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Lavoro, 368 mila assunzioni previste dalle imprese ad aprile

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ROMA (ITALPRESS) – Sono circa 368 mila le entrate di personale previste complessivamente dalle imprese ad aprile, ma l’impatto sullo scenario macroeconomico della crisi in Ucraina e la significativa crescita dei costi energetici e delle materie prime cominciano a produrre effetti soprattutto sulle imprese manifatturiere. Il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, che elabora le previsioni occupazionali di aprile , mostra infatti una riduzione del -8,5% delle entrate previste dal settore manifatturiero rispetto a marzo (-6mila) e del -5,9% se confrontate con un anno fa (-4mila). Anche le costruzioni registrano una frenata (-9,4% rispetto a marzo e -19,5% su 12 mesi fa). I servizi nel loro complesso risultano invece in crescita del 7,5% sul mese (+19mila) e del 39,1% sull’anno (74mila), grazie soprattutto alla ripresa del settore turistico favorito dall’allentamento delle restrizioni per la fine dello stato di emergenza e dalle prossime festività pasquali (+14mila sul mese; +56mila sull’anno). Positiva anche la domanda nei servizi alle persone (rispettivamente +5mila e +12mila) e, in maniera più contenuta, nel commercio (+2mila in entrambi i casi), sebbene la rapida crescita dell’inflazione incida negativamente sulle aspettative del comparto per i prossimi mesi. Considerando il totale dei settori economici le previsioni di assunzione ad aprile registrerebbero una crescita del 2,4% rispetto a marzo scorso (+9mila entrate) e del +20,3% se confrontati con aprile 2021 (+62mila).

Nonostante le incertezze e i timori per l’andamento della crescita economica, l’industria ricerca per il mese di aprile circa 103mila lavoratori da inserire in azienda. A livello settoriale le imprese delle costruzioni prevedono 34mila entrate), seguite poi dalle industrie della meccatronica (18mila unità), dalla metallurgia e prodotti in metallo (14mila unità) e dalle industrie alimentari (9mila). Sono invece 265mila le opportunità di lavoro offerte dalle imprese dei servizi, di cui 78mila nel settore turistico, 45mila in quello dei servizi alle persone e 46mila nel commercio. Segni negativi si registrano, tuttavia, nei settori ICT (-11,8% rispetto ad aprile 2021) e Servizi avanzati alle imprese (-6,6%). Nel complesso il flusso delle assunzioni è caratterizzato da una prevalenza di contratti a tempo determinato con 199mila unità, pari al 54,1% Seguono i contratti a tempo indeterminato (72mila), i contratti di somministrazione (41mila), i contratti non alle dipendenze (23mila), i contratti di apprendistato (21mila), altre forme contrattuali alle dipendenze (8mila) e i contratti di collaborazione (4mila). Si attesta complessivamente al 40,4% la quota di assunzioni per cui le imprese dichiarano difficoltà di reperimento (8,3 punti percentuali in più rispetto ad aprile 2021), che sale al 55,8% per gli operai specializzati, al 47,8% per i conduttori di impianti e operai di macchinari fissi e mobili, al 47,4% per le professioni tecniche e al 47,2% per dirigenti e professioni intellettuali e scientifiche.

Come mostra il Borsino delle professioni, le figure per cui la difficoltà di reperimento supera la soglia del 60% sono nell’ordine: artigiani e operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (65,6%), fonditori, saldatori, lattonieri, calderai, montatori carpenteria metallica (64,6%), fabbri ferrai, costruttori di utensili (63,4%), meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori di macchine fisse e mobili (61,1%). A livello territoriale si evidenzia, infine, una pronunciata crescita rispetto a un anno fa del flusso delle entrate previste ad aprile nelle regioni del Mezzogiorno (+25mila), seguite dalle regioni del Nord est (+20mila). Più contenute le previsioni delle regioni del Centro (+11mila) e del Nord ovest (+6mila).

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Primi effetti della guerra sull’industria, a marzo produzione –1,5%

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ROMA (ITALPRESS) – I risultati dell’indagine rapida del Centro Studi di Confindustria rilevano a marzo una flessione della produzione industriale dell’1,5%, dopo il parziale rimbalzo registrato a febbraio (+1,9%). Nel 1° trimestre 2022, quindi, il CSC stima una diminuzione della produzione industriale di -2,9% rispetto al 4° trimestre del 2021, che inciderà negativamente sulla dinamica del PIL. Gli ordini in volume diminuiscono a marzo di -0,8% su febbraio, quando erano scesi di -0,1% su gennaio: dati molto negativi per le prospettive della produzione da aprile.
Dopo l’intensa caduta registrata a gennaio (-3,4%), il parziale recupero di febbraio è dovuto prevalentemente ad un effetto base di rimbalzo statistico. Il deflagrare del conflitto ha accentuato da fine febbraio l’incidenza dei fattori che ostacolavano l’attività economica e produttiva italiana, già prima della guerra (rincari delle materie prime, scarsità di materiali). Ne è derivato, quindi, un netto peggioramento congiunturale che trova conferma nel calo di fiducia delle imprese registrato a marzo, a 105,4 da 107,9 di febbraio, e nella flessione del PMI manifatturiero (a 55,8 da 58,3 del mese scorso).
A questo si aggiunge una sensibile diminuzione nei giudizi e nelle attese di produzione delle imprese manifatturiere, il cui valore non toccava livelli così bassi da giugno dello scorso anno. Nel 1° trimestre 2022, le aspettative sulle condizioni operative delle imprese rilevate dall’indagine di Banca d’Italia per il trimestre successivo sono marcatamente deteriorate, registrando un saldo tra giudizi positivi e negativi che dal 10% (4° trimestre 2021) si è ridotto a -32,8%, con una quota del 47% di imprese che ritiene nulla la probabilità di miglioramento delle prospettive economiche nel 2° trimestre 2022. A ciò si aggiunge anche il forte peggioramento nei giudizi sulle condizioni per investire (a -49,1% da +6,7% del 4° trimestre 2021). Un’indagine condotta presso le imprese associate a Confindustria evidenzia che 9 imprese su 10 nel campione giudicano come molto importanti, tra i principali ostacoli determinati dal conflitto, non solo gli aumenti del costo dell’energia, ma anche quelli delle altre materie prime, mentre le difficoltà di approvvigionamento riguardano quasi 8 imprese su 10.
A fronte di tali problemi, il 16,4% delle imprese rispondenti ha già ridotto sensibilmente la produzione. Il peggioramento dell’indice di incertezza della politica economica, che per l’Italia è salito a 139,1 a marzo da 119,7 di febbraio (+38,4% rispetto al 4° trimestre del 2021), accresce i rischi di un pesante impatto sul tessuto produttivo italiano e di un significativo indebolimento dell’economia nella prima metà del 2022.
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Bankitalia, Pil in calo e inflazione ai massimi

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“Alla fine dello scorso anno la crescita dell’economia italiana ha perso slancio, frenata dal ristagno dei consumi e dal contributo negativo della domanda estera netta. Nel primo trimestre del 2022 il Pil sarebbe diminuito, risentendo del rialzo dei contagi al volgere dell’anno e dell’andamento dei prezzi energetici, in un contesto congiunturale di forte incertezza per gli sviluppi dell’invasione dell’Ucraina”. E’ quanto sottolinea la Banca d’Italia nel Bollettino economico. Inoltre “si sarebbe ridotta anche la spesa delle famiglie, penalizzata dal rialzo dei contagi, soprattutto all’inizio dell’anno, e dalla perdita di potere d’acquisto dovuta all’aumento generale dei prezzi. Secondo le valutazioni espresse dalle imprese tra febbraio e marzo, le condizioni per investire sono peggiorate, ma l’impato sulla crescita degli investimenti prevista per il 2022 sarebbe contenuto”.
Per Bankitalia nel quarto trimestre del 2021 “si è arrestata l’espansione delle esportazioni, mentre è proseguita a ritmi sostenuti quella delle importazioni. L’avanzo di conto corrente è rimasto elevato nel complesso del 2021, ma su di esso incide il peggioramento della bilancia energetica”. Per quanto riguarda l’occupazione “nell’ultimo trimestre del 2021 è proseguito l’incremento del numero degli occupati e delle ore lavorate, sebbene a un ritmo inferiore rispetto ai due trimestri precedenti. La crescita del numero delle posizioni lavorative si è affievolita nei primi due mesi del 2022; il tasso di disoccupazione è lievemente diminuito. I recenti rialzi dei prezzi non si sono riflessi sulle retribuzioni contrattuali, la cui dinamica resta contenuta”. L’inflazione “ha raggiunto il 7% in marzo, collocandosi sui livelli più alti dall’inizio degli anni Novanta, principalmente sulla spinta della crescita eccezionale dei prezzi dell’energia e, in misura minore, di quelli alimentari. La componente di fondo è lievemente salita, ma resta su valori inferiori al 2%. Le pressioni sulle quotazioni del gas e del petrolio prefigurano un’inflazione elevata nel corso dell’anno. Anche le imprese stimano pronunciate revisioni al rialzo dei propri listini rispetto alle valutazioni dello scorso dicembre”.
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Maticmind, acquisito 100% di Tecnologie PM tramite Fibermind

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Maticmind, tramite la sua controllata Fibermind (che si occupa della progettazione di reti ultrabroadband in fibra ottica e 5G), ha acquisito il controllo del 100% di Tecnologie PM, Pmi innovativa che sviluppa modelli di gestione smart in grado di efficientare il ciclo di vita di infrastrutture esistenti o in via di sviluppo. Un’operazione strategica per Maticmind, che darà modo alla sua controllata Fibermind di accrescere il proprio network, affacciandosi su nuovi mercati contigui a quello delle reti di telecomunicazione quali l’ingegneria delle reti elettriche, idriche o autostradali. “Vogliamo rafforzare la nostra leadership in ogni settore. Rappresentiamo un punto di riferimento per l’intero mondo Ict e le recenti acquisizioni ne sono una forte testimonianza. Tecnologie PM rappresenta la terza operazione da inizio anno, dopo le prime due in campo cybersecurity. Il nostro obiettivo è chiaro: continuare a crescere e dare un apporto concreto allo sviluppo tecnologico del Paese”, dichiara Luciano Zamuner, Ad di Maticmind.
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Via libera al Def, Draghi: “Faremo di tutto per aiutare famiglie e imprese”

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ROMA (ITALPRESS) – Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al Documento di Economia e Finanza. “E’ chiaro – ha detto il premier Mario Draghi – che la guerra in Ucraina ha causato un peggioramento delle prospettive di crescita, in particolare i prezzi di energia, materie prime e alimentari e pesa anche il calo di fiducia di cittadini e investitori, è diminuita molto da inizio anno quando era molto viva. E’ diminuita non solo per i rincari, ma anche e proprio per la guerra. La prima considerazione è che non avviene soltanto da noi, anche se qui è avvenuto in maniera significativa. La seconda considerazione è che faremo tutto ciò che è necessario per preservare il potere di acquisto all’interno di una cornice di equilibro dei conti e di norme europee, la disponibilità del governo c’è. Siamo a sostegno delle imprese e delle famiglie. Un’altra cosa importante quanto i provvedimenti è che il governo deve dare fiducia”.
Il capo del governo non ha nascoso la preoccupazione per i contraccolpi dei combattimenti in Ucraina. “La guerra -ha detto Draghi- ha causato un peggioramento delle prospettive di crescita”. Ed ecco perché nello scenario programmatico il governo ha deciso di confermare l’obiettivo di arrivare per quest’anno ad un rapporto tra deficit e pil al 5,6%, che scenderà poi al 3,9% nel 2023 e al 3,3% nel 2024. Il Pil salirà del 2,9% quest’anno e del 2,4% nel 2023 Considerato il calo al 5,1% dell’indebitamento, l’esecutivo può contare su un margine di circa 10 miliardi, pari allo 0,5% del pil per finanziare un nuovo provvedimento di sostegno all’economia, da finalizzare nel mese di aprile.
Il nuovo decreto servirà prima di tutto a ripristinare, per 4,5 miliardi, i fondi di bilancio temporaneamente destinati a copertura del decreto Energia. I restanti cinque miliardi serviranno invece per ulteriori interventi contro il caro dei carburanti e il costo dell’energia; per compensare gli aumenti dei prezzi delle opere pubbliche, per l’incremento dei fondi per le garanzie sul credito e per l’assistenza ai profughi ucraini, nonché per alleviare l’impatto economico del conflitto in corso in Ucraina sulle aziende italiane.
Il ministro dell’Economia Daniele Franco si è dichiarato disponibile a fare di più utilizzando strumenti condivisi a livello europeo. Assolutamente contrario, invece, a interventi non coordinati. Inoltre, ha fatto notare il responsabile del Mef, il Governo ha speso 15,5md nei mesi scorsi, perché “questo governo sa muoversi quando necessario”.

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Russia, Feltrin “Sullo stop all’import del legno servono compensazioni”

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ROMA (ITALPRESS) – “Qualora nel quinto pacchetto di sanzioni oggi al vaglio delle istituzioni europee, fosse compreso, come già annunciato dalla stampa, anche il blocco totale delle importazioni di legname da quei territori, per la nostra filiera ci sarebbero pesanti ricadute che andrebbero ad aggravare una situazione già complessa per l’approvvigionamento di materia prima legnosa, per il caro energia e per le grandi difficoltà di export verso i mercati direttamente coinvolti nel conflitto”. Lo dichiara Claudio Feltrin, presidente di FederlegnoArredo.
“Le decisioni prese a Bruxelles per mettere in ginocchio l’economia russa sono sacrosante e totalmente condivisibili, ma questo non ci esime dal porci il problema di come affrontare e gestire le conseguenze che inevitabilmente ci saranno anche sulla nostra filiera. Pavimenti di legno, imballaggi industriali, pallet, sono settori che rischiano di trovarsi senza più materia prima disponibile, con ordini inevasi e blocco delle produzioni. Chiediamo pertanto al Governo italiano un fondo ad hoc per la filiera che sostenga le aziende impattate e di adoperarsi fin da subito per rafforzare il prelievo di legname italiano, materia prima di cui siamo ricchi, ma, nonostante ciò, siamo colpevolmente dipendenti dall’estero. Siamo inoltre al lavoro sui tavoli europei per confrontarci con le altre associazioni europee di categoria per trovare soluzioni efficaci e comuni. Già da mesi – ricorda Feltrin – stiamo lavorando per proporre alla Commissione Europea l’attuazione di uno strumento di difesa commerciale che impedisca almeno l’esportazione di tronchi dall’UE verso i paesi terzi. Ci auguriamo che adesso, più che mai, arrivi una risposta positiva in tal senso”.
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Cingolani “Tetto al prezzo del gas per limitare le speculazioni”

ROMA (ITALPRESS) -” Con una guerra di mezzo i livelli di previsione sono meno accurati, tra pagamento in rubli e sanzioni non sappiamo se ci sarà un taglio di gas e se ci sarà di quando, ma mai come in questo momento c’è stato tanto gas in Europa, paradossalmente un anno fa veniva meno gas quindi sulla carta non c’è motivo di alzare i prezzi. Questo fattore di aumento non può essere solo una dinamica di mercato, ed è qui che bisogna intervenire ma deve intervenire l’Europa. Il tetto al prezzo del gas che è la nostra proposta, impone un limite al livello di speculazione, il mercato deve essere libero ma questo non deve diventare il fallimento delle aziende europee e la sofferenza dei cittadini”. Così il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, a Mattino Cinque News. “Al momento il dato di fatto Italia importa 29-30 miliardi di metri cubi l’anno di gas dalla Russia, sono stati fatti un pò di errori in passato perchè ora non ci libera in un attimo dalla dipendenza. Stiamo diversificando su diversi paesi, inoltre abbiamo 5 gasdotti e questo ci consente di diversificare. Stiamo facendo una corsa contro il tempo, ma iniziamo a vedere una serie di forniture nuove che saranno concretizzate nelle prossime settimane e ci vedranno al sicuro per i prossimi mesi” ha aggiunto Cingolani. “Noi stiamo dando un’accelerazione formidabile alle rinnovabile perchè rappresentano l’unico modo di decarbonizzare e avere energia, stiamo facendo cose senza precedenti. Attenzione però a non cadere nell’ottimismo sfrenato perchè non è solo una questione di fare impianti ma anche di accumulare energia, inoltre, abbiamo bisogno di una rete elettrica pensata per gestire flussi non programmati. Ci vogliono un pò di anni per far crescere questo sistema, l’energy mix è una cosa molto complessa e non basta premere un pulsante per risolvere il tutto” conclude il ministro.
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Il conflitto Russia-Ucraina è anche la guerra delle criptovalute

ROMA (ITALPRESS) – Nemmeno il tempo di tirare un sospiro di sollievo di fronte al graduale tramontare della pandemia da Covid-19 che il mondo precipita un’altra volta in una spirale di paura, sconforto, terrore e morte. Stavolta il nemico non è un microscopico virus, bensì un conflitto armato che torna a terrorizzare il Vecchio Continente dopo oltre settant’anni di pace.
Il 24 febbraio 2022, il Presidente russo Vladimir Putin annuncia, tramite mezzo televisivo, l’avvio di operazioni militari speciali e, pochi minuti dopo il suo discorso, l’esercito russo attraversa la prima frontiera in Crimea. Tre giorni prima, Putin aveva firmato il riconoscimento delle repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk, nel territorio del Donbass, nell’Ucraina Orientale.
Inizia così l’invasione dell’Ucraina da parte delle forze militari russe. Missili, elicotteri e carri armati attaccano le principali città ucraine. Il sito Statista.com riporta che circa 1.200 civili ucraini sono stati uccisi nelle prime quattro settimane di guerra, di cui 99 bambini. Inoltre, si registrano circa 1.800 feriti, sempre tra la popolazione civile, di cui 126 bambini. Infine, secondo gli ufficiali dell’esercito ucraino, 15.000 soldati russi avrebbero perso la vita dall’inizio della guerra.
In realtà, il conflitto tra Russia e Ucraina inizia ufficialmente 8 anni fa, precisamente nel febbraio 2014, con l’invasione della Crimea da parte dei soldati russi a cui seguì, nel marzo dello stesso anno, una dichiarazione di indipendenza dall’Ucraina da parte della ‘Repubblica autonoma di Crimeà (non riconosciuta nè da Kiev nè dall’Unione Europea) nonchè un referendum della popolazione della Crimea per chiedere l’annessione alla Russia una volta raggiunta l’indipendenza da Kiev. Dichiarazione d’indipendenza a cui seguì, in aprile, quella delle già citate repubbliche popolari di Donetsk e di Luhansk.
Il conflitto tra Russia e Ucraina sta provocando tutta una serie di conseguenze non solo sul piano dei rapporti di forza diplomatici tra le nazioni ma anche sul piano economico e sociale, nonchè della transizione energetica e del modo in cui finora gli Stati hanno affrontato il problema del cambiamento climatico.
In questo articolo, in particolare, ci concentreremo sui risvolti economici della guerra nonchè sul ruolo che il fintech, nello specifico le criptovalute, stanno giocando, nel bene e nel male, all’interno del quadro bellico.

La risposta dell’Occidente: le sanzioni economiche

Il blocco occidentale ha risposto all’aggressione di Putin con una serie di sanzioni volte a isolare e paralizzare l’economia della Russia, affinchè il Cremlino decida di cessare le ostilità contro l’Ucraina.
Le sanzioni interessano:
– il settore finanziario
– L’energia e i trasporti
– i beni a duplice uso
– l’export
– la politica in materia di visti
– sanzioni nei confronti di cittadini russi

Più nello specifico, l’Unione Europea ha deciso di congelare i beni del Presidente russo nonchè di Sergey Lavrov, ministro degli Affari esteri della Russia. Ma il congelamento dei beni ha riguardato anche gli oligarchi russi vicini a Vladimir Putin, che hanno visto sequestrate le proprie ville e yacht.
Inoltre, l’Unione Europea ha varato il divieto di effettuare operazioni con la Banca centrale russa, il divieto di sorvolo dello spazio aereo nonchè di accedere agli aeroporti UE da parte dei vettori russi.
Uno dei principali blocchi imposti dall’Unione Europea alla Russia riguarda lo SWIFT. Acronimo di ‘Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications’, lo SWIFT è una piattaforma che connette migliaia di istituzioni finanziare in tutto il mondo per i trasferimenti di denaro. L’UE ha deciso infatti di escludere dallo SWIFT sette banche russe, nello specifico: Bank Otkritie, Novikombank, Promsvyazbank, Bank Rossiya, Sovcombank, Vnesheconombank (VEB) e VTB Bank.
Infine, Bruxelles ha anche introdotto il divieto di investire, partecipare o contribuire in alcun modo a progetti cofinanziati dal fondo russo per gli investimenti (RDIF, Russian Direct Investment Fund) in particolare progetti diretti a vendere, fornire, trasferire o esportare banconote alla Russia.

Il conflitto e la posizione della Cina

Poche ore dopo l’inizio dell’invasione ucraina da parte della Russia, da Pechino è arrivata la conferma che la Cina avrebbe acquistato il grano ‘da tutte le regioni russè.
L’accordo tra i due paesi è stato siglato l’8 febbraio, due settimane prima l’inizio del conflitto nonchè pochi giorni dopo la visita di Vladimir Putin nella capitale cinese in occasione dei Giochi invernali, incontro che è servito a Xi Jinping e Putin per consolidare la loro amicizia in mondovisione.
Inoltre, sempre Russia e Cina hanno concordato un contratto di trent’anni per la fornitura di gas che prevede la costruzione di un nuovo gasdotto. L’accordo è funzionale al potenziamento di un’alleanza energetica tra Mosca e Pechino.
Entrambi gli accordi hanno come obiettivo quello di compensare gli effetti che le sanzioni commerciali imposte dall’Occidente avranno sulla Russia, sanzioni definite ‘inefficacì dal governo cinese.
Un altro chiaro segnale del sostegno fornito dal Dragone alla Federazione Russa riguarda i canali di pagamento russi per l’acquisto di prodotti online: molti di essi, infatti, permettono di effettuare le transazioni attraverso Alipay, il sistema di pagamento di Alibaba, colosso cinese dell’ecommerce fondato dall’imprenditore e miliardario Jack Ma, il ‘Jeff Bezos cinesè.

Criptovalute: quale ruolo nel conflitto

All’interno dell’intricato intreccio di diplomazia, politica ed economia che caratterizza il conflitto tra la Russia e l’Ucraina, trovano spazio le criptovalute, soprattutto in relazione alle sanzioni commerciali imposte al Cremlino.
La principale preoccupazione, infatti, risiede nel pericolo che il governo russo, nonchè i singoli oligarchi vicini a Putin, possano utilizzare le criptovalute per eludere le sanzioni commerciali dell’Occidente, in particolare quelle relative all’esclusione dallo Swift e la sospensione di servizi di pagamento quali PayPal, Visa e Mastercard.
Non è facile, infatti, impedire a utenti specifici (governi inclusi) di effettuare transazioni tramite criptovalute, data la natura decentralizzata della blockchain, la tecnologia alla base delle criptovalute.
Alla luce di ciò, il governo ucraino ha chiesto a società di trading ed exchange di criptovalute di bloccare i clienti russi. Di fronte a tale richiesta, Coinbase, noto exchange di criptovalute californiano con 70 milioni di clienti e attivo in 102 Paesi, ha deciso di bloccare 25mila portafogli di criptovalute correlati a individui o entità russe accusate di essere coinvolte in attività illecite.
A tal proposito, non mancano le polemiche: Michael Chobanian, ovvero il fondatore di Kuna, piattaforma di criptovalute con sede in Ucraina, ha mosso una dura accusa nei confronti di Binance, altro gigante del mercato delle criptovalute, sostenendo che Binance collabori con il governo di Vladimir Putin. Binance ha, ovviamente, negato qualunque legame con il Cremlino. Tuttavia, Changpeng Zhao, CEO di Binance, ha dichiarato che bloccare gli account russi registrati sulla piattaforma non sarebbe stato ‘eticò, e che le sanzioni finanziarie imposte dall’Occidente non sono un ‘problema specifico delle criptovalutè.
Le criptovalute stanno però giocando un ruolo cruciale anche sul fronte ucraino. Poco tempo dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, infatti, il governo di Kiev ha lanciato un fondo chiamato ‘Crypto Fund of Ukrainè, fondo di criptovalute che ha già accumulato oltre 50 milioni di dollari. Grazie alla nascita di questo fondo governativo, diverse comunità di DAO (‘Decentralized autonomous organization‘) hanno raccolto sostanziali donazioni in criptovalute, destinate a rinforzare l’esercito ucraino e le milizie volontarie che combattono contro l’invasione russa.
L’obiettivo del governo ucraino è il raggiungimento di 200 milioni di dollari di donazioni in criptovalute.

Conclusioni

Il ruolo a due facce giocato dalle criptovalute dimostra ancora una volta quanto questo particolare asset digitale sia un sistema neutro, il cui indirizzo benevolo oppure ostile dipende dall’utilizzo assegnatogli dagli attori economici coinvolti negli scambi.
Abbiamo visto come, da un lato, le criptovalute possono rappresentare un assist per i russi filo-governativi, i quali possono ricorrere alle crypto per aggirare i blocchi sui sistemi di pagamento imposti dal blocco Occidentale. Dall’altro lato, però, le stesse criptovalute stanno permettendo al governo ucraino di raccogliere milioni di dollari di donazioni, destinate a equipaggiare l’esercito ucraino così da renderlo più forte di fronte all’aggressore russo.
Inoltre, sempre sul versante ucraino, è bene analizzare il ruolo delle criptovalute in un’ottica post-bellica: quando la guerra sarà finita, le criptovalute potranno rappresentare degli asset strategici per ricostruire il Paese puntando su un’economia orientata al fintech, con main focus sulla digitalizzazione dei sistemi di pagamento e la normalizzazione delle criptovalute come moneta di scambio nelle transazioni all’interno del Paese e verso l’estero.
Qualunque sarà la veste assunta dalle criptovalute nella ricostruzione dell’Ucraina, non ci resta che sperare, banalmente, in una fine imminente della guerra nonchè al ritorno a una normalità priva di virus e conflitti bellici.
(ITALPRESS).