Dall’altra, dovrà essere intrinsecamente collegato all’assistenza primaria e intermedia, costituendo una parte integrante di un processo assistenziale circolare e non la tappa finale di un percorso unidirezionale”.
La Federazione Cimo-Fesmed ritiene infatti che punto di partenza di qualsiasi riforma debbano essere i bisogni reali di salute dei pazienti, creando una reale continuità assistenziale tra territorio e ospedale.
Case e ospedali di comunità dovranno quindi essere allocati sul territorio per avvicinare la sanità ai pazienti – superando rivalità campanilistiche o esigenze politiche – senza sovrapporsi a funzioni di altre strutture già esistenti o costituire nuovi silos che sbriciolano il percorso di cura e assistenza. A tal fine, sarebbe quindi auspicabile rivestire il ministero della Salute di un ruolo di indirizzo forte per ridurre il rischio di altrimenti inevitabili differenze tra le diverse Regioni.
“Obiettivi ambiziosi che necessitano di attenta programmazione, sufficienti risorse ed una auspicabile collaborazione diretta tra medici di medicina generale e medici dipendenti – commenta Quici -. Riteniamo infatti essenziale, per garantire la continuità delle cure e l’effettiva riduzione degli accessi inappropriati in ospedale, il contributo dei medici ospedalieri nelle strutture di comunità; tuttavia, stando così le cose, riteniamo irrealizzabile qualsiasi genere di coinvolgimento degli ospedalieri in tali strutture”.
Gli ospedali italiani, come è noto, sono infatti attanagliati da una carenza di personale tanto grave da rendere impossibile garantire l’assistenza minima. Come emerso dal sondaggio promosso dalla Federazione Cimo-Fesmed, il 73% degli ospedalieri è costretto agli straordinari ed il 42% ha accumulato più di 50 giorni di ferie. Un carico di lavoro che si somma ad una serie di delusioni e frustrazioni che portano il 72% dei medici che hanno aderito all’indagine a voler lasciare l’ospedale pubblico. “Per inciso – aggiunge Quici -, leggendo quanto emerso dal sondaggio, ci appare ancora più assurda di prima l’ipotesi di passaggio dei medici convenzionati a quella stessa dipendenza da cui i dipendenti vogliono scappare”.
Il funzionamento delle case e degli ospedali di comunità non può quindi prescindere da una vera riforma dell’assistenza ospedaliera.
“La digitalizzazione dei dati e l’implementazione della telemedicina sono senz’altro strumenti utili per migliorare la comunicazione interprofessionale; ma se non si terranno in considerazione gli aspetti sin qui elencati e le strutture di comunità dovessero rivelarsi un flop, rischiamo di inaugurare strutture destinate in breve tempo alla chiusura. Anche perchè – conclude Quici – occorre risolvere il nodo del loro finanziamento dal 2027 quando, com’è noto, saranno i risparmi prodotti dalla presunta deospedalizzazione legata all’implementazione di tali strutture a finanziare l’assistenza intermedia. Ma siamo sicuri che l’attuale sistema ospedaliero, che già vanta l’indice di posti letto per 1000 abitanti tra i più bassi d’Europa, riesca a farsi carico anche di questo fardello?”.
(ITALPRESS).

Covid, 67.152 nuovi casi e 334 decessi in 24 ore

ROMA (ITALPRESS) – Prosegue il trend in calo dei casi Covid in Italia. Il numero dei nuovi positivi è di 67.152, in discesa rispetto ai 75.862 (registrati nel bollettino reso noto il 10 febbraio) a fronte però di 663.786 tamponi eseguiti determinando un tasso di positività che si scende al 10,11%. In lieve incremento le vittime a 334 (+9).
I guariti sono 129.293, in calo gli attualmente positivi di 62.149 unità con un numero totale che si attesta su 1.751.125. Significativa la discesa dei ricoveri nei reparti ordinari, dove al momento si trovano 16.824 persone (il 10 febbraio erano 17.354), scendono pure le terapie intensive a 1.265 (1.322 il dato delle 24 ore precedenti). In isolamento domiciliare vi sono 1.733.036 persone. Sul fronte delle regioni, l’incremento maggiore dei casi si registra in Lombardia (+7.099), seguita da Lazio (6.722) ed Emilia Romagna (6.592).
(ITALPRESS).

Salutequità, sanità del Molise a rischio ma si può invertire la rotta

CAMPOBASSO (ITALPRESS) – L’assistenza domiciliare integrata (ADI) in Molise è tra quelle che in Italia assistono la maggiore percentuale di ultrasessantacinquenni. Una medaglia importante se si considera che la Regione si caratterizza per un’alta presenza di aree montane e zone disagiate. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio e se le prestazioni di ADI per 100mila abitanti sono tra le più numerose del Paese, il totale delle ore per singolo caso trattato nel 2019 è la metà rispetto alla media nazionale: 9 ore in Molise rispetto alle 18 dell’Italia e 50 del Lazio, 36 della Campania e della Sicilia. Le “buone notizie”, però, finiscono sostanzialmente qui. Per gli altri indicatori di salute ed efficienza dei servizi, il Molise, in piano di rientro da oltre 10 anni (dal 2007) e commissariata per la sanità, è oggi tra i fanalini di coda delle Regioni.
Secondo i dati del monitoraggio sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), nel 2019 (ultimo anno analizzato) è l’unica Regione insieme alla Calabria a non aver rispettato i LEA. Uno spaccato ad alto rischio quindi per la sanità regionale, che l’analisi di Salutequità ha messo in evidenza e sottolineato punto su punto nella review “Lo stato di Salute dell’Art. 32 della Costituzione in Molise”, presentata oggi a Campobasso.
“Invertire la rotta si può – afferma Tonino Aceti, presidente di Salutequità, Organizzazione per la valutazione della qualità delle politiche per la salute -. Il Molise può essere un laboratorio e un incubatore di innovazione, purchè utilizzi bene e tempestivamente le opportunità del Piano nazionale ripresa e resilienza (PNRR) che cade fortunatamente per la Regione nel momento in cui si deve lavorare al Piano Operativo 2022-2024, con il quale ovviamente ci dovranno essere interrelazioni e integrazioni fortissime. In questo percorso, difficile e sfidante, la Regione non è sola: ci sono professionisti sanitari e cittadini pronti a collaborare e partecipare L’altra grande sfida è recuperare al più presto le cure sospese in questi due anni utilizzando bene le risorse previste in legge di Bilancio, migliorando ancora il piano regionale di recupero approvato recentemente anche nell’accountability”.
“Per dare le risposte che servono – continua Aceti – è fondamentale risolvere le carenze del personale sanitario, che sconta anche la poca attrattività del Servizio Sanitario Regionale. E questo dovrà essere affrontato anche dal sub commissario che manca già da oltre 1 mese”.
Tra le inadempienze rilevate dal Ministero ci sono i programmi di screening oncologici organizzati (cervice uterina, mammella e colon retto), con un punteggio giudicato “non accettabile” (3 lo score del Molise rispetto al valore considerato normale >9).
Le cose non vanno – ma sono “in miglioramento” – anche per quanto riguarda i posti letto per gli anziani nelle strutture residenziali, mentre si ricade nel “non accettabile” per lo scostamento dai valori normali per l’assistenza ospedaliera e la salute mentale. Nel 2019 in Molise sono stati assistiti presso i dipartimenti di salute mentale 1,9 cittadini per 1000 residenti contro i 21,52 in Emilia-Romagna, con un peggioramento significativo rispetto agli anni precedenti.
Sull’assistenza ospedaliera la percentuale di over65 con frattura del femore operati entro i due giorni è del 28% (valori considerati normali superiori a 60%) contro il 63,8% di Abruzzo o 68% del Lazio.
I dati del Molise sulla sanità sono (quasi) tutti in rosso e non è un problema di finanziamento, in linea con il resto d’Italia. Alla base piuttosto c’è un difetto di programmazione sanitaria, organizzazione dei servizi e una carenza di personale, andato diminuendo negli anni, anche per colpa dei blocchi di turn over (ricambio rispetto a chi va in pensione) dovuti al piano di rientro e al commissariamento, ma non solo.
Tra il 2010 al 2018 la Regione ha perso 1027 unità di personale sanitario: di cui 204 medici e 366 infermieri.
E i cittadini molisani si spostano per curarsi: il tasso di ospedalizzazione fuori Regione per 1.000 abitanti è il più alto d’Italia (27,70).
Per non parlare degli investimenti per l’edilizia sanitaria, previsti – e via via incrementati – fin dal 1988: oltre 142 milioni ancora da utilizzare su poco meno di 170 a disposizione.
Il Molise ha difficoltà evidenti nell’implementazione delle decisioni assunte: è l’esempio dei Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA). Ne sono stati approvati 14 tra il 2016 e il 2019, ma dai dati del monitoraggio del Ministero la loro attuazione è critica e con difficoltà crescenti negli anni.
E ancora il fascicolo sanitario elettronico è attuato ma poco utilizzato, con valori percentuali che non raggiungono (al secondo trimestre 2021) nemmeno il 5% della popolazione, contro Regioni (quasi tutte al Nord a onor del vero) che raggiungono o comunque sfiorano il 100 per cento.
E le criticità sono anche nel Piano nazionale Cronicità: recepito con due anni di ritardo e rimasto per ora solo sulla carta: il gruppo di lavoro regionale di coordinamento e monitoraggio del Piano sembrerebbe non essere stato attivato e non si trovano informazioni sul sistema di stratificazione della popolazione nella Regione (a parte una sperimentazione del 2018 su dati del 2017).
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Covid, in calo Rt e incidenza

ROMA (ITALPRESS) – Continua la discesa dell’incidenza settimanale a livello nazionale: 962 ogni 100mila abitanti (4-10 febbraio) contro 1.362 ogni 100mila abitanti (28 gennaio – 3 febbraio), dati flusso ministero Salute”. E’ quanto riporta il report dell’Istituto superiore di sanità (Iss) con i dati principali del monitoraggio della Cabina di regina. Nel periodo 19 gennaio 1 febbraio, l’Rt medio calcolato sui casi sintomatici è stato pari a 0,89, in diminuzione rispetto alla settimana precedente e al di sotto della soglia epidemica.
(ITALPRESS).

Stop alle mascherine all’aperto, obbligo al chiuso fino al 31 marzo

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ROMA (ITALPRESS) – Via l’obbligo dell’uso delle mascherine all’aperto a partire da oggi. Lo ha deciso il ministro della Salute Roberto Speranza che ha firmato un’ordinanza in merito. Rimane, però quello di mantenerle al chiuso. “Fino al 31 marzo 2022 è fatto obbligo sull’intero territorio nazionale di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private. Fermo restando quanto diversamente previsto da specifiche norme di legge o da appositi protocolli sanitari o linee guida, nei luoghi all’aperto è fatto obbligo sull’intero territorio nazionale di avere sempre con sé i dispositivi di protezione delle vie respiratorie e di indossarli laddove si configurino assembramenti o affollamenti”.
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Fondazione Ri.Med, la squadra della ricerca composta al 62% da donne

PALERMO (ITALPRESS) – Ri.MED, fondazione per le biotecnologie e la ricerca biomedica con sede a Palermo, è da sempre in prima linea per colmare il gender gap nelle scienze, settore a prevalenza maschile. Secondo l’ultimo report dell’Unesco, infatti, gli scienziati nel mondo sono per il 72% uomini. In Italia, i dati di quest’anno relativi alle iscrizioni universitarie vedono in aumento le immatricolazioni femminili nelle facoltà di ingegneria (+3,37%) e di informatica (+16,36%), ma le donne restano poche: le studentesse STEM, infatti, sono un sesto dei loro colleghi.
La Fondazione Ri.MED rappresenta un esempio nella valorizzazione della componente femminile nella scienza: dei 79 ricercatori attualmente in forza (tra group leader, principal investigator, scientist, post-doc, borsisti, dottorandi e tecnici specializzati) 49 sono donne. Una squadra al 62% femminile, composta da donne brillanti e capaci, che conducono importanti progetti di ricerca in ambito medico-scientifico, e contribuiscono in modo determinante al raggiungimento dei risultati di Ri.MED, tra cui 28 brevetti già depositati e quasi 500 pubblicazioni scientifiche su peer review journals con rilevante impact factor.
Di seguito i profili di alcune scienziate di Ri.MED. Caterina Alfano, che ricopre un ruolo di leadership e che grazie a Ri.MED è rientrata a Palermo per contribuire ad accrescere la cultura scientifica della propria terra di origine. Claudia Coronnello, focalizzata sull’attualissimo studio dei microRNA, è alla guida di un gruppo di ricerca di ambito tipicamente maschile: algoritmi computazionali basati su tecniche di intelligenza artificiale.
Ester Badami, esempio delle sinergie che scaturiscono dal cluster tra Ri.MED, ISMETT e UPMC, studia i meccanismi di risposta immunitaria nelle patologie croniche, quali tumori e infezioni e nel rigetto di organo post trapianto.
La giovanissima Arianna Adamo, che, come altre sue colleghe Ri.MED, si è formata all’Università di Pittsburgh, si occupa di bioingegnerizzazione delle valvole cardiache, ambito caratterizzato da importanti prospettive di trasferimento tecnologico.
Donne con storie diverse, ma che hanno in comune eccezionali competenze scientifiche e la volontà di contribuire con il proprio lavoro a migliorare la salute dei cittadini e lo sviluppo del territorio.
(ITALPRESS).