ROMA (ITALPRESS) – Il 26 novembre l’Oms ha designato la variante B.1.1.529 come ‘Variant of Concern’ (Voc), con il nome di variante Omicron. La variante è stata isolata per la prima volta in campioni raccolti l’11 novembre in Botswana e il 14 novembre in Sud Africa. La decisione di dichiararla una VOC è dovuta alla presenza nella variante di diverse mutazioni che potrebbero avere un impatto sul comportamento del virus, anche in termini di gravità della malattia o della capacità di diffusione. Lo comunica l’Istituto superiore di sanità, sottolineando che non è ancora chiaro se la variante Omicron sia più trasmissibile rispetto alle altre, inclusa la Delta. E’ stato segnalato che il numero di persone positive è cresciuto in Sud Africa, dove sta circolando questa variante, ma sono in corso studi epidemiologici per capire se la causa sia appunto la Omicron o se altri fattori possano avere influenzato la circolazione del virus.
Non ci sono ancora evidenze che l’infezione con Omicron causi una malattia più grave rispetto alle altre varianti, sottolinea l’Iss. I dati preliminari suggeriscono che ci sia un tasso maggiore di ricoveri in Sud Africa, ma questo potrebbe essere dovuto all’aumento complessivo delle persone infette piuttosto che alla specifica infezione con Omicron. Al momento non ci sono informazioni che suggeriscano che i sintomi specifici associati a questa variante siano diversi da quelli dovuti alle altre. I casi iniziali di infezione riguardano studenti universitari, persone giovani che tendono ad avere una malattia più lieve, ma per capire il livello di gravità dell’infezione causata da Omicron servirà più tempo (da alcuni giorni ad alcune settimane). “Comunque si ricorda – si legge – che tutte le varianti del Covid-19, inclusa la Delta che rimane al momento la variante dominante a livello globale, possono causare malattia grave o morte, in particolare nelle persone più vulnerabili, e la prevenzione rimane fondamentale”.
Inoltre, si spiega nella nota, l’Organizzazione Mondiale della Sanità sta lavorando per stimare il possibile impatto della nuova variante sulla protezione fornita dai vaccini e sulle altre misure di prevenzione. I vaccini restano indispensabili per ridurre il rischio di malattia grave e di morte, incluso quello contro la variante al momento dominante, la Delta, per cui è fondamentale aumentare le coperture vaccinali il più rapidamente possibile, con la terza dose nelle persone per cui è raccomandata e iniziando o completando il ciclo primario per chi non l’avesse ancora fatto.
“I corticosteroidi e gli antagonisti dell’IL6 rimangono efficaci nel trattamento dei pazienti gravi – afferma l’Iss -. Per quanto riguarda altri trattamenti, questi verranno valutati per verificare qualsiasi eventuale perdita di efficacia viste le mutazioni presenti nella variante Omicron. I normali test già in uso basati su PCR sono in grado di rilevare l’infezione anche in presenza della variante Omicron. Sono in corso studi per determinare se vi sia un impatto su altri tipi di test, compresi i test antigenici rapidi”.
Le strategie per ridurre la diffusione del virus SARS-CoV-2, oltre alla vaccinazione, rimangono le stesse anche per questa nuova variante: mantenere una distanza di almeno un metro dagli altri, indossare la mascherina con particolare attenzione specie negli ambienti chiusi o affollati, tossire o starnutire nel gomito o in un fazzoletto, frequente igiene delle mani, garantire una adeguata ventilazione degli ambienti chiusi. Se si è eleggibili a ricevere una dose booster, la raccomandazione è di prenotarla, mentre se non si è ancora vaccinati, è di prenotare l’appuntamento. Raggiungere i più alti tassi possibili di vaccinazione rimane la strategia chiave per ridurre il rischio di trasmissione di COVID-19 e picchi significativi nei casi, oltre che per ridurre la probabilità che emergano nuove varianti.
L’Iss ricorda inoltre che “i virus, in particolare quelli a Rna come i coronavirus, evolvono costantemente attraverso mutazioni del loro genoma. Maggiore è la circolazione del virus, maggiore è il rischio di una mutazione. Mutazioni del virus Sars-CoV-2 sono state osservate in tutto il mondo fin dall’inizio della pandemia. Mentre la maggior parte delle mutazioni non ha un impatto significativo qualcuna può dare al virus alcune caratteristiche come ad esempio un vantaggio selettivo rispetto alle altre attraverso una maggiore trasmissibilità, una maggiore patogenicità con forme più severe di malattia o la possibilità di aggirare l’immunità precedentemente acquisita da un individuo o per infezione naturale o per vaccinazione”.
L’analisi delle varianti viene effettuata dai laboratori delle singole regioni, che rispondono a precisi standard qualitativi sotto il coordinamento dell’Iss. Dal 29 aprile 2021 è attiva la piattaforma per la sorveglianza genomica delle varianti di SARS-CoV-2 (I-Co- Gen) che consente di raccogliere e analizzare le sequenze identificate sul territorio nazionale e dialogare con le piattaforme internazionali. La piattaforma consente di emanare tempestivamente degli ‘alert’, indicando sequenze di particolare interesse. Il sistema ha permesso di indentificare e confermare il primo caso italiano di Omicron il 28 novembre.
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Covid, Iss “Nessuna evidenza che Omicron causi una malattia più grave”
Tumore al seno, riconoscimento “Umberto Veronesi” a 12 medici
MILANO (ITALPRESS) – Sono 12 i clinici che la quinta edizione del “Riconoscimento Umberto Veronesi al Laudato Medico”, nomina per l’anno 2021. L’appuntamento promosso da Europa Donna Italia richiama a Milano gli specialisti che operano nelle Breast Unit italiane e che migliaia di pazienti hanno segnalato nel mese di ottobre, tra i più disponibili al dialogo e all’accompagnamento nel proprio percorso di cura. Le segnalazioni quest’anno hanno raggiunto il numero di 4.929, ancora una volta maggiore rispetto agli anni precedenti. Dal 2017 a oggi, infatti, le pazienti che hanno fornito le proprie segnalazioni sono 17.212, segno di quanto sia apprezzata una parola, un’attenzione dedicata, un incoraggiamento da parte del medico, quando una paziente si trova ad affrontare il percorso, a volte molto difficile, di questa patologia.
Il senso del Riconoscimento U.V. al Laudato Medico delle centinaia di Centri dedicati alla diagnosi e cura del seno è quello di voler mettere in luce ogni anno direttamente dalla voce delle pazienti, che ne hanno sperimentato le capacità di ascolto, quei medici che considerano l’umanizzazione della medicina un aspetto determinante della propria missione quotidiana.
Le categorie premiate sono quattro e tutte fanno parte dell’approccio multidisciplinare del modello Breast Unit per la cura del carcinoma mammario: chirurghi, oncologi, radiologi e radioterapisti.
“Consegnare questo premio significa riconoscere l’importanza della relazione medico-paziente e offrire alle donne la possibilità di sottolinearne il loro bisogno di attenzione oltre le cure farmacologiche e la chirurgia – si legge in una nota -. Oggi, in Italia, sono 55mila le malate di cancro della mammella: per questo il lavoro intenso dei clinici nelle Breast Unit è sempre più fondamentale per garantire un’assistenza capillare dalla diagnosi fino al follow-up. Tutti gli specialisti sono stati valutati per disponibilità, capacità di ascolto, chiarezza nelle comunicazioni, empatia e sostegno, aspetti fondamentali con un forte impatto sul percorso di cura. Il periodo difficile che stiamo attraversando ha richiesto ai professionisti un impegno ancora più grande, che si è voluto valorizzare. Per questo, la quinta edizione del Riconoscimento vedrà premiati i primi tre che per ogni categoria hanno ottenuto il maggior numero di voti da parte delle pazienti”.
I medici che hanno ottenuto il Riconoscimento U.V. quest’anno sono: i chirurghi Sabatino D’Archi, Gemelli di Roma; Maria Giovanna Fava, Ospedali Riuniti Grande Ospedale Metropolitano “Bianchi Melacrino Morelli” di Reggio Calabria e Maurizio Ristagno, P.O. Vittorio Emanuele ASP Caltanissetta di Gela;
gli oncologi Nicola Marzano, Ospedale San Paolo di Bari; Angela Prestifilippo, Istituto Oncologico del Mediterraneo di Viagrande e Mimma Raffaele, S. Filippo Neri e Santo Spirito di Roma;
i radiologi Mariangela Capodieci, Ospedale Antonio Perrino di Brindisi; Maurilia Lasciarrea, Ospedale San Paolo di Bari e Salvatore Minelli, Ospedale Cardarelli di Napoli; i radioterapisti Said Al Sayyad, Ospedali Riuniti Grande Ospedale Metropolitano “Bianchi Melacrino Morelli” di Reggio Calabria; Giorgia Cocco, Ospedali Riuniti di Foggia e Antonio Nardella, Casa di cura Città di Lecce.
Le segnalazioni ricevute quest’anno riguardano per la maggior parte pazienti e professionisti provenienti dal Centro e Sud Italia, ciò dimostra che le pazienti, proprio in questo periodo, hanno deciso di sottolineare quanto sia opportuno curarsi nel proprio territorio dove sono presenti Breast Unit che seguono i protocolli nazionali di cura delle “linee di indirizzo sulle modalità organizzative ed assistenziali della rete di Centri di Senologia” (documento ministeriale deliberato il 18 dicembre 2014) per limitare il trasferimento sanitario e per valorizzare il lavoro dei medici che vi operano.
“Il Riconoscimento è ispirato dal Prof. Umberto Veronesi, promotore di un approccio alla medicina che include, oltre le cure terapeutiche anche, una grande dose di vicinanza e ascolto della paziente – spiega Rosanna D’Antona, Presidente Europa Donna Italia. – Ascolto e vicinanza, di cui ancora e sempre di più si sente il bisogno, per una maggiore adesione alle cure e una migliore qualità di vita”. La cerimonia si è svolta al Teatro Parenti di Milano alla presenza dell’Advisory Board (Rosanna D’Antona, Presidente Europa Donna Italia; Paolo Veronesi, Direttore della senologia chirurgica allo IEO; Alberto Costa, Segretario generale della ESO; Gabriella Pravettoni, Direttrice della Divisione di Psiconcologia allo IEO) e dei medici segnalati dalle proprie pazienti. Ha ottenuto il patrocinio della Camera dei Deputati, Regione Lombardia, Comune di Milano, European School of Oncology, Fondazione Umberto Veronesi. Inoltre, quest’anno il progetto si è svolto in collaborazione con Fondazione ONDA – Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna.
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Malattie rare, al via una campagna di Sanofi sulle terapie domiciliari
MILANO (ITALPRESS) – Due ore e quaranta minuti. E’ questo il tempo medio impiegato dai pazienti affetti da malattie rare da accumulo lisosomiale e loro caregiver per raggiungere l’ospedale e il tempo di attesa presso la struttura in cui viene somministrata la terapia. Un impegno che comporta la necessità di richiedere permessi ed esenzioni lavorative e riguarda l’intera famiglia. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista European Journal for Person Centered Healthcare, 1 paziente su 3 si assenta dal lavoro per fare l’infusione e nel 50% dei casi viene accompagnato da un caregiver che, a sua volta, deve ricorrere a ferie o permessi lavorativi.
Chi è affetto da malattia rara è costretto a sacrificare buona parte del proprio tempo lavorativo o libero e delle proprie energie per le cure. I pazienti non riescono così a vivere appieno la propria vita, perdendosi moltissimi momenti importanti.
Da questa consapevolezza nasce la campagna “Lost moments” ideata da Sanofi con il patrocinio di Uniamo FIMR Onlus (Federazione Italiana Malattie Rare) che ha l’obiettivo di affermare il diritto di tutti a vivere liberamente la propria quotidianità con tutti i rituali, sfide, relazioni ed emozioni che ci riserva; un diritto che per i malati rari può essere favorito anche grazie alle terapie domiciliari, pratica incentivata durante l’emergenza Covid-19, regolamentata in modo differente a seconda della Regione, quindi applicata in modo disomogeneo a livello nazionale.
Al centro della campagna un video in cui la protagonista è una ragazza che vive, rincorre e ripercorre i momenti che ha perso a causa dei vincoli dettati dalla terapia, attraverso i feed social dei propri amici. In un racconto che viaggia all’interno del suo smartphone, il video si muove tra foto, stories, video social e commenti, per raccontare tutti i momenti irrimediabilmente persi.
Una perdita che Sanofi combatte grazie a programmi di supporto che partono dall’ascolto delle esigenze dei pazienti e sono pensati per far sì che ognuno possa convivere al meglio con la malattia.
“Degli oltre 2 milioni di malati rari che si stima vi siano in Italia, solo pochi hanno terapie – afferma Annalisa Scopinaro, presidente di Uniamo, Federazione Italiana Malattie Rare -. Una delle esigenze più sentite dalle persone con malattia rara è quella di potersi curare anche a casa; l’assistenza domiciliare così come la telemedicina sono strumenti essenziali per le famiglie ed è necessario che tutti possano avervi accesso”.
Fra i servizi che forniscono questo tipo di terapia a domicilio e di cui ricorrono quest’anno i 10 anni, c’è il programma “Tutor” di Sanofi, che supporta il trattamento di quattro malattie rare: la malattia di Gaucher, la malattia di Anderson-Fabry, la Mucopolisaccaridosi di tipo I e, grazie alla determina di AIFA nr 341/2020 del 30 marzo 2020, anche la malattia di Pompe. A questo servizio, nel tempo si è aggiunto il programma di supporto per i pazienti in trattamento con la prima terapia orale di prima linea per la malattia di Gaucher, chiamato “Qui per Te”, un servizio educazionale e di monitoraggio dell’aderenza terapeutica attivo su tutto il territorio nazionale.
Le malattie da accumulo lisosomiale sono particolari patologie genetiche rare causate dalla limitata funzionalità o totale assenza di un enzima contenuto all’interno dei lisosomi, che se non tempestivamente trattate, causano danni irreparabili a diversi organi. La terapia enzimatica sostitutiva deve essere somministrata per tutta la vita, una volta alla settimana o una volta ogni due settimane, con una durata media d’infusione di 3-4 ore. Se il paziente è un bambino, questo significa perdita della frequenza scolastica per un giorno alla settimana o un giorno ogni due, associata alla perdita di una giornata lavorativa per il genitore, così come accade al paziente adulto professionalmente attivo.
“Recarsi periodicamente in ospedale, spesso lontano dall’abitazione, comporta un sovraccarico eccessivo per i pazienti e le famiglie, sia economico sia psicologico – conclude Annalisa Scopinaro -. Per questi motivi, semplificare i percorsi dei pazienti, portando cure e controlli il più possibile vicino a casa in modo uniforme su tutto il territorio nazionale è un passo determinante, che in parte è già stato compiuto grazie alla pandemia e che ci auguriamo sarà presto possibile anche grazie all’approvazione, il 3 novembre scorso, del Testo Unico sulle malattie rare”.
Le evidenze raccolte finora mostrano che la terapia domiciliare, oltre che valida, è apprezzata sia dai pazienti che dalle strutture ospedaliere. La conferma è fornita sempre dallo studio: il 95% dei pazienti registra un miglioramento nella percezione della propria qualità di vita.
Consentire al paziente di effettuare il trattamento nel proprio ambiente domestico e in orari flessibili va a beneficio della qualità di vita e della dimensione sociale, scolastica o lavorativa anche eliminando i tempi destinati ai continui spostamenti per raggiungere il centro clinico. Oltre ad assicurare la continuità assistenziale e l’aderenza alla terapia, fondamentali per queste persone fragili per non compromettere gli eventuali progressi e portare a un aggravamento della patologia. Restare a casa inoltre migliora il benessere psico-fisico e aiuta ad affrontare meglio la terapia.
Per il servizio sanitario la terapia domiciliare presenta un enorme vantaggio economico, rappresentato dall’azzeramento dei costi di Day-Hospital o Day-Service, con possibilità di disporre del personale infermieristico per altre funzioni o situazioni di emergenza.
“Da 40 anni Sanofi supporta concretamente le persone con patologie rare, i loro caregiver e le associazioni che li rappresentano. Lo facciamo, non solo attraverso la ricerca di terapie innovative per molteplici patologie complesse e invalidanti ma anche attraverso la promozione di attività di sensibilizzazione e lo sviluppo di servizi che facilitino la gestione della patologia e la relazione con gli specialisti. Per noi la collaborazione con il mondo accademico e clinico, la partnership con istituzioni a tutti i livelli sono une elemento fondamentale per vincere le tante sfide ancora aperte per questa tipologia di pazienti”, afferma Marcello Cattani, presidente e amministratore delegato di Sanofi Italia. “Proprio per garantire una migliore gestione a distanza della terapia e per favorire sempre di più la relazione tra medico e paziente, da alcuni mesi, per chi è in trattamento domiciliare con le nostre terapie, Sanofi ha messo a disposizione un portale, una app e un servizio di counselling sull’aderenza terapeutica”.
Il video Lost Moments è disponibile sul sito Malattielisosomiali.it e sui canali social di Sanofi Italia.
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Infezioni ospedaliere, ogni anno muoiono quasi 11mila persone
ROMA (ITALPRESS) – In Italia muoiono ogni anno 10.780 persone per infezioni ospedaliere da antibiotico-resistenza. Entro il 2050 poi, saranno circa 450mila le persone che moriranno e questo fenomeno sarà costato al nostro Paese almeno 12 miliardi di euro.
A lanciare l’allarme è l’ultimo censimento della Società nazionale degli infermieri specialisti del rischio infettivo (ANIPIO), condotto a fine 2019, poco prima dello scoppio della pandemia, e aggiornato a ottobre 2021.
Inadeguata, secondo ANIPIO, anche la formazione degli operatori sanitari e sociosanitari per quanto riguarda la prevenzione, il controllo e la sorveglianza delle infezioni ospedaliere (ICA) e forti anche le carenze strutturali e tecnologiche.
Le cause identificate sono in particolare nella carenza di personale (infermieri specializzati e medici igienisti) e nella malpractice prescrittiva.
A questi si somma il ‘disinvestimentò in professionisti con un’adeguata formazione per ricoprire il ruolo di medico igienista o di infermiere specialista nel rischio infettivo (ISRI), a vantaggio di reti cliniche di infermieri e di medici che – anche se indispensabili – non possono controbilanciare adeguatamente ed efficacemente la carenza di competenze di governo del rischio infettivo, che sono invece proprie di un ISRI.
Gli infermieri specialisti che l’ANIPIO ha censito in tutte le strutture pubbliche italiane sono in tutto 497, di cui 42 hanno iniziato questa attività in occasione della pandemia, ma, anche secondo gli standard fissati dallo stesso ministero (circolare ministero sanità 8/1988) ne servirebbero circa il doppio, così come a occuparsi delle infezioni ospedaliere nelle strutture dovrebbero esserci anche medici igienisti che oggi mancano all’appello per questo compito specifico.
Al di là dei numeri però, ANIPIO, in raccordo con la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), ribadisce e rilancia prima di tutto gli alert già lanciati a livello europeo dall’ECDC (il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) in occasione della Country visit del 2017: manca un supporto istituzionale a livello nazionale, regionale e locale; manca una leadership professionale a tutti i livelli; manca un atteggiamento responsabile a tutti i livelli; manca un coordinamento nell’azione tra i vari livelli e al loro interno; scarsa consapevolezza in merito all’urgenza in tema di antimicrobicoresistenza (AMR) da parte della maggior parte degli stakeholder e una scarsa tendenza a farsi carico del problema.
E per riparare a queste mancanze, ANIPIO e FNOPI parlano chiaro: servono infermieri specializzati nelle ICA, ma non c’è un inquadramento normativo che possa valorizzarli anche con adeguati staffing (organizzazione del personale).
E’ necessario colmare questi vuoti per governare efficacemente il rischio infettivo; ANIPIO e FNOPI propongono di prevedere più personale formato, più infermieri specializzati e una normativa ad hoc aggiornata e consapevole del quadro che emerge dalle infezioni ospedaliere per l’Italia.
I fondi del PNRR possono adeguatamente soddisfare tali bisogni, grazie alla Missione 6, dedicata alla salute e orientata allo sviluppo delle competenze tecniche, professionali, digitali e manageriali del personale del sistema sanitario.
Con tre punti di forza: l’avvio di un piano straordinario di formazione sulle infezioni ospedaliere a tutto il personale sanitario e non sanitario degli ospedali; il potenziamento delle competenze tecniche, digitali e manageriali del personale del sistema sanitario avverrà attraverso un programma di assegnazione di borse di studio ed erogazione di corsi di formazione specifici da realizzare entro l’orizzonte del PNRR (metà 2026). Il costo complessivo di questi interventi è stimato in 0,74 miliardi;
un piano straordinario di formazione sulle infezioni ospedaliere (con circa 150.000 partecipanti entro la fine del 2024 e circa 140.000 entro metà 2026).
“In questa ottica e per far rientrare questo e anche molti altri allarmi nell’assistenza – sottolinea Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI – è necessario concretizzare le specializzazioni infermieristiche grazie alla crescita della formazione, come già avviene nel resto d’Europa: rappresenta una delle strade imprescindibili della formazione professionale e di tutto il sistema sanitario. Per raggiungere la qualificazione delle competenze del personale infermieristico – prosegue – è necessario porsi come obiettivo minimo, da realizzarsi entro un decennio, la disponibilità almeno del 20% dei professionisti a elevata specializzazione nelle diverse aree dell’assistenza. Ma per farlo abbiamo bisogno di lavorare insieme, risolvendo la carenza di organici che sta minando l’assistenza, aumentando la specializzazione degli infermieri e dando loro sempre maggiore specificità”.
“La situazione è preoccupante – mette in guardia Maria Mongardi, presidente ANIPIO – e occorre investire su professionisti con competenze specifiche nell’infection control per contribuire anche a salvare vite umane. A partire dalle evidenze emerse con la pandemia Covid-19, oggi ci auguriamo che in Italia lo stato dei professionisti della prevenzione e del controllo delle infezioni possa migliorare. E’ necessario investire – aggiunge – su infermieri specialisti del rischio infettivo e medici igienisti che oggi affrontano sfide uniche per la natura dell’ambiente di cura e della popolazione residente che invecchia”.
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Salutequità, bene Commissione Sanità Senato sul rilancio Piano Cronicità
ROMA (ITALPRESS) – L’allarme lanciato pochi giorni fa dal rapporto di Salutequità sull’urgenza di “un rilancio e aggiornamento del Piano nazionale cronicità e sulle disuguaglianze finora generate da interventi non omogenei e a macchia di leopardo nelle Regioni dove in molte il Piano è ancora in stand by perchè privo di finanziamenti specifici, è stato raccolto dai Senatori della XII Commissione Igiene e Sanità di Palazzo Madama”.
Nel parere sul disegno di legge di Bilancio 2022 è stata inserita infatti la richiesta di un “rafforzamento del Piano Nazionale Cronicità secondo un modello uniforme su tutto il territorio nazionale di stratificazione dei rischi e profili di fragilità effettivamente espressi e oggettivamente misurati e monitorati, finalizzando all’uopo adeguate risorse a valere su quota del fabbisogno indistinto standard”.
Quello, in sostanza, che il rapporto di Salutequità aveva chiesto tra le sue proposte finali, anche per creare una ulteriore arma contro le liste di attesa, soprattutto per le prestazioni non Covid dimenticate durante la pandemia.
Ma c’è di più. La vicepresidente della XII Commissione del Senato, Paola Boldrini, intervenuta alla presentazione del Rapporto, ha presentato un ordine del giorno al Senato accolto dal Governo in cui, ripercorrendo le tappe principali delle evidenze sottolineate da Salutequità, impegna il Governo a “valutare la possibilità, a decorrere dal 2022, di stanziare 100 milioni di euro a valere sulla quota indistinta del fabbisogno sanitario standard nazionale per l’aggiornamento, l’attuazione e il monitoraggio del Piano nazionale Cronicità nelle Regioni”.
“Ringraziamo per la sensibilità e l’attenzione i senatori della XII Commissione e la senatrice Boldrini per il suo impegno – commenta Tonino Aceti, presidente di Salutequità -. La strada tracciata dalla legge di bilancio 2022, che prevede investimenti per la salute; la definizione di livelli essenziali delle prestazioni sociali e risorse per gli standard dell’assistenza territoriale, va nella giusta direzione. Serve però un ulteriore sforzo che il Senato ha compreso: finanziare anche l’attuazione e l’aggiornamento del Piano Nazionale della Cronicità integrando le patologie ricomprese (es. Sclerosi multipla, psoriasi) e adeguandolo alle novità intercorse in termini di politiche del personale e modelli organizzativi. Le difficoltà di implementazione del PNC nelle Regioni a distanza di 5 anni dipendono anche dalla mancanza di risorse specifiche”.
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Al Gemelli test super-rapido per diagnosi della polmonite batterica
ROMA (ITALPRESS) – Come se non bastasse il Covid-19, i pazienti che finiscono in rianimazione per questa malattia, possono ulteriormente complicarsi a causa di una polmonite batterica sovrapposta. Ed è vitale dunque, per i loro polmoni già messi a dura prova dal SARS CoV-2, individuare rapidamente la causa dell’infezione batterica sovrapposta, per poter instaurare una terapia antibiotica mirata. Da questi presupposti nasce una ricerca, appena pubblicata su Microbiology Spectrum che dimostra l’efficacia di un test innovativo per la diagnosi rapida di polmonite batterica, il FilmArray Pneumonia Plus (FA-PP). Si tratta di un esame basato su PCR, che non richiede una coltura; viene effettuato sul liquido di lavaggio bronco-alveolare (BAL) e fornisce una risposta in appena 1-2 ore, dando informazioni non solo sul tipo di batterio implicato, ma anche sull’eventuale presenza di forme antibiotico-resistenti, cosa particolarmente importante nei pazienti ricoverati in Rianimazione.
“La polmonite – spiega il professor Maurizio Sanguinetti, direttore del Dipartimento Scienze di Laboratorio e infettivologiche, direttore della UOC Microbiologia, Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, ordinario di Microbiologia all’Università Cattolica e presidente di ESCMID (European Society of Clinical Microbiology and Infectious Diseases) – dal punto di vista dell’impatto clinico è molto importante, sia nel caso delle polmoniti acquisite in comunità, cioè fuori dall’ospedale, che di quelle ospedaliere”. Si tratta di forme causate da batteri diversi; e spesso quelle ospedaliere sono causate da microrganismi antibiotico-resistenti. Purtroppo l’approccio diagnostico convenzionale (esame colturale e antiobiogramma) è complesso e a volte insufficiente; per questo può essere necessario ricorrere a terapie antibiotiche empiriche, che possono portare a un aumento significativo di consumo di antibiotici, anche inappropriato. “Instaurare una terapia antibiotica mirata invece – sottolinea il professor Sanguinetti – oltre a permettere di trattare in maniera più efficace la polmonite, consente di non peggiorare il problema dell’antibiotico-resistenza. Quindi, un sistema diagnostico come questo (e altri che si stanno rendendo disponibili) è molto utile in un’ottica di gestione clinica appropriata”.
Il nuovo esame consente di indagare contemporaneamente sul campione clinico la presenza di 27 diversi agenti patogeni, facendone un’analisi quantitativa (che permette di distinguere tra un contaminante e il vero agente responsabile di quella malattia); questo test permette inoltre di evidenziare la presenza di 7 diversi geni di antibiotico-resistenza, da quella per i carbapenemici (tipici di alcuni germi Gram negativi), a quelli per la meticillina (presenti in alcuni ceppi di stafilococco aureo).
“A livello europeo – prosegue Sanguinetti – sono da poco partiti due grandi progetti (VALUE-Dx e ECRAID) che valuteranno ulteriormente l’impatto di questi test nella pratica clinica. Al Gemelli, durante la seconda ondata pandemica, abbiamo valutato, in collaborazione con la nostra Rianimazione e Terapia intensiva – diretta dal professor Massimo Antonelli, ordinario di Anestesiologia e Rianimazione all’Università Cattolica, campus di Roma, – l’efficacia di questo sistema diagnostico, nella gestione dei pazienti Covid-19, per identificare il più velocemente possibile alcune co-infezioni batteriche, una problematica molto seria in questi pazienti. Confrontando il periodo della seconda ondata con quello della prima ondata e andando a valutare tante variabili, abbiamo osservato una netta riduzione del tempo necessario per instaurare una corretta terapia antibiotica. E i risultati non lasciano dubbi”.
“Utilizzando questo test, nella seconda ondata – sottolinea Sanguinetti -, è stato possibile instaurare una terapia antibiotica mirata entro sei ore dall’acquisizione del campione biologico, nell’86% dei casi; durante la prima ondata, utilizzando i metodi di indagine tradizionali (esame colturale e antibiogramma) questo è stato possibile solo nel 19% dei casi, non avendo all’epoca a disposizione questo sistema diagnostico”.
La ricerca appena pubblicata è stata effettuata nell’ambito di un progetto di Ricerca Finalizzata per giovani ricercatori del Ministero della Salute, vinto nel 2018 dal dottor Gennaro De Pascale, UOC di Anestesia, Rianimazione, Terapia Intensiva e Tossicologia Clinica del Policlinico Gemelli e ricercatore di Anestesiologia e Rianimazione all’Università Cattolica, campus di Roma.
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Covid, 12.932 nuovi casi e 47 decessi nelle ultime 24 ore
ROMA (ITALPRESS) – Sono 12.932 i nuovi casi di Coronavirus in Italia (ieri 12.877) a fronte di 512.592 tamponi effettuati su un totale di 118.335.763 da inizio emergenza. E’ quanto si legge nel bollettino del Ministero della Salute-Istituto Superiore di Sanità di oggi. Nelle ultime 24 ore sono stati 47 i decessi (ieri 90), che portano il totale di vittime da inizio pandemia a 133.674. Con quelli di oggi diventano 5.007.818 i casi totali di Covid in Italia. Attualmente i positivi sono 186.443 (+7.497), 180.481 le persone in isolamento domiciliare. I ricoverati in ospedale con sintomi sono 4.964 di cui 638 in Terapia intensiva. I dimessi/guariti sono 4.687.701 con un incremento di 5.383 unità nelle ultime 24 ore.
La regione con il maggior numero di nuovi casi nelle ultime 24 ore è la Lombardia (2.493), poi il Veneto (2.082), l’Emilia-Romagna (1.344), il Lazio(1.255) e la Campania (1.147).
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Speranza “Variante Omicron ulteriore sfida. Ore delicate”
ROMA (ITALPRESS) – “Questa nuova variante è un’ulteriore sfida che arriva a tutti i paesi europei e del mondo. Dobbiamo tenere il massimo livello di attenzione e di cautela. La scelta di bloccare i voli e vietare gli ingressi va esattamente in questa direzione”. Lo ha detto Roberto Speranza, ministro della Salute, alla Festa dell’Ottimismo del Foglio, in corso a Firenze. “Abbiamo bisogno di tempo per approfondire e studiare meglio l’impatto reale di questa variante, e la comunità scientifica internazionale è già a lavoro su questo. – ha evidenziato ancora Speranza – Oggi stiamo parlando ancora di un numero di sequenziamenti limitato, e alcune analisi segnalano comunque un elemento di rischio. Nel frattempo – ha concluso il ministro – è evidente che mentre gli scienziati continueranno a lavorare noi dobbiamo cominciare la campagna di vaccinazione, strumento fondamentale, e seguire le norme essenziali imparate in questi mesi, distanziamento, mascherina, lavaggio delle mani, che sono i due pilastri per gestire una fase epidemica che ha numeri non semplici in questo momento. I nostri numeri sono leggermente più bassi, ma non c’è alcun dubbio che siamo ancora in una fase molto delicata”. E sull’ipotesi di nuovi provvedimenti, il ministro della Salute ha precisato: “In questo momento le misure sono quelle che abbiamo disposto e non sono sono all’ordine del giorno ulteriori provvedimenti. Come sempre seguiamo l’andamento epidemiologico e sulla base di questo faremo valutazioni”. “Con l’ultimo decreto abbiamo fatto un passo in più – ha ricordato Speranza – continuiamo questo percorso graduale che ci porta al contrasto al virus. Poi è evidente che valuteremo l’evoluzione epidemiologica e sulla base di questa proveremo a ponderare le misure che abbiamo o a modificarle”.
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