MILANO (ITALPRESS) – Be Charge si fa portavoce delle proposte avanzate dall’associazione MOTUS-E tese alla realizzazione di una visione strategica, moderna e sostenibile, della mobilità, da raggiungere attraverso 15 misure per un totale di 18,7 miliardi di euro da rimodulare all’interno dello schema del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
“La crescita della mobilità elettrica, ormai ineluttabile in tutti i principali mercati mondiali – si legge in una nota -, è infatti un’opportunità che l’Italia non può permettersi di ignorare nel contesto del PNRR, pena la perdita di quote di mercato per la nostra industria automobilistica, inclusa la componentistica del settore elettrico ed elettronico e dei servizi. Di pari passo, la crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili, già prevista nel Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC), è indissolubilmente legata alla costante diffusione dei veicoli elettrici, che ne ottimizzano il consumo e possono garantire la flessibilità necessaria al sistema elettrico”.
Infine, le misure previste nel documento sono volte al sostegno dell’economia reale e locale, auspicando una rimodulazione della spesa che finanzi interventi diffusi sul territorio e che accresca le competenze di vari comparti industriali e dei loro lavoratori.
MOTUS-E e il suo Consiglio Direttivo sollecitano un incontro con i ministri competenti per illustrare le proposte “e aiutare a rendere l’Italia un paese all’avanguardia per la mobilità elettrica, non solo in ambito europeo”.
Le proposte di MOTUS-E, sintetizzate in un documento a cui Be Charge ha contribuito direttamente in concerto con tutti gli altri associati, coprono tutta la filiera della mobilità elettrica, in particolare stimoli alla Domanda, alle Infrastrutture e all’Offerta, perchè solo con una politica a 360 gradi si possono creare quei meccanismi virtuosi che facciano emergere nuove realtà industriali e aiutino a velocizzare la decarbonizzazione in atto nel nostro paese.
Il documento completo è liberamente scaricabile dal sito internet di MOTUS-E all’indirizzo: https://www.motus-e.org/pubblicazioni-motus-e.
“Siamo convinti che il corretto indirizzamento degli ingenti fondi messi a disposizione dal PNRR ed un proficuo lavoro di squadra tra tutti gli attori della filiera saranno determinanti per la riuscita del piano di sviluppo della mobilità elettrica nel nostro Paese – afferma Roberto Colicchio, Head of Business Development di Be Charge e membro del Consiglio Direttivo di MOTUS-E -. Siamo fortemente impegnati con nostri capitali nella creazione di una rete di ricarica capillare ed affidabile con oltre 3.500 punti già installati su tutto il territorio nazionale ed un piano complessivo superiore ai 30 mila punti di ricarica nei prossimi anni”.
“Dal nostro punto di vista, i fondi del Recovery Plan dovranno primariamente essere utilizzati per stimolare la sostituzione del parco veicolare da parte di consumatori, aziende e pubblica amministrazione – aggiunge -, mentre i contributi per la diffusione di una rete di ricarica pubblica dovranno essere veicolati unicamente nelle aree cosiddette “a fallimento di mercato” e negli anni in cui la presenza di veicoli elettrici non sia sufficiente a sostenere gli investimenti di noi operatori privati, come meglio specificato nel lavoro fatto in MOTUS-E. E’ importante sottolineare come all’interno dell’associazione convivano e collaborino primarie aziende di diverse filiere industriali, dall’automotive, alla componentistica, alle infrastrutture e ai servizi di ricarica e questa pluralità di visioni, interessi e necessità conduce sempre a delle sintesi molto costruttive e complete che i decisori politici possono facilmente valorizzare”.
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Recovery, da Be Charge sostegno a Motus-E per la mobilità sostenibile
Governo, Schifani “Se c’è da staccare la spina si faccia in fretta”
ROMA (ITALPRESS) – Se c’è da staccare la spina al governo si faccia in fretta, il paese non può attendere. E’ quanto chiede il senatore di Forza Italia Renato Schifani, ospite della rubrica “Primo Piano” di Claudio Brachino per l’agenzia Italpress. A poche ore dalla conferenza stampa di Italia Viva, che segnerà, forse, le sorti del governo Conte, l’ex presidente del Senato auspica una risoluzione veloce dei problemi interni alla maggioranza: “Il Recovery Plan disegnerà il futuro del Paese, le opposizioni devono poter dire la loro sul futuro dell’Italia, il piano non dovrebbe essere solo quello del governo, deve essere il piano della nazione, questa maggioranza si sta assumendo una gravissima responsabilità, non coinvolgendo una parte del paese, le opposizioni”.
“L’erogazione dei fondi europei è collegata alla grandi riforme, a partire da quella della giustizia, l’Europa vuole garanzie, ce la faremo con senso di responsabilità, da un mese siamo paralizzati da questi litigi, se si deve staccare la spina si faccia, non si può restare paralizzati”, sottolinea il senatore.
Come andrà a finire questa crisi? Per Schifani sarà il presidente della Repubblica a decidere ma su una cosa è certo: “Escludo un sostegno di Forza Italia, non faremo i responsabili, noi siamo responsabili nella coerenza della nostra storia e il gruppo in Senato è molto compatto, molto coeso. Poi se il presidente Mattarella farà un richiamo a tutte le forze politiche per un’unità nazionale è evidente che il centrodestra ne parlerà e agirà unito nell’interesse del Paese, ma sono governi a termine che porteranno poi il Paese al voto. La legge elettorale c’è, si può andare a votare, abbiamo il decreto Ristori e il Recovery da approvare, dopodichè si può andare a votare”.
Sul piano della gestione della pandemia Schifani non critica particolarmente il Governo ma chiede più coinvolgimento delle altre componenti del Paese.
“Non mi sento di polemizzare violentemente contro il governo sul modello di controllo della pandemia – ammette -. Il governo è chiamato a prendere delle scelte senza precedenti, non mi sento di contestare l’utilizzo dello strumento del Dpcm e di provvedimenti urgenti, la politica si deve adeguare al momento. Spero si lavori tutti insieme per uscire da questo tunnel, per esempio con i vaccini. Ci sono molte categorie che lamentano l’incertezza del domani, questo crea anche un danno economico, i ristori nella prima fase sono arrivati in ritardo, ci sono dei casi disperati di persone che rischiano di chiudere definitivamente la loro attività”.
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Schifani “Se c’è da staccare la spina al Governo si faccia in fretta”
Se c’è da staccare la spina al governo si faccia in fretta, il paese non può attendere. E’ quanto chiede il senatore di Forza Italia Renato Schifani, ospite della rubrica “Primo Piano” di Claudio Brachino per l’agenzia Italpress. A poche ore dalla conferenza stampa di Italia Viva, che segnerà, forse, le sorti del governo Conte, l’ex presidente del Senato auspica una risoluzione veloce dei problemi interni alla maggioranza: “Il Recovery Plan disegnerà il futuro del paese, le opposizioni devono poter dire la loro sul futuro dell’Italia, il piano non dovrebbe essere solo quello del governo, deve essere il piano della nazione, questa maggioranza si sta assumendo una gravissima responsabilità, non coinvolgendo una parte del paese, le opposizioni. L’erogazione dei fondi europei è collegata alla grandi riforme, a partire da quella della giustizia, l’Europa vuole garanzie, ce la faremo con senso di responsabilità, da un mese siamo paralizzati da questi litigi, se si deve staccare la spina si faccia, non si può restare paralizzati”.
Come andrà a finire questa crisi? Per Schifani sarà il presidente della Repubblica a decidere ma su una cosa è certo: “Escludo un sostegno di Forza Italia, non faremo i responsabili, noi siamo responsabili nella coerenza della nostra storia e il gruppo in Senato è molto compatto, molto coeso. Poi se il presidente Mattarella farà un richiamo a tutte le forze politiche per un’unità nazionale è evidente che il centrodestra ne parlerà e agirà unito nell’interesse del Paese, ma sono governi a termine che porteranno poi il Paese al voto. La legge elettorale c’è, si può andare a votare, abbiamo il decreto Ristori e il Recovery da approvare, dopodiché si può andare a votare”. Sul piano della gestione della pandemia Schifani non critica particolarmente il Governo ma chiede più coinvolgimento delle altre componenti del Paese.
“Non mi sento di polemizzare violentemente contro il governo sul modello di controllo della pandemia – ammette -. Il governo è chiamato a prendere delle scelte senza precedenti, non mi sento di contestare l’utilizzo dello strumento del Dpcm e di provvedimenti urgenti, la politica si deve adeguare al momento. Spero si lavori tutti insieme per uscire da questo tunnel, per esempio con i vaccini. Ci sono molte categorie che lamentano l’incertezza del domani, questo crea anche un danno economico, i ristori nella prima fase sono arrivati in ritardo, ci sono dei casi disperati di persone che rischiano di chiudere definitivamente la loro attività”.
Nel corso dell’intervista il senatore azzurro ha smentito anche una notizia apparsa sul quotidiano “La Repubblica” che lo vede in contrasto con il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Gianfranco Miccichè: “Sono fortemente concentrato sul mio ruolo, ho sempre lavorato sul presente, mai sul domani, quando ci sono delle cariche istituzionali in corso non è corretto parlare del dopo, per rispetto del ruolo che stanno svolgendo”. Quanto invece al presidente della Regione, Schifani ha sottolineato: “Continuo a credere in Musumeci, sta facendo bene e per quanto mi riguarda può essere ancora il futuro candidato perché è una persona seria e competente”.
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L’aeroporto di Torino sempre più green
TORINO (ITALPRESS) – L’Aeroporto di Torino è stato certificato al Livello 2 “Riduzione” del programma di sostenibilità ambientale Airport Carbon Accreditation – il protocollo comune per la gestione attiva delle emissioni negli aeroporti attraverso risultati misurabili – promosso da ACI Europe, l’associazione degli aeroporti europei. Un passo avanti nella strategia di sostenibilità ambientale dell’Aeroporto di Torino.
Il Livello 2 di certificazione richiede il soddisfacimento di tutti i requisiti di accreditamento del Livello 1 ‘Mappaturà (sviluppo di un inventario dettagliato delle emissioni di carbonio), già conseguito dallo scalo di Torino nel 2018. Inoltre, la certificazione di Livello 2 implica anche la predisposizione di un piano attuativo per il raggiungimento di un ambizioso obiettivo di riduzione delle emissioni di carbonio: nel caso di Torino, il traguardo fissato per il prossimo triennio 2021-2023 è il dimezzamento delle emissioni di CO2 rispetto all’anno base 2017, garantito da investimenti per aumentare l’efficienza dei sistemi più energivori e dall’acquisto di energia elettrica solo da fonte rinnovabile certificata.
Finora, nel triennio 2017-2019 Torino Airport è già riuscito a ridurre le sue emissioni di CO2 di 1.350 tonnellate metriche, pari a oltre il -10%, grazie a queste iniziative: una nuova centrale di climatizzazione estiva con gruppi frigoriferi ad altissima efficienza; la sostituzione di generatori di calore con nuove apparecchiature ad alta efficienza e basse emissioni; la sostituzione dei corpi illuminanti con nuove apparecchiature a LED e installazione di sistemi automatici di regolazione del flusso luminoso; il potenziamento dei sistemi di monitoraggio dei consumi e di gestione degli impianti di condizionamento.
Lanciato da Airport Council International (ACI) Europe nel 2009, il programma Airport Carbon Accreditation consente agli aeroporti di valutare i progressi compiuti nella gestione della propria carbon footprint.
Il protocollo Airport Carbon Accreditation comprende in tutto 6 livelli di certificazione climatica: mappatura, riduzione, ottimizzazione, neutralità, trasformazione e transizione. L’amministrazione del programma è gestita da una società di consulenza ambientale WSP, che garantisce un’implementazione imparziale. Inoltre, le valutazioni per la concessione della certificazione sono controllate accuratamente da verificatori indipendenti.
“Abbiamo assunto un importante impegno verso l’ambiente e la comunità, aderendo all’obiettivo NetZero 2050 promosso da ACI, che ci porterà alle emissioni zero nei prossimi 30 anni – afferma Andrea Andorno, amministratore delegato di Torino Airport -. La certificazione al Livello 2 dell’Airport Carbon Accreditation rappresenta un tassello fondamentale in questo percorso di sviluppo e un riconoscimento del fatto che stiamo seguendo la strada giusta, per l’industria dell’aviazione e per le generazioni future”.
“Ogni anno, i risultati del nostro lavoro producono notevoli risparmi di CO2 e ora andranno anche ad alimentare il dato globale di riduzione di carbonio, raggiunto dagli aeroporti attivi nel programma Airport Carbon Accreditation – aggiunge -. Associandoci a questa crescente comunità di aeroporti sensibili al clima, riconosciamo che il cambiamento climatico è una questione globale che richiede un’azione collettiva a livello di settore”.
“Ci vuole visione e duro lavoro da parte dell’intero team dell’aeroporto per ottenere una riduzione tangibile di CO2 anche in tempi normali – spiega Olivier Jankovec, direttore generale di ACI Europe -. Aumentare le proprie ambizioni sul fronte climatico nel mezzo di una pandemia paralizzante è davvero eccezionale. L’aggiornamento dell’Aeroporto di Torino al secondo livello di Airport Carbon Accreditation, ‘Reduction’, è un tributo al loro impegno e determinazione e un esempio del progresso in corso del nostro settore verso un futuro sostenibile. Bravissimi!”.
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Covid, Speranza “Le prossime settimane saranno dure, serve unità”
ROMA (ITALPRESS) – “Non c’è strada diversa dall’unità per affrontare l’emergenza sanitaria, economica e civile più grande che abbiamo conosciuto dal dopoguerra ad oggi. Le prossime settimane saranno difficilissime perchè il virus può tornare a colpire duramente e contemporaneamente dobbiamo portare avanti la più grande campagna di vaccinazione della nostra storia recente. Sarà tutto terribilmente complicato. Teniamo fuori e lontana dalla battaglia politica la salute degli italiani, sarebbe un errore imperdonabile distrarci o rallentare a poche centinaia di metri dal traguardo”. Lo ha detto il ministro della Salute, Roberto Speranza, nel corso delle comunicazioni in Aula alla Camera sulle ulteriori misure per fronteggiare l’emergenza da Covid-19.
Il ministro ha auspicato di tenere fuori dalla polemica anche la campagna vaccinale: “Unità, unità, unità. Il successo della campagna è il successo del Paese, non dobbiamo alimentare polemiche autolesioniste. Vivo con preoccupazione le tensioni di questi giorni, voglio rivolgere a tutti un accorato messaggio di responsabilità, mi rivolgo con lo stesso spirito a maggioranza e opposizione, siamo all’ultimo miglio – ha ribadito – ad un passaggio delicato e decisivo per vincere questa battaglia contro questo nemico invisibile, adesso serve uno sforzo unitario, una leale collaborazione a Roma come in tutte le Regioni. è vero, finalmente vediamo la luce e possiamo affrontare con più fiducia i prossimi mesi ma non abbiamo ancora vinto, facciamo molta attenzione. La nottata non è ancora passata, l’ultimo miglio è ancora lungo e irto di ostacoli da superare, dobbiamo affrontarlo con rinnovata fiducia ma senza abbassare la guardia e tenendo saldamente i piedi per terra”.
“E’ intenzione del governo confermare il divieto di spostamenti anche tra regioni in zona gialla, ridurre gli assembramenti negli spazi antistanti locali pubblici attraverso la limitazione dell’asporto per i bar a partire dalle 18, confermare l’indicazione di poter ricevere a casa massimo due persone non conviventi e stabilire l’ingresso in area arancioni di tutte le regioni a rischio alto”, ha spiegato Speranza.
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Recovery Plan, i manager pronti alla sfida della governance
ROMA (ITALPRESS) – “Un piano del genere va gestito con diverse centinaia, se non un migliaio di manager, persone chiave che vanno mobilitate nel Paese per avere speranza di successo. Bisogna arrivare nei vari filoni di attività abbastanza in profondità, mettere 10-15-25 persone al vertice di una macchina amministrativa che è nata per fare altro non funziona”. Queste le parole di Mario Mantovani, presidente di Cida e Manageritalia, intervistato da Claudio Brachino per la rubrica “Primo Piano” dell’agenzia Italpress, parlando del Recovery Plan e spiegando che nel corso degli Stati Generali sono state poste delle domande sulla gestione e organizzazione del piano.
“Allora non ottenni risposte e purtroppo tutt’ora non mi sembra ci siano – spiega Mantovani -. Credo che la governance debba partire da una struttura governativa, legata a quella ministeriale, l’idea è inserire competenze manageriali in quella struttura. Esistono delle segreterie tecniche all’interno dei ministeri e andrebbero potenziate – prosegue -, bisognerebbe creare figure specializzate e una struttura di governo dei progetti potrebbe essere una soluzione che mette insieme l’aspetto politico e tecnico. Serve poi una struttura vera e propria di project management”.
Per il presidente di Cida e Manageritalia “nessuno sta parlando degli obiettivi che vogliamo raggiungere, parliamo di miliardi da spostare a destra e sinistra ma per fare cosa? Con quale risultato? Il grande pregio del Next Generation Eu è che traccia due obiettivi di visione prospettica su cui è difficile non essere d’accordo che siano le priorità, il passaggio complessivo è declinarli in progetti e qui effettivamente nasce la difficoltà del nostro Paese”.
E su una convocazione delle parti sociali e delle rappresentanze dopo il passaggio del Recovery Plan in Parlamento ha aggiunto: “Noi ci aspettiamo sempre di essere chiamati, lo stile è sempre stato chiamare, interloquire a distanza, in forma scritta e orale ma procedere sostanzialmente con una propria agenda che non tiene conto, se non in rarissimi casi e per pochissime organizzazioni, delle esigenze espresse, cioè non c’è mai stata una reale interlocuzione con questo governo sui temi di sostanza”.
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Recovery Plan, Mantovani “Coinvolgere i manager nella governance”
“Un piano del genere va gestito con diverse centinaia, se non un migliaio di manager, di persone chiave che vanno mobilitate per avere speranza di successo”. Queste le parole di Mario Mantovani, presidente di Cida e Manageritalia, intervistato da Claudio Brachino per la rubrica Primo Piano dell’agenzia di stampa Italpress, parlando del Recovery Plan e auspicando un coinvolgimento delle competenze manageriali dopo il passaggio in Parlamento.
Cosa fanno queste associazioni in concreto e di cosa vi occupate?
“Manageritalia è quella che come le altre federazioni che aderiscono alla Cida ha in corpo gli associati, quindi è un sindacato che rappresenta i dirigenti e rappresenta direttamente i dirigenti nella contrattazione nazionale e nell’attività quotidiana di servizi di rappresentanza”.
Anche i manager hanno bisogno di tutela sindacale?
“Siamo lavoratori subordinati, questo prevede un certo tipo di organizzazione che abbiamo interpretato in maniera originale e innovativa. Cida raggruppa le federazioni dei dirigenti dei diversi settori privati e pubblici, quindi oltre a Manageritalia c’è Federmanager e le varie organizzazioni del pubblico, i dirigenti medici, della scuola e di altri settori pubblici e privati. Cida fa soprattutto una attività di rappresentanza”.
In questi giorni i dirigenti medici e scolastici staranno bussando alle porte?
“Sono da oltre 1 anno veramente in prima linea, ci siamo tutti perchè nelle nostre aziende abbiamo lavorato per trasformarle in poche settimane e portarle dal 25% di smart working all’82, però i medici e i dirigenti scolastici sono in prima linea da un tempo molto lungo e qualche segno di stanchezza comincia a vedersi”.
Sul Recovery Fund la vostra critica è che a livello di governance non vi piace, la vostra proposta?
“Intanto che ci sia una governance, quando ho partecipato agli Stati Generali al Presidente Conte ho fatto una domanda: vorrei capire in che modo pensate di gestirlo, con quali persone e con quale organizzazione. Penso che in qualunque azienda sia la prima domanda, ovvero come imposto un piano così unico nella storia del nostro Paese, con che tipo di governance, allora non ottenni risposte e purtroppo tutt’ora non mi sembra ci siano”.
La vostra proposta qual è?
“Credo che la governance debba partire da una struttura governativa, legata a quella ministeriale. Ci sono ministeri più strutturati che hanno anche risorse umane maggiori, penso al Mef dove c’è un know how nel gestire questo tipo di piani che è maggiore, l’idea è inserire competenze manageriali in quella struttura. Serve poi una struttura vera e propria di project management da collocare in un punto unico perché possono avere una visione trasversale e completa. Ma il vero problema è che un piano del genere va gestito con diverse centinaia, se non un migliaio di manager, persone chiave che vanno mobilitate nel Paese per avere speranza di successo. Bisogna arrivare nei vari filoni di attività abbastanza in profondità, mettere 10-15-25 persone al vertice di una macchina amministrativa che è nata per fare altro non funziona”.
Vogliamo dire una volta per tutte che abbiamo bisogno della competenza e che la gente deve fidarsi della competenza?
“Questo è sicuramente necessario ma faccio un esempio che funziona anche in azienda, in una azienda grande e strutturata abbiamo gli azionisti e i manager, i politici fondamentalmente hanno il ruolo che in azienda hanno gli azionisti, devono rappresentare ciò che è il bene per il Paese, quello è il ruolo fondamentale che incarna il Parlamento. Io credo che delle scelte di priorità di spesa, di progetti debbano passare dal Parlamento altrimenti davvero la domanda è ma cosa li abbiamo eletti a fare? Nell’esecuzione servono delle competenze”.
Questo piano ha l’obiettivo di dare una struttura più dignitosa alle prossime generazione, dobbiamo dare loro qualcosa e nei numeri letti sono confermati 100 miliardi tra green e innovazione tecnologica. Vi sembrano soldi giusti e proposte concrete?
“Il grande pregio del Next Generation Eu è che traccia due obiettivi di visione prospettica su cui è difficile non essere d’accordo che siano le priorità, il passaggio complessivo è declinarli in progetti e qui effettivamente nasce la difficoltà del nostro Paese. Da un lato credo sia stato anche abbastanza importante recuperare alcune progettualità degli anni precedenti, poi sono convinto è che sulla rivoluzione green si sia già giunti a un passaggio in cui l’industria e i diversi settori hanno compreso che è una evoluzione. L’innovazione digitale ci cambia la vita, la preoccupazione è che molte innovazioni che vengono presentate come tali non abbiano questo impatto. In alcuni il rischio è che andiamo a inseguire delle pseudo innovazioni che alla fine sono volatili”.
Vi aspettate che dopo un passaggio doveroso in Parlamento le varie parti sociali e le rappresentanze vengano convocate oppure no?
“Noi ci aspettiamo sempre di essere chiamati, lo stile è sempre stato chiamare, interloquire a distanza, in forma scritta e orale ma procedere sostanzialmente con una propria agenda che non tiene conto, se non in rarissimi casi e per pochissime organizzazioni, delle esigenze espresse, cioè non c’è mai stata una reale interlocuzione con questo governo sui temi di sostanza”.
C’è chi dice che l’Italia ha una disuguaglianza fattuale tra i pubblici dipendenti e il resto del Paese che non viene concepito da una maggioranza che si dice abbia una visione più per il pubblico? Un giudizio sullo smart working?
“Io parto da un ragionamento che il lavoro oggi è organizzato, c’è bisogno di organizzazione molto più sofisticata. Questa distinzione netta fatta nel Paese tra lavoro subordinato molto tutelato e rigido e lavoro autonomo poco tutelato e molto flessibile ha mostrato i suoi limiti molto chiaramente da entrambe le parti. Da un lato con lo smart working vengono meno quei capisaldi degli orari di lavoro tipici dei lavori rigidi, da un lato il lavoro semi autonomo si mostra per quello che è con nessun grado di autonomia. Essendo privo di tutele di rappresentanza, in molti casi diventa un problema sociale che dobbiamo coprire con delle mance o con dei tentativi di mettere in piedi ammortizzatori sociali partendo da zero in una fase critica”.
Nella Pubblica Amministrazione come funziona?
“Perchè sia effettivamente smart serve una riorganizzazione molto digitalizzata, come è la Pa? Dove è organizzata in maniera accettabile lo smart working funziona e ci sono casi di eccellenza, dove non lo è le persone stanno a casa rispondono alle mail, hanno il telefono deviato e basta”. La spaventa il futuro di questo lavoratore da solo a casa davanti al pc? “Funziona un mix. Tra i diritti del lavoratore smart secondo me dovrebbe esistere quello di avere anche un luogo di lavoro dove si può recare, ci sono alcune idee che si stanno portando avanti come creare dei centri di co-working in località periferiche dove molti lavoratori lavorano e possono riunirsi, un luogo che ricrei la comunità di lavoro”.
Tra le cose che ci chiede l’Ue spesso passa in secondo piano la riforma della giustizia ma anche quella fiscale. Quello dell’equità fiscale è un tema che vi sta a cuore.
“Credo che la via sia molto stretta, lo dobbiamo riconoscere, in Paesi che hanno un welfare più o meno sviluppato come il nostro dove siamo la cultura del welfare, questo chiede inevitabilmente una tassazione elevata. Tempo che quella delle tasse basse sia una illusione che ci dobbiamo togliere e che dobbiamo anche smettere anche di raccontare”.
Quindi le proposte dell’opposizione sul fisco sono inattuabili?
“Mi sembrano inattuabili, è chiaro che sono messaggi che colgono nel segno perchè nessuno di noi ama pagare le tasse, però nessuno è disposto a rinunciare a una serie di servizi che abbiamo, quindi togliamoci l’idea che le tasse possono diventare realmente basse. Andrebbe redistribuita sui tanti regimi speciali, questo credo chiede l’Europa, non abbiamo una tassazione omni comprensiva e dovremmo allineare e rendere neutrale la tassazione a seconda del lavoro che facciamo. Credo però che sia un ginepraio e che nel momento in cui uno apre il calderone si scontri contro una serie di proteste e difficoltà delle varie categorie, ma è una domanda da farsi da parte di un politico”.
I movimenti politici anti casta hanno avuto successo dicendo ‘Uno vale uno’, lei invece ha aperto a un mondo di gente competente.
“Il difetto dell’elite è non essere in grado di dare una visione di futuro migliore di chi oggi non è nelle condizioni di vedere un futuro migliore. La nostra generazione ha iniziato a lavorare negli anni 80, ci siamo occupati troppo delle nostre aziende e poco della cosa pubblica e adesso stiamo vedendo che ne paghiamo un po’ il prezzo”.
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Salvini “Mai con Pd e M5s al governo,il centrodestra può avere i numeri”
ROMA (ITALPRESS) – “Noi siamo pronti a prenderci responsabilità di governo ma non con Pd e M5S, questo mi sembra evidente perchè stanno smontando quello che abbiamo fatto in un anno, quindi è chiaro che tutti insieme a far nulla non funziona. Un governo a guida centrodestra i numeri potrebbe averli”. Lo ha detto il segretario della Lega, Matteo Salvini, a Radio anch’io su Rai Radio1. “Io vado al governo con Zingaretti? Come faccio a governare con chi sta cancellando Quota 100, con chi sta cancellando la flat tax per le partite Iva, siamo seri”,ha aggiunto. “E’ surreale – aggiunge – che da un mese e mezzo ci sia un governo fermo e un’Italia ferma. Il governo procede al buio, sul Recovery Fund siamo gli ultimi, sono soldi che sono a prestito”.
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