ROMA (ITALPRESS) – Nuovo calo dei casi Covid in Italia. E’ quanto si evince dal bollettino del ministero della Salute, secondo il quale i nuovi positivi sono 6.157 (in calo rispetto ai 6.735 di ieri). Alto il numero dei tamponi processati, 331.350, con il tasso di positività cala significativamente all’1,85%. A scendere lievemente sono anche i decessi, 56 (-2). I guariti sono 6.086, gli attualmente positivi si incrementano di poche unità, 14 per l’esattezza, toccando il numero totale di 137.039.
Tornano a crescere i ricoveri nei reparti ordinari, con 4.204 degenti (in salita di 40); più lieve il rialzo delle terapie intensive a 569 (+13) con 53 nuovi ingressi. In isolamento
domiciliare vi sono 132.266 persone. Ancora la Sicilia prima per
numero di contagi (1.200), seguita da Veneto (645) e Lombardia (577). Tra le note del bollettino si evince che degli 8 decessi comunicati dalla Regione Lazio, 3 si riferiscono al mese di agosto 2021. La Regione Sicilia comunica invece che i 22 deceduti resi noti in data odierna sono avvenuti: 1 ieri, 7 giovedì, 11 al 2 settembre, 1 il 22 agosto, 1 il 20 agosto e 1 il 12.
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Covid, 6.157 nuovi casi e 56 decessi nelle ultime 24 ore
Covid, 6.735 nuovi casi e 58 decessi
ROMA (ITALPRESS) – Leggero calo dei casi di coronavirus in Italia. Secondo i dati contenuti nel bollettino del ministero della Salute, i nuovi positivi sono 6.735 (in discesa rispetto ai 6.761 del 2 settembre) ma con 296.394 tamponi effettuati. Il tasso di positività resta quasi stabile al 2,27%. Calano leggermente anche i deceduti, 58 (-4). I guariti sono 6.554, gli attualmente positivi si incrementano di 127 toccando il numero totale di 137.025.
Anche il 3 settembre si registra un calo dei ricoveri nei reparti ordinari, con 4.164 degenti in discesa di 41; quasi stabili le terapie intensive a 556 (+1) con 42 nuovi ingressi. In isolamento domiciliare vi sono 132.305 persone. Ancora la Sicilia prima per numero di contagi (1.348), seguita da Emilia Romagna (721) e Lombardia (647).
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“Long Covid”, disturbi intestinali anche a 5 mesi dalla guarigione
MILANO (ITALPRESS) – Superata la fase più acuta dell’emergenza sanitaria, torna alta l’attenzione sugli effetti del Sars-CoV-2 anche a lungo termine. Numerosi sono infatti i casi di “long covid”, con soggetti che continuano a presentare diversi sintomi una volta terminata l’infezione e risoltasi la fase acuta. Già all’indomani della prima ondata, era stata appurata la natura multisistemica del Covid-19, che non attacca solo i polmoni, bensì diversi organi, tra cui il sistema nervoso, il fegato, il cuore, il pancreas, le articolazioni e la pelle. A questo filone di studi ha contribuito il Policlinico di Milano, già eccellenza nell’ambito della Gastroenterologia, che ha rilevato le conseguenze del Covid-19 a livello intestinale ed extraintestinale nel lungo periodo. Autori dello studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista “Neurogastroenterology and Motility” e tra i pochi studi italiani selezionati come comunicazione orale al più grande congresso gastroenterologico statunitense, la Digestive Disease Week, sono Maurizio Vecchi, professore ordinario e direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Digerente – Università degli Studi di Milano, e Guido Basilisco dell’Unità Operativa di Gastroenterologia ed Endoscopia, Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.
Lo studio, da un lato, tranquillizza i pazienti affetti da Covid-19 nel senso che gli effetti gastrointestinali a lungo termine sono di severità lieve; dall’altro, sottolinea la possibilità che manifestazioni sia intestinali che extraintestinali possano persistere anche a mesi di distanza.
Già alcuni riscontri in letteratura rilevavano sin dal 2020 come il Sars-CoV-2 potesse colpire anche l’apparato gastroenterico, con almeno il 30% dei pazienti con diarrea o sintomi gastroenterologici nella fase acuta della malattia. Meno noto era quale fosse l’andamento nel tempo di questi sintomi, aspetto rilevante visto che spesso, dopo infezioni batteriche o virali, alcuni di questi disturbi tendono a cronicizzare, anche per anni, talvolta affiancati da sintomi extraintestinali (mal di schiena, mal di testa, debolezza) non spiegati da una specifica alterazione organica, questi ultimi definiti come “somatoformi”. Questo andamento caratterizza alcune sindromi funzionali come il colon irritabile o la dispepsia cosidette “post-infettive”.
“Abbiamo quindi analizzato, dopo un intervallo di tempo di cinque mesi, i pazienti ricoverati presso il nostro Ospedale per infezione acuta da Covid-19 per capire se i sintomi gastroenterici che caratterizzano le malattie funzionali gastrointestinali come l’intestino irritabile e i sintomi somatoformi come la spossatezza/astenia, possano essere presenti a mesi dall’infezione – spiega Basilisco – Abbiamo studiato 164 pazienti dopo 5 mesi dall’infezione acuta da Covid-19. I risultati sono stati confrontati con quelli di soggetti sani e negativi al Covid-19. I dati dimostrano che sintomi gastroenterologici sono presenti a distanza dall’infezione, sebbene in forma assai lieve; il sintomo più frequente è la diarrea. Tra i sintomi extraintestinali molto più frequente è invece l’astenia, che raggiunge valori del 40% tra i soggetti colpiti dal Covid-19. Questi risultati suggeriscono, in linea con la letteratura piu recente, che sia i sintomi che caratterizzano le malattie funzionali gastrointestinali che i sintomi somatoformi possano avere un’origine biologica comune”.
“La nostra ricerca ha studiato un argomento di notevole interesse, ossia il follow up a lungo termine di pazienti con un’infezione acuta da Covid-19 che nel 30-40% dei casi presentava problemi gastrointestinali, soprattutto diarrea – evidenzia Vecchi – Altri studi avevano inoltre dimostrato casi di pancreatite, clinicamente non sempre evidente, ma riscontrabile dall’alterazione degli enzimi caratteristici del pancreas. Infine, un’altra forte evidenza della relazione tra virus e apparato digerente è il fatto che nell’infezione acuta si verifichi una significativa eliminazione fecale del Sars-CoV-2, probabilmente successiva alla fase iniziale, durante la quale il virus è localizzato nelle vie aeree superiori, prima che giunga negli altri organi e nei tessuti gastrointestinali”.
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Covid, studio Iss evidenzia ruolo protettivo interferone
ROMA (ITALPRESS) – La risposta immunitaria innata stimolata dall’interferone (IFN) di tipo I, rilasciato a sua volta dalle cellule dendritiche plasmacitoidi (pDC) nella fase iniziale dell’infezione da Sars-CoV-2, svolge un ruolo chiave nel prevenire la progressione della malattia da Covid-19. Un team di ricercatori (Università San Raffaele di Milano, Policlinico di Tor Vergata, Università di Padova, Metabolic Fitness Association) coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), ha messo sotto la lente di ingrandimento, in uno studio pubblicato su Plos Pathogens, proprio i meccanismi delle risposte immunitarie innate nella patogenesi della Covid-19. “Abbiamo studiato l’interazione precoce tra SARS-CoV-2 e le cellule del sistema immunitario in un modello sperimentale in vitro basato sulle cellule del sangue periferico umano – spiega Eliana Coccia dell’ISS, a capo dell’indagine – e abbiamo visto che anche in assenza di una replicazione virale produttiva, il virus promuove un importante rilascio di Ifn di tipo I e III e di citochine e chemochine infiammatorie (ovvero molecole che agiscono come mediatori dell’immunità naturale e della risposta infiammatoria), note per contribuire alla tempesta di citochine osservata nella Covid-19”.
“E’ stato interessante osservare che l’Ifn di tipo I, rilasciato dalle pDC, è in grado di stimolare la risposta antivirale nelle cellule epiteliali polmonari infette”, aggiunge Coccia.
A partire da queste evidenze in vitro, i ricercatori hanno caratterizzato il fenotipo delle pDC e l’equilibrio tra citochine antivirali e citochine pro-infiammatorie dei pazienti Covid-19 in base alla gravità della malattia. Hanno quindi osservato che l’espressione del marcatore PD-L1 sulla superficie delle pDC, così come la loro frequenza nel sangue periferico, presenta delle differenze se il paziente è asintomatico o se manifesta una sintomatologia grave. “I soggetti asintomatici – va avanti Nicola Clementi dell’Università Vita-Salute San Raffaele – hanno in circolo pDC che rilasciano gli IFN di tipo I e questo dato si combina perfettamente con livelli sierici molto elevati di questi fattori e con l’induzione di geni anti-virali stimolati dallo stesso IFN. Al contrario, i pazienti ospedalizzati con Covid-19 grave mostrano una frequenza molto bassa di pDC circolanti con un fenotipo infiammatorio e alti livelli di chemochine e citochine pro-infiammatorie nel siero”. “Il nostro studio – concludono gli autori – conferma il ruolo cruciale e protettivo nella malattia da Covid-19 dell’asse pDC/Ifn di tipo I, la cui maggiore comprensione può contribuire allo sviluppo di nuove strategie farmacologiche e/o di terapie volte a potenziare la risposta delle pDC fin dalle prime fasi dell’infezione da Sars-CoV-2”.
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Covid, Rt in lieve calo, 17 regioni a rischio moderato
ROMA (ITALPRESS) – Nel periodo 11 – 24 agosto 2021, l’Rt medio calcolato sui casi sintomatici è stato pari a 0,97 (range 0,92- 1,01), prossimo alla soglia epidemica ed in lieve diminuzione rispetto alla settimana precedente (1,01). E’ quanto si legge nella bozza del monitoraggio settimanale ISS-ministero della Salute. Si osserva una lieve diminuzione anche dell’indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero (Rt=1 (0,97-1.04) al 24/8/2021 vs Rt=1.04 (1.00-1.09) al 17/8/2021), pari alla soglia epidemica. E’ in leggero aumento l’incidenza settimanale a livello nazionale: 74 per 100.000 abitanti.
L’incidenza rimane al di sopra della soglia settimanale di 50
casi ogni 100.000 abitanti che potrebbe consentire il controllo della trasmissione basato sul contenimento ovvero
sull’identificazione dei casi e sul tracciamento dei loro contatti. Il tasso di occupazione in terapia intensiva è in aumento al 6,0% (rilevazione giornaliera Ministero della Salute), con il numero di persone ricoverate in aumento da 504 (24/08/2021) a 544 (31/08/2021). Il tasso di occupazione in aree mediche a livello nazionale aumenta leggermente al 7,3%. Il numero di persone ricoverate in queste aree è in aumento da 4.036
(24/08/2021) a 4.252 (31/08/2021). 17 Regioni/PPAA risultano classificate a rischio moderato, secondo il DM del 30 Aprile 2020. Le restanti 4 Regioni risultano classificate a rischio basso. Sette Regioni/PPAA riportano allerte di resilienza. Nessuna riporta molteplici allerte di resilienza.
In lieve aumento il numero di nuovi casi non associati a catene di trasmissione (15.951 vs 15.443 la settimana precedente). La percentuale dei casi rilevati attraverso l’attività di tracciamento dei contatti resta costante (34% vs 34% la scorsa settimana). In lieve diminuzione la percentuale dei casi rilevati attraverso la comparsa dei sintomi (44% vs 46%). Infine, il 21% è stato diagnosticato attraverso attività di screening, dato costante rispetto la settimana precedente. La circolazione della variante delta è prevalente in Italia. Questa variante è dominante nell’Unione Europea ed è associata ad
un aumento nel numero di nuovi casi di infezione anche in altri paesi con alta copertura vaccinale. Una più elevata copertura vaccinale ed il completamento dei cicli di vaccinazione rappresentano gli strumenti principali per prevenire ulteriori recrudescenze di episodi di aumentata circolazione del virus sostenuta da varianti emergenti con maggiore trasmissibilità.
E’ opportuno realizzare un capillare tracciamento e contenimento dei casi, mantenere elevata l’attenzione ed applicare
e rispettare misure e comportamenti per limitare l’ulteriore aumento della circolazione virale.
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Confermata la predominanza della variante Delta
ROMA (ITALPRESS) – In Italia negli ultimi 45 giorni si continua a osservare una predominanza della variante Delta che è stata individuata nell’88,1% dei casi riportati al Sistema di Sorveglianza Integrata. I dati sono contenuti nell’ottavo bollettino dell’ISS “Prevalenza e distribuzione delle varianti di SARS-CoV-2 di interesse per la sanità pubblica in Italia”.
Dal 17 luglio al 30 agosto, infatti, secondo i dati del bollettino, il numero di segnalazioni di casi causati dalla variante delta (di cui il lignaggio B.1.617.2) in Italia è ancora superiore al numero di segnalazioni per tutte le altre varianti monitorate. Nuovi casi di infezione causati dalla variante delta sono stati segnalati in quasi tutte le province italiane. Il numero di casi causati dalla variante alfa continua ad essere in forte diminuzione, come anche la loro diffusione territoriale. Anche i casi causati dalla variante gamma (di cui il lignaggio P.1) continua ad essere in diminuzione, con una diffusione localizzata e limitata in alcune Regioni/PPAA italiane.
“Rimane alta in Italia la capacità di genotipizzare/sequenziare campioni clinici positivi per SARS-CoV-2 – dice il presidente dell’ISS, Silvio Brusaferro – Nel mese di luglio, nonostante l’aumento dei casi registrati su tutto il territorio nazionale, è stato sequenziato/genotipizzato l’11,8% dei casi, più che nel mese di giugno (10,8%), un dato ottenuto anche grazie al lavoro quotidiano dei laboratori su tutto il territorio nazionale”.
La variante delta è caratterizzata da una maggiore trasmissibilità rispetto alla variante alfa (tra il 40% e il 60%) e risulta associata ad un elevato rischio di infezione negli individui parzialmente vaccinati o non vaccinati.
La predominanza della variante delta è confermata anche dalla flash survey del 24 agosto coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità con il supporto della Fondazione Bruno Kessler e in collaborazione con il Ministero della Salute, le Regioni e le PPAA (Provincie Autonome) che ha stimato una prevalenza nazionale pari al 99,7%. Il campione richiesto per l’indagine è stato selezionato dalle Regioni/PPAA in modo casuale fra i campioni positivi garantendo una rappresentatività geografica e per fasce di età.
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Allarme Fnomceo “1,4 mln di italiani senza medico di famiglia”
ROMA (ITALPRESS) – 456 in Veneto; 239 in Toscana; 205 in Emilia-Romagna; 98 nelle Marche; 91 in Abruzzo; 59 in Friuli-Venezia Giulia; 55 in Umbria; 10 in Valle D’Aosta. Sono ad oggi 1213, spalmati su otto Regioni, gli ambiti territoriali carenti per l’assistenza primaria, rimasti vacanti a seguito delle assegnazioni ai medici in graduatoria. L’elenco è pubblicato sul sito della Sisac, e via via aggiornato. “Basterebbe fare un rapido calcolo, considerando che la media nazionale è di 1150 assistiti per ogni medico, per capire che, solo in queste Regioni, attualmente circa un milione e quattrocentomila cittadini non hanno un proprio medico di famiglia” spiega il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, la Fnomceo, Filippo Anelli.
A queste sedi vacanti vanno aggiunte le 786 andate a concorso a giugno in Lombardia e non ancora assegnate, e quelle di quasi tutte le altre Regioni. Si tratta di sedi sguarnite del medico di famiglia, per cui si riaprono le procedure di assegnazione, al fine di favorire anche la partecipazione dei medici inseriti nelle graduatorie di altre regioni. E se anche questo tentativo fallisse, l’ultima chance: aprire ai medici iscritti al corso di formazione specifica in medicina generale. E’ quello che accade in Liguria, dove proprio ieri è stato pubblicato l’elenco delle 92 sedi ancora carenti che vengono proposte ai medici che, in quella regione, frequentano il corso di formazione specifica in medicina generale. Ma, anche così, molte zone rimangono scoperte, e molti pazienti senza un proprio medico di famiglia. Succede, ad esempio, in alcune aree del Piemonte – il Cuneese e il Verbano Cusio Ossola – dove una sede su due resta vacante. Ma ormai non c’è area del paese che possa dirsi immune: anche nelle grandi città, come Milano o Firenze, restano sguarnite di medici di famiglia le zone periferiche o dell’hinterland. E la situazione è in peggioramento.
“Da qui al 2027, andranno in pensione circa 35.200 professionisti – continua Anelli -. E probabilmente non ci saranno abbastanza nuovi medici di medicina generale pronti a sostituirli”.
“Questa situazione, che la Fnomceo insieme ai Sindacati denuncia da più di un decennio, si è creata per una programmazione miope delle regioni – constata Anelli -. Che, nel tempo, hanno richiesto un numero di borse di molto inferiore al reale fabbisogno, e che, anche oggi, procedono con inerzia nel pubblicare le carenze sulle quali costruire il bando di quest’anno. Bando che, infatti, non è stato ancora pubblicato, con conseguente slittamento di tutto il percorso di formazione”.
“Ora, però, stiamo passando dall’inerzia e dall’incapacità strategica a un vero e proprio disegno, teso a desertificare il territorio dai medici di medicina generale, per renderlo appetibile al privato: ai grandi gruppi, che trovano remunerativo investire in poliambulatori, farmacie, service di telemedicina, startup – aggiunge -. E la sanità, così, si trasforma in business”.
“Si potrebbe cominciare dalla Lombardia, dove la carenza è più marcata e dove gli amministratori locali sembrano propendere per un medico di medicina generale ‘amministratò, prestatore d’opera, che abbia il solo compito di compilare ricette – prosegue -. E’ questo il grido d’allarme lanciato ieri dal Segretario regionale Fimmg, Paola Pedrini, che ha definito ‘una follià la proposta di alcuni politici di trasformare in dipendenti i medici di famiglia, oggi convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale. Una scelta di questo tipo, ha affermato, determinerebbe un collasso di un sistema già in difficoltà e che richiede, invece, interventi seri di sostegno”.
“Fiducia, autonomia professionale, libera scelta, prossimità, dedizione diventano vocaboli desueti, che mal si attagliano al business – conclude -. E, in questa logica, poco importa se la scienza dimostri, con solide evidenze, che è proprio quel rapporto continuativo, fondato sulla fiducia e sulla libera scelta, ad allungare la vita ai cittadini, come dimostra un recente studio pubblicato su Bmj open. Come Ordini dei medici, garanti del diritto dei cittadini alla tutela della salute, non possiamo stare a guardare. Il nostro Servizio sanitario nazionale deve rimanere universale, gratuito, pubblico, solidale”.
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Covid, 6.761 nuovi casi e 62 decessi
ROMA (ITALPRESS) – Un nuovo, anche se lieve, incremento dei casi Covid in Italia. I nuovi contagiati – secondo il bollettino del ministero della Salute – sono 6.761 (ieri erano stati 6.503), nonostante il numero inferiore di tamponi effettuati, 293.067 e che determina un tasso di positività in leggera salita al 2,30%. I deceduti sono 62 (-7), i guariti sono 6.372 mentre gli attuali positivi si incrementano di 320 toccando il numero di 136.898.
In discesa i ricoveri nei reparti ordinari, con 4.205 degenti ospitati, 26 in meno rispetto alle 24 ore precedenti; al contrario aumentano le terapie intensive di 15 unità a 555 con 49 nuovi ingressi. In isolamento domiciliare vi sono 132.138 persone. Sicilia ancora prima per numero di contagi (1.182), seguita da Veneto (844) e Lombardia (656).
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