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Scoperto nel Trapanese il covo di Messina Denaro

CAMPOBELLO DI MAZARA (TRAPANI) (ITALPRESS) – Individuato il covo del boss Matteo Messina Denaro, arrestato il 16 gennaio a Palermo. Il boss si nascondeva a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, in via Cb 31, in pieno centro storico. Si tratta dello stesso paese di Giovanni Luppino, arrestato insieme al boss per favoreggiamento.
Sono stati i Carabinieri del Ros e la Procura di Palermo a individuare il covo. La perquisizione è durata tutta la notte.

“Siamo arrivati in tarda serata a Campobello di Mazara, che era sulla diretta influenza di Messina Denaro e lì abbiamo individuato l’abitazione. La Procura della Repubblica di Palermo è intervenuta e ha posto i sigilli. Adesso si attendono i rilievi scientifici affidati ai nostri Ris di Messina”, ha spiegato a Sky Tg24 il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Ros dei Carabinieri.

“Noi riteniamo che si tratti di un’abitazione utilizzata con continuità nell’ultimo periodo e al suo interno confidiamo di trovare elementi significativi sulla rete di protezione del latitante. Faremo dei repertamenti biologici per scoprire se era abitata da più persone”, ha aggiunto.

– foto xa3 / Italpress –

(ITALPRESS).

L’ultimo saluto a Biagio Conte, Arcivescovo Palermo “Era un mite potente lottatore”

PALERMO (ITALPRESS) – “Fratel Biagio era laico cristiano, un mite potente lottatore”. Così l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, durante l’omelia della funzione per i funerali del missionario scomparso all’età di 59 anni. La Cattedrale di Palermo è gremita di gente, quella che ha aiutato per tutta la sua vita non dimenticando mai gli ultimi, i poveri. Senza fare distinzione di religione, etnia o colore della pelle. Nelle prime file anche i genitori di fratel Biagio, Giuseppe e Maria e le sorelle Angela e Grazia, oltre alle numerosissime autorità presenti.
“Fratel Biagio si è appropriato di una sola eredità: il dolore e la povertà dei fratelli. L’eredità che ci lascia adesso è però la ricchezza del suo esempio”, aggiunge Lorefice con volto commosso al termine dell’omelia.
Le offerte fatte durante la messa funebre saranno interamente devolute alla missione Speranza e Carità.
“Fratel Biagio Conte ha fatto della preghiera fiduciosa nel suo
Dio la bussola della sua esistenza. Nostro signore ti ringraziamo
per il dono che hai fatto alla città di Palermo, alla Chiesa e al
mondo: il dono di un cristiano. Il dono di un fratello che ha
creduto alla tua parola fino alla fine e fino in fondo”,
sottolinea l’arcivescovo Corrado Lorefice.
foto xd6 Italpress
(ITALPRESS).

Siracusa, saldo Tari, inviate comunicazioni errate su app IO

SIRACUSA (ITALPRESS) – “Nella giornata di ieri sono state prodotte comunicazioni tramite l’applicativo App IO, per la disponibilità del saldo Tari. Per un problema tecnico informatico alcune comunicazioni sono risultate errate. Il problema è stato gia ripristinato e a breve saranno inviate nuove comunicazioni Tari corrette. Vogliamo precisare che l’errata comunicazione non ha nessun effetto contributivo per il cittadino ma solo informativo. Ci scusiamo con i contribuenti e con l’amministrazione comunale per l’inconveniente causato”. E’ quanto si legge in una nota di Topnetwork Spa, società che gestisce in ATI i servizi di supporto all’Amministrazione comunale di Siracusa per i tributi.

Foto: screenshot Home page sito internet app IO
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Meloni a Palermo “La mafia si può battere”

PALERMO (ITALPRESS) – “E’ un giorno di festa per il nostro Paese, grande vittoria”. Così Giorgia Meloni, presidente del consiglio, al termine della sua visita alla Procura di Palermo per complimentarsi con magistrati e forze dell’ordine per l’arresto del boss mafioso Matteo Messina Denaro.
“Le mie congratulazioni, davvero complimenti a lei e ai suoi uomini per questo lavoro straordinario”, aveva detto Meloni, rivolgendosi al comandante del Reparto Operativo Speciale dei carabinieri, Pasquale Angelosanto, durante l’incontro in Procura.
“Una grande giornata”, il commento del premier dopo aver rivolto i suoi complimenti anche ai vertici regionali dei carabinieri, del gruppo Intervento Speciale e del reparto Anti Crimine. Al Palazzo di Giustizia Meloni è stata accolta dal procuratore di Palermo Maurizio De Lucia. Anche al capo della Procura i complimenti del premier.
“Sono fiera che il primo provvedimento che ho fatto è stato quello di difendere il carcere duro. Quello stesso istituto fortemente voluto da Falcone e Borsellino è stato difeso dai provvedimenti del governo”, ha poi spiegato Meloni ai giornalisti.
“Mi piace immaginare che questo possa essere il giorno nel quale viene celebrato il lavoro di tanti che si sono dedicati a questa causa, ed è una proposta che farò. Possiamo dire ai nostri figli che la mafia si può battere – ha sottolineato -. Non abbiamo vinto la guerra, non abbiamo sconfitto la mafia ma questo è un colpo duro per la criminalità organizzata”.
Se alla fine Messina Denaro è stato trovato “vuol dire che c’era uno Stato che continuava a lavorare. Adesso spero che qualcosa di più possa uscire, anche su chi evidentemente ha collaborato con una persona con la quale chi è per bene non collabora”, ha detto ancora il presidente del Consiglio.
“Ho detto al procuratore capo ed agli investigatori che l’Italia è fiera di loro. Noi sappiamo che questo grande risultato lo dobbiamo a loro, al loro lavoro quotidiano di grande dedizione – ha spiegato il premier -. Possono contare sui provvedimenti del governo, per portare avanti questa battaglia insieme. Loro sono la faccia dell’Italia migliore, noi siamo il tramite”.
Poi i giornalisti le chiedono cosa risponda a chi diceva che la mafia era sparita dall’agenda politica? “Non voglio replicare, penso che questa giornata si commenti da sola – ha affermato Meloni -. Non penso che la lotta alla mafia possa essere un tema divisivo, chi tenta di fare della lotta alla mafia un tema divisivo fa un favore per paradosso alla criminalità organizzata, è una battaglia che dobbiamo condurre tutti insieme. Posso dire che la politica e lo Stato devono sostenere chi si occupa con il suo lavoro di questo. Spero che su queste materie, piuttosto che usarle per fare polemica, si possa lavorare tutti insieme”.
Meloni ha anche affrontato il tema del riuso dei beni confiscati: “Con il sottosegretario Mantovano ne parliamo da settimane. E’ un tema legato anche alla storia di Matteo Messina Denaro, che si occupava di questioni di patrimonio. Questo è un segnale importante, affinchè si elimini la presenza fisica della mafia sul territorio – ha detto -. Affinchè nei beni confiscati alla mafia si possa aprire un’attività economica, si possa trovare lavoro. Sì alla legalità, sì agli strumenti, a tutto quello che serve sul terreno della sicurezza ma poi è il terreno fertile che devi togliere e quello lo togli solo con il lavoro”.
Al suo arrivo a Palermo, il presidente del Consiglio, accompagnata dal sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano aveva osservato un minuto di raccoglimento davanti alla stele di Capaci, sulla A29, che ricorda le vittime della strage nella quale persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

– foto Agenziafotogramma.it –

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Il boss Matteo Messina Denaro arrestato dopo 30 anni di latitanza

PALERMO (ITALPRESS) – Arrestato dopo 30 anni di latitanza dai Ros dei Carabinieri, il boss di Castelvetrano Matteo Messina Denaro.

Messina Denaro è stato catturato nei pressi della clinica La Maddalena di Palermo. I dipendenti della clinica, da quanto apprende Italpress, sono stati bloccati questa mattina all’ingresso del posto di lavoro e non sono stati fatti entrare. Ingente il dispiegamento dei carabinieri del Ros.

Matteo Messina Denaro aveva il nome falso di Andrea Bonafede, nato il 23 ottobre 1963 e stamattina aveva un appuntamento per un ciclo di chemioterapia. Cappellino, cappotto di montone da uomo e occhiali da vista scuri, stava facendo colazione e dopo avere accennato una breve fuga avrebbe ammesso di essere il boss superlatitante. L’arresto sarebbe stato salutato da un applauso delle persone presenti.

L’accusa principale è di avere partecipato alla strategia stragista che portò alla morte tra gli altri di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Un’accelerazione nelle ultime settimane ha portato a compimento un lavoro corale durato anni. Gli inquirenti nel corso di una conferenza stampa a Palermo hanno definito i contorni dell’arresto del boss. “E’ una giornata importante, in cui la Repubblica salda un debito nei confronti dei suoi martiri”, ha detto il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia. “La mafia non è sconfitta, la partita non è finita, ma quello di oggi è un passaggio importante. È un bel segnale che la gente oggi abbia applaudito all’arresto, sappiamo cosa significa questo a Palermo”, ha aggiunto. Fondamentale per l’arresto di Messina Denaro una lunga serie di indagini legata al suo stato di salute, e che ha portato all’arresto proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto eseguire dei controlli presso la clinica Maddalena, a Palermo, dove si presentava con documenti falsi, spacciandosi per Andrea Bonafede. “Allo stato non abbiamo elementi su presunto coinvolgimento o complicità da parte della clinica, il latitante aveva fornito documenti falsi. Naturalmente gli accertamenti sono all’inizio”, ha sottolineato De Lucia.

“Dopo un percorso investigativo durato molti anni nell’ultimo periodo abbiamo acquisito elementi legati alla salute del latitante, e al fatto che stesse frequentando una struttura sanitaria per curare la sua malattia”, ha spiegato il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Ros dei Carabinieri. “Il lavoro è stato caratterizzato da rapidità, riservatezza, e dal modo che ci ha consentito in poche settimane gli elementi per individuare una data, quella di oggi, in cui Messina Denaro si sarebbe sottoposto ad accertamenti”, ha aggiunto. La certezza gli investigatori l’hanno avuta solo stamattina: “L’accostamento della persona con il nome falso al latitante era stato ipotizzato nei giorni scorsi, ma è stato accertato stamattina. Il riscontro lo abbiamo avuto stamattina”, ha chiarito il generale. “L’attività investigativa di questi anni e gli arresti hanno ristretto la rete di protezione di Messina Denaro”, ha poi detto De Lucia, spiegando che per il momento il boss “non parla”. Il procuratore ha sottolineato l’importanza delle intercettazioni: “Senza questo strumento non si possono fare indagini, questo deve essere chiaro. Anche in questa operazione le intercettazioni sono state fondamentali”. “E’ evidente che in questi anni Messina Denaro è stato aiutato, ha avuto delle protezioni, e su questo stiamo lavorando”, ha aggiunto.

“Non abbiamo avuto contatti preliminari con la clinica, la nostra indagine è stata telematica per individuare possibili soggetti con una patologia compatibile con quella del latitante”, ha proseguito il procuratore, che sul ruolo di Messina Denaro, ha chiarito: “Era un capo operativo con un ruolo di garanzia importante per la gestione degli affari”. Per Messina Denaro “è stato proposto il regime speciale 41 bis fin da subito, non possiamo rivelare la casa circondariale”, ha spiegato De Lucia, mentre il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Paolo Guido ha sottolineato che le sue condizioni “sono compatibili con il carcere, naturalmente sarà sottoposto alle cure necessarie”. Alla conferenza stampa anche Vincenzo Agostino, padre dell’agente di polizia Nino, ucciso dalla mafia 33 anni fa. “Si può fare luce sui delitti irrisolti come quello di mio figlio? Noi familiari chiediamo ancora che venga fatta luce”, ha chiesto. “Questo sarà uno dei nostri impegni maggiori. Nessuna delle vittime di mafia deve rimanere senza risposta. Tutto il nostro impegno è rivolto in questa direzione. Non ci fermeremo”, ha risposto il procuratore De Lucia.

“L’intervento di oggi si è sviluppato su più fasi. Attraverso delle attività tecniche avevamo avuto contezza che il presunto latitante stesse arrivando presso la struttura sanitaria, ed è scattato un sistema che era stato messo a punti su più livelli. Nei pressi della clinica il latitante è stato individuato e bloccato insieme al suo complice”, ha spiegato il colonnello Giuseppe Arcidiacono, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo. “Il latitante si è palesato subito nella sua identità, e guardandolo c’era anche poco da verificare, il volto è quello che ci aspettavamo di trovare”, ha aggiunto. Al momento dell’arresto, Messina Denaro indossava un orologio da 30-35 mila euro, hanno spiegato gli inquirenti, che indagano anche su Giovanni Luppino, che oggi accompagnava Messina Denaro ed è stato arrestato per favoreggiamento. Fuori dalla sede del comando Legione Carabinieri Sicilia si è formata nel corso della conferenza stampa una folla di giovani, con striscioni e cartelli. “Palermo è nostra e non di Cosa Nostra”, questo uno dei cori dei manifestanti, ai quali ha rivolto un saluto il comandante della Legione Sicilia dell’Arma Rosario Castello: “C’è stato un lavoro di squadra, e la bontà del risultato è testimoniato dalla vostra presenza qui oggi. Vogliamo essere un riferimento per i cittadini, un presidio sicuro e importante in ogni Comune”.

-foto Comando Carabinieri –

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Mulè “In Sicilia la frattura tra Schifani e Miccichè si può ricomporre”

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ROMA (ITALPRESS) – “L’unica cosa di cui ha bisogno la Sicilia è essere governata dando l’idea concreta di un cambio rispetto ai vecchi tempi, la litigiosità determina solo una disaffezione dei cittadini nei confronti della politica”. Lo afferma il vicepresidente della Camera e deputato di Forza Italia, Giorgio Mulè, intervistato da Claudio Brachino per la rubrica “Primo Piano” dell’Agenzia Italpress. “Parlo con Schifani e Miccichè più o meno quotidianamente – aggiunge – so che si tratta di una frattura che si può ricomporre e stiamo lavorando affinchè sia ricomposta perchè ne va di mezzo il bene della Sicilia e soprattutto il bene che i siciliani devono volere alla politica. E’ l’ora di rimboccarci tutte le maniche e andare insieme verso il bene della Sicilia”, conclude il vicepresidente della Camera.
-foto Italpress –
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Messina Denaro, la clinica dove era ricoverato: “In terapia sotto falso nome”

PALERMO (ITALPRESS) – I vertici della clinica La Maddalena di Palermo intervengono con una nota “in ordine all’arresto di Matteo Messina Denaro, eseguito oggi in un’area limitrofa all’ospedale” precisando che il ricercato “era in terapia oncologica sotto falso nome presso la Casa di Cura”. “Sono state date immediate disposizioni all’Amministrazione, alla Direzione Sanitaria, ai Medici del reparto e al personale parasanitario di fornire alle forze dell’ordine, che si ringraziano, tutta la documentazione clinica del paziente e puntuali risposte alle informazioni richieste”, prosegue la nota. “Si informa inoltre che nessun dipendente o collaboratore è autorizzato a rilasciare interviste e fornire alla stampa notizie coperte da segreto istruttorio”, conclude la nota.
foto Italpress
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Messina Denaro, una vita da criminale per il superlatitante di Cosa Nostra

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PALERMO (ITALPRESS) – L’arresto di Matteo Messina Denaro all’indomani del trentennale del giorno in cui a finire in manette fu Totò Riina, suona come una ideale chiusura del cerchio nella lotta alla Mafia. Dal 1993, anno in cui catturato il Capo dei Capi, ‘U siccu’, questo il soprannome di Messina Denaro, era divenuto il boss più potente di Cosa Nostra, nonché uno dei latitanti più pericolosi e ricercati al mondo. Capo del mandamento di Castelvetrano, era riuscito a esercitare la propria influenza anche al di fuori della provincia di Trapani, spingendosi non solo in quella di Agrigento, ma anche in quella di Palermo. Ed è qui che i Carabinieri sono riusciti a consegnarlo alla giustizia, in un’operazione condotta all’interno di una clinica privata nella quale si stava sottoponendo a delle cure.
Figlio del vecchio capomafia di Castelvetrano Francesco, alleato del clan dei corleonesi, già nel 1989 Messina Denaro venne denunciato per associazione mafiosa in quanto ritenuto coinvolto nella faida tra i clan Accardo e Ingoglia di Partanna. Nel 1991 si rese inoltre responsabile dell’omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina, per il solo fatto di avere insultato i mafiosi dinnanzi alla sua dipendente austriaca, al contempo l’amante di Messina Denaro. Con il padre latitante dal 1990, diventerà a tutti gli effetti il reggente del proprio mandamento, e nel 1992 viene spedito a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone. Nello stesso anno, Messina Denaro è tra gli esecutori materiali dell’omicidio del capo cosca avverso a Riina, Vincenzo Milazzo, e pochi giorni ne strangolò anche la compagna incinta. Dopo l’arresto di Riina, Messina Denaro fu tra i più favorevoli alla continuazione della strategia della dinamite e fornì un proprio uomo al commando che si rese protagonista degli attentati dinamitardi di Firenze, Milano e Roma. Fu sempre Messina Denaro a organizzare l’attentato fallito ai danni di Totuccio Contorno, quindi nel 1993 inizia a tutti gli effetti la sua latitanza.
Lo annunciò alla sua fidanzata, Angela, chiedendole di non credere alle stragi e ai fatti di sangue che gli sarebbero stati addebitati dai media. Condannato all’ergastolo per diversi omicidi, tra questi quello di Giuseppe Di Matteo, il bambino sciolto nell’acido per punire un pentito, è stato riconosciuto colpevole per le stragi in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nei suoi confronti venne emesso un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori. Nel corso degli anni, Matteo Messina Denaro era diventato sempre più sfuggente, unico e ultimo boss di questo rilievo ancora ricercato in Italia. Più volte avvistato secondo dei testimoni ma mai finito in manette, tra depistaggi, piste false e voci di una plastica facciale che avrebbero complicato la sua individuazione, negli anni di latitanza le ricerche sono state portate avanti anche in Germania, a Pisa e a Lamezia Terme, in seguito ai racconti di alcuni pentiti.
Nel 2013, il maresciallo capo dei carabinieri Saverio Masi denunciò i superiori per un fatto del 2004, quando secondo la propria versione individuò in strada il latitante Messina Denaro e lo seguì fino all’ingresso di una villa. I suoi superiori però, lo avrebbero intimato di non proseguire nelle indagini. In seguito, fu denunciato per calunnia. A ogni modo, il giorno tanto atteso per la lotta alla legalità è arrivato in un freddo lunedì di metà gennaio e la cattura di Messina Denaro dopo una lunga latitanza durata tre decenni assicura alla giustizia uno dei più sanguinari mafiosi.
-foto agenziafotogramma.it-
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