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MORTO IL PRESIDENTE DI UNICREDIT SACCOMANNI

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È morto all’età di 76 anni il presidente di Unicredit, Fabrizio Saccomanni.

Nato a Roma il 22 novembre 1942, è stato ministro dell’Economia nel governo guidato da Enrico Letta tra il 28 aprile 2013 e il 22 febbraio 2014. In precedenza, per 7 anni aveva ricoperto il ruolo di direttore generale della Banca d’Italia.

 

UNICREDIT, NEL PRIMO SEMESTRE CRESCE L’UTILE

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Il Consiglio di Amministrazione di UniCredit Spa ha approvato i risultati consolidati di Gruppo al 30 giugno.

Nel primo semestre ricavi pari a 9,3 miliardi di euro (-3,8 per cento su base annua) a causa di commissioni piu basse (-4,6 per cento) a 3,1 miliardi e inferiore trading a 0,7 miliardi (-11 per cento). Utile netto rettificato pari a 2,2 miliardi (+1 per cento su base annua). Nel secondo trimestre ricavi a 4,5 miliardi (-4,6 per cento su base annua, -5,2 su base trimestrale), costi operativi a 2,5 miliardi (-4,4 per cento su base annua, -2,5 per cento su base trimestrale). Utile netto rettificato a 1 miliardo (+0,4 per cento su base annua, -8,9 per cento su base trimestrale).

“Nel primo semestre 2019, seppure in un contesto macroeconomico complesso, siamo stati in grado di conseguire ancora una volta risultati solidi. Rimaniamo fiduciosi nei fondamentali dell’Italia e dell’Europa. UniCredit continua a finanziare con successo l’economia reale dei Paesi in cui opera”, commenta Jean Pierre Mustier, amministratore delegato di UniCredit.

“I risultati ottenuti negli ultimi tre anni forniscono una solida base su cui sviluppare il nostro prossimo piano. Abbiamo compiuto buoni progressi sulle quattro misure finanziarie annunciate lo scorso trimestre, sulla base delle quali prepariamo la nuova strategia commerciale che presenteremo al Capital Markets Day di dicembre – conclude -. Continuiamo a lavorare sodo come One Team, One UniCredit per assicurare che UniCredit rimanga un vero vincitore paneuropeo”.

 

AUMENTANO LE ENTRATE DEL FISCO

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Nel primo semestre, secondo i dati del Mef, le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 200.287 milioni, segnando un incremento di 1.827 milioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+0,9%). Le imposte dirette risultano pari a 103.003 milioni, con un incremento di 53 milioni (+0,1%) rispetto al medesimo periodo del 2018. Il gettito Irpef mostra una crescita del 2,4% (+2.148 milioni) che riflette l’andamento delle ritenute sui lavoratori del settore privato (+1.582 milioni, pari a +3,9%) e sui dipendenti del settore pubblico (+1.338 milioni, pari a +3,5%). Le imposte indirette, che ammontano a 97.284 milioni, registrano una variazione positiva di 1.774 milioni (+1,9%). Il risultato è legato all’andamento del gettito dell’Iva (+2.059 milioni, +3,6%) e, in particolare, alla componente di prelievo sugli scambi interni che registra un incremento di 2.132 milioni (+4,2%), mentre diminuisce il gettito sulle importazioni (-73 milioni, -1,1%). Nei primi sei mesi dell’anno, le entrate dai giochi ammontano a 7.816 milioni (+6,3%). Le entrate tributarie erariali derivanti dall’attività di accertamento e controllo si attestano a 4.985 milioni (+399 milioni, +8,7%) di cui: 2.505 milioni (+7,1%) sono affluiti dalle imposte dirette e 2.480 milioni (+10,4%) dalle imposte indirette.

 

CONTINUA LA CRISI DEI NEGOZI DI VICINATO

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La crisi dei negozi morde ancora. Mentre, in generale, le piccole imprese sembrano riprendere fiato, circa un esercizio commerciale di vicinato su quattro prevede di chiudere l’anno con un bilancio negativo. E due attività su dieci valutano anche la riduzione della forza lavoro. È quanto emerge da un sondaggio condotto su un campione di piccole imprese da SWG per Confesercenti, che sottolinea il peggioramento della situazione del commercio, in controtendenza con l’andamento medio degli altri settori. Solo il 18% degli imprenditori del commercio ritiene di chiudere l’anno con un bilancio positivo. Una media decisamente inferiore a quella delle altre imprese (34%).

A pesare una crescente sfiducia: un commerciante su due (48%) ritiene di avere, rispetto allo scorso anno, meno certezze, l’11% in più delle altre imprese. Solo il 10% dei negozianti si sente invece più sicuro.

“Il commercio di vicinato è ancora in uno stato di difficoltà, e scongiurare l’aumento IVA non basta”, commenta la presidente di Confesercenti Patrizia De Luise. “I negozi sono le luci delle nostre città: non possiamo lasciare che si spengano. Lo ribadiremo anche oggi nell’incontro con il Ministro Salvini: è necessaria un’azione organica, ad ampio spettro, per restituire capacità di spesa alle famiglie e per accompagnare la rete commerciale nella transizione al digitale, creando le condizioni per una leale competizione con il canale Web. Servono e formazione continua per gli imprenditori, sostegno agli investimenti innovativi ed un riequilibrio fiscale per una concorrenza alla pari tra offline e online”, prosegue.

 

 

ISTAT, MIGLIORA LA PRODUZIONE

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Secondo la stima preliminare dell’Istat, nel secondo trimestre il Pil italiano ha registrato una variazione congiunturale nulla a sintesi di una diminuzione del valore aggiunto dell’industria e di un contenuto incremento in quello dei servizi. A giugno, l’indice destagionalizzato della produzione industriale, dopo l’ampio incremento di maggio, si è ridotto marginalmente in termini congiunturali. A seguito dell’evoluzione positiva nella prima parte dell’anno, a giugno l’occupazione ha mostrato una stabilizzazione e il tasso di disoccupazione è diminuito ulteriormente, pur non riducendo il gap con la media dell’area euro. Sotto la spinta dei ribassi dei beni energetici, a luglio, l’inflazione ha continuato a rallentare e si è ampliato il differenziale negativo con la dinamica dei prezzi al consumo nell’area dell’euro e nei principali partner europei. A luglio, l’indice del clima di fiducia dei consumatori ha segnato un marcato aumento per effetto di un miglioramento di tutte le componenti. 

Il recupero della fiducia dei consumatori è stato determinato soprattutto dalla com-ponente economica e dalle attese sulla disoccupazione. Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia ha segnato un progresso, raggiungendo il valore massimo da ottobre 2018. L’aumento è stato diffuso tra i settori economici a eccezione del settore manifatturiero per il quale sono peggiorati i giudizi sul livello degli ordini e migliorati quelli sulle attese sulla produzione, con una diminuzione del saldo relativo alle scorte di prodotti finiti. L’indicatore anticipatore ha interrotto la tendenza alla flessione in atto dalla fine dello scorso anno, prospettando uno scenario di lieve miglioramento dei livelli produttivi.

SPREAD, VISCO “ORA STRATEGIA DI LUNGO PERIODO”

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Con la decisione della Commissione europea di non raccomandare l’avvio di una procedura nei confronti dell’Italia, lo spread è sceso sotto i 200 punti base. “Per consolidare questi risultati e ridurre ulteriormente il costo del debito pubblico, l’orientamento della politica di bilancio andrà confermato in un quadro di lungo periodo”, ha detto il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nel corso del suo intervento all’assemblea Nazionale dell’Abi. 

“Se il calo dello spread continuasse e il costo del debito scendesse sotto il tasso di crescita nominale del Pil, come già avvenuto negli altri paesi dell’area euro – ha aggiunto Visco -, sarebbe più facile ridurre l’incidenza del debito prodotto”. 

“Il riassorbimento dello spread attenuerebbe anche i rischi per le condizioni di accesso al credito – ha concluso il governatore -. Le tensioni sui titoli del debito pubblico hanno depresso le quotazioni obbligazionarie private e i corrispondenti prezzi di emissione, specialmente per le banche. I tassi di interesse sui prestiti alla clientela ne hanno finora risentito in misura contenuta, anche grazie all’elevata liquidità e al miglioramento dei bilanci degli intermediari. Tuttavia segnali di irrigidimento delle condizioni di accesso al credito sono emersi dalla metà del 2018, soprattutto per le imprese di minore dimensione e per quelle del Centro-Sud. In un contesto di debolezza della domanda di credito ne è seguita, dall’inizio di quest’anno, una moderata contrazione dei prestiti alle società non finanziarie”.

 

QUATTRO OFFERTE PER LA NUOVA ALITALIA

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Sono quattro le offerte economiche per la nuova Alitalia. Le hanno presentate il patron della compagnia aerea Avianca, il gruppo Toto, il gruppo Atlantia e il patron della Lazio Claudio Lotito

“Come ho assicurato, domani – 15 luglio – si chiudono i termini per la formazione del consorzio di imprese che dovrà rilanciare la nuova Alitalia – scrive sui social il vicepremier Luigi Di Maio  – Domani è una giornata importante, perché il Consiglio di A mministrazione di Ferrovie dello Stato dovrà scegliere il partner o i partner con cui iniziare il percorso per la nuova Alitalia. Auspico che si scelga tra le offerte più ambiziose e non tra quelle più conservative”.

“La quota maggioritaria della nuova Alitalia sarà costituita da Ferrovie dello Stato e dal ministero dell’Economia e Finanze, che ne possederà il 15%  – continua Di Maio –  Alla compagine di Stato ha manifestato interesse ad affiancarsi Delta Airlines, una delle migliori compagnie al mondo, a dimostrazione della bontà dell’operazione di mercato che è stata messa in campo. Ora manca il ‘quarto elemento’. Entro domani si dovrà scegliere tra le offerte pervenute e mettersi al lavoro per avviare il confronto con i dipendenti per chiudere l’accordo sindacale”.

 

CON LA LAUREA È PIÙ FACILE TROVARE LAVORO

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In Italia la quota di 25-64enni in possesso di almeno un titolo di studio secondario superiore, è stimata pari a 61,7% nel 2018 (+0,8 punti percentuali sul 2017), un valore molto inferiore a quello medio europeo, pari a 78,1% (+0,6 punti sul 2017). Su questa differenza incide la bassa quota di 25-64enni con un titolo di studio terziario: meno di due su dieci in Italia (19,3%, +0,6 punti rispetto all’anno precedente) contro oltre tre su dieci in Europa (32,3%, +0,8 punti rispetto all’anno precedente). Il trend degli ultimi anni è positivo; tuttavia, tra il 2014 e il 2018 la quota di popolazione con laurea ha avuto una crescita più contenuta di quella Ue (2,4 punti contro 3,0 punti). E’ quanto emerge dai dati del Report dell’Istat sui livelli di istruzione e i ritorni occupazionali relativi al 2018. 

Sul territorio nazionale il più basso livello di istruzione si riscontra nel Mezzogiorno, dove poco più di un adulto su due ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore; al Centro si stima invece il valore più alto, oltre due adulti su tre. Situazione analoga si rileva per il livello di istruzione terziario, ancora una volta minimo nel Mezzogiorno (15,3%) e massimo al Centro (23,3%). Le differenze generazionali nei livelli di istruzione sono evidenti da molti punti di vista. Sicuramente i più giovani sono anche i più istruiti: si consideri ad esempio che il 75,9% dei 25-34enni ha almeno il diploma di scuola secondaria superiore contro il 47,9% dei 60-64enni. 

Rimane tuttavia forte, anche tra le classi di età più giovani, lo svantaggio dell’Italia rispetto al resto d’Europa come pure il divario territoriale all’interno del Paese. L’Italia mostra notevoli progressi sul fronte degli abbandoni scolastici. Tuttavia, la quota di 18-24enni che posseggono al più un titolo secondario inferiore e sono fuori dal sistema di istruzione e formazione sale al 14,5% nel 2018 (598 mila giovani) dopo la stazionarietà del 2017 e il sensibile calo registrato fino al 2016.

Per quanto riguarda la quota di 30-34enni in possesso di un titolo di studio terziario, malgrado il miglioramento dell’ultimo anno (+0,9 punti sul 2017) e una crescita superiore a quella media europea tra 2014 e 2018 (+3,9 punti contro +2,7 punti) il nostro Paese si posiziona al penultimo posto nell’Ue. Il premio dell’istruzione – inteso come maggiore occupabilità al crescere dei livelli di istruzione – è pari a 18,4 punti nel passaggio dal titolo secondario inferiore al titolo secondario superiore e a 10,2 punti nel confronto tra quest’ultimo e il titolo terziario (19,6 e 9,4 punti, i rispettivi valori Ue).  Nonostante in Italia i vantaggi occupazionali derivanti dai più alti livelli di istruzione siano simili a quelli registrati nella media Ue, i tassi di occupazione restano più bassi, quelli di disoccupazione più alti e permangono divari di genere e sul territorio.