PALERMO (ITALPRESS) – Due trapianti di polmoni grazie ad un unico donatore. Accade a Palermo, all’Ismett, dove – grazie alla generosità della famiglia di un giovane donatore proveniente da Salerno – è stato possibile eseguire contemporaneamente due trapianti di polmone in pazienti con fibrosi polmonare in condizioni molto critiche. I pazienti erano iscritti in lista d’attesa all’Ismett rispettivamente da uno e tre anni. Attualmente sono in buone condizioni e respirano già autonomamente con i nuovi polmoni.
Nella maggior parte dei casi i polmoni di un donatore vengono utilizzati per un trapianto doppio in un unico paziente. Il trapianto singolo può essere effettuato in pazienti per alcuni tipi di patologie e in presenza di specifici parametri clinici. Garantisce ottimi risultati funzionali, con il vantaggio che in questo modo è possibile curare due pazienti anzichè uno.
“Il trapianto singolo – spiega Alessandro Bertani, responsabile dell’Unità di Chirurgia Toracica e trapianto di polmoni – non presenta difficoltà tecniche o di prognosi. La criticità maggiore è la scelta delle indicazioni: in base al tipo di malattia e ad alcuni parametri clinici, ad esempio la colonizzazione batterica e la disomogeneità del danno d’organo, si decide quali pazienti potrebbero ricevere anche un trapianto singolo”.
Per effettuare due interventi di questo tipo contemporaneamente è necessario il lavoro simultaneo e coordinato di tre equipe complete chirurgiche, anestesiologiche e infermieristiche: una per il prelievo e due per gli interventi di trapianto dei riceventi. La difficoltà maggiore è legata, quindi, all’esecuzione in simultanea di due interventi complessi come il trapianto di polmone.
“I polmoni – sottolinea Alessandro Bertani – sono organi estremamente delicati. Il numero di donatori idonei per la donazione dei polmoni è di gran lunga inferiore rispetto ad altri organi come il fegato o i reni. Per questo è estremamente importante utilizzare tutte le strategie, come i trapianti di polmone singolo, per incrementare il numero dei trapianti di polmone e ridurre l’attesa dei pazienti in lista per trapianto”.
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Ismett, due trapianti di polmone in simultanea da un solo donatore
Covid, Sanofi e Gsk avviano studio fase 3 su efficacia vaccino
MILANO (ITALPRESS) – Sanofi e GSK annunciano l’avvio dell’arruolamento dei soggetti per lo studio clinico di fase 3 che valuterà la sicurezza, l’efficacia e l’immunogenicità del loro vaccino candidato Covid-19 adiuvato a base di proteine ricombinanti. Lo studio includerà più di 35.000 volontari adulti (dai 18 anni in su) provenienti da diversi Paesi in Stati Uniti, Asia, Africa e America Latina. In due fasi distinte, lo studio analizzerà inizialmente l’efficacia di una formulazione del vaccino mirata al virus originario D.614 (Wuhan), mentre una seconda fase valuterà una seconda formulazione mirata alla variante B.1.351 (variante sudafricana). A seguito degli incoraggianti risultati intermedi del recente studio di fase 2, nelle prossime settimane le aziende inizieranno anche uno studio clinico per valutare la capacità del vaccino candidato Covid-19 adiuvato a base di proteine ricombinanti di indurre una forte risposta come dose di richiamo, indipendentemente dalla tipologia di vaccino ricevuto in precedenza. “Siamo fiduciosi nel dare il via a uno studio di fase 3 di questa entità perchè crediamo che la nostra piattaforma tecnologica unica possa offrire un’opportunità davvero rilevante dal punto di vista clinico”, ha dichiarato Thomas Triomphe executive vice president, Global Head of Sanofi Pasteur. “Questa sperimentazione è la prova tangibile della nostra volontà di mettere in atto un approccio deciso e flessibile in risposta alla pandemia”, ha aggiunto.
Roger Connor, presidente di GSK Vaccines, ha aggiunto: “Abbiamo adeguato la nostra tecnologia e il progetto di studio riflette questa necessità. Costruirà il potenziale ulteriore di questo vaccino adiuvato a base di proteine ricombinanti. Speriamo che i risultati si aggiungano ai dati incoraggianti che abbiamo visto finora, in modo da poter rendere il vaccino disponibile il più rapidamente possibile”. Il vaccino candidato Covid-19 adiuvato a base di proteine ricombinanti ha dimostrato di indurre una forte risposta immunitaria con produzione di anticorpi neutralizzanti in tutti i gruppi di età adulta, con tassi di sieroconversione dal 95 al 100%. Dopo una sola dose, la risposta immunitaria è stata elevata in pazienti che hanno avuto in precedenza un’infezione da Sars-CoV-2, suggerendo un forte potenziale per lo sviluppo come vaccino di richiamo. In attesa dei risultati positivi della fase 3 e delle revisioni regolatorie, l’approvazione del vaccino è prevista nel quarto trimestre 2021.
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Vaccino, Aifa “Margini incertezza su sicurezza AstraZeneca a under 60”
ROMA (ITALPRESS) – “La sicurezza della somministrazione di Vaxzevria nei soggetti di età inferiore a 60 anni rimane un tema ancora aperto, e sul quale vi sono margini di incertezza”, tuttavia il Gruppo di Lavoro Emostasi e Trombosi nominato dall’Aifa ritiene che “il completamento della schedula vaccinale rappresenti la strategia di contrasto alla diffusione del virus SARS-Cov-2 che garantisce il migliore livello di protezione”. E’ quanto emerge da un documento pubblicato da Aifa. L’Agenzia italiana del farmaco ricorda che seguito della segnalazione, in soggetti sottoposti a vaccinazione anti-SARS-CoV-2 con i vaccini a vettore virale Vaxzevria (ChAdOx1 nCov-19 della ditta Astra Zeneca) e Janssen (Ad.26.COV2.S della ditta Johnson & Johnson), di eventi trombotici in sedi atipiche (trombosi dei seni venosi cerebrali e/o del distretto splancnico), associati a piastrinopenia e con decorsi clinici di particolare gravità, ha nominato un Gruppo di esperti in patologie della coagulazione (Gruppo di Lavoro Emostasi e Trombosi) a supporto della Commissione Tecnico Scientifica (CTS).
Il mandato del gruppo, si legge nella nota, era quello di approfondire la plausibilità biologica degli eventi, identificare le eventuali strategie di minimizzazione del rischio e indicare le modalità più corrette per la gestione clinica di questi eventi rarissimi.
Il documento (strutturato in domande e risposte) rappresenta “le conclusioni del gruppo di esperti ed è finalizzato a fornire ai medici non specialisti e al personale sanitario le informazioni attualmente disponibili per identificare precocemente e gestire nel modo più appropriato questo evento avverso rarissimo”. “L’attenta attività di farmacovigilanza già in atto – si legge infine nel documento – consentirà di raccogliere dati aggiornati e stabilire l’eventuale necessità di formulare ulteriori raccomandazioni volte ad ottimizzare, ove appropriato, il profilo beneficio/rischio nel singolo paziente”.
“L’uso dei farmaci antitrombotici più comunemente disponibili – vale a dire l’acido acetilsalicilico (ASA), l’eparina non frazionata (ENF) e le eparine a basso peso molecolare (EBPM)- è associato ad un modesto, ma non trascurabile, aumento del rischio emorragico”, pertanto “la prescrizione a scopo preventivo di farmaci antitrombotici nei soggetti sottoposti a vaccinazione è fortemente sconsigliato”, sottolinea ancora Aifa, concludendo che “nel setting particolare della vaccinazione con Vaxzevria non si può escludere che un soggetto che non abbia sviluppato la rara reazione coinvolgente le piastrine con la prima dose, non possa farlo con la seconda”.
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Covid, 3.937 nuovi casi e 121 decessi in 24 ore
ROMA (ITALPRESS) – Lieve crescita dei casi di coronavirus in Italia nelle ultime 24 ore. Secondo i dati del Ministero della Salute, i nuovi positivi sono 3.937, in leggero aumento rispetto ai 3.224 registrati il 25 maggio a fronte però di un incremento dei tamponi processati, 260.962, dato che fa alzare lievemente l’indice di positività all’1,50%. Calo dei decessi, 121 (-45). I guariti sono 11.930 e gli attuali positivi scendono a 260.029 (8.116 in meno alle 24 ore precedenti).
Ricoveri anche oggi in discesa: 8.181 i degenti dei reparti ordinari, e che segna quindi un calo di 676. In discesa pure le terapie intensive, 1.278 pari ad un saldo complessivo in negativo di 45 unità ma con 39 ingressi. In isolamento domiciliare vi sono 260.029 persone. La regione con il maggior numero di casi è la Lombardia (666), seguita da Campania (483) e Sicilia (375). In Molise e Valle d’Aosta si registrano invece 9 contagiati ciascuna.
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In un terzo di millimetro l’innovazione contro il glaucoma
MILANO (ITALPRESS) – E’ stato presentato alla stampa per la prima volta in Italia iStent inject W, uno dei più piccoli dispositivi medici impiantabili ad oggi noto, (misura 360 micrometri, circa un terzo di millimetro). Il dispositivo in titanio, prodotto da Glaukos, già approvato negli Usa e in Europa per la chirurgia micro invasiva del glaucoma, viene impiantato nella struttura dell’occhio deputata al deflusso dell’umor acqueo, per ripristinarne la naturale funzionalità e ridurre la pressione intraoculare in modo sicuro ed efficace.
Con un profilo di sicurezza analogo a quello della chirurgia della cataratta, l’impianto di iStent inject W rappresenta un’innovazione microinvasiva e indolore nelle terapie del glaucoma che può consentire l’interruzione o la riduzione delle terapie farmacologiche in gocce.
La revisione della letteratura proposta, tra gli altri, da Antonio Maria Fea, Mario Sbordone e Luca Cesari, e pubblicata su Clinical Ophtalmology nel 2020, evidenzia dati incoraggianti sull’utilizzo delle tecnologie MIGS – Micro Invasive Glaucoma Surgery: eliminazione/riduzione delle terapie farmacologiche, profilo di sicurezza eccellente, brevissimi tempi di recupero e procedure di impianto semplificate.
Indagini osservazionali ancora più recenti hanno confermato l’efficacia di iStent inject sia nel breve sia nel lungo periodo: i follow up a 4 e a 5 anni dall’impianto non rilevano alcun evento avverso in fase operatoria o risposta infiammatoria post operatoria e mostrano una riduzione stabile della pressione oculare, nella maggior parte dei casi – oltre il 90% – senza alcuna terapia e nessuna necessità di re-intervento. Acuità visiva e campo visivo si mostrano altrettanto stabili, evidenziando un profilo rischi/benefici eccellente.
“In Italia, la terapia farmacologica è ancora la terapia di prima scelta nei pazienti affetti da glaucoma: è in grado di ridurre efficacemente la pressione intraoculare ma spesso richiede l’uso di più principi attivi. L’associazione di più farmaci, oltre a non essere maneggevole specie per i pazienti più anziani, può associarsi a numerosi effetti collaterali (infiammazione oculare, prurito, disturbi della visione) che tendono a ridurre l’aderenza e quindi l’efficacia delle terapie. Alcuni studi controllati hanno dimostrato che una percentuale variabile tra il 30 ed il 70% dei pazienti non è aderente alla terapia e il 50% la abbandona dopo solo 6 mesi”, spiega il professor Antonio Maria Fea, professore associato di Malattie dell’Apparato Visivo, presso l’Università degli Studi di Torino.
“Con alcuni colleghi nel 2020 ci siamo chiesti perchè, nonostante siano entrate nella pratica clinica di molti Paesi, l’utilizzo delle soluzioni chirurgiche mininvasive per il glaucoma sia così basso in Italia e abbiamo messo a confronto la letteratura disponibile sulle terapie “non mediche” in uso. Forse potrebbe essere il momento di accogliere e riconoscere, anche in oftalmologia, quell’enorme salto tecnologico che in altre specialità – eminentemente la cardiologia, l’oncologia, la gastroenterologia – ha permesso una vera e propria “svolta” verso la mininvasività delle procedure, cogliendo un’occasione importante per dare ai nostri pazienti uno spettro di trattamenti più ampio e personalizzato e vincendo quella che a me sembra una resistenza “culturale” più che scientifica”, aggiunge il dottor Mario Sbordone, direttore del dipartimento di Oculistica dell’Ospedale S. Maria delle Grazie di Pozzuoli.
“L’effetto sulla qualità della vita dei pazienti che questa nuova generazione di dispositivi genera fa la differenza. Ogni anno circa 550mila pazienti italiani si sottopongono alla chirurgia della cataratta. Una percentuale variabile tra il 5% e il 10% di queste persone, ha o svilupperà il glaucoma. Senza aumentare il tempo operatorio e con un profilo di sicurezza sovrapponibile questi pazienti potrebbero risolvere il problema del controllo della pressione oculare con l’impianto di un device per la MIGS: guardiamo a questo gruppo per un cambiamento nella presa in carico dei pazienti con glaucoma – persone con un grado di malattia lieve o moderato potrebbero avere a disposizione un’opzione rapida, indolore e che riduce il ricorso ai farmaci”, conclude il dottor Luca Cesari, direttore dell’Unità di Oculistica dell’Ospedale Civile di San Benedetto del Tronto e di Ascoli Piceno.
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Covid, Speranza “Guardiamo con fiducia alle prossime settimane”
ROMA (ITALPRESS) – “Siamo in una fase molto significativa nella lotta contro il Covid. La campagna di vaccinazione ci ha fatto fare un salto in avanti decisivo e guardiamo con fiducia alle prossime settimane, pur mantenendo ancora un approccio di gradualità e di cautela. Dobbiamo, però, in questa fase guardare al dopo, a quello che il Covid ci ha insegnato, alla lezione drammatica degli ultimi mesi che ci resterà per sempre sulla pelle. Nel disegno, nella discussione, nella riflessione sulla sanità del futuro, in una fase che si sta di fatto già aprendo, penso che le materie di cui si occupa la vostra società scientifica siano particolarmente significative. L’attenzione ai più piccoli, ai nostri figli, a chi è in una situazione di maggiore fragilità per l’età in cui è”. Lo dice il ministro della Salute Roberto Speranza in un videomessaggio al Congresso della Società Italiana di Pediatria.
“Penso che nella costruzione del Servizio sanitario nazionale del futuro ci sia uno spazio enorme per la pediatria e per tutti i temi che ponete anche in questi giorni anche al centro della vostra riflessione. Questa è la sfida delle prossime settimane. Abbiamo finalmente le condizioni per guardare con più fiducia al futuro e poi disegnare il Servizio sanitario nazionale del futuro e, in questo Servizio sanitario nazionale del futuro, credo che la parola chiave debba essere “prossimità”, cioè un servizio sanitario vicino ai problemi di ciascuno, vicino ai problemi delle persone – prosegue -. E dobbiamo far questo con grandissima attenzione, soprattutto, sui nostri territori oltre che sui nostri ospedali e dovremmo farlo con nuova consapevolezza. I temi della pediatria sono i temi centrali su cui concentrare ogni nostra attenzione”.
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Scoperta una relazione genetica tra la malaria e il Covid
GENOVA (ITALPRESS) – Il team di Computational and Chemistry Biology dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) insieme all’Ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, all’Istituto Giannina Gaslini di Genova e al Policlinico di Palermo, ha recentemente pubblicato uno studio sulla rivista internazionale Frontiers In Medicine che mette in luce una relazione genetica tra Covid-19 e malaria. Il lavoro ipotizza una correlazione inversa di alcune varianti in geni associati all’insorgenza della malaria con la diffusione del Covid-19, suggerendo che tali varianti a livello genetico possano conferire una protezione dall’infezione del coronavirus. In sintesi è stato evidenziato come nelle zone che in passato sono state colpite dalla malaria, l’incidenza del Covid-19 è stata molto inferiore.
Malaria e COVID-19 sono malattie diverse, entrambe dovute a infezioni: la prima causata da un plasmodio, la seconda da un virus, SARS-CoV-2, ormai molto conosciuto sebbene si sia affacciato sulla scena mondiale solo da poco più di un anno. La convivenza, invece, tra plasmodio e l’uomo dura da molto più tempo, almeno da 50.000 anni, nei territori del mondo dov’è presente la zanzara che trasmette all’uomo il plasmodio. In Italia la malaria è ormai scomparsa, ma fino agli anni ’50 del secolo scorso era endemica in molte zone costiere del sud Italia e delle Isole, come pure in zone paludose, come quelle alla foce del Po.
La teoria del team di ricerca guidato da Andrea Cavalli è che i geni che sono in grado di proteggere la popolazione dall’infezione malarica possano fornire una forma di protezione anche per l’infezione da SARS-CoV-2. La ricerca ha inoltre cercato di spiegare l’effetto biologico che queste variazioni genetiche possono esercitare sull’infezione da SARS-CoV-2 e sulla progressione della malattia, suggerendo possibilità terapeutiche potenzialmente utili. Lo studio ha quindi aperto nuove conoscenze teoriche sulla relazione tra genetica dell’ospite e COVID-19.
“L’idea di approfondire il legame tra COVID e malaria – spiega uno degli autori dello studio, Antonio Amoroso, genetista dell’ospedale Molinette e dell’Università di Torino – è venuta osservando la frequenza di COVID-19 nelle regioni italiane, con ampie oscillazioni tra regioni del nord (in Lombardia ad esempio l’8,1% della popolazione ha contratto la malattia) e quelle meridionali, dove il COVID-19 ha avuto una frequenza quasi dimezzata (il 4,4% dei siciliani si è ammalato, il 3,4% dei sardi o il 3.3% dei calabresi)”.
“Poichè erano disponibili i dati di mortalità nelle province italiane all’inizio del ‘900, è stato possibile confrontare la mortalità per malaria di allora con la frequenza attuale di COVID-19. Si è ottenuta – ha spiegato – una connessione molto chiara: nei territori dov’erano più frequenti i morti di malaria all’inizio del secolo scorso, meno frequentemente sono registrati oggi i malati di COVID, e viceversa. All’inizio del secolo scorso ogni centomila soggetti, ne morivano per malaria 73 in Sardegna, 24 in Sicilia e 32 in Calabria, mentre non ce n’erano in Lombardia o in Piemonte. Le Province del delta del Po erano anch’esse flagellate dalla malaria, con mortalità all’inizio del secolo scorso analoghe alle regioni del Sud. Ma anche la diffusione del COVID più di 100 anni dopo ha risparmiato maggiormente le province di Ferrara (dove i casi di COVID-19 rappresentano il 6,5% della popolazione) e di Rovigo (con il 5,9% della popolazione è risultata COVID positiva)”.
“Sappiamo molto bene come la convivenza con la malaria abbia selezionato alcune caratteristiche genetiche che consentivano di resistere meglio all’infezione malarica e che avvantaggiavano di conseguenza gli individui che le possedevano – chiarisce Manlio Tolomeo, coautore dello studio e medico al Policlinico di Palermo – L’ipotesi che abbiamo avanzato è stata dunque che alcune delle caratteristiche genetiche che erano state selezionate per essere vantaggiose per l’infezione malarica potessero anche aiutare nel combattere meglio il coronavirus”.
“Per dimostrare questa ipotesi – illustra Andrea Cavalli, Responsabile del team Computational and Chemistry Biology dell’Istituto Italiano di Tecnologia e coordinatore del team di ricerca – ci siamo avvalsi dei dati già disponibili dalla comunità scientifica, sia in relazione alle varianti genetiche di protezione alla malaria (ne abbiamo selezionate una cinquantina), sia relative alle caratteristiche del genoma di un migliaio di individui sani appartenenti ad una cinquantina di diverse popolazioni, per le quali erano anche disponibili le frequenze del COVID-19”.
“Partendo da questi dati e dall’esperienza nello studio delle malattie genetiche, siamo quindi andati alla ricerca delle varianti più frequenti nelle popolazioni meno colpite dal COVID-19 e che fossero in grado di avere un impatto sul comportamento dei geni – precisano Marta Rusmini e Paolo Uva, coautori del lavoro e ricercatori presso l’Unità di Bioinformatica Clinica dell’Istituto G. Gaslini – e quindi potenzialmente vantaggiose contro il coronavirus. Questo studio contribuisce ad approfondire la relazione tra genetica e suscettibilità al COVID-19 e fornisce un solido approccio metodologico che potrà essere applicato per studi futuri direttamente sul DNA di pazienti COVID”. (ITALPRESS).
Tumore infantile, trapianto cellule staminali a bimba di 6 Kg
BARI (ITALPRESS) – Presso l’Unita Complessa di “Pediatria ad indirizzo OncoEmatologico” del Policlinico di Bari diretta dal dottor Nicola Santoro, è stata per la prima volta eseguita con successo una procedura trapiantologica in una paziente di 13 mesi di soli 6 chili di peso, affetta da una forma rara ed estremamente aggressiva di tumore infantile (neuroblastoma). Il trapianto, nello specifico un “trapianto autologo di cellule staminali emopoietiche”, è stato preceduto dalla raccolta delle stesse cellule dal circolo ematico della piccola A.. La raccolta (aferesi terapeutica) è stata attentamente studiata e condotta dai colleghi del Centro Trasfusionale dello stesso ospedale (direttore dr. Angelo Ostuni), in relazione al piccolo peso della paziente che poneva complesse problematiche tecniche e cliniche.Grazie alla disponibilità dei trasfusionisti che hanno trasportato le necessarie apparecchiature e all’impegno della psicologa e del musicoterapeuta dell’Associazione Apleti, l’aferesi è stata condotta al letto della piccola affiancata dalla sua mamma. Nel corso della seduta, è stata svolta una musicoterapia attiva con tecniche di libera improvvisazione: la piccola ha potuto suonare xilofoni e ovetti musicali. Durante le circa cinque ore, A. è rimasta tranquilla con i suoi genitori e non ha avuto bisogno di sedazione farmacologica.
La piccola ha successivamente affrontato senza problemi la lunga degenza necessaria per la procedura di trapianto di circa 4 settimane, superandola brillantemente e sta ora affrontando un percorso di immunoterapia oncologica che le permetterà di confidare ancor più nella guarigione.
“L’autotrapianto è una metodologia pressochè routinaria per quanto riguarda le nostre patologie, la particolarità è data dal peso estremamente basso della bambina che era l’ostacolo più grande da superare – spiega Nicola Santoro, direttore dell’unità di Pediatria ad indirizzo OncoEmatologico del Policlinico di Bari – La piccola ha brillantemente superato tutta la fase trapiantologica a cui abbiamo associato anche un’immunoterapia particolarmente aggressiva: tutte le procedure eseguite hanno dato un esito decisamente positivo e favorevole”.
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